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Cosa sono le fobie?

Cosa sono le fobie? Le fobie possono essere descritte come paure irragionevoli e inappropriate. Già nel 1798 Benjamin Rush descrisse le fobie come “paure di demoni immaginari o paure indebite di cose reali”.

Alla scoperta di una regione della nostra psiche decisamente terrificante.. ma non abbiate paura..
Buon Ascolto!

Cosa sono le fobie? – Podcast – In viaggio con la Psicologia

“Una delle più grandi scoperte che un uomo può fare, una delle sue più grandi sorprese, è scoprire che può fare ciò che aveva paura di non poter fare”

Henry Ford

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Uomo in costruzione: la storia di Lorenzo.

Photo by Rachel Claire on Pexels.com

Lorenzo si presenta in studio un pomeriggio caldo e pieno di sole. Aveva contattato lo studio per chiedere un incontro di consultazione senza però essere troppo specifico “Buongiorno sono Lorenzo e vorrei sapere come procedere per fissare un incontro con la psicologa”.

Il giorno dell’incontro il ragazzo si presenta in perfetto orario. Entra in studio un bel ragazzo di 30 anni molto diverso dai giovani che comunemente si vedono; è abbastanza alto e in forma. Il giovane è vestito con un pantalone verde scuro, cargo, che gli arriva al ginocchio; una maglietta color sabbia a mezze maniche e delle scarpette vans nere. Il ragazzo rimanda una immagine leggera e spensierata; colpiscono le sue mani dalle lunghe dita e i polsi piccoli e delicati. Queste mani così curate e morbide che poco hanno in comune con le mani dure e rozze che spesso vediamo, sembrano essere pronte per accarezzare e contenere. Il ragazzo porta poi un paio di occhiali neri che si adagiano su un viso regolare incorniciato da una curatissima barba.

Lorenzo racconta di essere un professore di lettere sempre immerso nello studio. La prima cosa che ci racconta è proprio del suo lavoro.. in sostanza Lorenzo si racconta tramite il lavoro fornendo solo informazioni superficiali. A domande più specifiche dice di essere il primo di due figli (ha una sorella genio, come la definisce lui) e dei genitori che non fanno altro che litigare buttandogli da sempre, addosso, la colpa per la loro relazione sbagliata.

Lorenzo dice di aver sempre sofferto di un complesso di inferiorità verso il mondo intero; ama i suoi studi ma non li ha mai goduti in pieno perchè anche un 9 portato a casa era “un non 10”, un 30 “non è un 30 e lode”.. pertanto il padre era sempre pronto a trovare un difetto in questo ragazzo.

Tutto peggiora quando Lorenzo in adolescenza si convince (parole sue) di essere omosessuale e la paura di questa omosessualità lo spinge a mettere in atto tutta una serie di condotte come: lavarsi ripetutamente le mani, contare continuamente, studiare fino a svenire sui libri, consumare pornografia con lo scopo di capire il suo orientamento sessuale. Lorenzo comincia ad avere attacchi di panico, fobie e talvolta attacchi di paranoia.

Nonostante ciò il ragazzo si laurea e lavora (sembra essere stato in grado di gestire il suo malessere). Negli anni sembra essere rientrato il suo terrore della presunta omosessualità e tra alti e bassi porta avanti una vita piuttosto monotona.

Dai dati a disposizione si potrebbe ipotizzare una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo ; dall’altro lato però emergerà, durante i colloqui con Lorenzo, una sua paura verso i rapporti, paura così forte da temere di sentirsi schiacciato, invaso o inglobato dall’altro vivendo un dilemma cronico essendo egli combattuto tra il bisogno emotivo di relazione e l’incapacità di invischiarsi in qualsiasi rapporto, sentendosi come sempre esposto al rischio di perdere alternativamente l’oggetto e sé stesso (cosa che potrebbe indicare anche un possibile disturbo schizoide o schizotipico).

Alla somministrazione del TAT Test (strumento che consente al clinico un’analisi globale dell’intera persona attraverso l’analisi delle emozioni, degli atteggiamenti e dei processi cognitivi del soggetto), emerge una proiezione da parte del ragazzo di tutti i conflitti vissuti verso l’ambiente famigliare; ambiente sentito come vuoto, freddo e privo di vita. Nel test emergeranno desideri, bisogni e speranze del giovane professore.. così come sarà, nel corso dei numerosi colloqui tenuti, più chiaro al ragazzo stesso che il suo orientamento sessuale non era verso l’omosessualità (da lui temuta) ma che era – molto probabilmente- solo l’espressione di una paura nei confronti dell’autorità paterna inscenata nel reale, sotto forma di una possibile identificazione con la sorella tanto amata, invece, dai genitori.

Lorenzo nel corso dei colloqui sembra prendere sempre più coscienza dei suoi limiti ma soprattutto delle sue possibilità. Lentamente comincerà a uscire, comincerà a frequentare un corso di Judo e conoscerà una ragazza.

Il giovane in realtà aveva avuto delle relazioni con le donne, ma erano sempre state relazioni a metà (affettivamente). Si trattava di ragazze superficiali, magari bellissime ma con poca sostanza.. a lui invece piacevano le intellettuali con cui parlare per ore.

Il ragazzo, uomo adesso in costruzione, appare ogni giorno sempre più sicuro di sé.

Sa che può piangere, sa che può ridere, sa che non c’è nulla di male nell’abbandonarsi al godimento, al desiderio e al bisogno.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La pandemia silente.

In queste settimane stanno arrivando alla spicciolata i primi dati relativi ai “danni” psicologici legati alla pandemia da Covid-19 e sono abbastanza preoccupanti. Personalmente, nel mio lavoro quotidiano con i pazienti che ricevo nel mio studio e prima ancora con gli immigrati che seguivo nei centri d’accoglienza, avevo notato un certo incremento di alcuni sintomi legati all’ansia e allo stress più in generale, ma in alcuni casi, ci sono stai dei peggioramenti abbastanza evidenti nell’umore delle persone (sintomi legati alla depressione), fobie e attacchi di panico, perdita di riferimenti chiari per il futuro, apatia e rabbia. In diversi casi ci sono state anche delle evidenti regressioni e ricomparsa di sintomi che erano perlopiù stati superati in terapia.

Insomma nel mio piccolo ho notato in queste settimane soprattutto a partire da settembre una situazione decisamente preoccupante e ancor più preoccupante pare essere il velato disinteresse (mascherato da interesse estemporaneo e mirato) dell’informazione e delle amministrazioni predisposte ad attivare degli interventi.

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L’emergenza sanitaria, che ormai dura da quasi dieci mesi e probabilmente proseguirà per un bel po’. Ha come caratteristiche principali quelle della indeterminatezza nel tempo, della insicurezza legata all’imprevedibilità dell’evoluzione pandemica e la lotta contro un nemico invisibile. Questi elementi, insieme alle misure stringenti del governo per contenere il contagio, locali e nazionali, hanno un forte impatto psicologico sulle persone, che vivono personalmente, a livello familiare e collettivamente cambiamenti drastici ed evoluzioni spesso peggiorative delle loro condizioni di vita. Molti devono affrontare perdita del lavoro, riduzione delle ore lavorative o allontanamento forzato dal lavoro (alcuni affrontano le inadempienze del governo, con grandi ritardi negli aiuti economici); altri devono affrontare la stessa malattia con la paura, le insicurezze e la solitudine di lunghe quarantene; altri devono affrontare il dolore dei lutti. Insomma questo stato di emergenza ha costretto tante persone a sacrifici continuativi e a “rotture” improvvise. Da alcuni dati mostrati dalla Fondazione Soleterre nell’ambito del Fondo Nazionale per il Supporto Psicologico Covid-19, delle persone da loro seguite (91) il 31% manifesta disturbi da stress post traumatico in forma grave e il 2% molto grave. Tra i sintomi più comuni c’è la depressione (nel 23% moderata e il nel 40% grave); l’ ansia ( nel 37% moderata e nel 32% grave); la rabbia (nel 25% moderata e nel 23% grave); disturbi del sonno (nel 17% moderata e nel 22% grave) e uso di sostanze (nel 37% grave). In alcuni casi si sono registrati anche episodi di violenza domestica.

In un articolo recente su fanpage è riportato un dato denunciato da Spi Cgil Lombardia che ha messo in atto uno studio sul tema, ma legato alle conseguenze psicologiche sugli anziani; il 30% degli anziani ha subito un peggioramento della propria situazione psicologica rispetto al periodo precedente al primo lockdown di marzo (questi dati sono venuti fuori da un lavoro congiunto effettuato con l’Istituto Mario Negri in Lombardia).

“L’ultima rilevazione sullo stress degli italiani, del 2 novembre, ci da un indice di 62 su 100, lo stesso livello di marzo. Il 41% delle persone evidenzia un livello di stress tra 80 e 100 su 100 (Centro Studi CNOP, Ist. Piepoli 02.11.20).”

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Concludo dicendo che bisogna smetterla di considerare il “dolore psicologico” come un “danno” relativo e di minore importanza. Un qualcosa che esiste, ma che è meglio non considerare. Ciò significa squalificare e svalutare un disagio che non riveste solo il singolo, ma che riguarda tante persone. Non è mai troppo tardi per comprendere e rimediare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ho paura “di”… Che cos’è l’ipocondria.

Fonte Immagine “Google”.

Il termine di derivazione greca “ipocondria”, stava inizialmente ad indicare un malessere anticamente collocato nella fascia addominale. Se inizialmente la cura a questa patologia era pertanto legata ai malori addominali, ben presto si comprese che la causa di questo malessere era invece collegata ad aspetti psicologici dell’individuo.

Colui che è affetto da ipocondria, manifesta una continua preoccupazione legata alla paura/convinzione di avere una grave malattia, spesso derivata dall’erronea interpretazione di uno o più segni/sintomi fisici. Le preoccupazioni possono riguardare le funzioni corporee (controllare continuamente il battito cardiaco); alterazioni fisiche di lieve entità (un raffreddore o un mal di gola); sensazioni fisiche non ben definite (sentirsi affaticato o perennemente stanco).

Colui che presenta questi “sintomi”, attribuisce queste sensazioni ad “una data malattia”; la persona comincia così ad entrare in un meccanismo di preoccupazione continua (a tratti incessante) dove anche il più banale degli eventi (ad esempio fare uno starnuto) è avvertito come prova di avere quella malattia (talvolta anche il solo sentir parlare di una data malattia, basta ad innescare una preoccupazione).

La preoccupazione e il pensiero continuo “potrei avere.. potrei ammalarmi di..” spinge queste persone a sottoporsi a visite continue (tipico è incominciare a girare tra diversi specialisti e il sottoporsi alle indagini mediche più disparate e costose, nell’idea di dover trovare quella certa malattia). La convinzione di essere malati è così forte, che la persona arriva a sostenere di non aver ricevuto le cure adeguate “quel medico non capisce niente“, e a rifiutare l’aiuto di uno specialista psicologo “non sono pazzo, ho davvero una malattia“.

I tentativi che il soggetto mette in atto nell’idea di doversi così curare (visite ripetute, continui check-up del proprio corpo o la ricerca incessante ad esempio online, di informazioni sulle malattie), più che un tentativo di cura, diventano modi per incentivare la spirale di preoccupazione (spesso vera ossessione) di essere malati.

L’ipocondria è spesso assimilata al disturbo ossessivo compulsivo (ossessioni del paziente legate alla malattia) pertanto nei casi più gravi si sottopone il paziente a terapia farmacologica (antidepressivi ad azione serotoninergica), o nel caso di forme più lievi si tende ad utilizzare le benzodiazepine.

In ogni caso è bene tener presente che la sola terapia farmacologica non si presenta come la cura del disturbo (che ha spesso, invece, radici relazionali ben più profonde), ma si presenta solo come un primo approccio volto a ridurre l’ansia o le ossessioni presenti; l’ausilio della psicoterapia si presenta invece come un supporto utile alla comprensione delle reali e profonde radici del disagio.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Mamma ho mal di pancia, non posso andare a scuola!”.

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Immagine Google.

Tutto sembra ormai pronto: ci siamo svegliati e alzati dal letto, abbiamo fatto colazione, ci siamo lavati, vestiti e siamo lì sull’uscio della porta pronti per accompagnare i nostri bambini a scuola… ma qualcosa non va.

“mamma ho mal di pancia, forse è meglio se non vado a scuola”.

 

Semplici capricci o qualcosa in più.

Spesso accade che i bambini manifestino mal di pancia, vomito, mal di testa, malesseri che si presentano quando il bambino sa di dover andare a scuola, o in alcuni casi in macchina poco prima di scendere. Ciò che risulta difficile da comprendere, è se il bambino stia solo facendo dei capricci, oppure se i suoi sintomi sono la spia di un disagio più profondo.

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Immagine Google.

 

 

Fobia scolare.

Per fobia scolare s’intende un disturbo in cui il soggetto sperimenta ansia e paura di andare o restare a scuola. Tale ansia compromette in modo significativo la frequenza scolastica stessa, tanto che questi bambini arrivano a manifestare forti sintomi psicosomatici che si risolvono non appena il bambino torna a casa, in un ambiente protetto. Il bambino/ragazzino che ci troviamo di fronte, appare agitato/ansioso o viceversa introverso; lamenta forti mal di pancia o mal di testa; spesso vomita. Si stima che circa il 5-28% della popolazione in età scolare soffra di questo disagio che può subire un incremento nelle fasi di passaggio da un ciclo scolastico all’altro (Kearney 2002).

 

Genitori in bilico.

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Immagine Google.

Nessun genitore ama vedere il proprio bambino in difficoltà, pertanto la prima e intuibile cosa che viene fatta quando un bambino dice di star male e non poter andare a scuola, è farlo restare a casa. Fatto ciò, è importante cercare di non aggredire (creando inutili allarmismi), né sminuire il comportamento del bambino. Chiediamoci invece se è successo qualcosa di rilevante nell’ultimo periodo (un lutto, una malattia di un caro, un cambio di abitudini); andiamo a scuola per verificare se anche l’ambiente scolastico è rimasto immutato. In definitiva: creiamo una rete di supporto per il bambino, un ponte di dialogo tra scuola e famiglia che sia supportato dall’aiuto di un esperto. Bisogna infatti offrire al bambino la possibilità di essere contenuto e supportato nel proprio disagio, invece che frainteso.

 

Le aspettative.

Non creiamoci attese troppo frettolose, non possiamo pensare di passare “dalla fuga” al restare in classe per tutte le cinque ore. Inizialmente anche solo un’ora mentre magari il genitore aspetta in corridoio, può rivelarsi un successo. Diamo tempo al bambino di comprendere le proprie emozioni e aiutiamolo e renderci partecipi di quello che prova.

Dott.ssa Giusy Di Maio