Archivi tag: Gennaro Rinaldi Psicoterapeuta

L’Abisso

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.”

Nietzsche
Photo by Blaque X on Pexels.com

“Nelle sedute mi lamentavo che l’acqua – saliva, saliva e stava per sommergermi – . L’acqua era lo stato di torpore che riuscivo a dominare sempre più difficilmente..”.

Marguerite A. Sechehaye – Diario di una schizofrenica

Un mio paziente una volta mi descrisse il suo stato d’animo dei giorni precedenti dicendomi: “Dottore mi sentivo come su una scialuppa di salvataggio, solo al buio e con il mare agitato. Senza punti di riferimento e con l’angoscia di poter affogare o di potermi perdere e non tornare più”.

Guardare l’abisso senza essere bene “ancorati” alla superfice è rischioso. La psicoterapia nel caso del mio paziente è la possibilità di avere una bussola e una persona accanto che tenga la rotta. La concreta possibilità di non perdersi nello sguardo dell’abisso.

dott. Gennaro Rinaldi

Angoscia secondo Freud.

Il termine angoscia è spesso assimilato al concetto di ansia. Questa distinzione è legata alle lingue di origine latina, invece in tedesco e in inglese esiste un’unica parola per intendere i due concetti (rispettivamente Angst e Anxiety).

In genere il termine angoscia viene utilizzato dalla Psicoanalisi (in questo articolo vi proporrò il punto di vista di Freud a riguardo), mentre in Psicologia viene utilizzato più spesso il termine “ansia”. Del resto in linea generale i due termini restano collegati e molto spesso si intende l’ “angoscia” come una situazione emotiva più “grave” dell’ansia. Infatti l’ansia può essere considerata come uno stato emotivo, psicologico e fisiologico tutto sommato non patologico, anzi, se ben gestita, molto utile al conseguimento di obiettivi personali, ad esempio. L’angoscia, invece, potremmo considerarla come un’espressione patologica (nevrotica o psicotica) dell’ansia.

L’angoscia è differente pure dalla paura, perché la paura si riferisce a qualcosa di determinato, invece l’angoscia rimanda a qualcosa di sconosciuto, di indefinito, che ancora deve avvenire. L’angoscia ha a che fare con la possibilità che qualcosa accada.

Photo by Joanne Adela Low on Pexels.com

Secondo Freud esiste una angoscia reale e una angoscia nevrotica

L’angoscia reale si può definire come la reazione alla percezione di un pericolo esterno, è collegata al riflesso della fuga e può essere considerata un’espressione della pulsione di autoconservazione.

Fondamentalmente, lo sviluppo dell’angoscia non è mai confacente allo scopo, se essa raggiunge uno sviluppo eccessivo diventa inappropriata, paralizzando anche la fuga. Da essa hanno origine prima l’azione motoria, poi ciò che percepiamo come stato di preparazione all’angoscia.

L’angoscia quindi si riferisce allo stato che prescinde dall’oggetto, la paura richiama l’attenzione proprio sull’oggetto. L’uomo si protegge dallo spavento con l’angoscia.

Con angoscia si intende lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello sviluppo d’angoscia e chiamiamo questo stato affetto; esso comprende sia scariche motorie che sensazioni, esse sono di natura duplice, percezioni delle azioni motorie verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere: Ciò che tiene unito il tutto è la ripetizione di una determinata esperienza significativa, che risulta essere assai primordiale, qualcosa di insito nella specie.

Per quanto riguarda l’affetto d’angoscia, si pensa sia la ripetizione dell’atto della nascita, nel quale hanno luogo un misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee, che è divenuto il prototipo dell’effetto prodotto da un pericolo mortale, che da allora da noi viene ripetuto come stato d’angoscia. Quel primo stato d’angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.

L’angoscia nevrotica, trova un generale stato di ansietà, un angoscia liberamente fluttuante che è pronta ad agganciarsi ad ogni contenuto rappresentativo adatto. Questo stato può definirsi angoscia d’attesa. Le persone in questa situazione sono tormentate dall’angoscia di una possibilità terribile, sono iperansiosi e pessimisti; ciò si delinea nella nevrosi d’angoscia (nevrosi attuali).

Una seconda forma di angoscia, ma psichicamente legata, e connessa ad oggetti e situazioni, è l’angoscia delle fobie,; si possono distinguere tre gruppi di fobie.(collegata ad oggetti o animali, a situazioni, e per il terzo gruppo a situazioni a cui pare assolutamente inspiegabile un collegamento fobico).

Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie, le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. Si possono raggruppare queste fobie nell’isteria d’angoscia. Le fobie appartenenti al terzo gruppo indicano il fatto che non esiste il più che minimo accenno di pericolo incombente, quindi l’angoscia sembra ingiustificata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Lavoro

“L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti.”

Karl Marx

Il lavoro è una fetta importante della nostra vita e definisce anche un pezzo della nostra identità. Il lavoro modella i nostri stili di vita e caratterizza le nostre famiglie. Il lavoro è un pezzo della nostra socialità, delle nostre relazioni, delle amicizie. A lavoro trascorriamo una parte importante del nostro tempo, e quel tempo prende forma e senso attraverso il lavoro. Il lavoro ci fa sentire utili e determinanti; il lavoro ci permette di vivere la nostra vita e soddisfare i nostri bisogni.

Il lavoro dovrebbe essere progettazione, costruzione, futuro. Il lavoro dovrebbe assecondare le nostre abilità, i nostri interessi. Il lavoro dovrebbe essere condito da vitalità, interesse, curiosità, crescita, soddisfazione..

fonte: google

Il lavoro oggi è flessibilità e precariato con l’aggravante di una pandemia che ha solo peggiorato un processo di deterioramento del concetto stesso di lavoro. Il lavoro oggi non è un diritto, è privilegio. Il lavoro non è passione, appartenenza, soddisfazione; oggi il lavoro è precariato e sopravvivenza.

Il lavoro, come inteso oggi, è un attrattore di stress. Non trovare lavoro o cambiare continuamente lavoro significa anche cambiare continuamente la propria vita, i propri tempi, le proprie conoscenze, i luoghi, il nucleo sociale di riferimento. Cambiare significa non avere mai dei riferimenti, non rafforzare mai le proprie competenze e perderle per strada, magari vedendosele di volta in volta disconfermate.

Precarietà significa non avere diritto ai diritti; significa essere sempre e comunque sfruttati intellettualmente e fisicamente. La sensazione del precario, del disoccupato e spesso anche del “lavoratore flessibile” è quella di vivere letteralmente da precari. Questo significa non avere la possibilità di pianificare il proprio futuro, ma di vivere esclusivamente nel presente e per il presente. Questa condizione è debilitante e ostacola anche i progetti di vita più elementari e apparentemente banali come quello di pensare ad una vacanza o aggiustare l’auto.

Questa condizione, negli ultimi anni, ha generato un fenomeno molto comune in Italia e per il quale tanti giovani sono stati accusati negli ultimi anni di “pigrizia” e di essere dei “bamboccioni”. I più giovani sono intrappolati in una sorta di limbo, nel quale diventa decisamente impossibile pensare al proprio futuro e proiettarsi su un proprio interesse. “Se mi dicono che non ho nessuna possibilità che senso ha impegnarmi in qualcosa o pensarmi nel futuro se non avrò nessun futuro? “.

L’insicurezza e l’incertezza sociale limita, rallenta e a volte blocca le decisioni importanti.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.”

Karl Marx

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Limiti e libertà: genitori e figli.

“Un bambino che venga tenuto sempre per mano e perciò non abbia la possibilità di percorrere la sua strada, perderà col tempo la voglia di far scoperte.”

A. Miller

Un ambiente iperprotettivo può costituire un vera e propria minaccia per la curiosità, le abilità e la vitalità del bambino. La capacità di crescere e l’autostima del bambino verranno, col tempo, gravemente compromesse.

Robertino e la madre iperprotettiva

La Miller diceva che, quando quel bambino crescerà, sarà così riconoscente ai suoi genitori (per quelle attenzioni e quelle preoccupazioni) che rinuncerà molto facilmente a compiere “passi in avanti” per crescere proprio per non dare un dispiacere loro.

Questi bambini sono piuttosto fragili emotivamente e incapaci di tollerare le frustrazioni, anche quelle apparentemente più banali.

Quando però l’impulso di quel bambino ad esprimere se stesso sarà troppo impellente, manifesterà probabilmente disturbi psichici oppure, con coraggio, porterà un “dispiacere” ai genitori e deciderà di crescere.

I genitori quando sono troppo “preoccupati” e quindi troppo ipercontrollanti dovrebbero potersi chiedere: “sto proteggendo il mio bambino o me in questo momento?”. Questa domanda può portare ad una consapevolezza diversa al genitore e quindi fargli comprendere se quella preoccupazione può derivare dal suo bisogno di sentirsi assicurato dal sentirsi un buon genitore.

Uno Spezzone di “Ricomincio da Tre” di Massimo Troisi è una scena molto famosa ed esilarante, ma decisamente vicina alla realtà di relazioni dannose (genitore – figlio).

L’avere dei limiti significa avere delle risorse cognitive ed emotive “contenitive”, non significa avere degli impedimenti e delle imposizioni come succede nel video. La mamma di Robertino, ad esempio, è iperprotettiva e ha imposto chiaramente dei limiti eccessivi al figlio per proteggerlo dai pericoli del mondo esterno. Ciò ha reso Robertino “monco” emotivamente, dipendente dalla madre e incapace di svincolarsi, nonostante ne abbia necessità e voglia di farlo (al minuto 3:00 Robertino chiede a Gaetano [Massimo Troisi] “come si capisce questo limite?”). I limiti devono considerarsi come “contenitori mentali” che vengono supportati e garantiti dai genitori. Il dolore, l’angoscia, l’ansia, la paura, possono essere più tollerabili se ci sono contenitori che li delimitano. Se questi contenitori che delimitano e “contengono” le esperienze e le emozioni negative non sono stati supportati dai genitori possono essere vissuti come travolgenti, senza limiti e decisamente angoscianti dai bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La psicoterapia

“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.”

Donald Winnicott

La Psicoterapia è un gioco di relazioni, di parole, di emozioni. Un gioco molto serio.

Photo by JESHOOTS.com on Pexels.com

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi