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Ubriaco.

“Sotto l’effetto dell’alcool l’adulto ritorna un bambino, che prova il piacere di pensare liberamente come vuole senza dover fare attenzione alla costrizione della logica.”
Sigmund Freud

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ricordi della luce in ombra.

“Niente di ciò che abbiamo posseduto nella mente una volta può andare completamente perduto”.

S. Freud

Il girasole, fiore di sole e di luce, è da sempre il mio fiore (ha un posto nel mio cuore a pari merito con l’ibisco).

Vestirmi di luce è un po’ il mio mantra; la luce mi serve per fare le differenze con le (inevitabili) ombre.

Il girasole della foto l’ho coltivato con una dedizione e una speranza incredibile, un bel pò di anni fa. Lo trovai.. dall’alto dei suoi 180 cm sbocciato un caldissimo giorno estivo, (un luglio bastardo) in cui per l’ennesima volta le ombre si erano prese un posto non dovuto, nella mia luce.

Sul piano simbolico quel girasole attestava la prepotenza della vita che nonostante tutto.. era lì a ridere (forse di me, chi può dirlo); ma quell’altissimo e ridente punto giallo, mi diceva che c’era ancora tanta luce per me.. e che le ombre presto sarebbero state fagocitate dalla prepotenza del sole che brucia.

Il girasole è diventato pertanto un significato importante della mia esistenza.

“Il linguaggio prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”.

J. Lacan

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’odio

“L’odio è una forma di violenza senza conflitto, perché nel conflitto esiste una dialettica possibile. Il conflitto organizza, per certi versi, la violenza in modo simbolico. Nel nostro tempo, invece, siamo di fronte alla violenza senza conflitto.”

MASSIMO RECALCATI
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Potremmo definire l’odio come una decisa ostilità accompagnata da un senso di ripugnanza, rifiuto e desiderio di nuocere.

Secondo Freud l’odio come relazione dei confronti di un “oggetto”, è più antico dell’amore e scaturisce da un rifiuto primordiale che l’Io narcisistico oppone al mondo esterno che può essere una sorgente di stimoli non graditi.

L’odio nasce essenzialmente da sensazioni primordiali, poco mentalizzate, spesso derivanti da stimoli esterni percepiti come pericolosi. L’odio spesso e volentieri non è pensato ed è frutto di ignoranza e incoscienza. Quello che Recalcati definisce come odio senza conflitto.

L’odio potrebbe aver senso solo in risposta ad un pericolo reale e imminente, ma come dice Recalcati viene poi veicolato e trasformato in conflitto, perché acquista un senso ed è simbolizzato.

dott. Gennaro Rinaldi

Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

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Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Frustrazione.

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Il termine Frustrazione è stato introdotto la prima volta, nel 1923 per opera di Freud. Il concetto è stato successivamente ampiamente trattato sia in ambito clinico che di ricerca giungendo al suo uso, seguendo tre possibili accezioni diverse.

La frustrazione può pertanto essere intesa come: situazione, stato e reazione dell’individuo a eventi frustranti.

Diversi autori evidenziano inoltre come, tra le caratteristiche fondamentali della frustrazione, vi sia l’insolubilità di una data situazione, o l’impossibilità nel trovare nuove strategie di problem solving.

In ambito cognitivo comportamentale si sottolinea, inoltre, come per definire una certa situazione come frustrante, sia importante considerare la questione del rinforzo che può situarsi come assente (mancato rinforzo o inadeguato rinforzo/premio a seguito di una certa situazione) o un fallimento dopo un successo anticipato con il pensiero e il ricevimento (invece) di una punizione.

In generale Yates sostiene che la definizione univoca sul cosa sia la frustrazione è “una condizione in cui viene a trovarsi l’organismo quando è ostacolato, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni o nel raggiungere uno scopo”.

Le cause che possono portare a uno stato di frustrazione sono molteplici e possono riguardare diversi aspetti contestuali: fisici, sociali, familiari e personali.

Lo stato di frustrazione viene pertanto definito come il grado di intensità e tolleranza nell’attitudine alla sopportazione di situazioni frustranti.

In letteratura gli studi sull’argomento si intrecciano e abbracciano la prospettiva (psicodinamica) che studia i meccanismi di difesa usati dall’individuo per fronteggiar situazioni interne/esterne vissute come frustranti e dall’altro lato, il concetto di coping, inteso come strategie coscienti per fronteggiare eventi stressanti.

Bisogna inoltre sottolineare la differenza tra la frustrazione e lo stress.

Lo stress comporta una anche una reazione fisiologica e un esaurimento o crollo del comportamento di adattamento; infatti mentre lo stress è la risposta a un cambiamento, la frustrazione è legata alla processualità che implica il mancato raggiungimento di una meta.

Molti autori, in seguito a studi sperimentali, hanno evidenziato l’importanza di gestire i processi frustranti nella costituzione degli schemi mentali (pertanto dell’intero apparato psichico), questo perché l’eccessiva frustrazione mal gestita o mal sopportata, sembra portare a stati psicopatologici.

L’esperimento di Barker:

Lo sperimentatore condusse uno studio che consisteva nella riproduzione di due stanze giochi allestite; una stanza presentava giochi comuni e banali mentre la seconda aveva giochi molto allettanti e interattivi. I bambini venivano lasciati giocare liberamente nella prima stanza poi venivano condotti nella seconda. Nella fase sperimentale successiva, i bambini veniva invitati, nuovamente, a giocare nella prima stanza con l’impossibilità di accedere nella seconda che restava tuttavia visibile ai bambini. Questa situazione produceva un evento stressante a cui i bambini rispondevano con comportamenti come pianto estremo, fuga, tentativo di avvicinarsi ai giocattoli; inoltre le reazioni erano molto più elevate nei bambini che erano apparsi da subito molto coinvolti e felici di poter giocare.

Dagli esperimenti è inoltre emerso che se il livello di frustrazione supera una certa soglia, l’individuo tende a mettere in atto meccanismi di difesa inadattivi e inefficienti come: regressione, aggressione, proiezione, fissazione, diniego, acting out…

Un uso massiccio di difese che sono ormai all’ordine del giorno..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia in Pillole: Il Sogno e il desiderio.

“Il sogno non è paragonabile a suono discordante di uno strumento musicale, percosso da un tocco estraneo anziché dalla mano del suonatore; non è privo di senso, non è assurdo, non si basa sulla premessa che una parte del nostro patrimonio rappresentativo dorme, mentre un’altra comincia a destarsi.

Il sogno è un fenomeno psichico pienamente valido e precisamente l’appagamento di un desiderio..”

Sigmund Freud
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Prendendo in considerazione il lavoro sull’ “Interpretazione dei Sogni” fatto da Freud, si è appreso che nei sogni infantili il lavoro onirico si propone di eliminare uno stimolo, che disturba il sonno, mediante l’appagamento di un desiderio. Ci si attendeva di vedere anche i sogni deformati allo stesso modo di quelli infantili. Tale aspettativa è stata confermata dalla scoperta che in realtà tutti i sogni lavorano con materiale infantile, impulsi psichici e meccanismi infantili.

Ma la concezione dei sogni come appagamenti di desideri ha validità anche per i sogni deformati (sostanzialmente quelli angosciosi)?

Nei sogni deformati l’appagamento del desiderio non è affatto palese, esso deve essere ancora cercato, non può essere indicato prima che il sogno sia interpretato. Secondo Freud i desideri di questi sogni deformati, sono, fondamentalmente desideri proibiti, respinti dalla censura, la loro esistenza è la causa della deformazione del sogno.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Per approfondire: “L’Interpretazione dei Sogni” – Sigmund Freud

Totem e Tabù

In una delle sue opere più emblematiche “Totem e Tabù”, Sigmund Freud, ci offre un’ analisi e un confronto molto interessante tra l’origine delle proibizioni (Tabù) nella civiltà umana e lo studio dell’origine delle Psicopatologie, in particolare le nevrosi.

Vi riporto alcuni estratti molto interessanti:

“La coincidenza prima e più evidente tra i divieti ossessivi (negli individui con nevrosi) e i tabù consiste nel fatto che questi divieti sono ugualmente immotivati e misteriosi per quanto riguarda la propria origine. Sono subentrati un qualche momento e ora, a causa di una paura irresistibile, debbono essere mantenuti. […] ogni trasgressione provocherebbe insopportabili sventure. ”

Sigmund Freud – Totem e Tabù

“La proibizione principale ed essenziale della nevrosi, come anche del tabù, è quella del contatto, da cui il nome: fobia del contatto. La proibizione si estende non solo al contatto diretto col corpo, ma abbraccia tutto l’ambito racchiuso nell’espressione figurata – entrare in contatto – . Tutto ciò che indirizza i pensieri verso il proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito nella stessa misura in cui è vietato il diretto contatto fisico. Questa medesima estensione compare anche nel Tabù.”

Sigmund Freud – Totem e Tabù
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Le ossessioni nei disturbi ossessivo compulsivi sono incredibilmente “dislocabili”. Tutto ciò che può essere interpretato come “potenzialmente pericoloso” sarà qualcosa di impossibile. “Alla fine l’impossibilità sequestra tutto quanto il mondo” (Freud). Le ossessioni, nei nevrotici, fanno in modo che questi si comportino come se le cose o le persone ritenute “impossibili”, fossero portatrici di un pericoloso contagio. Quindi, di conseguenza, chi avrà avuto un contatto con quel qualcosa di impossibile (che veniva considerato un tabù), allora diventerà a sua volta tabù e nessuno potrà entrare in contatto con lui.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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