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Psicologia in Vacanza

Questa prima parte del 2020 ci ha messo a dura prova, ma nonostante una primavera complicata, stressante e decisamente anomala, finalmente abbiamo la possibilità di vivere un’ estate “quasi normale”.

È quindi tempo (per chi può) di progettare o pensare alle vacanze.

Ma cosa c’entra il benessere psicologico con le vacanze?

A quanto pare pensare, progettare e vivere il meritato riposo, è un toccasana per il miglioramento dell’umore e lo dimostrano anche alcune ricerche. Nel 2010 (studio pubblicato su Applied Research in Quality of Life) , infatti, un gruppo di ricercatori olandesi hanno provato a misurare l’effetto che le vacanze hanno sull’umore e sulle emozioni ed in particolare sulla felicità. Questi ricercatori hanno dimostrato che i livelli di felicità nelle persone, aumentano già nel momento in cui si pianifica una vacanza e addirittura possono avere degli effetti positivi già due mesi prima.

Barcelloneta – Barcellona

L’effetto positivo di questa sensazione di felicità, alimentata dalla progettazione e dal pensiero della vacanza sull’umore, però pare attenuarsi o addirittura sparire quando il periodo trascorso in vacanza risulta stressante, noioso, “normale” o addirittura deludente. L’effetto “felicità” è invece persistente e durerà fino a due settimane dopo la vacanza nelle persone che hanno vissuto la vacanza come molto rilassante.

L’importante, insomma, è desiderare, sognare, progettare e organizzare la vacanza. Non importa quanto questa sia lunga. È infatti dimostrato, sia nella ricerca sopra citata, sia in altre ricerche condotte negli Stati Uniti, che brevi periodi di vacanze (week end o 8-10 giorni) durante tutto l’anno (due – tre volte) possono avere un effetto ancora più positivo che fare un unico periodo di vacanza lungo.

Lo stress quotidiano lavorativo e lo stress accumulato in questi periodi, legato alle restrizioni a causa della pandemia (limitazioni delle libertà, stravolgimento della quotidianità, timore per il proprio lavoro e per il futuro, eccessivo uso della tecnologia per sopperire alle restrizioni, timori per la propria salute) possono sovraccaricare e danneggiare il nostro benessere psicologico. Infatti, diverse ricerche hanno dimostrato che troppo tempo on line, con i diversi dispositivi a nostra disposizione ci porta a sentirci più soli, ansiosi e depressi.

Bisogna, quindi, prendersi cura di se stessi e magari potrebbe essere molto utile visitare e vivere luoghi e spazi significativi per noi, che possono alimentare un benessere interiore legato ai ricordi piacevoli e spensierati.

Spiaggia – Valencia

È inoltre dimostrato (negli studi sugli effetti positivi delle vacanze sulla salute, condotti da una ricercatrice dell’Università Tecnica di Braunschweig da Charlotte Fritz) che unire le vacanze ad esperienze da apprendimento che permettono di acquisire nuove competenze, ha ottimi effetti sul benessere personale, sullo stress e sui livelli di stanchezza accumulati.

Ma la vacanza può essere stressante?

Si, può capitare a quelle persone che vivono i cambiamenti delle routine quotidiani come situazioni troppo difficili da “digerire” e che quindi risultano essere molto “rigidi” e difficilmente adattabili ai cambiamenti, se pur benefici di una vacanza. Bisogna quindi essere più flessibili e darsi la possibilità di poter variare le proprie routine e consuetudini.

Isola d’Ischia

Le vacanze rispondono probabilmente a bisogni psicologici fondamentali e diversi. La vacanza è un’opportunità, un’occasione per sperimentarsi in spazi nuovi e in un tempo più dilatato e lento. Una vacanza ci dà la possibilità di incuriosirci e scoprire  luoghi, persone e culture diverse; ci permette di riuscire ad aprire la mente a nuove esperienze. La vacanza è sempre una possibilità di apprendimento diversa ed entusiasmante. Infine la vacanza è un momento prezioso per riposarsi. Non è la quantità di questo tempo a far la differenza, ma è come si vive il tempo che abbiamo a disposizione a fare la differenza.

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: il Vitamin Model di Warr.

Con l’ingresso ufficiale nella stagione autunnale, possiamo considerarci (salvo alcuni fortunati) tutti ritornati agli impegni quotidiani, primo fra tutti: il lavoro. Il ritorno a ritmi frenetici e pressanti, così come il doversi destreggiare tra le continue richieste familiari, lavorative e individuali, comporta il dover attuare il più precocemente possibile, strategie che aiutino a limitare o gestire l’inevitabile stress correlato prima che questo cresca a tal punto, da rendere difficile gestire anche la più semplice delle attività quotidiane.

 

 

urlo

“L’urlo” Edvard Munch. Fonte immagine Google.

Dallo stress lavorativo al benessere psicologico.

Attualmente si intende con stress-lavoro-correlato, una risposta psicofisica che occorre quando le richieste del lavoro superano le risorse o capacità del lavoratore di farvi fronte”. Gli elementi considerati sono:

1)le richieste del lavoro (stressors)

2)la risposta psicofisica (strain o outcome)

3)le caratteristiche della persona (che attenuano o rafforzano la relazione tra stressors e strain)

A tal proposito, la persona che si trova a dover fronteggiare un periodo di stress molto forte, può manifestare una vastità di malesseri che interessano tre domini differenti. Si possono pertanto manifestare:

  1. Reazioni psicologiche (irritabilità, tensione, disturbi del sonno)
  2. Reazioni fisiche (disturbi gastrointestinali, spiccato aumento o perdita di peso, allergie)
  3. Reazioni comportamentali (uso di alcool, tabacco o droghe, disturbi nella sfera sessuale).

Peter B. Warr (1987), ci ha fornito un modello in cui sostiene che il benessere psicologico sia da definire innanzitutto in termini affettivi, ovvero sulla base del tipo di emozioni esperite.

La metafora delle vitamine.

Il benessere psicologico è descritto sulla base di due dimensioni:

  • La piacevolezza dell’esperienza
  • I livelli di attivazione mentale (arousal)

Dall’incrocio di queste due dimensioni, si generano quattro stati affettivi: ansia, depressione, comfort ed entusiasmo, i quali a loro volta si differenziano in stati affettivi ancor più specifici. Warr specifica poi che per comprendere ulteriormente il benessere psicologico, sia necessario specificare la sfera di vita interessata. Secondo l’autore il primo livello è la vita in generale (free context, indipendente dal contesto) che comprende dei livelli ancor più specifici come la sfera lavorativa, la sfera familiare, quella del tempo libero e del sé. Ognuna di queste sfere può essere caratterizzata da un grado di benessere del tutto particolare. Secondo Warr il benessere sperimentato dipende sia dalle caratteristiche dell’ambiente che della persona. Per quanto concerne l’ambiente (specie quello lavorativo), Warr individua dodici fattori che concorrono a determinare il grado di benessere: 1)opportunità di controllo personale; 2)opportunità per l’utilizzo delle competenze possedute; 3)obiettivi generati esternamente; 4)varietà; 5)chiarezza ambientale; 6)contatto con gli altri; 7)disponibilità di denaro; 8)sicurezza fisica; 9)posizione sociale ben riconosciuta; 10)supporto dei superiori; 11)opportunità di sviluppo di carriera; 12)equità. L’influenza di questi fattori non è sempre uguale, ed è qui che Warr utilizza la metafora delle vitamine.

Le dodici vitamine.

I fattori in precedenza citati sono paragonati dall’autore alle vitamine e agli effetti che queste provocano nel nostro organismo.

warr

relazione tra dimensioni lavorative psicosociali e benessere: il modello di Peter Warr, 1987. Fonte Google.

I fattori dal 7 al 12, sono paragonati alle vitamine C ed E (constant effect) in quanto un sovradosaggio non causa problemi all’organismo; i fattori dall’1 al 6 sono paragonati alle vitamine A e D (additional decrement) il cui sovradosaggio può invece causare danni all’organismo.

Pertanto, com’è facilmente intuibile, l’ideale consiste nell’avere un equilibrio tra “le vitamine”, ma in che modo? Innanzitutto creando una buona rete di supporto sia all’interno dell’organizzazione lavorativa, che in quella familiare. Una buona rete consente infatti:

  • una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
  • una migliore gestione dello stress (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto)
  • la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

Dott.ssa Giusy Di Maio