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Sulla libido e sulla leadership.

Perché alcuni decidono di seguire “certe” persone (che poi diventano leader) e non altre? Perché alcuni individui rinunciano all’espressione dei propri moti pulsionali (giungendo anche ad annullarli) per credere al messaggio veicolato da un dato leader? Che cos’è la leadership e chi è il leader?
Scopriamolo insieme.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Gruppo e adolescenza.

Il termine gruppo – nella vita quotidiana- ha un duplice significato che lo cala in una valenza costruttiva (gli amici che si riuniscono il pomeriggio dopo la scuola per uscire insieme) o distruttiva (le babygang).

Il gruppo si situa pertanto come un “luogo terzo, il gruppo dei pari unito al gruppo interno, (…) s’istituisce come una soluzione rispetto alla separatezza e alla solitudine”. Biondo D., 2014.

Accade pertanto che in ambito terapeutico il gruppo potrebbe presentarsi e prestarsi come luogo/collante che “attiva processi psichici e dimensioni della soggettività che non sono messi in movimento o sono messi in movimento in maniera differente dal setting psicoanalitico individuale” (Neri C., p., 35, 1999)

Sembra infatti che dinnanzi ad un adolescente spaesato, che vive nel difficile momento in cui ogni risposta è chiamata dalla domanda “Chi sono Io”, risposta che passa inevitabilmente per l’Altro, il meccanismo gruppale e il setting psicodinamico multiplo, specie se composto da coetanei e con problemi non troppo dissimili, possa fornire un valido appoggio.

Il setting psicodinamico multiplo con il gruppo “struttura all’interno degli ambienti educativi uno spazio gruppale di supervisione per comprendere la relazione transfero-controtransferale che si realizza tra l’educatore e il gruppo” (Biondo, 2014).

L’analisi di gruppo si configurerebbe pertanto come una analisi in parallelo (o di gruppo) di diversi analizzandi e il gruppo diviene una cornice contenitiva al cui interno ha luogo l’analisi stessa; il gruppo tuttavia non è solo una cornice. Durante l’analisi, si svolge uno scambio (di solito molto libero e vivace) sia rispetto a ciò he sta accadendo ma soprattutto rispetto a ciò che ciascun membro del gruppo sta comunicando consapevolmente o meno.

Ciò che accade nel gruppo è che i pazienti comprendono che certe difficoltà o problematiche (che temevano fossero soltanto loro), sono invece comuni ad altre persone; questo potrebbe quindi essere un punto di forza proprio per il lavoro da portare avanti con gli adolescenti in quanto essi sono perennemente centrati su se stessi poichè impegnati a trovare una risposta alla propria falla identitaria.

Comprendere ciò -inoltre- li libera (almeno in parte) da sentimenti di vergogna; sentimenti che spesso sono legati ad una fantasia che è quella di essere un mostro.

Oltre a ciò, sembra che la scrittura e la produzione fantastica, possano rendere maggiormente tollerabile il dolore e il senso di solitudine sperimentato in questa fase così delicata

“La scrittura introduce un elemento spaziale: lo spazio virtuale del tempo, che il foglio stesso potrebbe rappresentare – testimone della parte osservativa dell’Io- (..) la scrittura indipendentemente dal suo valore letterario, può evitare che le rappresentazioni a carattere conflittuale siano disperse con le proiezioni, fornendo nel contempo all’Io una protezione dal loro effetto traumatico” (Semi, 1989, p., 883).

Introdurre la dimensione temporale, in un periodo storico dove il tempo è ormai collassato sotto la velocità dei circuiti online che girano senza sosta, potrebbe fornire uno spazio/momento di pausa che sembra invece essere sempre meno presente tra i nostri giovani.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La famiglia e la sua totalità.

“Comprendere il comportamento di un gruppo familiare è più facile se si accetta di far riferimento al gruppo visto nella sua totalità invece che in termini di somma di comportamenti individuali.“

Luigi Cancrini
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Il lavoro terapeutico con le famiglie è affascinante, ma allo stesso tempo complesso, proprio per la complessità degli intrecci e del funzionamento del sistema nel suo insieme. La famiglia è come un organismo e per comprenderla bisogna osservarla tutta, “come si muove e come vive”. Osservare e provare a dedurne il funzionamento da un solo individuo limiterebbe tantissimo la visuale d’insieme.

dott. Gennaro Rinaldi

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Role Playing: chi devo essere?

Photo by Francesco Ungaro on Pexels.com

Con role playing si intende una tecnica che prevede l’assunzione simulata di ruolo. Si tratta di una sorta di recita in cui i protagonisti provano a vivere ed agire in una situazione possibile (simulata) in cui però l’azione deve essere eseguita in maniera “naturale e reale”, dimenticando – in sostanza- che la situazione creata, sia finta.

Questa attività permette di far emergere comportamenti verbali o gestuali su cui tutti gli attori che prendono parte alla “recita”, possono in un secondo momento, riflettere. Ai fini della formazione, il role playing serve per consentire -ai soggetti che vi prendono parte – di mettersi alla prova e pertanto di “misurarsi” stando sotto gli occhi di altri partecipanti/ osservatori attivi (oltre che alla supervisione di uno o più formatori).

Ciò che la tecnica rende parte centrale è il vissuto emotivo del soggetto coinvolto (parte attiva) oltre ad evidenziare tutti gli aspetti verbali e comportamentali (che saranno successivamente discussi in gruppo).

Il role playing si basa su una metodologia attiva in quanto pur essendo più o meno strutturato (a seconda delle finalità cui si deve giungere), lascia ampio margine di interpretazione ai soggetti in formazione che restano sempre i principali attori (se adeguatamente condotti da un conduttore non autoritario).

Le origini della tecnica risalgono allo psicodramma dello psichiatra Jacob Moreno che nel 1921 fondò il “teatro della spontaneità” che non prevedeva prove prima della rappresentazione e in cui veniva messa in scena la realtà. Da qui, Moreno teorizzò una forma di azione terapeutica: lo psicodramma.

La tecnica consiste in una psicoterapia di gruppo durante la quale i partecipanti si esprimono spontaneamente con parole, gesti, movimenti. Azioni, sguardi, contatto fisico o manifestazione dei sentimenti, divengono metodo di cura. La tecnica di Moreno vuole aiutare i soggetti facendo leva sui loro personali sistemi di relazioni interpersonali, al fine di promuovere una liberazione di tipo catartico. Sia il carattere ludico che drammatico dell’azione, possono favorire il cambiamento nei soggetti in trattamento.

Il role playing è una tecnica che deriva dallo psicodramma moreniano, e quindi esso richiede una solida preparazione e una capacità professionale per chi lo voglia proporre come metodologia.

. Per le sue caratteristiche di applicazione, il role playing fa leva sulle risorse personali di chi ne sia protagonista, mettendo alla prova la sua abilità e competenza di relazione interpersonale a livello verbale e comportamentale, ma anche la capacità di gestire le sue emozioni che durante questo tipo di attività, possono emergere improvvisamente creando momenti anche difficili sia a chi sta sostenendo un determinato ruolo, sia a chi (sempre per fini formativi, o altri scopi), sta assistendo all’esercitazione. La derivazione del role plying dallo psicodramma moreniano, la si vede dalla conservazione del carattere ludico nell’attività di simulazione.

La valenza educativa e formativa del gioco è da sempre uno dei capisaldi del discorso pedagogico. Al gioco, che è considerato una delle espressioni della creatività umana, sono connesse le dimensioni dell’avventura, della sfida, rischio e coraggio. La disponibilità quindi di chi accetta di rendersi protagonista di una sessione di role playing, può coincidere con la disponibilità al cambiamento di sè. L’ironia poi, che spesso interviene nelle sedute di role playing, può aiutare ad alleggerire il peso del compito della costante verifica di sè e dell’eventuale cambiamento che si può adottare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia e sport: quando i fuoriclasse diventano “di troppo”.

Tutti vogliono una squadra di campioni e fuoriclasse. Tutte le squadre e tutti i tifosi (di qualunque sport) competono, nelle così dette “finestre di mercato” per accaparrarsi i migliori giocatori, spesso non badando ai bilanci.

Ma avere troppi campioni in squadra porta sempre dei benefici?

In una ricerca pubblicata su “Psychological Science” da Roderick Swaab e altri colleghi nel 2014, sono state messe a confronto le prestazioni di alcune squadre che avevano introdotto in squadra dei campioni. La ricerca ha preso in considerazione tre sport nello specifico: basket, calcio, baseball.

Individuati i migliori atleti, i ricercatori hanno calcolato la percentuale di campioni per ogni squadra dividendo, squadra per squadra, il numero dei grandi giocatori per quello totale dei giocatori nella rosa. Alla fine sono state considerate le prestazioni delle squadre misurando il rapporto tra sconfitte e vittorie, nel corso di dieci anni.

Michael Jordan

Sia per il basket che per il calcio, i ricercatori hanno trovato che il numero di campioni poteva condizionare positivamente il successo della squadra, ma solo fino ad un certo punto. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che aumentando il numero dei campioni, i risultati possono cominciare a peggiorare. Infatti le squadre di basket e calcio con un grande numero di talenti in squadra, avevano mediamente risultati peggiori delle squadre che avevano un equilibrio più moderato tra campioni e giocatori buoni e ottimi.

Perchè questi risultati strani?

Il gioco di squadra conta troppo. Il successo è direttamente proporzionale all’impegno e alla collaborazione comune, uno sforzo comune rivolto ad un obbiettivo condiviso. Paradossalmente con un eccessivo numero di campioni e fuoriclasse in squadra può subentrare in maniera consistente l’interesse per il prestigio individuale, e questo rischierebbe di invalidare gli obiettivi di squadra. Pensate ad esempio, ad un calciatore che pensa alla classifica della scarpa d’oro (miglior marcatore europeo) e nelle ultime partite di campionato, pur di segnare un gol, sbaglia passaggi, assist e occasioni da gol per i compagni di squadra.

Insomma bisognerebbe trovare un equilibrio e un compromesso tra campioni e lavoro di squadra. Nello studio sul basket, i ricercatori hanno visto che le squadre che avevano più superstar avevano fatto registrare meno assist e rimbalzi difensivi e percentuali più bassi dei tiri su azione. Queste debolezze nella collaborazione di gioco, minavano l’efficacia della squadra.

Nello studio sul baseball invece il numero dei campioni non pregiudicava le prestazioni complessive della squadra.

Questi risultati suggeriscono che livelli troppo alti di giocatori di talento possono diventare dannosi per la squadra, o almeno bisognerebbe avere una strategia ben coordinata per assemblare una squadra di campioni. Perché il narcisismo e la ricerca del successo personale possono andare a scapito degli altri compagni di squadra.

La riflessione più interessante è che questi concetti possono tranquillamente essere allargati anche agli altri ambiti di lavoro. Dove il lavoro di squadra è fondamentale bisogna trovare un buon equilibrio e un buon coordinamento delle risorse umane eccellenti, affinché non vengano sprecate, utilizzate male e quindi perse, solo per interessi personali di carriera.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Se io dico 3 invece è 2 : tu, che fai?

Dal conformismo alla pressione del gruppo: lo studio di Asch.

Con il termine conformismo ci si riferisce al cambiamento del comportamento, dei pensieri e sentimenti che le persone attuano in conseguenza di una pressione (reale o immaginata) effettuata da parte di un gruppo.

Lo psicologo sociale Solomon Asch decise di strutturare un esperimento per indagare più nello specifico, il fenomeno.

L’esperimento consiste nel mettere in fila una serie di persone alle quali lo sperimentatore, dirà che stanno per prendere parte a uno studio sul giudizio percettivo. A tal proposito viene mostrata una linea standard e 3 linee di paragone. I soggetti sperimentali devono pertanto dire quale delle 3 linee di paragone, corrisponde (ovvero è uguale per lunghezza) alla linea standard.

Fonte immagine “Google”.

E’ facilmente intuibile che la linea uguale a quella standard sia la 2 tuttavia.. cosa succede se 5 persone prima di noi, sostengono che la linea uguale sia ad esempio, la 1? Giunto il nostro turno cosa saremmo davvero disposti a fare: sostenere la nostra ipotesi o appaiarla al pensiero di gruppo?

Molti studenti hanno sperimentato tale conflitto, partecipando agli esperimenti di Asch. Quelli che si trovavano nella situazione di controllo (partecipare da soli) in più del 99% dei casi, davano la risposta corretta mentre quando gli stessi soggetti si trovavano inseriti all’interno di una situazione di gruppo, per circa tre quarti si conformavano giungendo ad una percentuale del 37% di soggetti conformati alla risposta di gruppo.

Di converso il 63% dei soggetti, non si conformava. Tenuto conto dei risultati Asch non “cantò vittoria”. Lo psicologo infatti, fu piuttosto turbato dal rendersi conto di come una percentuale comunque considerevole fosse disposta a dichiarare come vera, una cosa che non lo fosse:

Il fatto che persone giovani, intelligenti e ben intenzionate siano disposte a chiamare bianco il nero è una situazione preoccupante. Fa sorgere dubbi sui nostri sistemi di educazione e sui valori che guidano il nostro comportamento.

Solomon Asch, 1955

Il risultato di tali esperimenti appare interessante per un motivo in particolare. La pressione a cui i soggetti sperimentali sono sottoposti, non è una pressione scontata a conformarsi; non c’è ad esempio come premio il gioco o la vincita della squadra oppure punizioni in caso contrario. Se la gente è disposta a conformarsi così tanto in risposta a delle pressioni che sono minime, cosa succede se il “gioco si fa più serio?” Possono obbligarci a compiere atti crudeli che possono sconfinare nella tortura?

A quest’ultima domanda, proveremo a rispondere con un prossimo approfondimento.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’età in divenire: l’adolescenza come “terra di mezzo” tra l’infanzia e la vita adulta.

L’articolo che desidero condividere oggi, si presenta come l’inizio di quella che vorrei fosse una (piccola) sezione (in crescita), un po’ come appare l’adolescenza ai nostri occhi. L’adolescente che muove lungo le linee del “..non sono più… forse sarò.. oppure sono?”, ha messo – chi scrive- di fronte al fatto che (troppo) poco e male, si parla di adolescenza.

Salvo specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La psicoterapeuta Carla Candelori nel 2013, ricorda come l’adolescenza sia una fase ” caratterizzata soprattutto da profonde trasformazioni riguardanti il corpo (sia in termine di immagine fisica, che sessuale), dal significato che l’adolescenza assume in termini sociali (per il gruppo sociale di appartenenza), ma soprattutto per il difficile processo di separazione- individuazione che il giovane adolescente deve compiere, separandosi dagli oggetti genitoriali, per raggiungere e definire la propria identità”.

Si tratta pertanto, come Peter Blos (1970) aveva indicato, di una fase che intensifica sia le pulsioni libidiche che aggressive; intensità (agita o subita) che guiderà il giovane adolescente ad uscire da quella delicata fase del ciclo di vita in cui non si sente più un bambino, non è ancora adulto, ma presto (probabilmente) lo sarà.

La cronaca o la quotidianità (spesso raccontata) da genitori oppure insegnanti che non ne” possono più”, evidenziano un aumento di alcune condotto sempre più aggressive, messe in atto dagli adolescenti. Sembra infatti che i nostri giovani provino un malessere crescente, un malessere che ormai non può più essere nascosto, celato (magari scritto su pagine di diari tenuti segretamente nascosti, oppure rigettato dentro di sé, con le cuffiette di un cellulare che isola dal mondo e che tiene protetti, chiusi e forse un po’ confusi).

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (aggiornamento dati a Febbraio 2019), parlano chiaro; vi è un aumento di adolescenti che usano le armi (7%), che partecipa a risse (20%) o che aggredisce intenzionalmente solo per il gusto di voler fare del male (10%). Se pertanto come Anna Maria Nicolò (2006) evidenzia, in una adolescenza “normale”, l’uso dell’aggressività può essere utile ad esempio ad integrare una sessualità adulta, per autoaffermarsi o per negare momentaneamente la dipendenza che tanto spaventa, dove si situa il limite, in un’età che proprio dai limiti vuole liberarsi?

E’ nel 2013 che Renè Kaës evidenzia come il crollo di quelli che sono definiti “garante metasociale e garante metapsicologico, possano portare l’adolescente a “delirare tutto ciò che l’ambiente primario di provenienza non è riuscito a elaborare” (Kaës, 2013) sfociando anche in possibili condotte aggressive o violente. Secondo Kaës il mondo moderno e ancor di più il mondo ipermoderno, portano l’essere umano a scontrarsi con una serie di sconvolgimenti che intaccano la base narcisistica nella misura in cui il contratto intersoggettivo e intergenerazionale è sconvolto o distrutto; il riferimento è a quel contratto che assicura attraverso l’investimento collettivo e gruppale il nostro posto in un insieme.

Ciò che appare in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo.

Immagine Personale ” Palmengarten , Giardino botanico Francoforte, 2018″.

Cos’è pertanto più nel dettaglio ,questo malessere contemporaneo? quali caratteristiche mostra? E cosa lega il malessere contemporaneo e l’adolescenza?

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2019/02/13/preadolescenza-limportanza-di-appartenere-per-separarsi/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/10/01/non-voglio-uscire-non-posso-uscire-ritiro-sociale-e-adolescenza/

Dott.ssa Giusy Di Maio

Non ti conosco, ma sei pericoloso perché diverso da me. Cos’è, e come agisce il pregiudizio.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Il pregiudizio è un atteggiamento negativo (preconcetto), su un gruppo e i suoi membri. Una persona può ad esempio provare antipatia per qualcun altro (senza conoscerlo) arrivando a modificare anche i propri pattern comportamentali, ovvero mettendo in pratica un atteggiamento discriminatorio. Parlare di pregiudizio non è semplice in quanto il concetto appare molto complesso; può infatti essere considerato “pregiudizio” , anche un atteggiamento condiscendente che serve invece – a ben vedere- a mantenere l’altro in posizione di svantaggio.

Il pregiudizio è spesso sostenuto da stereotipi (una credenza sugli attributi personali di una persona, o di un gruppo). Gli stereotipi sono sovra-generalizzati, imprecisi e soprattutto resistenti alle nuove informazioni; questo vuol dire che una volta che uno stereotipo si è insinuato, è molto difficile da scalfire. Dalle ricerche è emerso che:

  1. il pregiudizio è un atteggiamento negativo
  2. lo stereotipo è una valutazione negativa
  3. la discriminazione è un comportamento negativo, non giustificato, verso un gruppo o i suoi membri.

Inoltre il comportamento discriminatorio ha spesso origine in atteggiamenti pregiudiziali. Il pregiudizio rappresenta per bene il sistema del doppio atteggiamento, in quanto si possono avere sia atteggiamenti espliciti (consapevoli) o impliciti (inconsci) verso lo stesso oggetto (così come mostrato dagli studi condotti somministrando il test di associazione implicita di Carpenter).

Si tratta di un test che misura le cognizioni implicite (ciò che le persone conoscono senza esserne consapevoli), compilato online da oltre 6 milioni di persone; il test consente pertanto proprio di verificare se le persone tendono a comportarsi come realmente pensano/dicono, oppure no, in quanto sappiamo che non sempre le persone esprimono il loro parere. Inoltre dalle ricerche emerge che spesso le persone non sono neanche del tutto consapevoli del loro parere.

Gli atteggiamenti espliciti possono cambiare con l’educazione, mentre quelli impliciti perdurano e possono cambiare con la formazione di nuove abitudini. Numerosi studi mostrano come le valutazioni stereotipate possono avvenire al di fuori della consapevolezza. In alcune prove del test di Carpenter vengono ad esempio mostrate rapidamente facce o parole che innescano automaticamente degli stereotipi verso alcuni gruppi etnici, di genere o di età. Senza che ne siano consapevoli, i partecipanti all’esperimento vengono influenzati nelle loro risposte dagli stereotipi che si attivano automaticamente.

E noi? Siamo consapevoli/vittime dei nostri pregiudizi? Vogliamo metterci alla prova? https://implicit.harvard.edu/implicit/italy/

Dott.ssa Giusy Di Maio.