Archivi tag: dolore

Sofferenza.

Immagine Personale.

“Se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi e invece, il dolore non ha niente da insegnare a chi non trova il coraggio e la forza di starlo ad ascoltare”.

S., Freud.

Quanto siamo realmente consapevoli di quel che stiamo sentendo? Il nostro è vero ascolto “nei nostri confronti”?

Dott.ssa Giusy Di Maio

Autolesionismo (Self injury) – Il dolore celato.

Questa sera ripropongo un articolo di qualche tempo fa sull’autolesionismo. Un problema abbastanza diffuso tra i giovani e i meno giovani, che ha un peso specifico non indifferente nelle vite delle persone che ne soffrono. L’espressione fisica di un dolore per lo più celato, non condivisibile.. ma spesso l’impossibilità del non detto e dell’espressione emotiva, diventa emulazione pericolosa. Insomma un problema molto complesso e dalle tante sfaccettature. Buona lettura!

ilpensierononlineare

L’autolesionismo (in adolescenza) si potrebbe definire come una forma di aggressività auto diretta atta a “scaricare e svuotare” una sensazione di “pieno” malessere interiore che può essere legato a situazioni personali o interpersonali.

È
un fenomeno comportamentale già ampiamente trattato e discusso in letteratura.
Ha radici ampie e molto profonde nelle persone, nella società, nelle diverse
culture e religioni.

Negli ultimi anni questo comportamento pare abbia assunto connotazioni differenti. Difatti la diffusione delle immagini e dei video degli “atti” di self injury, attraverso la rete e i social, funge da rapido “veicolo contenitore” e da amplificatore, per le nuove generazioni di adolescenti. Questi “luoghi del virtuale” raccolgono l’espressione di una collettività che vuole restare invisibile, ma che cerca la visibilità e che si serve del mezzo virtuale per trovare altri simili e limitare così la solitudine che…

View original post 614 altre parole

Disamistade e dolore psichico.

Immagine Personale.

“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”

Disamistade, De Andrè.

Ascoltavo questo incredibile pezzo e riflettevo..

Il dolore – specie quando è di natura psichica- che appartiene all’Altro, è sempre un dolore a metà.. una sorta di non dolore.

Tutto ciò che rimanda alla paura, al non conosciuto, all’oscurità si presenta come un evento perturbante. Il perturbante -in senso Freudiano- è qualcosa che in precedenza era familiare nella vita psichica, che poi è stato estraniato dal soggetto tramite il meccanismo di difesa della rimozione; è qualcosa di rimosso che ritorna..

Il tuo dolore, nel gioco della specularità che mi si apre innanzi dove “Io” è necessariamente “un Altro”, in quanto nell’ambiente primario di provenienza (la famiglia) mi è stato detto “questo sei tu”, conferendomi uno stampo in cui una prima identità liquida, è stata calata, mi (ri) presenta in faccia il dolore.

Nessuno ha voglia di sperimentare di nuovo qualcosa che lo ha in precedenza terrorizzato, tanto da doverlo rimuovere.

Faber può accompagnarci, stasera… https://www.youtube.com/watch?v=BOMjJvJMx-E

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Getta l’amo nell’inconscio.

Fonte Immagine “Google”.

“Bisogna offrire un amo al silenzio”

A.A. Semi.

Nella mia formazione questo – ogni giorno- continua ad essermi insegnato. Le persone non si riempiono di parole; non si soffocano di concetti e interpretazioni. Il dolore, non si tappa. Si resta lì, in silenzio… e si aspetta.

Si impara a tollerare lo sconforto di un silenzio spesso imbarazzante. Si impara a tollerare uno sguardo vuoto, perso, rancoroso ma desideroso di sapere.

Si impara a tollerare il tuo sentirti perso, vuoto, rancoroso e desideroso di sapere.

Si impara a non avere fretta.

Si impara l’attesa.

Ti fai pescatore e sapientemente getti un amo nel silenzio dell’altro nell’attesa che qualcosa abbocchi e, vincendo la paura dell’asfissia, emerga e sopravviva alla nuova boccata d’aria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sono esausto! Quando lavorare diventa una forma di disagio a tutti gli effetti.

 

Lavorare è un termine che fin dalla sua etimologia latina “labor” (fatica), mostra il carattere di sofferenza, dolore, insito nell’azione stessa. Strizzando l’occhio anche al resto d’Europa, la situazione non cambia : per i francesi “travaillè” indica dolore, per i tedeschi “Arbeit” comporta “servitù”.

Com’è pertanto possibile che l’attività che dovrebbe rendere l’uomo artefice della propria esistenza , consentendogli non soltanto di provvedere al proprio (e familiare) sostentamento, ma anche la sua piena espressione, possa essere fonte di sofferenza e dolore?

Attualmente il mondo del lavoro continua a subire profondi cambiamenti, appare dunque difficile darne una descrizione dovendo muoversi tra contratti sempre più inesistenti, orari di lavoro sempre più lunghi e mal pagati, qualifiche prima richieste (obbligando il personale a ricorrere magari a corsi a pagamento), per poi sentirsi dire in un secondo momento, che “le troppe qualifiche” non servono per il posto da occupare. In questo mondo così vacillante e incerto , anche coloro che magari un posto “fisso” lo hanno, possono incorrere in difficoltà.

job burnout

Burnout – esempio di stress cronico.

Il burnout indica un disagio professionale esito di uno stress cronico, identificato dapprima nell’ambito delle occupazioni sociali e sanitarie, fino ad estendere le proprie radici nelle diverse professioni di aiuto e in quelle in cui è fortemente richiesto lavorare rapportandosi con le persone. .

Il burnout  è caratterizzato da tre componenti:

  • depersonalizzazione: aumenta la distanza psicologica  tra l’operatore (colui che presta il servizio con il proprio lavoro) e l’utente (colui che ha bisogno dell’assistenza) che viene percepito negativamente
  • esaurimento emotivo: dovuto a eccessivo coinvolgimento emozionale che comporta una sorta di effetto boomerang, per cui l’operatore tenderà a provare sempre meno empatia
  • il senso di ridotta autorealizzazione: ci si sente incapaci di poter realizzare sia nel lavoro, che nel rapporto con gli altri, le proprie capacità e aspettative

burnout

Il lavoratore è ancora presente sul lavoro, nel senso che continuerà ad andare quotidianamente a lavorare, ma mostra crisi d’identità, non riconoscendosi nè come persona, nè come lavoratore. La persona tenderà pertanto a mettere in atto risposte difensive come rigidità, indifferenza, apatia, oppure atteggiamenti quali comportamento aggressivo , tono della voce alto, improvvise crisi di rabbia. 

images534FGRTD

 

immagini google

 

Il burnout è in definitiva, un disagio da non sottovalutare. Bisogna sempre essere molto accorti e sensibili quando, nel mondo del lavoro, scorgiamo o avvertiamo segnali di disagio.  Non sottovalutiamo un collega (o noi stessi), se incominciamo a provare disagio quando semplicemente pensiamo di dover andare a lavoro . E’ molto importante intervenire tempestivamente al fine di contenere una possibile escalation del fenomeno.

 

Dott.ssa Giusy Di Maio