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La Personalità Evitante

Fabio aspettava il suo turno già da circa mezz’ora, lo scopro perché mi invia un messaggio whatsapp 30 minuti prima del suo appuntamento, chiedendomi se fosse possibile iniziare già la consulenza. Nonostante questa richiesta, entrerà in studio all’orario prestabilito. Mi saluta, nascosto dietro le sue due mascherine sovrapposte,, accenna ad un sorriso con gli occhi, ma è decisamente impaziente di iniziare.

Fabio è un ragazzo di circa 20 anni, altezza nella media, molto sobrio nel vestiario. Maglioncino sopra una camicia bianca, pantalone grigio, scarponcini sportivi invernali. Il primo impatto è di un ragazzo alla mano, molto socievole ed educato.

Racconta di aver voluto iniziare questo percorso prima, ma aveva sempre pensato di non aver bisogno di nessun aiuto, del resto, lascia intendere che i genitori non sappiano nulla di questo nostro primo incontro, perché non molto d’accordo con l’idea di un aiuto professionale psicoterapeutico.

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Fabio: “Dottore credo di avere qualche problema, non riesco però a capire molto bene cosa sia e non so se riuscirò a spiegarmi. Premetto che studio all’università, frequento il secondo anno di economia, mi trovo molto bene, la materia mi piace e sono in regola con gli esami. Il fatto è che a causa della chiusura dell’università ho dovuto affrontare queste ultime sessioni in video. Lei potrebbe pensare sia stato un problema. Per me no. Seguire i corsi e fare gli esami da casa mi ha semplificato la vita. Riesco a rendere di più.”

Io: ” Mmh.. quindi è stato un vantaggio..”

Fabio: ” Si, è proprio questo il problema..! è strano ma io andando all’università pensavo di riuscire finalmente a farmi delle amicizie, a conoscere delle ragazze, a parlare con i professori, a prendere il treno da solo per seguire i corsi e restare a studiare all’università. Praticamente questa situazione della pandemia, ha fatto succedere quello che io volevo fare, ma non quello che desideravo.. è complicato “

Io: ” Fabio, mi faccia capire bene, lei desiderava frequentare i corsi, parlare e conoscere persone nuove, ma dentro di sé voleva evitarlo per qualche motivo..”

Fabio: ” Si, è così. Praticamente ero terrorizzato dall’università e tutta quella gente, ma volevo continuare gli studi, volevo laurearmi e volevo finalmente essere come gli altri ragazzi. La verità è che io ho sempre preferito stare da solo. Vedo gli altri ragazzi della mia età, parlano e fanno cose, stanno con le ragazze, sanno parlare, si sanno vestire, vanno in palestra, giocano a calcetto, fumano. Io non ci riesco e quando ci ho provato, mi hanno preso in giro, a volte mi hanno minacciato e picchiato.”

Io: ” Adesso hai degli amici?”

Fabio: ” Si, ma sono, diciamo amici virtuali, li ho conosciuti sulla play un paio d’anni fa e spesso parliamo.”

Il paziente evitante desidera delle strette relazioni interpersonali ma ne è anche spaventato. Questi individui evitano i rapporti e le occasioni sociali perché temono l’umiliazione connessa al fallimento e il dolore connesso al rifiuto. Il loro desiderio di relazioni può non essere immediatamente evidente a causa del loro modo di presentarsi timido e schivo. La timidezza o l’evitamento difendono dall’imbarazzo, dall’umiliazione, dal rifiuto e dal fallimento. In generale, ciò che questi pazienti temono è ogni situazione in cui si trovano costretti a rivelare aspetti di sé che li rendono vulnerabili. Provano vergogna perché si valutano in qualche modo inadeguati e le situazioni sociali devono essere evitate proprio perché metterebbero in luce la loro inadeguatezza. Così i pazienti evitanti si nascondono da questo senso di vergogna.

La diagnosi di disturbo evitante di personalità viene raramente posta come diagnosi principale o esclusiva.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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