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Nella testa troppo a lungo..

“Sono rimasto nella mia testa troppo a lungo e ho finito per perdere la mente”.

Edgar Allan Poe
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Un giorno a lavoro in una nuova struttura mi informarono che c’era un uomo di circa 30 anni che da diverso tempo si isolava.

Era in Italia da ormai diverso tempo, forse tre o quattro anni. Era stato sempre paziente, socievole, un gran lavoratore. Rispettoso delle regole e delle persone con cui condivideva la sua stanza e gli spazi del luogo che lo ospitava.

Ad un tratto, stanco e frustrato dall’attesa della farraginosa burocrazia dei documenti, si chiuse in se stesso. Era costretto all’inerzia, in una condizione paradossale in cui era letteralmente un prigioniero senza cella.

Viveva ormai da qualche tempo isolato, in mezzo agli altri. Passava ore a guardare l’orizzonte, mangiava poco e non parlava con nessuno.

Quel mondo lo aveva tradito.. e lui aveva deciso di rinchiudersi nella sua testa.

Il suo corpo mostrava delle cicatrici, la sua storia e la sua mente erano costellate da numerose ferite ancora aperte, che provocavano dolore.

Lui sopportava quel dolore in silenzio e si rifugiava nella sua mente.. che inesorabilmente si stava ammalando..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Sindrome di Stendhal

Tachicardia, vertigini, capogiri, allucinazioni, confusione, alterazione della percezione, scompensi affettivi, depressione, ansia, attacchi di panico, manie persecutorie..

Può un’opera d’arte generare così tanto scompiglio nella mente di un uomo?

Cristo Velato – Napoli, Cappella San Severo (fonte immagine google) – persone raccontano di sensazioni simili dinnanzi alla statua del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino

Nel 1817 lo scrittore francese Marie-Henri Beyle (Stendhal) attraversò la penisola italiana durante il suo Grand Tour e tenne un diario poi pubblicato nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze” dove per la prima volta descrisse questa esperienza psichica:

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

Stendhal

Quello che oggi definiamo come “Sindrome di Stendhal” è un disagio psichico individuato ed analizzato per la prima volta nel 1977 in Italia dalla Psichiatra Graziella Magherini. Lo studio del fenomeno, negli anni ottanta e novanta, nel Servizio di Salute Mentale di Firenze (Santa Maria la Nova) permise di scoprire che vi erano degli elementi ricorrenti in chi aveva manifestato questo disturbo: estrema sensibilità, il viaggio in un paese straniero e l’incontro con un opera d’arte.

In genere le manifestazioni psichiche descritte in precedenza e caratteristiche di questo disturbo, sono passeggere e perlopiù senza conseguenze gravi. La cosa interessante, venuta fuori dallo studio, è che quasi tutti i pazienti con Sindrome di Stendhal, hanno una vita solo in apparente equilibrio, in cui tendono a nascondere le insoddisfazioni, le difficoltà relazionali, inoltre vivono una vita caratterizzata da eccessivo “perbenismo” che li rende “rigidi”. L’opera d’arte, con la sua potenza evocativa, irrompe e sconvolge le loro difese psichiche.

L’opera d’arte (insieme a tutto il contesto: viaggio, ambiente, situazione personale) è quindi in grado con la sua bellezza e con la sua potenza evocativa emozionale di risvegliare sentimenti ed emozioni che mettono alla prova la persona che osserva, che può reagire in modi differenti e quindi non reggere l’impatto emotivo.

Cappella San Severo – Napoli (immagine google)

Il viaggio in un luogo d’arte è come un viaggio dell’anima ed è capace di risvegliare emozioni e sentimenti che mettono in gioco tutte le sfaccettature dell’identità di una persona.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Dipendo da…

Fonte Immagine Google.

La dipendenza è un fenomeno complesso e piuttosto stratificato in quanto chiama in causa aspetti legati sia alla vita sociale che individuale del soggetto. La complessa definizione risiede nel fatto che lo stato di dipendenza sia, nell’essere umano, uno stato di base poichè egli nasce dipendente e necessita, per un lungo periodo della propria vita, del sostegno familiare.

La crescita- infatti- dell’essere umano parte da un totale stato di dipendenza (il neonato) per giungere gradatamente verso lo stato di autonomia.

Secondo Caretti e La Barbera (2005) la dipendenza patologica è definibile come una “forma morbosa determinata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto, di un comportamento; una specifica esperienza caratterizzata da sentimento di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere ripetuta con modalità compulsive; ovvero una condizione invasiva in cui sono presenti i fenomeni del craving, assuefazione e astinenza in relazione ad una abitudine incontrollabile e irrefrenabile che il soggetto non può allontanare da sè”.

Il craving diventa elemento fondamentale, indica infatti (dall’inglese to crave) desiderare ardentemente ovvero avere una attrazione incontenibile verso alcune sostanze o esperienze tali da comportare la perdita del controllo e la messa in atto di tutta una serie di azioni, volte a soddisfare quel desiderio.

Il craving rappresenta la principale causa della ricaduta nelle dipendenze.

Ciò che però è bene sottolineare è che le dipendenze non coincidono con il craving in quanto esse si situano lungo un continuum che va dal normale al patologico; ad ogni stadio corrispondono specifici sintomi psicofisici.

Ad un estremo abbiamo stati sensoriali e motivazionali (non legati all’alleviare una sofferenza) pensiamo al benessere dato dal fare una partita al videogioco la sera appena rientrati a casa; seguono gli stati di dipendenza legati ad oggetti (che non influenzano affettività o volontà) fino all’estremo dove vi sono gli stati di dipendenza morbosa caratterizzato dal craving e astinenza.

Ciò che Staton Peele (1985) evidenzia è che la dipendenza patologica “può scaturire da qualsiasi potente esperienza la cui sensorialità ha lo scopo di alleviare l’ansia, il dolore o altri stati emotivi negativi attraverso una diminuzione della coscienza o innalzamento della soglia di sensibilità”.

Una differenza importante da fare concerne l’uso di due termini; se in francese “toxicomanie” indica una economia psichica basata sul desiderio di nuocere a se stessi, “addiction” termine inglese, indica il diventare schiavi di una sola e unica soluzione utilizzata per alleviare una sofferenza psichica.

Molte persone, ad esempio, quando vivono un momento personale molto stressante, doloroso o difficoltoso e mostrano difficoltà ad elaborare il vissuto emotivo ad esso sotteso, possono (per integrare tali esperienze dolorose) ad esempio affrontare la realtà allontanandosi mentalmente dalla realtà esterna ed interna attuando un ritiro mentale oppure possono ricorrere alla ricerca di esperienze piacevoli.

La carenza di integrazione e simbolizzazione psichica ha, quasi sempre, origine infantile ed è dovuta a deficitarie relazioni emotive interpersonali con figure di attaccamento (Fonagy, Target, 2001).

Il meccanismo psichico usato per difendersi da tali emozioni disturbanti o eventi sgradevoli prende il nome di dissociazione ovvero quel meccanismo di difesa che l’Io attiva al fine di regolare stati affettivi altrimenti ingestibili, una difesa antiriflessiva contro queste esperienze affettive intollerabili, così intollerabili, da impedire al soggetto di fare esperienza del proprio mondo interno maturo, complesso e denso di una sfaccettatura emozionale/emotiva, di aspettative e di dolori.

La dissociazione è un processo che esclude dalla coscienza percezioni interne e esterne situandosi come sbarramento di protezione della coscienza dall’inondazione di un eccesso di stimoli.

La dipendenza patologica va quindi considerata come “un sintomo di alterazione del pensiero e della funzione simbolica” l’uso di esperienze dissociative come tentativo illusorio del dipendente di rinchiudersi in una dimensione mentale dissociata dal resto della coscienza (Caretti, Craparo, Mangiapane, 2003).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.