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Freud e il sogno: i sogni infantili.

Secondo Freud non solo il sogno, appare come la migliore preparazione per lo studio delle nevrosi, esso è anche un sintomo che ha il vantaggio di essere presente in tutte le persone sane. Esso diventa in tal senso oggetto di indagine psicoanalitica, interpretarlo significa trovare un senso nascosto.

L’unico prezioso contributo della scienza esatta, alla conoscenza del sogno, si riferisce all’influenza che sul contenuto del sogno hanno gli stimoli somatici attivi durante il sogno.

Il sogno costituisce la vita della psiche durante il sonno, ha alcune somiglianze con la veglia, ma se ne discosta per grandi differenze. È uno stato nel quale si ritira l’intero interesse dal mondo esterno, evitando i suoi stimoli. A livello biologico il sonno funge da ristoro. È come il ritirarsi ogni notte in uno stato prenatale, simile alla vita intrauterina.

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Freud da anche una indicazione sull’attività onirica dei bambini piccoli, che a suo parere non è ancora condizionata da quell’attività psichica complessa presente negli adulti.

Secondo Freud, i sogni infantili, sono infatti sogni senza deformazioni, coerenti, chiari, brevi e facili da comprendere. Ovviamente si fa riferimento ai bambini compresi tra l’inizio dell’attività psichica osservabile fino ai quattro cinque anni, dopo quest’età i sogni hanno già tutti i caratteri dei sogni degli adulti.

C’è comunque una influenza della vita psichica diurna sul sogno dell’infante, è bene quindi conoscere informazioni sulla vita del bambino. Il sogno del bambino piccolo risulta essere una conseguenza di una esperienza diurna che ha lasciato dietro di se un rammarico, un desiderio irrisolto; il sogno, in tal caso reca l’appagamento diretto, scoperto di questo desiderio.

Il desiderio irrisolto funge da perturbatore del sonno il quale reagisce con il sogno (lo si considera come custode del sonno). Suscitatore del sogno è il desiderio, contenuto del sogno è l’appagamento del desiderio. Il sogno rappresenta questo desiderio appagato in forma di esperienza allucinatoria. Ogni volta che un sogno ci appare pienamente comprensibile, esso si rivela essere un appagamento di un desiderio.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Freud

“Le emozioni inespresse non moriranno mai. Sono sepolte vive e usciranno più avanti in un modo peggiore”

Sigmund Freud
Sigmund Freud – immagine web

“I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole.”

Sigmund Freud
immagine personale – Bergasse 19, Vienna

“Probabilmente il futuro stabilirà che l’importanza della psicoanalisi come scienza dell’inconscio oltrepassa di gran lunga la sua importanza terapeutica.”

Sigmund Freud
immagine personale – Bergasse 19, Vienna

Sigmund Freud, neurologo, psicoanalista, filosofo è stato uno dei pensatori più influenti del secolo scorso. Il suo pensiero e la sua teoria psicoanalitica sono state determinanti per lo sviluppo della Psicologia come scienza.

Freud muore a Londra il 23 settembre del 1939.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psy Story: Freud e il narcisismo.

Nel 1914 con Introduzione al Narcisismo, Freud descrive il narcisismo andando ad ampliare la teoria pulsionale, virando l’accento dalla libido e i suoi oggetti, all’Io.

Il termine fu inizialmente usato da Nacke (1899), indicando con narcisismus “il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale, compiacendosi di contemplarlo, accarezzarlo e blindarlo, fino a raggiungere … il pieno soddisfacimento” (Freud, 1914, p. 57).

Si trattava cioè di un comportamento (una perversione autoerotica maschile), consistente in una forte valutazione fisica e morale del proprio sé, simile a quanto accade nell’innamoramento per un oggetto.

Freud utilizzò infatti il termine “narcisismo” per la prima volta nel 1909 in una nota ai Tre Saggi sulla teoria sessuale (1905), per spiegare la scelta d’oggetto omosessuale.

Inizialmente quindi il narcisismo si presentava come una sorta di deposito di amore per sé, sulla scia di quanto la madre aveva precedentemente fatto con il bambino; è quella riserva di libido che potrà essere usata in seguito anche per gli oggetti e che sta alla base di ciò che sarà l’ideale dell’Io.

Freud evidenziò inoltre come l’ideale dell’Io si basi su quelle caratteristiche materne idealizzate, come ad esempio, l’alimentazione o il benessere che ella dispensa, e che si vorrebbero possedere; quando successivamente il bambino si separa dalla madre, anche il padre diventerà un modello di comportamento per l’ideale dell’Io.

Secondo Freud l’ideale dell’Io aveva pertanto due obiettivi, in quanto forniva sia un modello da emulare per soddisfare il desiderio di essere come i genitori, ma anche sostenere tutte quelle difese (come la sublimazione) che servono a risolvere il conflitto edipico.

Successivamente Freud utilizzerà il termine narcisismo considerandolo come una fase evolutiva intermedia tra l’autoerotismo e l’amore oggettuale, una fase in cui il bambino assume se stesso come oggetto d’amore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pelle: Io.

Il bambino viene al mondo in uno stato di “Hilflosigkeit- impotenza”; l’infans in sostanza non ha ancora un Io completo (ha infatti bisogno del sostegno umano), ma ha un Io-corporeo.

Secondo Didier Anzieu, il bambino attraverso l’Io corporeo riesce ad andare oltre la sua dipendenza dall’ambiente di cura. Per l’autore l’Io corporeo è un Io pelle; per comprendere meglio la questione dobbiamo ritornare per un momento a Freud.

Freud parla di processi primari, intendendo con ciò una modalità di funzionamento mentale che viene prima del pensiero; perché il pensiero abbia luogo, l’Io deve essere adattato alla realtà. Senza un Io adattato alla realtà il bambino può infatti dare un solo senso al mondo (che è quello che viene esperito attraverso il suo corpo).

Anzieu sostiene che molte delle funzioni del corpo nella fase pre-Io vengono riprodotte su e attraverso la pelle.

Riferendo alle funzioni quali quelle di contenimento -ad esempio- Anzieu mostra come la pelle funzioni da Io surrogato perché la pelle svolge i compiti vitali che L’Io alla fine eseguirà.

La pelle del bambino può, quindi, essere vista come una sorta di modello corporeo per come si costruirà l’Io a tutti gli effetti.

Secondo Anzieu, l’Io-pelle è “un’immagine mentale di cui l’Io del bambino si avvale durante le prime fasi del suo sviluppo per rappresentarsi come un Io contenente contenuti psichici, sulla base della sua esperienza della superficie del corpo”.

Come manipoliamo il bambino? come lo curiamo, laviamo come lo accarezziamo?

Tutta la gestualità che concorre alle cure offerte al bambino saranno di fondamentale importanza per far comprendere al bambino stesso i confini del suo (e l’altrui) corpo; le cure parentali indicheranno pian piano al bambino come contenersi e contenere.

La pelle diviene quel filtro omeostatico che lascia passare solo alcuni elementi, precursore delle funzioni che spetteranno poi all’Io.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

IO – Casa – Varsavia.

Lo stranissimo titolo sembra proporre tre cose unite da “nessun” senso.

La riflessione di oggi muove su un continuum che parte da Freud per finire ancora un volta, nella musica e in Chopin.

“L’Io non è padrone in casa propria”

Diceva Freud, questo perchè l’essere umano è abitato da una dimensione inconscia che ha sempre evitato di considerare e conoscere, derivazione questa che proviene da quel gioco narcisistico che ha fatto sì che egli si mettesse al centro dell’universo, padrone indiscusso della sua razionalità.

Nell’Introduzione alla psicoanalisi, Freud (1915-1917), scrive che l’umanità ha dovuto subire, nel corso del tempo, una serie di mortificazioni. Innanzitutto La scienza ha mostrato che la terra non è al centro dell’universo, ma solo una piccola parte di un grande cosmo (la rivoluzione Copernicana).

Altra mortificazione subita dal genere umano, risiede nel fatto che la ricerca biologica ha mostrato che l’uomo discende dal regno animale (opera di Darwin).

La terza e grande mortificazione subita dal genere umano, è data dalla psicologia che ha mostrato come l’Io non sia padrone in casa sua. L’Io vive (molto ironicamente) ben lontano dal conoscere cosa accade in casa propria.

La psicanalisi offre la possibilità di mettere il soggetto al centro del suo discorso (siamo proprio sicuri che quando diciamo Io, stiamo davvero riferendo a noi stessi?) responsabilizzando il soggetto stesso rispetto al suo malessere: ecco perchè la terapia è attiva ma soprattutto soggettivante.

Le persone sono più del loro sintomo e sono portatrici di una storia (un complesso di storie perchè tutti siamo la somma di tante storie e voci che ci attraversano legandosi insieme, tra loro. Storie stridule, stonate e urlate. Storie sussurrate e blandamente raccontate. Storie che non trovano accordo o producono una dissonanza).

E ora??? che c’entra Varsavia?

La condensazione dei termini trova ragione in uno studio di Chopin importante per me, per diverse ragioni (anticipo solo che l’amore per Chopin è bastato a farmi prendere un aereo per Varsavia).

Chopin compose lo studio op 10 n 12, conosciuto anche come la Caduta di Varsavia, quando nel 1831 si trovava a Stoccarda. l’8 settembre seppe del fallimento dell’insurrezione polacca e della presa di Varsavia da parte dei russi (Rivolta di Novembre). Chopin a causa delle pessime condizioni di salute, non poté prender parte alla lotta per difendere la propria casa, ed eccola qui.. l’analogia, la mia catena di significanti.

Io- casa- caduta di varsavia- Chopin.

Questo studio è strettamente legato ad alcuni eventi personali, ma questa è altra storia (altra catena di significanti) che forse.. chissà.. verrà prima o poi raccontata.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Cerotti dell’apparato psichico.

Ci sono ferite, graffi più o meno profondi, tagli a carne viva che bruciano e meritano la nostra attenzione.

Ogni ferita prima o poi guarirà, è solo questione di tempo e di cura; cura per il proprio taglio e cura per l’eventuale cicatrice (più o meno visibile che sia).

Anche l’apparato psichico soffre, si ammala e richiede la nostra attenzione: richiede le nostre cure.

Il problema dell’apparato psichico è che non sanguina in maniera visibile e sappiamo – invece- quanto le persone desiderino vedere nel reale, la cosa.

Ciò però che vorrei sottolineare con voi è che in realtà anche l’apparato psichico “sanguina”, soffre e si ammala e ce lo mostra attraverso il sintomo.

In lingua napoletana abbiamo un detto traducibile con “il cervello/la testa è una sfoglia di cipolla”; secoli dopo -Lacan- riprendendo Freud il quale sosteneva che l’Io è fatto dalla successione delle sue identificazioni con gli oggetti amati e che gli hanno permesso di prendere la sua forma; sosterrà proprio che L’Io è fatto come una cipolla “lo si potrebbe pelare e si troverebbero identificazioni successive che lo hanno costituito”, Lacan, 1975.

Siamo allora fatti di strati più meno compattati, più o meno rotti, più o meno escoriati.

Se l’apparato psichico, se l’Io soffre, mette in atto tutta una serie di modalità difensive: converte, isola, sublima, si chiude, intellettualizza e così via.

Una volta una ragazza disse di non riuscire a cacciar via dal proprio cuore un ragazzo; provai a riflettere con lei e provammo -insieme- a notare una cosa.

Il cuore è l’ultimo dei problemi; non è da lì che vanno tirate via le persone o le questioni, le cose, e non è lì che vanno relegate.

E’ la mente la prigione, la gabbia o l’illusione più forte che possiamo avere; è la mente che sa generare la storia più incredibile.

La mente crea, distrugge e soprattutto ricorda.

Il ricordo poi può essere più o meno aderente alla realtà dei fatti. Il ricordo torna, (ri)torna in maniera più o meno camuffata (ne sono un esempio i sogni).

Il ricordo genera la mancanza fino a lasciare dietro di sé uno strato più o meno lacerato.

Le lacerazioni creano dolore.

E’ del nostro apparato psichico e delle sue cicatrici che dobbiamo avere cura.

Usiamo cerotti quando serve, teniamo al coperto le ferite quando sono calde e pulsanti; disinfettiamo e teniamo al sicuro la nostra pelle psichica.

Quando saremo pronti, quando i nostri strati avranno (ri)trovato quella parvenza di compattezza.. allora sì.. stacchiamo pure il nostro cerotto e continuiamo ad avere cura di quella piccola e quasi invisibile cicatrice.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gli atti mancati e la Psicoanalisi

A chi non è mai capitato di dimenticare qualcosa, di perdere un oggetto (più o meno importante), di dimenticare una parola nel mentre sta parlando, di dimenticare un nome, di invertire le parole o di rendersi conto di aver detto qualcosa che non doveva essere detta.. ? Sono episodi che nel bene e nel male ci hanno visto tutti protagonisti, spesso inconsapevoli, anche di brutte figure o di contrattempi bizzarri. Questi atti e comportamenti talvolta strani, illogici e a volte divertenti, hanno destato l’interesse di Freud, che nel suo studio di Vienna in Bergasse 19 si vedeva sovente arrivare pazienti intenti a raccontare episodi del genere.

Secondo Freud gli atti mancati (Psicopatologia della vita quotidiana – 1924 – ultima edizione) possono considerarsi fenomeni molto comuni, a cui tutti vanno soggetti, possono essere lapsus verbali, di lettura, di ascolto (si vuol dire a scrivere una cosa ma se ne dice un’altra). Un altro tipo di fenomeno classificabile in questo genere è una dimenticanza temporanea (non si ricorda un nome o ci si dimentica di fare qualcosa). Freud individuò questa caratteristica anche in quelle condizioni di natura puramente fisiologica e che quindi non possono essere significati ed interpretati.

Freud spiegò che addirittura un’attenzione particolarmente intensa alla corretta esecuzione di un azione o di un atto verbale, può agevolare l’atto mancato. “L’effetto del lapsus in quanto tale ha forse il diritto di essere considerato un fatto psichico pienamente valido perseguente un proprio fine, espressione di un contenuto e di un significato. È un azione normale che si è messa al posto di un’altra azione attesa o progettata” (S. Freud). Insomma, l’atto mancato ha un senso, ed è un atto psichico serio che sorge a causa dell’azione congiunta, o meglio per l’azione contrapposta di due diverse intenzioni.

Ad esempio, l’atto mancato di dimenticare un nome o di scordare dove si è riposto un oggetto, o addirittura di danneggiare per apparente noncuranza lo stesso si può interpretare con il fatto che esso non è gradito, si vuole un pretesto per sostituirlo, o ricorda qualcuno o qualcosa che non si vuole proprio che torni alla mente. Freud però tenne a specificare che l’interpretazione degli atti mancati ha bisogno di essere verificata in futuro, in quanto la situazione psichica di quel particolare momento non è accertabile, quindi ci è perlopiù sconosciuta e che non può essere generalizzata, ma riguarda esclusivamente la persona che lo racconta.

Oltre agli atti mancati ci sono altri tipi di fenomeni ad essi prossimi, le cosiddette azioni casuali e sintomatiche. Esse appaiono come qualcosa di immotivato, di non appariscente di irrilevante. Dalle azioni mancate le distingue l’assenza di un’altra intenzione con la quale si scontrino e che da esse venga disturbata. Questi fenomeni sono atti psichici, che al pari degli atti mancati, hanno un senso, e si possono considerare come piccoli indizi di processi psichici più importanti.

“…la repressione dell’intenzione che si presenta di dire qualcosa è la condizione indispensabile perché si verifichi un lapsus verbale.”

Sigmund Freud

Gli atti mancati sono risultati di compromesso, sono una mezza riuscita e un mezzo fallimento per ognuna delle due intenzioni. Tali fenomeni bisogna concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come l’espressione di tendenze orientate verso un fine, è una concezione dinamica dei fenomeni psichici.

“…la vita psichica è un campo d’azione e di battaglia di tendenze contrastanti o, per esprimerci in forma non dinamica, è fatta di contraddizioni e di coppie di opposti.”

Sigmund Freud

Il nostro perdere è spesso un nostro volontario sacrificare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Frustrazione.

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Il termine Frustrazione è stato introdotto la prima volta, nel 1923 per opera di Freud. Il concetto è stato successivamente ampiamente trattato sia in ambito clinico che di ricerca giungendo al suo uso, seguendo tre possibili accezioni diverse.

La frustrazione può pertanto essere intesa come: situazione, stato e reazione dell’individuo a eventi frustranti.

Diversi autori evidenziano inoltre come, tra le caratteristiche fondamentali della frustrazione, vi sia l’insolubilità di una data situazione, o l’impossibilità nel trovare nuove strategie di problem solving.

In ambito cognitivo comportamentale si sottolinea, inoltre, come per definire una certa situazione come frustrante, sia importante considerare la questione del rinforzo che può situarsi come assente (mancato rinforzo o inadeguato rinforzo/premio a seguito di una certa situazione) o un fallimento dopo un successo anticipato con il pensiero e il ricevimento (invece) di una punizione.

In generale Yates sostiene che la definizione univoca sul cosa sia la frustrazione è “una condizione in cui viene a trovarsi l’organismo quando è ostacolato, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni o nel raggiungere uno scopo”.

Le cause che possono portare a uno stato di frustrazione sono molteplici e possono riguardare diversi aspetti contestuali: fisici, sociali, familiari e personali.

Lo stato di frustrazione viene pertanto definito come il grado di intensità e tolleranza nell’attitudine alla sopportazione di situazioni frustranti.

In letteratura gli studi sull’argomento si intrecciano e abbracciano la prospettiva (psicodinamica) che studia i meccanismi di difesa usati dall’individuo per fronteggiar situazioni interne/esterne vissute come frustranti e dall’altro lato, il concetto di coping, inteso come strategie coscienti per fronteggiare eventi stressanti.

Bisogna inoltre sottolineare la differenza tra la frustrazione e lo stress.

Lo stress comporta una anche una reazione fisiologica e un esaurimento o crollo del comportamento di adattamento; infatti mentre lo stress è la risposta a un cambiamento, la frustrazione è legata alla processualità che implica il mancato raggiungimento di una meta.

Molti autori, in seguito a studi sperimentali, hanno evidenziato l’importanza di gestire i processi frustranti nella costituzione degli schemi mentali (pertanto dell’intero apparato psichico), questo perché l’eccessiva frustrazione mal gestita o mal sopportata, sembra portare a stati psicopatologici.

L’esperimento di Barker:

Lo sperimentatore condusse uno studio che consisteva nella riproduzione di due stanze giochi allestite; una stanza presentava giochi comuni e banali mentre la seconda aveva giochi molto allettanti e interattivi. I bambini venivano lasciati giocare liberamente nella prima stanza poi venivano condotti nella seconda. Nella fase sperimentale successiva, i bambini veniva invitati, nuovamente, a giocare nella prima stanza con l’impossibilità di accedere nella seconda che restava tuttavia visibile ai bambini. Questa situazione produceva un evento stressante a cui i bambini rispondevano con comportamenti come pianto estremo, fuga, tentativo di avvicinarsi ai giocattoli; inoltre le reazioni erano molto più elevate nei bambini che erano apparsi da subito molto coinvolti e felici di poter giocare.

Dagli esperimenti è inoltre emerso che se il livello di frustrazione supera una certa soglia, l’individuo tende a mettere in atto meccanismi di difesa inadattivi e inefficienti come: regressione, aggressione, proiezione, fissazione, diniego, acting out…

Un uso massiccio di difese che sono ormai all’ordine del giorno..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.