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Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

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I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Autolesionismo (Self injury) – Il dolore celato.

Questa sera ripropongo un articolo di qualche tempo fa sull’autolesionismo. Un problema abbastanza diffuso tra i giovani e i meno giovani, che ha un peso specifico non indifferente nelle vite delle persone che ne soffrono. L’espressione fisica di un dolore per lo più celato, non condivisibile.. ma spesso l’impossibilità del non detto e dell’espressione emotiva, diventa emulazione pericolosa. Insomma un problema molto complesso e dalle tante sfaccettature. Buona lettura!

ilpensierononlineare

L’autolesionismo (in adolescenza) si potrebbe definire come una forma di aggressività auto diretta atta a “scaricare e svuotare” una sensazione di “pieno” malessere interiore che può essere legato a situazioni personali o interpersonali.

È
un fenomeno comportamentale già ampiamente trattato e discusso in letteratura.
Ha radici ampie e molto profonde nelle persone, nella società, nelle diverse
culture e religioni.

Negli ultimi anni questo comportamento pare abbia assunto connotazioni differenti. Difatti la diffusione delle immagini e dei video degli “atti” di self injury, attraverso la rete e i social, funge da rapido “veicolo contenitore” e da amplificatore, per le nuove generazioni di adolescenti. Questi “luoghi del virtuale” raccolgono l’espressione di una collettività che vuole restare invisibile, ma che cerca la visibilità e che si serve del mezzo virtuale per trovare altri simili e limitare così la solitudine che…

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L’importanza del “NO”.

Negli ultimi tempi in molte famiglie è cresciuto l’interesse per le emozioni dei bambini e dei loro vissuti personali. Questo interesse ad approfondire e sensibilizzarsi alle necessità dei bambini è decisamente una cosa molto positiva. Ma questo interesse, a quanto pare, va di pari passo con la necessità di molti genitori di evitare nei loro figli l’emergere di emozioni negative e quindi assolutamente da nascondere.

Per molti adulti, il modo più semplice per evitare (ed evitarsi) sensazioni spiacevoli e frustrazioni (rabbia, tristezza, pianto) è quello di abolire l’uso del “no”. C’è infatti una abitudine molto condivisa nelle giovani coppie di genitori “a lasciar perdere” a “non porre dei limiti” ai propri piccoli.

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Le reazioni di frustrazione dei bambini, sono abbastanza normali e comuni, semplicemente perchè i bambini piccoli, sono ancora caratterizzati da un egocentrismo molto marcato. Quindi questa loro “posizione cognitiva” li porta a voler avere tutto, e a voler vedere soddisfatte tutte le loro richieste e tutti i loro desideri, subito. Purtroppo la maggior parte dei genitori davanti alla possibilità di una reazione “esagitata” e negativa del bambino, tendono ad assecondare tutte le richieste e spesso a concedere anche di più. Queste concessioni spesso non sono pensate e possono portare qualche volta a conseguenze spiacevoli.

Pare che la tendenza degli adulti è quella di voler rimandare, in qualche modo, il periodo dei divieti, delle regole e dei no, all’adolescenza. o almeno ai primi anni di scuola primaria (7-8 anni), dove l’intercessione e l’aiuto sperato della scuola e degli insegnanti può rivelarsi a quel punto un po’ caotico. Spesso infatti tanti conflitti tra le famiglie e la scuola hanno origine nella gestione del comportamento dei bambini a scuola.

I primi “no” hanno un ruolo importantissimo nello sviluppo del bambino e con essi le prime emozioni negative. Lo stesso Psicologo infantile René Spitz mostrò l’importanza delle proibizioni fin dal primo anno di vita del bambino. In particolare Spitz studiò le interazioni adulto – bambino sin da quando quest’ultimo comincia a muoversi in maniera indipendente e volontaria (quando gattona o muove i primi passi e comincia a manipolare con interesse gli oggetti) e quindi può fare cose che lo possono mettere in pericolo. Egli mostrò che il bimbo piccolo, in genere, ripete verbalmente il no dell’adulto, accompagnandolo anche con il gesto della negazione con la testa. Tuttavia capita che il bambino torni sull’oggetto “proibito”, perché troppo attratto da esso, pur continuando a ripetere il “no”. L’adulto spesso interpreta questo movimento verso l’oggetto negato del bambino, come un atto di sfida. In realtà non è proprio così, in quel caso il bambino ha bisogno solo di avere una conferma e quindi anche di una risposta coerente, che lo possa portare ad “apprendere” quel no.

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Insomma, secondo Spitz, l’esperienza del “no” è una tappa fondamentale per lo sviluppo del bambino piccolo, che coinvolge sia aspetti emotivi che cognitivi. Infatti, identificandosi con la madre, che attraverso la negazione di un atto, gli sta infliggendo una frustrazione, il bambino ne riesce ad interiorizzare il divieto e il significato di questo, così potrà poi superare la sensazione di frustrazione in maniera positiva. In questo modo, compare per la prima volta anche una parola (il no), che prende un significato e sostituisce un gesto o un’azione.

Grazie all’uso dei primi “no” diventa possibile uno scambio reciproco, comunicativo, che genera le prime astrazioni. Il no quindi ha un significato determinante anche per la strutturazione dell’identità e per il carattere del bambino, che avrà la possibilità di far fronte alle frustrazioni e alle difficoltà.

Il divieto e la negazione, provocano certamente un disagio e malessere nel bambino, ma di contro rappresentano una fase di sviluppo importante.

Ma affinchè il “no” funzioni bisogna sia usato con coerenza e fermezza, ciò non vuol dire che bisogna dirlo in modo adirato, anzi il contrario, deve essere utilizzato con tono pacato, ma fermo e sempre motivato. Dirlo in maniera adirata creerebbe solo confusione e non avrebbe un peso comunicativo adeguato. Ovviamente ai no devono assolutamente essere collegati molti “si”, anch’essi coerenti e adeguati.

Insomma l’uso dei “no” deve essere un’occasione anche per gli adulti, per “crescere” insieme al bambino, come genitori consapevoli dell’importanza del loro ruolo e della chiarezza della comunicazione nelle relazioni con i propri bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Paura e panico.

Oggi voglio parlarvi della paura e del suo esito più estremo il panico (approfondirò poi in un prossimo articolo il disturbo da attacchi di panico). Potremmo considerare il panico come quella sensazione di paura incontrollabile che può prenderci alla sprovvista e che ci rende impotenti. Spesso questa sensazione può avere delle connessioni con fattori oggettivi esterni, ma tante volte può alimentarsi con fattori interni all’individuo. La paura può infatti essere condizionata anche dall’interpretazione falsata di segnali esterni. La persona che la prova, per esempio, percepisce come pericolosi segnali che per altre persone risultano innocui e decisamente affrontabili.

Una crisi di panico può verificarsi sia in situazioni oggettivamente critiche e pericolose (incidenti, disastri, incendi…) sia in situazioni legate a luoghi della quotidianità (in supermercato, in ascensore, al cinema, in auto, per strada..), “l’elemento comune è che la persona perde il dominio di sé, dei propri atti e pensieri e cade sotto il dominio delle percezioni trasmessele dal contesto: spazio, rumori, luci, ombre. Si tratta […] di un disturbo che nei casi più gravi porta le persone che ne sono afflitte a non uscire di casa e/o ad avere sempre bisogno di una presenza rassicurante accanto a sé.” (Anna Oliverio Ferraris)

In alcuni studi e ricerche i ricercatori hanno potuto osservare che per far si che una situazione di ansia o paura si tramuti in panico in genere la persona si deve sentire anche psicologicamente isolata, senza riferimenti e magari in presenza di altre persone molto spaventate, impotenti e incapaci di dare sostegno o aiuto.

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Quindi ciò che può predisporre una persona al panico, è un sentimento e un vissuto personale di impotenza e solitudine, oltre alle situazioni oggettive che si possono vivere in prima persona e che possono fungere da innesco al panico. Il fatto di sentirsi soli, senza una via di scampo e senza il possibile sostegno o il conforto di qualcuno, provoca una sensazione di smarrimento che quindi porta ad uno degli esiti più estremi della paura.

Questa emozione così forte e così dissestante ha una funzione originaria totalmente diversa. Essa preparava e organizzava la risposta personale e adattiva attraverso l’istinto di sopravvivenza, ad un evento reputato come potenzialmente pericoloso. La risposta poteva essere di difesa, attacco o fuga.

La paura è una emozione primaria importantissima e funzionale alla propria sopravvivenza e alla sopravvivenza degli altri, perché è facilmente riconoscibile dagli altri(se mi spavento per qualcosa allerterò gli altri, che se potenzialmente in pericolo potrebbero salvarsi). La paura si può quindi considerare come una emozione positiva (anche se è sempre vista nella sua accezione negativa).

Chi non ha paura?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Pierino!! Che hai combinato!”

Immagine Personale : “Ridi pagliaccio!”

Pierino.. il monello per eccellenza, onnipresente in tutte le barzellette. Difficilmente vi sarà capitato di non ascoltare di qualsivoglia vicenda occorsa al malcapitato bambino che, vittima o pasticcione ne combina di tutti i colori.

Stamattina riflettevo proprio sull’importanza dello scherzo e dell’umorismo.

“Scherzando si può dire tutto, anche la verità”.

S.Freud.

L’umorismo è anche considerato dallo stesso Freud, come un potente meccanismo di difesa poichè in tale accezione, una battuta, permette di bloccare le emozioni spiacevoli consentendo un risparmio di energia psichica.

Buona risata a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Benessere Psicologico e attività fisica.

È ormai provato da diversi studi che l’attività fisica ha un ruolo importante nel ridurre gli effetti negativi dello stress: aiuta a scaricare la tensione e grazie al rilascio di endorfine di provare sensazioni di maggiore benessere alla fine dell’attività fisica. In uno studio condotto nel sud della California (Rancho Bernardo Study) su persone con età comprese dai 50 agli 89 anni, è stato evidenziato che le persone che praticano esercizio fisico hanno un umore meno depresso.
La sensazione di beneficio immediato è però generalmente momentanea e si riduce notevolmente quando si ritorna alla quotidianità. Per un effetto più duraturo è possibile intraprendere un vero e proprio percorso verso il benessere che affianchi all’attività fisica un supporto psicologico mirato e dedicato. L’esercizio fisico può avere buoni effetti preventivi e può essere un buon alleato, affiancando la psicoterapia, per il trattamento dei disturbi dell’umore (depressione), dei disturbi legati all’ansia e allo stress o dei disturbi correlati a quest’ultimi (disturbi alimentari).

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Mente e corpo non possono essere trattate come entità distinte e separate. Troppo spesso infatti si pone maggiore attenzione ai sintomi fisici, ai disturbi del corpo e si tralasciano o si ignorano i disturbi di derivazione prettamente psicologica.

L’ O.M.S., Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito la salute come “stato di completo benessere fisico, psichico, sociale e non semplice assenza di malattia” (O.M.S.,1948). Il benessere deve essere inteso come “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Questi sono i presupposti fondamentali per intraprendere un percorso personale che guardi al proprio benessere
in modo più ampio e più completo.

L’esercizio fisico aumenta il livello di serotonina, aumenta la produzione di endorfine e riduce il livello di cortisolo nel sangue (l’ormone coinvolto nello stress e nella depressione). L’attività fisica può essere di qualsiasi tipo (anche una passeggiata ), deve essere congeniale alla persona che la pratica, perché uno dei requisiti principali è che possa essere soddisfacente e piacevole per chi la pratica.

Concludendo, in un percorso terapeutico integrato e mirato al benessere psicologico della persona ì, l’incontro con lo psicologo-psicoterapeuta sarà quindi finalizzato al raggiungimento di obiettivi personali che possano garantire un equilibrio tra mente-corpo e contesto e che possono passare anche attraverso un cambiamento in positivo del proprio stile di vita. L’attività fisica è quindi un buon “antidoto” contro l’umore depresso e ha un ottimo riscontro anche come “catalizzatore” dell’autostima, ma di contro può innescare anche dei vissuti di inadeguatezza, insoddisfazione e calo dell’autostima, se determinati obiettivi prefissati non vengono raggiunti (perciò è molto utile affiancare i due interventi).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Raccontare per raccontarsi.

Immagine Personale.

Negli ultimi anni, affiancate alla classica psicoterapia psicodinamica si sono incominciate a diffondere e a sperimentare tutta una serie di tecniche di intervento che vedono l’utilizzo di diverse forme di arte e di espressione (la scrittura, le arti figurative e la musica, per citarne alcune). La sperimentazione prima e il successivo utilizzo di queste tecniche, ha visto un largo uso – ad esempio della musica- in particolar modo nell’ambito dei contesti di riabilitazione e reinserimento sociale, motivo per cui, sono in aumento le ricerche che si occupano dei possibili effetti dell’ascolto o della pratica della musica.

Se originariamente tali ricerche si sono occupate dell’uso della musica in particolare per specifiche patologie neurodegenerative (morbo di Parkinson o Alzheimer per citarne alcune), attualmente è ormai sempre più frequente l’utilizzo della musica come un successivo supporto alla psicoterapia classica, presentandosi come un ulteriore canale di supporto per la persona.

Sembra che la musica possa aiutare a dar voce e corpo a tutte quelle sensazioni e emozioni che per alcuni, possono essere difficili da esprimere verbalmente nel solo contesto gruppale o nella stanza d’analisi.

“Attraverso il fenomeno musicale si può intuire il rapporto tra Io ideale e ideale dell’Io, a cui fa da contrappunto l’oscillazione tra relazione narcisistica e relazione duale (…) Il mito, l’Io ideale per rappresentarsi, ha bisogno dell’ideale dell’Io, un derivato del narcisismo, che ha una funzione di ponte tra Io ideale, Super Io, Io”. (Semi,A., “Trattato di Psicanalisi, p.,878, 1989)

Progetti per progettare un domani.

“Puortame là fore” è una canzone Rap scritta dai ragazzi dell’IPM di Airola (Bn) e interpretato insieme a Lucariello e Raiz (rispettivamente Luca Caiazzo e Gennaro della Volpe, artisti molto conosciuti e piuttosto attivi nel panorama della musica rap e alternativa napoletana). La stesura di questa canzone è nata nell’ambito di un progetto (di gruppo), di laboratorio di scrittura/tecnico del suono condotto nell’istituto insieme a una Onlus nell’ambito del progetto “il palcoscenico della legalità”. Anche nell’istituto minorile di Bologna, la musicoterapia è ormai prassi consolidata, grazie all’attività dell’associazione Mozart14 (fondata dal Maestro Claudio Abbado).

Nonostante gli eterni anni di studio classico (mi riferisco agli studi di pianoforte portati avanti negli ambienti accademici scanditi da costanti tendiniti e infiammazioni ai polsi), il personale interesse verso forme di comunicazione come quella Rap, continua ad entusiasmarmi e ad aprirmi continui campi di indagine.

Oggi condivido (approfittando del compleanno del frontman) con voi, un pezzo che considero profondamente evocativo di un preciso periodo storico/sociale; si tratta di “Curre Curre Guagliò” il cui album dall’omonimo titolo sarà inserito dalla rivista Rolling Stone Italia nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre (alla posizione 49). Il testo della canzone (a cui verranno apportate delle censure) sarà invece inserito in un’antologia della letteratura italiana per scuole superiori.

https://www.youtube.com/watch?v=MVNgLcJ0PiY

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.