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Tu giudica che domani smetto.

“Pensare è molto difficile, per questo la maggior parte delle persone preferisce giudicare”.

C. G. Jung

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Comportamento antisociale secondo la teoria degli ambiti.

Fonte Immagine Google

Oggi riprendiamo la teoria degli ambiti, (teoria che abbiamo incominciato a conoscere con il pensiero di Kohlberg) per provare a comprendere le spiegazioni che questi teorici hanno fornito in merito al comportamento antisociale.

Buon viaggio e buona lettura.

Secondo la teoria degli ambiti, le norme morali possiedono una prescrittività intrinseca e il soggetto è indotto a rispettarle non per paura della punizione o dell’autorità, ma perchè pervaso da un sentimento di dovere a vivere in conformità con esse.

Le norme convenzionali sono invece istituite dalle società in funzione dei propri costumi e delle proprie leggi; sono spesso viste come qualcosa di arbitrario e contingente a uno specifico sistema di regole. Ne deriva che la trasgressione delle norme morali o convenzionali segue percorsi motivazionali diversi.

Uno degli studi in merito, condotto da Nucci e Herman (1982), comparò bambini appartenenti a un gruppo di controllo e bambini segnalati per disturbi comportamentali. Lo scopo dello studio era rilevare (se esistenti) le differenze nel modo di giudicare le trasgressioni morali e convenzionali.

Dallo studio emerse che sebbene tutti i bambini considerassero le trasgressioni morali più gravi rispetto a quelle convenzionali, la differenza era nel tipo di giustificazione che questi fornivano al comportamento aggressivo.

I bambini definiti “disturbati” tendevano a giustificare il loro comportamento ricorrendo alle spiegazioni di ambito convenzionale, secondo cui non si picchia un altro bambino solo perchè c’è una norma che lo dice e non perchè non si fa soffrire un altro essere umano. I bambini con disturbi della condotta tendevano a considerare più ammissibili le trasgressioni morali quando vi era la mancanza di divieti espliciti; sembravano inoltre più attenti alla violazione di regole convenzionali poichè portano ad una sanzione diretta.

Questi bambini, inoltre, mostravano difficoltà a identificare i confini della propria sfera personale e della propria aria di responsabilità. I bambini aggressivi si concentravano infatti sull’immoralità delle provocazioni subite e consideravano la ritorsione attuata ai danni della loro vittima come giusta, in quanto concentrati sulla prospettiva dell’aggressore piuttosto che su quella della vittima.

Uno dei criteri distintivi delle violazioni morali riguarda la valutazione del danno provocato alla vittima. Uno studio molto interessante fu condotto nel 2005 da Leenders e Brugman. In questo studio fu chiesto a dei giovani delinquenti di valutare le conseguenze negative di alcuni comportamenti antisociali; ciò di interessante che emerse, fu che questi giovani davano giudizi che non differivano dal gruppo di controllo. In sostanza, anche i delinquenti tendevano a giudicare rigidamente e in maniera molto severa comportamenti negativi messi in atto da altre persone. Ciò cambiava se si chiedeva loro di giudicare un comportamento messo in atto da essi stessi, la spiegazione data, in tal caso, era “Non ho fatto nulla di male, non avrei fatto male a nessuno”, giustificazione data specie se la vittima non aveva subito danno fisici.

A tal proposito, Bandura fornisce nell’ambito della teoria cognitiva, un altro interessante spunto che fa capo al “moral agency”. Secondo l’autore la condotta trasgressiva è regolata da due tipi di sanzioni: sociali e internalizzate.

Gli individui prima di mettere in atto un comportamento trasgressivo, anticipano mentalmente la conseguenza della loro azione. Se le sanzioni sociali espongono l’individuo a una punizione o censura da parte della società, quelle interne sottopongono l’individuo ad autocondanna diminuendo il senso di autostima e autorispetto.

La capacità di agire (moral agency) è resa pertanto possibile da meccanismi di autoregolazione grazie ai quali le persone vivono in accordo con i propri principi morali.

Ciò che Bandura inoltre pone in evidenza è che “Non c’è punizione più grande dell’autocondanna” Bandura, 1991.

Ciò che emerge (e ciò che ho potuto talvolta constatare) è proprio che fino a che anche in ambito educativo, non si farà leva sull’importanza (non solo, ovviamente) non tanto della norma in sè, ma del motivo della norma, spostando il focus e l’attenzione dei bambini – già molto precocemente- sul proprio mondo interno, sulle proprie sensazioni ed emozioni, la strada sarà ancora lunga.

Ho sempre immaginato una pedagogia che non fosse del “no”, quanto del “no, ma” oppure “si, ma”.

In questo “ma” si gioca la differenza. Differenza che pone l’attenzione sull’altro e attraverso l’altro su di me; Differenza che pone me al centro attraverso di te e te attraverso di me. Sento come tu ti potrai sentire che percepisco io come mi potrò sentire: da qui la possibilità e la capacità di poter essere “noi”.

Se tuttavia, non apprendiamo fin da subito a sintonizzarci con il nostro mondo interiore, non possiamo aspettarci che da adulti, questa capacità compaia d’improvviso e da sola, cercando giustificazioni – per i nostri errori- in terze parti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

SONO SOTTO I RIFLETTORI: ILLUSIONE O REALTA’?

Chi ci sta intorno è realmente attento ad ogni nostro cambiamento (fisico o emotivo), oppure si tratta solo di un’illusione?

Spesso quando ci troviamo in una situazione (nuova o consolidata che sia), siamo portati a percepirci come sotto la luce di un riflettore. Siamo in sostanza convinti che ad esempio il modo in cui siamo vestiti, come stiamo parlando, come ci stiamo muovendo, sia continuamente osservato e giudicato “dall’altro”.

Immagine fonte “Google”

Si tratta del fenomeno definito “effetto spotlight” (effetto riflettore), ampiamente studiato nell’ambito della psicologia sociale. Nell’anno 2000 Gilovic, Medev e Savitsky, decisero di condurre un esperimento nelle aule universitarie, per controllare se effettivamente le persone notassero dei cambiamenti o dei movimenti nel loro interlocutore. Ad un gruppo di studenti fu chiesto di indossare una giacca bizzarra e stravagante, prima di entrare in aula. Il 50% di questi studenti (prima di entrare in aula) dichiarò di essere convinto che i loro colleghi, avrebbero notato la maglietta stravagante; in realtà solo il 23% dei compagni notò la giacca. Nel 2010 Timothy Lawson condusse un esperimento analogo. Lo studioso chiese a degli studenti che partecipavano ad un gruppo di studio, di lasciare un attimo il gruppo, cambiarsi la maglietta ed indossarne una con la scritta American Eagle . Quasi il 40% degli studenti era convinto che gli altri avrebbero notato il cambiamento, mentre solo il 10% fu in grado di ricordare la scritta sulla maglietta. Molti studenti del gruppo, non si accorsero nemmeno che la maglia era stata cambiata.

Da ulteriori studi è emerso che ciò che vale per pettinature, capelli, vale anche per le emozioni: ansia, irritazione, paura.. molte meno persone di quante ci si aspetta, notano le nostre emozioni. Spesso infatti soffriamo di un’illusione di trasparenza, ovvero se ad esempio siamo felici e ne siamo consapevoli, siamo portati a pensare che anche gli altri percepiscano dal nostro volto che siamo felici. Analogamente si tende a sopravvalutare l’entità di gaffe o lapsus sociali. Se ad esempio facciamo scattare l’allarme in biblioteca, ci sentiamo mortificati in quanto pensiamo di aver fatto una brutta figura; le ricerche tuttavia mostrano che ciò per cui ci si preoccupa a dismisura viene a stento notato dagli altri, o subito dimenticato.

In definitiva non dobbiamo essere troppo preoccupati e sentirci frenati o “bloccati”, quando ci troviamo in una situazione sociale che ci espone al possibile giudizio altrui.

La luce di un riflettore può sempre essere spenta da un interruttore.

Dott.ssa Giusy Di Maio