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L’Ottimismo: il bicchiere mezzo pieno.

L’ottimismo non è un’illusione psicologica, non riguarda nulla di improbabile e non deve essere confuso e circoscritto a sinonimo di “entusiasmo forzato” e quindi di un atteggiamento personale che porta alla negazione della realtà. Le persone con un atteggiamento ottimista verso la vita sono perfettamente coscienti dei problemi, ma li affrontano e provano a risolverli in maniera costruttiva, senza autodisprezzo o fatalismo.

Il vero ottimista non è quello che mostra un sorriso beato e per molti versi falso, non è l’incosciente o lo strafottente; il vero ottimista ha sostanzialmente fiducia nelle proprie capacità di gestire le situazioni, sa che può contare su se stesso o su un aiuto, non si irrigidisce nelle sue posizioni e nelle sue idee, non arriva a conclusioni affrettate e conosce i propri limiti.

Alcuni studi hanno dimostrato che l’essere ottimisti rende in generale le persone più “felici” della media. Inoltre le donne, ad esempio, con uno stile di approccio alla vita ottimista, sono meno predisposte a sviluppare una depressione post partum e reagiscono con più efficacia alle cure dopo un operazione. Un visione ottimistica e un approccio altrettanto ottimista ad una patologia rende più efficaci le cure, è stato infatti dimostrato che le persone ottimiste avrebbero difese immunitarie più efficaci della media.

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Ma possiamo essere sempre ottimisti in qualsiasi circostanza?

Probabilmente no. L’ottimismo e il pessimismo sono entrambi utili e questo ce lo dice l’evoluzione. Entrambi questi stati mentali sono utilissimi all’anticipazione (la tendenza naturale a prepararsi ad una situazione incerta e pericolosa) e quindi alla sopravvivenza. Infatti nella maggior parte delle situazioni in cui non vi è una minaccia imminente, l’ottimismo sembra essere la strategia migliore perché permette alle persone di orientarsi agli obiettivi, di raccogliere risorse personali e infine di orientarsi alla curiosità e quindi alle nuove opportunità.

Il pessimismo sarà invece molto utile quando si vive una situazione potenzialmente pericolosa, in questo caso l’essere temporaneamente pessimisti permette di concentrare tutte le risorse cognitive personali per far fronte alla minaccia. Il pessimismo permette anche di relativizzare la delusione che si prova quando si deve riconoscere che non si può raggiungere l’obiettivo che era stato deciso in precedenza.

L’ideale sarebbe poter essere flessibili e saper “utilizzare” l’essere pessimisti per il tempo necessario e l’essere ottimisti per il tempo restante. Flessibili ed equilibrati, senza sbilanciarsi verso un ottimismo forzato o un pessimismo rigido ed esasperante.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Come il nostro cervello percepisce il corpo: BIID.

Avete mai pensato a come il nostro cervello si rappresenti il corpo? In che modo lo fa?

Un neurochirurgo canadese nato alla fine dell’ottocento, Wilder Penfield, fu il primo a descrivere una possibile rappresentazione del nostro corpo sulla corteccia cerebrale. Questa rappresentazione è poi diventata nota con il nome di Omunculus.

L’omuncolo non è altro che un disegno in cui sono rappresentate le parti del nostro corpo sulla superfice della corteccia motoria e sensitiva con dimensioni più o meno alterate ad identificare la quantità di corteccia cerebrale deputata ad innervare le varie parti del corpo rappresentate.

Nell’immagine sotto riportata, si può notare che le mani, le labbra e la lingua occupano molta più corteccia di quanta ne occupa il busto. In effetti eseguono movimenti più precisi e hanno bisogno di una maggiore innervazione perché sono recettori di una grandissima quantità di stimoli sensoriali. Le mappe corporee sono però in qualche modo differenti ed individuali e anche plasmate dall’ambiente in cui viviamo. Un chirurgo o un musicista, avranno una rappresentazione più ampia e sofisticata delle mani proprio perchè hanno avuto bisogno per anni di aver maggiore abilità con gli arti superiori.

Omunculus – immagine google – Consciously Connected

I sensi che concorrono alla rappresentazione di un’immagine di sé quali sono e in che modo lo fanno? Il senso del soma che riguarda la consapevolezza completa del nostro corpo, che si muove nello spazio è generato dalla presenza di diverse sensazioni che arrivano alla corteccia cerebrale.

Il tatto attraverso i suoi recettori sparsi per tutto il corpo invia le informazioni al cervello e lo informa rispetto a tutto ciò che succede (urti, pressioni leggere, intense e profonde). Il tatto attraverso questo lavoro continuo contribuisce alla consapevolezza del nostro corpo nel mondo.

La termocezione ha a che fare con la percezione di caldo o freddo, ci dà la sensazione dei contorni del nostro corpo. Pensiamo a quando siamo esposti al sole o a quando ci scorre a dosso acqua fredda o calda.

La nocicezione invece ci informa delle sensazioni di dolore, che vengono veicolate al cervello per mezzo di appositi recettori. Il dolore può essere percepito in diversi modi, può essere urticante, profondo, da compressione, da taglio. La sensazione di dolore cronico (reale o immaginario) può contribuire in maniera significativa alla nostra immagine corporea.

L’equilibrio ci dà la possibilità di muoverci nello spazio correttamente e senza cadere. Proviene da alcuni recettori posti nel vestibolo dell’orecchio interno.

La propriocezione, infine, è la percezione esatta delle nostre parti del corpo nell’ambiente e del loro movimento e posizione nello spazio che ci circonda. Senza la propriocezione saremmo costretti, per muovere le gambe e le braccia o per camminare, a seguirli con lo sguardo.

In riferimento al BIID, trattato dalla collega nel post di ieri, un disturbo della schema corporeo che coinvolge anche l’identità della persona va indagato non soltanto guardando ad una possibile alterazione cerebrale. Peter Brugger per quanto concerne i pazienti affetti da BIID ha proposto uno schema che vede l’intersezione tra cervello società e mente. Indicando come vi sia una correlazione tra i correlati neuronali del corpo misurabili nel cervello e le norme culturali condivise sull’aspetto corporeo e la percezione dell’aspetto corporeo. Insomma non c’è secondo Brugger una spiegazione univoca e semplicistica del disturbo in questione, ma il tutto va ricercato in una commistione stretta tra gli aspetti prettamente neurologici, sociali e psicologici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

dott. Gennaro Rinaldi