Archivi tag: emozioni

Il disgusto

“Reazioni molto intense di disgusto tradiscono il loro carattere di formazione reattiva[…]. Il disgusto degli isterici in risposta a tentazioni sessuali può considerarsi una negazione estrema delle inconsce tendenze sessuali ricettive”

O. Fenichel
Cos’è il disgusto? – ilpensierononlineare – #Youtubeshorts

Il Disgusto è una reazione emotiva complessa fondamentale, ma a volte può diventare anche patologica..

https://youtube.com/shorts/R8_xtIyV6VY?feature=share

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La tristezza   è davvero solo negativa? #YoutubeShorts #ilpensierononlineare #saluteMentale.

Quanto è negativa la tristezza?
Tristezza pervasiva.
Sono triste allora: che faccio?

#PromozioneDelBenesserePsicologico

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La motivazione.

Photo by Daria Shevtsova on Pexels.com

Nuttin nel 1973 ci spiega la motivazione come una serie di processi coinvolti nella determinazione del comportamento; la motivazione è quindi uno stato interiore in virtù del quale un organismo intraprende una determinata azione.

In letteratura, i concetti relativi alla motivazione possono essere distinti in due grandi gruppi, a seconda che guardino al polo interno (l’impulso e la tendenza dell’individuo) o al polo esterno (valenza specifica dell’oggetto). Al primo gruppo appartengono concetti come bisogno, tensione, drive (stato temporaneo dell’organismo prodotto dalla mancanza di qualcosa di necessario o da una stimolazione dolorosa che decresce nel momento in cui viene raggiungo l’obiettivo), istinto, ecc.. mentre al secondo concetti come valenza, valore, valore affettivo, e così via.

Gli stati pulsionali che determinano il comportamento si distinguono in stati pulsionali momentanei (desideri, bisogni, intenzioni), e disposizioni motivazionali stabili definite come tratti stabili della personalità che innescano un processo di pensiero sulle opportunità da sfruttare per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Nel processo motivazionale intervengono incentivi (estrinseci e intrinseci) ovvero ricompense che muovono verso scopi e obiettivi.

Nello studio sulla motivazione sono stati riconosciuti diversi livelli, sulla base dei concetti ad esempio di riflesso, istinto e pulsione.

I riflessi sono definiti come forme di attività dell’organismo biologico in reazione a stimoli esterni e/o interni; gli istinti sono sequenze comportamentali automatiche dirette verso una meta in relazione a sollecitazioni ambientali; le pulsioni sono forze interne dell’organismo correlate a una serie di bisogni naturali, non costituiti secondo una sequenza standard poichè intervengono la rappresentazione in termini sia cognitivi sia motivazionali e le modalità strumentali per la soddisfazione, pertanto non costituiscono una sequenza prefissata.

Pulsione e bisogno, inoltre, solo all’apparenza risultano due concetti interscambiabili poiché la pulsione è una spinta interna determinata da aspetti biologici, mentre il bisogno è ciò che fornisce contenuto concreto alla spinta.

I bisogno quindi non appaiono connessi con le pulsioni fisiologiche, ma con aspetti complessi della vita umana (es valori astratti) e possono dipendere dalla relazione con il mondo sociale.

Nel dibattito contemporaneo si considera la motivazione come quel qualcosa che crea, dirige e finalizza il comportamento umano e soprattutto, non c’è più separazione tra emozione e motivazione ma anzi, la motivazione viene studiata in intreccio/relazione all’emozione provata.

Viene attualmente considerato un sistema unico cognitivo-motivazionale-emotivo all’interno del quale la motivazione al raggiungimento di uno scopo origina il comportamento e, una volta raggiunto (o meno) lo scopo, si genera un vissuto emozionale che a sua volta determina (rinforzando o meno), il comportamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

Photo by Pixabay on Pexels.com

I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Intrecci di Memoria: autobiografica e storica – Podcast

La nostra prossima tappa ci permetterà di viaggiare in quella parte della nostra mente dove persistono i ricordi. Memorie di Immagini, odori, sapori, sensazioni.. suoni.. emozioni.. ricordi, che si intrecciano e danno vita alla nostra memoria autobiografica, ma anche alla memoria collettiva e storica.
Come possono intrecciarsi la memoria autobiografica e la memoria storica?
Scopriamolo insieme.. buon ascolto!

Intrecci di Memoria: autobiografica e storica – Podcast – In viaggio con la Psicologia
Intrecci di Memoria: autobiografica e storica – Podcast – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Emozioni in movimento..

“Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento”

Carl Gustav Jung
Photo by Thirdman on Pexels.com

Gli stati emotivi possono agire come motivo e come carburante del “comportamento” motivato. Un emozione paurosa, ad esempio, può determinare una spinta alla fuga; così come un’emozione gioiosa promuove una ricerca della sua ripetizione; il sesso, non è solo una fonte di vissuti emotivi , ma anche una potente motivazione che determina un comportamento,

Motivazione ed emozione sono quindi strettamente legati e sono alla base delle manifestazioni emotive.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ti voglio bene (veramente).

Per una serie di motivi, mi sono imbattuta in questo video.

Lasciamo per un attimo da parte le questioni di gusto; qua si parla di sentire emotivo (corsivo mio, in letteratura il concetto è ancora poco indagato).

Durante il canto Mengoni piange; la commozione diviene tale da impedirgli di proseguire con il canto.

Riconosco nella gestualità del ragazzo, nell’analogico, il senso di sconfitta per una perdita; la perdita della speranza, l’attesa, il vuoto e la veloce presa di coscienza: ti (ho) voluto bene veramente.

L’uso del tempo passato.

Il suo sentire emotivo prende il sopravvento fino a fargli sentire le sue stesse emozioni.

Le emozioni si rigirano come onda e (s)battono sul cantante che diviene scoglio in balìa della situazione.

Sarà che mi sono trovata nella stessa identica situazione (ah no.. Avevo uno scomodo vestito e dei tacchi che erano, invece, scomodissimi), ma sento il sentire del ragazzo.

Siamo molto abituati (troppo) a costruzioni costruite talmente finemente, da celare l’umano fino a renderlo materia opaca alla sua stessa essenza; corpo esposto – certo- a riflettori, però, che sono essi stessi rifrazione di finzione.

Marco piange, si emoziona e poco conta se il pezzo è bello, brutto o commerciale.

Marco si emoziona di sentire sincero, quel sentire che mi fa ricordare di una cosa:

Ti voglio bene veramente.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pillole di Emozioni: le fasi dello sviluppo emotivo.

Photo by Helena Lopes on Pexels.com

Greenspan (1997) ha proposto una successione di fasi, circa lo sviluppo emotivo:

  1. Dare un senso alle sensazioni (0-4 mesi): in questo livello, il neonato deve imparare a organizzare tutte le sensazioni che l’ambiente gli procura; sensazioni che inevitabilmente attiveranno delle risposte corporee. Egli dovrà acquisire il controllo sui movimenti, sulle sensazioni interne e sull’attenzione; dovrà inoltre imparare a mantenere la calma osservando e agendo sugli oggetti o eventi esterni. Alla fine di questo livello, il neonato avrà acquisito la capacità di regolare il proprio stato mentale.
  2. Intimità e relazione (4-8 mesi): nel momento in cui il bambino riesce a prestare attenzione a ciò che lo circonda, riesce a comprendere la presenza dell’altro. Nelle relazioni che allaccia con l’altro – in special modo il caregiver– il bambino inizia a discriminare la sfera umana dalla sfera degli oggetti inanimati.
  3. I germi dell’intenzionalità (8-12 mesi): la capacità di relazionarsi con l’altro, comprende l’essere in grado di scambiare con questo segnali e risposte. Durante tale periodo il bambino si impegna attivamente in gesti e espressioni al fine di partecipare a un dialogo preverbale. Da queste interazioni il bambino capisce che le sue azioni (e desideri) possono suscitare reazioni negli altri.
  4. Scopo e interazione (12-18 mesi): il collegamento tra emozione e azione porta il bambino a comprendere sempre di più di essere una persona che può ispirare nell’altro affetto e calore. In tale fase il repertorio gestuale si arricchisce e il bambino riesce a distinguere tra il proprio e l’altrui comportamento.
  5. Immagini, idee e simboli (18-24 mesi): la capacità di simbolizzazione acquisita permette al bambino di crearsi una immagine del mondo. E’ in questo momento che il bambino inizia a astrarre un sentimento a cui può dare anche un nome. Il raggiungimento di questa fase è dovuto sì alla crescita cognitiva ma tale sviluppo è frutto del piacere che lo stesso bambino trova nel comunicare agli altri le proprie emozioni e stati d’animo.

Lo sviluppo cognitivo e lo sviluppo affettivo-emotivo sono interdipendenti l’uno dall’altro, e innescano una serie di reazioni che potremmo quasi definire circolari.

Senza capacità ed espressioni emotive adeguate non si strutturerebbe una relazione sociale la quale, a sua volta, fornisce stimolazioni idonee allo sviluppo cognitivo; la crescita cognitiva permette – inoltre- una maggiore strutturazione ed espressione degli affetti e emozioni, andando a stipulare relazioni sociali qualitativamente diverse, a partire dalle quali si instaurano nuovi processi cognitivi, qualitativamente superiori, ai quali si agganceranno nuove capacità emotivo- relazionali.

Come affermano Waters e Sroufe (1983) “un bambino risulta competente non solo in virtù del suo livello di sviluppo sociale e cognitivo, ma nella misura in cui le capacità di regolazione emozionale consentono il coinvolgimento con l’ambiente disponibile”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.