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Infanzia istrionica.

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Seguendo l’opera di Lorna Smith Benjamin, possiamo rintracciare quattro caratteristiche fondamentali nei bambini che svilupperanno (o potrebbero sviluppare) un disturbo istrionico di personalità.

Le caratteristiche possono essere schematicamente riassunte nel modo seguente (saranno tre perché la quarta è in realtà una variante della prima):

  • La capacità fondamentale di questi bambini è quella di farsi amare dal genitore del sesso opposto utilizzando:

a) il loro aspetto esteriore e i loro modi piacevoli

b) la salute cagionevole, la fragilità e il bisogno di aiuto (maggiormente la caratteristica a si risconta nelle bambine e la b nei bambini. Entrambe sono tuttavia presenti in ambo i sessi).

  • Il gioco relazionale che risulta da tale predilezione prevede asimmetria del triangolo edipico, in cui il genitore dello stesso sesso viene allontanato -per così dire- e relegato in una posizione periferica. Questo gioco mostra delle sfumature maggiormente erotiche quando una bambina molto gradevole esteticamente “flirta” con il padre prendendo il posto di una madre che si trascura e ha invece un aspetto “regressivo” nel caso di un bambino timido, cagionevole o iper sensibile molto (troppo) legato alla madre.
  • Il ruolo della bambina piacente e del bambino cagionevole, diventano nel tempo un ruolo obbligato. Ne deriva che nel giro di persone intorno a questi bambini, si concretizza l’immagine di bambini dalle risorse limitate “è bella sì, ma è un’oca” “un bambino debole e senza palle”.

La richiesta di aiuto per questi bambini, non arriva di solito presso centri o comunità che si occupano di maltrattamento. Tali richieste sono tuttavia di varia natura: disturbi di tipo fobico o psicosomatico, disturbi del comportamento alimentare o disturbi dell’attenzione (evidenziati dalla scuola). Ciò però che appare più caratteristico, del disturbo, è l’organizzazione familiare in cui si riscontra maggiormente la costellazione tipica del “genitore preferito” a cui, corrispondono sul piano della clinica:

  • il caso del bambino vicino alla madre (che ha scarsi rapporti con il padre) che presenta disturbi attivi del comportamento (provocatorio o intrattabile) o sintomi più nevrotici (fobie), manifestati abitualmente dalla madre in relazione alla mancanza di una figura maschile e dal padre in relazione all’eccessiva vicinanza della madre all’interno di un circolo vizioso che evidenzia poi una fragilità espressa dal bambino stesso, con il suo sintomo.
  • il caso della bambina più o meno bella ma comunque ammirata dal padre, un padre che sia bello e interessante. Lei di rimando adora e venera il padre; la relazione con lui è passionale ma non incestuosa, mentre quella con la madre è competitiva: le due donne sono rispettivamente gelose.

Il problema fondamentale, in questi casi, è che il riconoscimento la cura e l’affetto dei genitori, per il bambino, è legato solo ad aspetti esteriori del bambino stesso; si arriva pertanto a non aiutare il bambino (che si muove sempre come fosse su un palcoscenico), a sviluppare sufficiente fiducia nelle proprie capacità ma lo si vincola alla ricerca di rapporti che siano tendenzialmente basati sulla dipendenza (che hanno come unico punto di forza ostentare la fragilità e/o la piacevolezza).

La varietà dei comportamenti con cui questo tipo di disturbo può manifestarsi è enorme. Una volta che i bambini trovano un sintomo, tendono a mantenerlo poichè tale sintomo assicura il prosieguo delle cure e dell’attenzione.

Va sottolineato che la cura che l’adulto pone al bambino, in tale dinamica, è una cura offerta con piacere al proprio bambino fragile o alla bambina gradevole; tale cura viene offerta fino al momento in cui l’adolescenza non lo mette in crisi, mentre la cura e l’affetto assicurati dal sintomo si accompagnano, sul versante dell’adulto, a una sensazione sgradevole di costrizione che naturalmente si collega a quello che è l’utilità del sintomo.

La paziente che lega (o tenta) a sé con i suoi sintomi (panico, vaginismo, tentativo di suicidio) l’uomo che ama e il paziente che lega (o tenta) a sé con i suoi sintomi (impotenza, blocco esami, ansia sociale) la sua donna, propongono situazioni di coppia angosciose e poco, meno, riuscite rispetto alla relazione che da bambino avevano con il genitore dell’altro sesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.