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Pillole di Emozioni: le fasi dello sviluppo emotivo.

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Greenspan (1997) ha proposto una successione di fasi, circa lo sviluppo emotivo:

  1. Dare un senso alle sensazioni (0-4 mesi): in questo livello, il neonato deve imparare a organizzare tutte le sensazioni che l’ambiente gli procura; sensazioni che inevitabilmente attiveranno delle risposte corporee. Egli dovrà acquisire il controllo sui movimenti, sulle sensazioni interne e sull’attenzione; dovrà inoltre imparare a mantenere la calma osservando e agendo sugli oggetti o eventi esterni. Alla fine di questo livello, il neonato avrà acquisito la capacità di regolare il proprio stato mentale.
  2. Intimità e relazione (4-8 mesi): nel momento in cui il bambino riesce a prestare attenzione a ciò che lo circonda, riesce a comprendere la presenza dell’altro. Nelle relazioni che allaccia con l’altro – in special modo il caregiver– il bambino inizia a discriminare la sfera umana dalla sfera degli oggetti inanimati.
  3. I germi dell’intenzionalità (8-12 mesi): la capacità di relazionarsi con l’altro, comprende l’essere in grado di scambiare con questo segnali e risposte. Durante tale periodo il bambino si impegna attivamente in gesti e espressioni al fine di partecipare a un dialogo preverbale. Da queste interazioni il bambino capisce che le sue azioni (e desideri) possono suscitare reazioni negli altri.
  4. Scopo e interazione (12-18 mesi): il collegamento tra emozione e azione porta il bambino a comprendere sempre di più di essere una persona che può ispirare nell’altro affetto e calore. In tale fase il repertorio gestuale si arricchisce e il bambino riesce a distinguere tra il proprio e l’altrui comportamento.
  5. Immagini, idee e simboli (18-24 mesi): la capacità di simbolizzazione acquisita permette al bambino di crearsi una immagine del mondo. E’ in questo momento che il bambino inizia a astrarre un sentimento a cui può dare anche un nome. Il raggiungimento di questa fase è dovuto sì alla crescita cognitiva ma tale sviluppo è frutto del piacere che lo stesso bambino trova nel comunicare agli altri le proprie emozioni e stati d’animo.

Lo sviluppo cognitivo e lo sviluppo affettivo-emotivo sono interdipendenti l’uno dall’altro, e innescano una serie di reazioni che potremmo quasi definire circolari.

Senza capacità ed espressioni emotive adeguate non si strutturerebbe una relazione sociale la quale, a sua volta, fornisce stimolazioni idonee allo sviluppo cognitivo; la crescita cognitiva permette – inoltre- una maggiore strutturazione ed espressione degli affetti e emozioni, andando a stipulare relazioni sociali qualitativamente diverse, a partire dalle quali si instaurano nuovi processi cognitivi, qualitativamente superiori, ai quali si agganceranno nuove capacità emotivo- relazionali.

Come affermano Waters e Sroufe (1983) “un bambino risulta competente non solo in virtù del suo livello di sviluppo sociale e cognitivo, ma nella misura in cui le capacità di regolazione emozionale consentono il coinvolgimento con l’ambiente disponibile”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

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Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’apatia

Con il termine Apatia (termine di origine greca) intendiamo impassibilità, insensibilità, assenza di passioni ( a – pàthos ). In psicologia con apatia si indica un’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente susciterebbero interesse o emozioni.

L’apatia è frequente nella depressione, dove generalmente c’è un’ impossibilità di gioire e una generale difficoltà a proiettarsi nel futuro ottimisticamente. L’apatia può essere presente nella schizofrenia dove la persona, assorta dai propri fantasmi, non riesce a reagire adeguatamente agli stimoli del mondo esterno.

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L’apatia può però anche manifestarsi in persone che non soffrono di gravi disturbi psichici, ma che vivono un forte frustrazione; una usurante condizione di vita routinaria; un forte stato d’ansia; una grave crisi affettiva o in persone che hanno passato un lungo periodo in condizioni di assenza e privazione di scambi con gli altri e con il mondo (ospedalizzazioni, lockdown, quarantena, prigione).

L’apatia potrebbe derivare da una valutazione patologica dei benefici, la sensazione personale che ogni proprio sforzo o gesto sia completamente inutile e che nulla abbia più valore. Ciò comporta un’assenza di motivazione a provare ad agire.

L’apatia, in tal senso, potrebbe essere connessa anche ad una valutazione patologica dei costi. La persona apatica ha una stima del “costo” (mentale e fisico) dei propri sforzi eccessiva. Tale condizione scoraggerebbe la persona a proseguire e a impegnarsi a modificare il proprio atteggiamento e quindi comporterebbe una riduzione dell'”impegno” e dello sforzo prodotto.

Sicuramente è possibile uscirne fuori e tornare ad assaporare la “sensibilità” alle emozioni e recuperare le passioni perdute. Non è però un lavoro facile e richiede uno sforzo enorme. Ma è una sfida che si può vincere. In genere un lavoro di psicoterapia è essenziale e dà ottimi risultati, ma nei casi in cui vi è presenza di disturbi psichici più gravi in comorbilità con l’apatia (depressione o schizofrenia, ad esempio) è necessario fare anche una terapia farmacologica insieme alla psicoterapia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Paura di morire nei bambini.

A partire dall’inizio di quest’anno ho avuto diverse richieste più o meno simili da parte di genitori allarmati per i propri figli. Queste richieste di aiuto avevano, nella loro diversità, un denominatore comune tra tutti i bambini: la paura di morire. Tutti i bambini avevano all’improvviso incubi, disturbi del sonno e pensieri più o meno brutti legati alla morte e alla paura che potessero morire.

Ovviamente per bambini e ragazzini dai 6 ai 14/15 anni è una cosa abbastanza inusuale pensare alla morte, specialmente se non vi sono state esperienze dirette e indirette di lutti e tragedie familiari. E se pure vi fossero questi pensieri legati alla morte non sarebbero così frequenti e a tratti ossessivi e preoccupanti.

Cosa sta succedendo a questi bambini?

Probabilmente questa “paura della morte” può avere un collegamento diretto con l’evoluzione della pandemia, con l’incertezza e con l’insicurezza sociale indotta da questo stato di emergenza ormai lunghissimo.

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Infatti anche secondo Watson molte paure possono essere indotte dall’osservazione, dall’imitazione e dall’esperienza diretta. Il fatto di essere stati per quasi un anno e mezzo immersi letteralmente in una “bolla” di emozioni, notizie, parole, situazioni con una enorme carica ansiogena e dai messaggi confusivi, allarmistici e a tratti terrorifici, ha decisamente abbattuto certezze e sicurezze. Una persona ed in particolare un bambino che per un lungo periodo vive sotto una minaccia terribile, sconosciuta e invisibile, anche al solo sentire la sirena di un’ambulanza può provare paura. “Il processo di associazione infatti consente il formarsi di catene di paure che nella loro parte terminale sono costituite d timori e ansie anticipatorie, lontane dagli stimoli originari” (A. Oliviero Ferraris).

Secondo Freud una delle fonti principali della paura è il senso di impotenza psichica contro l’insorgere della stimolazione pulsionale. Ciò vuol dire che le paure dei bambini possono essere considerate degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere il loro “oggetto libidico” (la madre e il padre), su cui normalmente vengono proiettate le tensioni interne, che normalmente vengono “digerite” e rese tollerabili da quegli oggetti “contenitori”. La paura di perdere il proprio oggetto d’amore è intollerabile per un bambino.

I bambini sono inoltre dei grandi osservatori e sono delle vere e proprie “spugne emotive” e la loro paura della morte può derivare quindi anche da ciò che Bowlby definiva come uno degli “indizi di pericolo” che possono scatenare la paura negli esseri umani. Gli indizi (di pericolo) culturali, che possono essere appresi mediante l’osservazione del comportamento degli adulti o degli altri bambini. Il bambino, in questo caso, non fa altro che reagire con la paura a situazioni – stimolo e ad eventi che prima venivano considerati neutri o non interessanti. La paura, attraverso questi indizi appresi, viene elaborata e interpretata come rischiosa.

La paura diventa razionale (perché pensata e osservata negli altri), ma può essere esasperata e amplificata e arrivare a diventare irrazionale perché non ben definita ed interpretata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Angoscia secondo Freud.

Il termine angoscia è spesso assimilato al concetto di ansia. Questa distinzione è legata alle lingue di origine latina, invece in tedesco e in inglese esiste un’unica parola per intendere i due concetti (rispettivamente Angst e Anxiety).

In genere il termine angoscia viene utilizzato dalla Psicoanalisi (in questo articolo vi proporrò il punto di vista di Freud a riguardo), mentre in Psicologia viene utilizzato più spesso il termine “ansia”. Del resto in linea generale i due termini restano collegati e molto spesso si intende l’ “angoscia” come una situazione emotiva più “grave” dell’ansia. Infatti l’ansia può essere considerata come uno stato emotivo, psicologico e fisiologico tutto sommato non patologico, anzi, se ben gestita, molto utile al conseguimento di obiettivi personali, ad esempio. L’angoscia, invece, potremmo considerarla come un’espressione patologica (nevrotica o psicotica) dell’ansia.

L’angoscia è differente pure dalla paura, perché la paura si riferisce a qualcosa di determinato, invece l’angoscia rimanda a qualcosa di sconosciuto, di indefinito, che ancora deve avvenire. L’angoscia ha a che fare con la possibilità che qualcosa accada.

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Secondo Freud esiste una angoscia reale e una angoscia nevrotica

L’angoscia reale si può definire come la reazione alla percezione di un pericolo esterno, è collegata al riflesso della fuga e può essere considerata un’espressione della pulsione di autoconservazione.

Fondamentalmente, lo sviluppo dell’angoscia non è mai confacente allo scopo, se essa raggiunge uno sviluppo eccessivo diventa inappropriata, paralizzando anche la fuga. Da essa hanno origine prima l’azione motoria, poi ciò che percepiamo come stato di preparazione all’angoscia.

L’angoscia quindi si riferisce allo stato che prescinde dall’oggetto, la paura richiama l’attenzione proprio sull’oggetto. L’uomo si protegge dallo spavento con l’angoscia.

Con angoscia si intende lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello sviluppo d’angoscia e chiamiamo questo stato affetto; esso comprende sia scariche motorie che sensazioni, esse sono di natura duplice, percezioni delle azioni motorie verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere: Ciò che tiene unito il tutto è la ripetizione di una determinata esperienza significativa, che risulta essere assai primordiale, qualcosa di insito nella specie.

Per quanto riguarda l’affetto d’angoscia, si pensa sia la ripetizione dell’atto della nascita, nel quale hanno luogo un misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee, che è divenuto il prototipo dell’effetto prodotto da un pericolo mortale, che da allora da noi viene ripetuto come stato d’angoscia. Quel primo stato d’angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.

L’angoscia nevrotica, trova un generale stato di ansietà, un angoscia liberamente fluttuante che è pronta ad agganciarsi ad ogni contenuto rappresentativo adatto. Questo stato può definirsi angoscia d’attesa. Le persone in questa situazione sono tormentate dall’angoscia di una possibilità terribile, sono iperansiosi e pessimisti; ciò si delinea nella nevrosi d’angoscia (nevrosi attuali).

Una seconda forma di angoscia, ma psichicamente legata, e connessa ad oggetti e situazioni, è l’angoscia delle fobie,; si possono distinguere tre gruppi di fobie.(collegata ad oggetti o animali, a situazioni, e per il terzo gruppo a situazioni a cui pare assolutamente inspiegabile un collegamento fobico).

Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie, le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. Si possono raggruppare queste fobie nell’isteria d’angoscia. Le fobie appartenenti al terzo gruppo indicano il fatto che non esiste il più che minimo accenno di pericolo incombente, quindi l’angoscia sembra ingiustificata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

I volti, le emozioni e la fiducia.

“La fiducia è uno stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto.”

Psicologia – Umberto Galimberti

La fiducia ha una influenza positiva sul comportamento delle persone e può avere anche un’ottima influenza sull’atteggiamento verso gli altri, eliminando sentimenti di inquietudine, chiusura, rifiuto e scetticismo.

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Ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre? Perché?

Si, ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre e sono quelle persone che riescono ad esprimere in modo chiaro le loro emozioni attraverso il volto. Il motivo principale è che da generalmente più evidente è quello che una persona sta provando, più siamo in grado di comprendere cosa aspettarci da lei.

In una ricerca tedesca fatta all’Università di Lubecca sono state coinvolti in una ricerca 94 volontari di entrambi i sessi. A questi volontari è stato fatto vedere un video in cui alcune donne esprimevano con il viso emozioni di paura o tristezza. Dopo la visione, i partecipanti all’esperimento, dovevano indicare ed ingrandire sullo schermo l’immagine di ciascuna di quelle donne ordinandole in base a chi avrebbero voluto avere vicino per conversare (più si considera affidabile una persona più ci avviciniamo a lei senza alcun disagio). Inoltre dovevano rispondere alle affermazioni: “vorrei incontrarla nella vita reale” – “vorrei parlarle dei miei problemi”.

Da questa ricerca è emerso che i volontari ritenevano più affidabili quelle donne del video di cui avevano compreso maggiormente le emozioni espresse e gli stati d’animo sottostanti. Inoltre i ricercatori, attraverso la risonanza magnetica funzionale, hanno potuto osservare nei volontari che si “affidavano” a quella persona del video, un’attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa, che si attivano generalmente quando si prova piacere o si ha una gratificazione.

Insomma se riusciamo a capire le emozioni dal volto di una persona ci predisponiamo sicuramente meglio nei suoi confronti e proviamo anche un senso di piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Gioia.

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La gioia può essere definita come una somma di attivazione e piacere che si manifesta con il sorriso (espressione emotiva innata, contagiosa e frequente).

Il sorriso è geneticamente programmato perché assicura, ad esempio, al neonato un’interazione positiva con la mamma e con tutte le persone atte alla sua sopravvivenza.

Secondo Ricci Bitti il sorriso può essere sia di gioia che contentezza; nello specifico il sorriso di gioia ha origine dal rapporto sociale e si accompagna a una particolare apertura e luminosità dello sguardo; si manifesta – inoltre- in conseguenza della gratificazione dei bisogni essenziali.

Secondo Izard, invece, la gioia appare in seguito a un’azione (meglio se creativa e socialmente utile), che è stata compiuta per motivi diversi dal fare piacere a se stessi.

Emozioni affini alla gioia sono:

Allegria: può essere un tratto del temperamento o un processo emotivo

Euforia: stato emotivo con forte componente fisiologica e comportamentale (iperattività, fluidità verbale, ecc.)

Contentezza: stato emotivo di intensità variabile

Felicità: stato emotivo di benessere complessivo limitato all’esperienza immediata.

Secondo le ricerche compiute sul tema, sembra che il buonumore comporti effetti positivi anche sulle capacità di apprendimento, il quale sembra essere migliore (più forte e duraturo), se si è allegri durante la presentazione del materiale di studio o da ricordare. A tal proposito, Bower, sostiene che si ricordi meglio il materiale verbale o visivo che si accorda con lo stato emotivo del soggetto in quel momento. Questo effetto è più accentuato nel caso di emozione positiva. Secondo Bower, la spiegazione di tale fenomeno risiede nel fatto che la memoria è una rete associativa i cui nodi tengono conto non solo degli aspetti di contenuto ma anche di quelli emozionali.

L’essere di buon umore influenza inoltre altri aspetti del pensiero come:

i processi di categorizzazione

la velocità ed efficacia nel risolvere vari tipi di problemi (problem solving)

la capacità di previsione, descrizione e assunzione rischi.

Isen e collaboratori hanno analizzato le modificazioni che gli stati d’animo hanno sui processi cognitivi. Quando si è di buon umore si producono più associazioni positive, inoltre le persone positive hanno maggior flessibilità mentale.

Le persone positive, inoltre, risolvono i problemi di flessibilità e creatività con più facilità.

Le persone allegre tendono inoltre ad attuare il mood maintenance quel procedimento che tiene lontane le persone gioiose da situazioni di rischio serie perché si tende a mantenere l’umore di partenza (quello allegro).

L’effetto del sentirsi sereni, allegri e gioiosi ha ripercussioni anche sul comportamento sociale si tende infatti ad incontrare maggiormente persone, amici, parenti e si incorre nell’helping behaviour.

Si tratta dell’associazione tra buonumore e altruismo. Quando le persone sono più allegre si rendono più utili; questo fenomeno è stato spiegato anche con il mood maintenance perché le persone di buonumore tendono ad evitare quelle tristi per mantenere il proprio livello di benessere, ecco perché persone tristi e allegre difficilmente andranno d’accordo..

Ognuno protegge il proprio stato d’animo e il proprio vissuto emozionale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La motivazione.

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Nuttin nel 1973 ci spiega la motivazione come una serie di processi coinvolti nella determinazione del comportamento; la motivazione è quindi uno stato interiore in virtù del quale un organismo intraprende una determinata azione.

In letteratura, i concetti relativi alla motivazione possono essere distinti in due grandi gruppi, a seconda che guardino al polo interno (l’impulso e la tendenza dell’individuo) o al polo esterno (valenza specifica dell’oggetto). Al primo gruppo appartengono concetti come bisogno, tensione, drive (stato temporaneo dell’organismo prodotto dalla mancanza di qualcosa di necessario o da una stimolazione dolorosa che decresce nel momento in cui viene raggiungo l’obiettivo), istinto, ecc.. mentre al secondo concetti come valenza, valore, valore affettivo, e così via.

Gli stati pulsionali che determinano il comportamento si distinguono in stati pulsionali momentanei (desideri, bisogni, intenzioni), e disposizioni motivazionali stabili definite come tratti stabili della personalità che innescano un processo di pensiero sulle opportunità da sfruttare per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Nel processo motivazionale intervengono incentivi (estrinseci e intrinseci) ovvero ricompense che muovono verso scopi e obiettivi.

Nello studio sulla motivazione sono stati riconosciuti diversi livelli, sulla base dei concetti ad esempio di riflesso, istinto e pulsione.

I riflessi sono definiti come forme di attività dell’organismo biologico in reazione a stimoli esterni e/o interni; gli istinti sono sequenze comportamentali automatiche dirette verso una meta in relazione a sollecitazioni ambientali; le pulsioni sono forze interne dell’organismo correlate a una serie di bisogni naturali, non costituiti secondo una sequenza standard poichè intervengono la rappresentazione in termini sia cognitivi sia motivazionali e le modalità strumentali per la soddisfazione, pertanto non costituiscono una sequenza prefissata.

Pulsione e bisogno, inoltre, solo all’apparenza risultano due concetti interscambiabili poiché la pulsione è una spinta interna determinata da aspetti biologici, mentre il bisogno è ciò che fornisce contenuto concreto alla spinta.

I bisogno quindi non appaiono connessi con le pulsioni fisiologiche, ma con aspetti complessi della vita umana (es valori astratti) e possono dipendere dalla relazione con il mondo sociale.

Nel dibattito contemporaneo si considera la motivazione come quel qualcosa che crea, dirige e finalizza il comportamento umano e soprattutto, non c’è più separazione tra emozione e motivazione ma anzi, la motivazione viene studiata in intreccio/relazione all’emozione provata.

Viene attualmente considerato un sistema unico cognitivo-motivazionale-emotivo all’interno del quale la motivazione al raggiungimento di uno scopo origina il comportamento e, una volta raggiunto (o meno) lo scopo, si genera un vissuto emozionale che a sua volta determina (rinforzando o meno), il comportamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.