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I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST

Con la nostra prossima tappa percorreremo itinerari fantastici, faremo voli pindarici e fantasiosi, solo per la gioia di poter giocare ancora un po’, ancora una volta.
L’uso della fantasia e del gioco libero agevolano l’apprendimento e lo sviluppo psico-emotivo del bambino, aiutandolo nei successivi step evolutivi e nella formazione della propria identità.
Buon Ascolto..

I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST – In viaggio con la Psicologia

Gmork: sei uno sciocco e non sai un bel niente di Fantasia; è il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità e quindi Fantasia non può avere confini.

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Gmork: perchè la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.

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I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Fantasia conscia, inconscia e fantasma.

Casa.

Il concetto di fantasia esemplificato dal “sogno a occhi aperti”, che va dalle fantasticherie a occhi aperti delle isteriche allo spazio di fantasia che ogni soggetto ha, può essere collocato a fianco della sublimazione come uno dei destini della pulsione.

Si tratta (sia nell’isteria che nella normale condizione), di uno spazio “escluso dalla realtà” dove il desiderio può liberamente esprimersi, sia che riguardi il soddisfacimento di fantasie sessuali, che aggressive che relative ad un’amplificazione del Sé. Possono quindi accompagnarsi tanto alla masturbazione che al tentativo di modificare la realtà.

Si tratta pertanto di uno spazio psichico intermedio tra mondo interno pulsionale e ambiente.

E’ uno spazio importante in qualsiasi fase de ciclo di vita del soggetto (che sia bambino o adulto) come possibilità di un funzionamento prossimo al principio di piacere, al narcisismo e all’ideale dell’Io pertanto a un funzionamento non necessariamente scandito dal processo secondario (anche se i rapporti con la coscienza restano saldi) e si può parlare di fantasie consce.

Nel bambino è lo spazio del gioco, nell’adulto è lo spazio dell’empatia e creatività. Si tratta comunque di spazio di elaborazione del conflitto e in quanto tale è lo spazio stesso dell’analisi.

Winnicott palando di “spazio transizionale”, ha approfondito l’aspetto dello spazio dell’illusione, del gioco e della creatività e anche Freud stesso aveva parlato di questo spazio cominciando da Personaggi psicopatici sulla scena quando, partendo dalla funzione del teatro e della arti sottolineava come lo scopo del dramma, fin da Aristotele, fosse quello di “suscitare pietà e terrore, di provocare purificazione degli affetti”. Il vantaggio che ha lo spettatore, nell’identificarsi con un certo eroe, risiede nella possibilità di vivere come l’eroe risparmiandosi nella realtà rischi e dolori dell’eroe stesso; così facendo resta viva la possibilità di fare “come se”, proprio utilizzando quello spazio di illusione, di gioco.

Anche ne Il poeta e la fantasia, Freud aveva analizzato i rapporti tra illusione, gioco, fantasia e creazione poetica. Freud nota come per il bambino il gioco sia una faccenda molto seria visto che “vi impegna notevoli ammontari affettivi”, Freud, 1907, e come per lui giocare equivalga all’attività del fantasticare.

“Sono desideri insoddisfatti le forze motrici delle fantasie, e ogni singola fantasia è un appagamento di desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti”, Ibidem.

L’attività fantastica ha stessa provenienza e dinamica delle libere associazioni; allo stesso modo si tratta di materiale preconscio che “viene in mente” come emersione di elementi psichici. E’ quello che ci succede quando ci abbandoniamo al fantasticare su una certa scena; noi possiamo direzionare il contenuto della scena stessa ma ad un certo punto la fantasia segue un suo corso e noi assistiamo quasi più come spettatori che attori.

Ecco che il passaggio da fantasia conscia a inconscia è sfumato.

Compiendo un piccolo salto, nel pensiero postfreudiano l’opera di Melanie Klein va ad ampliare il concetto di fantasia inconscia. Per la Klein si tratta di un’attività psichica presente fin dall’inizio della vita psichica come espressione mentale delle pulsioni e difese. Tali fantasie inconsce sono paragonabili alle allucinazioni primarie di Freud e riguardano configurazioni innate sul corpo della madre ma a differenza di Freud non sono tanto il risultato di un mancato soddisfacimento e non dipendono da un conflitto con la realtà: esse sono l’unica realtà psichica possibile visto che la Klein non oppone la realtà alla fantasia.

Altra distinzione (tenendo conto dell’opera dei due autori), è quella tra fantasia inconscia e fantasma.

La fantasia inconscia è una modalità rappresentativa che da un lato si differenzia dalle rappresentazioni originarie e dall’altro da prodotti psichici più vicini a modalità secondarie di rappresentazione (es fantasie consce e il pensiero).

Giaconia e Racalbuto dicono: “i fantasmi sono quelle formazioni psichiche inconsce non rappresentativamente elaborabili, connesse però alle tracce mnestiche grezze dell’esperienza psichica” Giaconia, Rabalbuto, 1997,542 .

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gioco simbolico.

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Durante il secondo anno di vita, i bambini cominciano a pensare a situazioni possibili o ipotetiche e non più solo a cose presenti.

Questa nuova abilità – che apre la strada all’immaginazione nelle sue diverse forme – si manifesta inizialmente come “gioco di finzione”. E’ grazie all’opera di Piaget (nata dall’osservazione dei suoi tre figli) che conosciamo, nello specifico, tale abilità.

Secondo Piaget, possiamo affermare che il gioco di finzione segna l’emergere della rappresentazione simbolica, la capacità di usare qualcosa (il significante) per rappresentare qualcos’altro (il significato).

Alan Leslie pur concordando con Piaget, sostiene che vi sia una piccola differenza rispetto a quanto affermato dallo studioso svizzero. Se Piaget sostiene che il gioco simbolico, in quanto assimilazione pura è fondamentalmente un’attività individuale (e implica la creazione di simboli soggettivi), Leslie sostiene che nel momento in cui cominciano a far finta giocando da soli, i bambini riconoscono anche la finzione negli altri.

Il gioco è presente sin dalle fasi più precoci dello sviluppo e diventa via via più complesso e sofisticato: le forme rudimentali di gioco con l’oggetto (come la sua semplice manipolazione), si evolvono in gioco funzionale nel quale il bambino cerca di conformare l’azione all’oggetto; successivamente le azioni di gioco vengono separate dall’oggetto in sé e il bambino sarà in grado di fingere che un oggetto sia qualcosa di completamente diverso o di evocare un oggetto “finto”, dal nulla.

Leslie ha identificato tre aspetti chiave del gioco simbolico.

Il primo aspetto consiste nella fungibilità di un oggetto per un altro; il secondo consiste nel creare un oggetto immaginario; il terzo aspetto è costituito dall’attribuzione all’oggetto di proprietà simulate.

Anche un singolo episodio di gioco può contenere tutte le strutture prototipiche ravvisate dall’autore: sostituzione, creazione di un oggetto e attribuzione di proprietà.

E’ uno, in particolare, l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.

Wolf e colleghi hanno documentato, con uno studio longitudinale, questo sviluppo. Intorno ai 18 mesi di età i bambini cominciano a trattare le bambole come rappresentazioni di esseri umani (ma le bambole non vengono dotate di sentimenti autonomi o facoltà di azione; vengono infatti nutrite, lavate e messe a letto). Tra i due anni e i due anni e mezzo, i bambini attribuiscono alle bambole alcune abilità comportamentali ed esperienziali (le bambole parlano) successivamente attribuiscono loro desideri, sensazioni ed emozioni. A partire dai tre anni e mezzo (quattro anni), i bambini iniziano a dotare le bambole di processi di pensiero più espliciti e intenzioni complesse.

Dal momento che il gioco simbolico costituisce la prima manifestazione della capacità metarappresentazionale che consente al bambino di comprendere e attribuire stati mentali a se stesso o agli altri, lo sviluppo dell’abilità simbolica di “far finta” è considerato la principale pietra miliare nello sviluppo della teoria della mente.

Giocare è sempre una cosa seria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

I meccanismi cognitivi del gioco d’azzardo.

Perché il gioco d’azzardo in tutte le sue forme, legali o no, ha così successo?

Sembra strano ma è proprio la rarità di un evento che ci fa sopravvalutare le possibilità che si verifichi. Proprio per questo ci facciamo l’illusione che vincere al gioco sia meno difficile di quanto lo sia in realtà.

In tutti i tipi di gioco (a partire dalle lotterie e dai giochi nazionali, scommesse, macchine da gioco..) le possibilità di vincere un premio (in particolare il primo premio) sono davvero remote, di contro le probabilità di perdere sono decisamente molto più alte di quelle di vincere. Sembra quindi paradossale che pur conoscendo queste statistiche e queste probabilità (ormai per legge sempre indicate) molte persone sono comunque spinte ad investire molto denaro nel gioco, illudendosi di poter avere la meglio sulla fortuna.

Tra le teorie psicologiche che provano a dare una spiegazione a questo comportamento c’è la teoria dell’ottimismo irrealistico, messo in evidenza dallo psicologo americano Neil Weinstein nel 1980. Attraverso questa teoria possiamo almeno in parte dare una spiegazione alla febbre da gioco.

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I risultati degli studi di Weinstein dimostrarono che le persone avevano per lo più la tendenza a credere che avessero molte probabilità di imbattersi in eventi positivi rispetto agli altri. Al contrario, tendevano a ritenere di avere probabilità minori rispetto agli altri di trovarsi a fronteggiare eventi negativi. Insomma, ciascuno è convinto che il futuro e la fortuna sarà dalla sua parte e che “certe cose capitano solo agli altri”.

Ricerche successive hanno potuto appurare che l’ottimismo irrealistico è molto diffuso nella popolazione. Infatti come già accennato l’ottimismo irrealistico, non alimenta solo false illusioni sulle possibilità di vincere al gioco, ma altera anche la percezione rispetto al fatto di poter essere colpiti ed esposti a malattie, eventi negativi, tragedie , di evitare incidenti automobilistici, ma anche di avere una vita lavorativa e sentimentale felice, ad esempio. L’ottimismo irrealistico è quello che spinge i ragazzi a guidare l’auto anche se palesemente ubriachi o sotto l’effetto di droghe. L’ottimismo irrealistico riesce persino ad alterare la nostra visione degli eventi sconosciuti e catastrofici e che ha spinto, ad esempio, alcune persone in questi mesi, durante la pandemia, a rifiutare di indossare le mascherine, ad organizzare feste, a non rispettare le norme basilari per evitare l’innesco dei contagi.

Nel contesto del gioco d’azzardo invece, l’ottimismo irrealistico ci spingerebbe a credere che le nostre probabilità di vincere siano maggiori di quelle degli altri giocatori. Dal punto di vista cognitivo il gioco d’azzardo presenterebbe tutte le caratteristiche appropriate a favorire errori di ragionamento, causando la distorsione delle probabilità di vittoria a favore del giocatore.

Nel 1996 lo psicologo inglese Peter Harris, sempre riferendosi al gioco, ha potuto osservare che la maggior part delle persone sono vittime di un preconcetto cognitivo; pensano che un evento molto raro abbia più probabilità di accadere a loro che ad altri.

La desiderabilità di un evento più è allettante tanto più si sopravvaluterà la probabilità che si verifichi.

Ellen Langer parla di “illusione del controllo” quando i giocatori hanno la possibilità di scegliere dei numeri, di grattare un biglietto o di lanciare un dado. Il giocatore ha così l’illusione di avere una parte attiva nel gioco e di poterne determinare l’esito. Con l’illusione del controllo i giocatori avranno la tendenza a sopravvalutare la loro capacità di controllare l’esito di un avvenimento, anche quando quell’evento è totalmente determinato dal caso.

L’ottimismo irrealistico risponderebbe, secondo i ricercatori, al bisogno di ognuno di sentirsi diverso e migliore degli altri quando si va a confrontare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Osservare e comprendere

“La gioia nell’osservare e nel comprendere è il dono più bello della natura”

Albert Einstein
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Quando si è bambini l’oggetto di osservazione è il mondo e i suoi fenomeni sempre nuovi ed entusiasmanti. Forse solo in quel momento l’osservazione e la successiva comprensione non è preparata e pianificata ed è scevra da ogni influenza interna ed esterna.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Giocare..

„È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.“

Donald Woods Winnicott
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Non perdiamo mai la gioia di giocare. Facciamo giocare i bambini e i ragazzi. Insegniamo loro a giocare e giochiamo insieme a loro. Il gioco è un prodotto della nostra fantasia, della nostra creatività, è un pezzo importante del nostro essere.

dott. Gennaro Rinaldi

Scacco matto

“Nella vita a differenza degli scacchi, il gioco continua, dopo lo scacco matto”.

Isaac Asimov
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Anche quando sembra che nella vita che tu sia stato abbattuto e che il gioco sia finito, c’è sempre un modo per ripartire e per rimettersi in gioco.

Nonostante tutto e nonostante tutti il gioco della vita continua..

dott. Gennaro Rinaldi