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Mass Murderers: Assassini di massa (Pt2).

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Prima parte.

Dopo aver affrontato il fenomeno dei mass murderers in America, cosa sappiamo dell’Italia?

Una prima caratteristica che va evidenziata, circa il territorio italiano, è che in Italia gli omicidi in famiglia sono commessi in numero maggiore rispetto al territorio americano presentandosi come i crimini maggiormente commessi (in termini di omicidi).

La maggior parte di questi crimini avviene nelle famiglie definite “multiproblematiche” ovvero un gruppo familiare composto da due o più persone in cui più della metà dei membri ha sperimentato dei problemi di pertinenza di un servizio sociale/ sociosanitario o legale. Un esempio può essere un gruppo familiare in cui il padre è magari dedito all’abuso di alcool o sostanze, non svolge il proprio ruolo paterno e aggredisce fisicamente, verbalmente e psicologicamente la moglie che appare come una vittima passiva di quanto accade. Il bambino potrebbe ad esempio, assumere il padre come modello e identificarsi con questa figura tanto da ripetere i suoi schemi di comportamento diventando ad esempio un sadico. Può anche accadere che il bambino rifiuti questo modello comportamentale e arrivi ad identificarsi con una figura sostitutiva sana, nonno, zio, e così via.

In altri casi, invece, accade che la famiglia sia complice dell’assassino ignorando (nell’illusione di proteggere il suo membro interno e quindi l’intero gruppo familiare stesso), ciò che sta accadendo, non dando peso ai primi segnali di malessere o “stranezza” fino a giungere alla negazione del malessere stesso.

I family mass-murder sono diffusi soprattutto in provincia e si configurano come veri e propri “suicidi allargati”, nei quali la componente depressiva si unisce ad un’aggressione di tipo punitivo verso l’altro, scatenata dall’idea ossessiva di aver subito un torto intollerabile.

Nella quasi totalità dei casi l’assassino è di sesso maschile, ha un’età compresa tra i 29 e i 54 anni ed è abile nell’uso di armi da fuoco e armi bianche; soffre di disturbi depressivi per i quali è allo stato attuale in cura (oppure lo è stato) presso presidi psichiatrici.

Chi è il mass murderer?

Tendenzialmente è un uomo di razza bianca con una età superiore ai 35 anni che agisce da solo. Negli anni ha sviluppato una diffidenza tale da essere incapace di allacciare relazioni sane con l’altro; ha un desiderio spropositato di apparire come un macho ed ha una passione smisurata per le arti marziali o il body building così come per il mondo e le attività militari e/o le armi (ricordate il recente caso di Benno Neumair?).

Prima o poi, crea un personale capro espiatorio a livello fantastico e lo giudica colpevole di tutti i suoi problemi (spostamento della responsabilità). La rabbia narcisistica comporta pretese illimitate e irragionevoli che si legano frequentemente a un desiderio di vendetta.

Quando, tuttavia, il soggetto crede che l’autorità o Dio non abbiano esaudito i suoi desideri, comincia nella persona il desiderio di farsi giustizia da solo.

L’assassino di massa presenta un sentimento patologico nei confronti della giustizia, che sconfina in un devastante fanatismo. Una volta attivata la furia omicida, l’assassino non si ferma finché non ha portato a termine quella che crede essere la sua missione: annientare tutti i “nemici”.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio


Dottorè ma che cos’è una coppia?

Immagine Personale.

Rubrica settimanale

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La richiesta che ho deciso di prendere in carico oggi, giunge da un ragazzo. La sua mail mi ha particolarmente colpito a causa della profondità con cui il giovane è riuscito a rimandare dubbi e incertezze del suo vissuto. Si tratta di una storia familiare e affettiva complessa (motivo che mi ha spinta a limare diversi dettagli).

La delicatezza è lo stato d’animo che maggiormente mi ha accompagnata.

“Cara Dottoressa, sono un ragazzo stanco (…) Nella mia famiglia le cose non sono mai andate bene. Mio padre soffre da sempre di disturbo ossessivo compulsivo e mia madre di ansia. La loro è una coppia che per me, non ha senso di esistere (…). Non fanno che litigare, da sempre, e buttano su di me (senza ritegno) qualsiasi problematica di coppia (anche quella più intima, dando a me la colpa del loro fallimentare matrimonio). Si aspettano sempre l’eccellenza da me; non sono mai riuscito a godermi gli studi e nonostante io ora abbia un lavoro notevole, non penso di meritare quel che ho raggiunto (mia madre si ostina ad appendere in casa tutti gli attestati che ho conseguito, quasi fossero suoi trofei dimenticando di dire almeno: un bravo). Negli anni ho sviluppato prima una profonda ossessione legata ad una mia possibile omosessualità poi tutta una serie di compulsioni sul quale, non mi dilungherei…

Ho abusato di pornografia e di autoerotismo; poi un giorno ho conosciuto lei, online. Non so per quale motivo ma un giorno in cui stavo malissimo mi sono detto “vado da lei” e così.. stiamo insieme da 8 anni e mezzo.

Lei ha una storia particolare (mi sento in dovere, come clinica, di proteggere la storia della ragazza; per sommi capi dirò che è stata per diversi anni in una casa famiglia).

Sono anni che andiamo avanti e indietro dallo studio del terapeuta per aiutare lei a superare il suo trauma; così facendo ho lasciato me da parte, dimenticandolo non so dove. Il sesso è praticamente inesistente; se la sfioro lei mi picchia, piange.. e finiamo con noi sul divano che cerchiamo di trovare un punto a quanto accaduto. Io la amo.. è quanto negli anni mi ero immaginato come una storia.. Ma ultimamente, mi chiedo, Dottorè.. “ma che cos’è una coppia?.”

Gentile Ragazzo,

grazie per la tua mail e grazie -soprattutto- per la condivisione della tua storia di vita; una storia – mi rendo conto- non facile da rendere all’altro, predigerita.

Mi colpiscono diversi dettagli, del tuo racconto; emerge il racconto di un uomo che in una prima parte appare arrabbiato e cosciente di non essere la colpa di un “fallimentare matrimonio” che molto probabilmente non doveva esserci. Racconti – molto dettagliatamente- della tua vita familiare, delle liti, del fatto che in famiglia state meglio quando non vi vedete (gli esempi che fornisci su come sappiate gli orari di tutti, in modo da non incontrarvi mai, la dice lunga).

Parli di una casa fredda e del fatto che tutti, invece, vedano la tua famiglia come perfetta “hai un bel lavoro, sei giovane, stai con una donna più grande e la tua famiglia è unita”; siete riusciti -in sostanza- a mettere in atto quasi una farsa, in cui ciascuno recita a soggetto, la sua parte: come nell’opera teatrale, infatti, ciascun membro della tua famiglia (che per sopravvivere si è immedesimato in un certo personaggio), vive un conflitto personale con quello che parrebbe il capocomico (tuo padre).

Da qui si snoda la tua vita, quella fatta di ossessioni, fobie, paranoie.. e Lei.

Mi racconti di una coppia (quella che hai sempre sognato), in cui però il centro è solo lei. Sono otto anni e mezzo in cui hai dimenticato di prenderti cura di te.. o meglio.. Hai usato dei palliativi (lo sport, le amicizie, lo studio), che ti hanno dato l’illusione di esistere.. Probabilmente si tratta di una “sopravvivenza” nata da un tacito accordo in cui hai deciso di smettere di pensare (lasciando così libero sfogo alle compulsioni).

Non posso dirti cos’è una coppia. La visione dell’amore e della dualità appartiene a una sfera del tutto personale.

Posso però dirti cosa vedo, io, quando ho innanzi due persone che condividono un sentimento che si fa percorso di vita.

L’alchimia che unisce due persone è percepibile ad occhi nudi; è come una fiamma, un’aura di bellezza che avvolge le due persone. E’ qualcosa che fa quotidianità che lega salda e rinsalda ogni giorno il sentimento tra i due. La coppia non è statica ma una dualità in formazione continua e costante; un prolungamento che fa di due separati un unicum mentale di difficile dissoluzione.

Nelle coppie solide che giungono presso una consultazione (che bada bene, non sono quelle che non litigano mai o che sono necessariamente felici), hai la percezione di vedere alternativamente sabbia e acqua, fuoco e vento, tempesta e sereno. Sono coppie in cui ciascuno alternativamente vive il proprio ruolo nella libertà dell’esperienza amorosa e sensoriale.

C’è poi l’aspetto della sessualità: una coppia condivide una sessualità che sia piena e soddisfacente per entrambi; non ci sono mezze misure. Il sesso si vive nella sua piena espressione, una espressione tipica (personale) per ciascuna dualità.

La coppia è quotidianità , bisogno di condividere il prima possibile, con l’altro.

Leggo della tua storia di coppia e mi dici che senti il bisogno di avere amicizie femminili. Non sai bene in cosa ti sei cacciato, con una nuova ragazza che hai conosciuto, sai solo che lei capisce.

L’essere compreso, accolto e contenuto mi sembra la mancanza più forte che da sempre vivi.

L’impossibilità di pensarti bisognoso di cure e debole, ti ha fatto – forse- rinchiudere in una relazione in cui per forza di cose tu sei, ancora, quello che non ha bisogno.

Curi l’altro per dimenticarti di te, ma ora, l’altro che è in te bussa con sempre più insistenza chiedendo di aprire.

Con veemenza, “l’altro da te” sta per buttare giù la porta.

Credo – vista anche la tua passione per la psicologia- che ci sia bisogno di raccogliere le urla che senti diventare sempre più insistenti, dentro di te.

Datti il tempo, L., di capire cosa vuoi, per il tuo futuro.

Sei un ragazzo che ha delle notevoli risorse a disposizione e una forte intelligenza; c’è anche però, in te, una rabbia molto forte che ha bisogno di essere eviscerata per essere compresa prima che questa.. tolga linfa vitale a te.

(La sera in cui ho risposto al ragazzo, lui mi ha inviato una nuova mail. Mi ha profondamente ringraziato per la spiegazione sulla coppia che a suo dire, lui non avrebbe mai potuto rendere meglio. Non credo di aver fornito una spiegazione particolarmente esaltante, ma le parole che il ragazzo mi ha riferito, mi fanno davvero ben sperare).

Non siamo destinati a seguire il copione familiare.

Ogni amore è un amore a sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’infanzia e l’adolescenza

Oggi 20 novembre 2020 è la Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza.

Vorrei proporvi due riflessioni. Entrambe hanno a che fare con: i bambini, gli adolescenti, i legami, la speranza, la fiducia, i genitori e il futuro.

“ L’interiorizzazione da parte del bambino piccolo di legami positivi con le figure genitoriali gli permette di trasferire la fiducia e la speranza nelle relazioni future. Se invece queste relazioni non sono state soddisfacenti non sarà semplice conservare la fiducia nel legame e metterla in atto nelle relazioni future ”

(Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, 2002).
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“.. Insieme possiamo costruire una torre e nonostante si tolgano

pezzi a questa torre, insieme troviamo un modo per tenerla in piedi, ci

aiutiamo a vicenda per farlo, anche se dobbiamo trasgredire le regole.

Quella torre possiamo aggiustarla e ricostruirla e insieme troveremo sempre

un modo per farlo…”

“ Gennaro Rinaldi, “Il ragazzino disteso – Famiglie multiproblematiche – percorsi di cura in Coerenza Strategica “

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Riandli