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Conformismo e obbedienza Solomon Asch #psicologia #psicoterapia

L’approfondimento proposto oggi da @ilpensierononlineare concerne un cardine della psicologia sociale.

Sei sicuro di riuscire a mantenere fede alla tua ipotesi anche se davanti all’evidenza, un certo numero di persone, dichiarano il falso?

Riusciresti a mantenere fede alla tua idea oppure cederesti al pensiero di gruppo, conformandoti?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

“La nostra relazione”.

Mi abbandono spesso alla riflessione quando assisto una coppia che varca la porta dello studio.

Una coppia che chiede un incontro di consultazione è, nell’hic et nunc, una non coppia. Si tratta di due individui che hanno smesso (o molto probabilmente non lo hanno mai fatto), di comunicare.

Il supporto di quella che viene comunemente definita coppia “in crisi”, presenta punti di complessità notevoli, cominciando dal fatto che di fronte non abbiamo due individui (la diade in crisi), ma almeno sei persone (un membro della coppia insieme all’introiezione delle sue figure genitoriali, assumendo che l’Edipo sia stato risolto, il secondo membro e i fantasmi della sua coppia genitoriale) ma a ben vedere, nel lungo e complesso intreccio del copione familiare, anche i fantasmi genitoriali sono portatori dei rispettivi fantasmi e così andando a ritroso nel lignaggio di provenienza (e questo per entrambi i membri della diade).

La terapia di coppia è di fatto la terapia di una folla di persone.

Tutte le voci chiamate in causa, sono ovviamente presenti nella loro assenza; portiamo in sostanza tracce della nostra storia familiare nel nostro comportamento, in tutto quel che siamo -certo- ma soprattutto in ciò che decidiamo di non essere.

Possiamo decidere, ad esempio, di prender coscienza della relazione dei nostri genitori e fare in modo che la relazione con il nostro rispettivo partner sia distante da quella cui abbiamo assistito; si tratta di punti di rottura della nostra storia familiare.

Immaginiamo a tal proposito una tipica storia raccontata, in cui ci sono i protagonisti, antagonisti e così via…

Immaginiamo che, ad esempio, cenerentola si annoi di pulire e canticchiare come una schiava, attendendo che il principe le rimetta la scarpetta e decida di partire per un viaggio in solitaria lungo la costa ovest americana, dandosi alla promiscuità.

Discutibile?

E chi siamo noi per giudicare cenerentola?

L’esempio che ho fatto, seppur possa sembrare fuori luogo e lontano dall’esperienza che vivo, è invece piuttosto centrato.

Molte coppie dimenticano di avere potere decisionale sulla propria storia; accade non di rado che appena sposati, i coniugi si immettano in un sistema che lavora a ciclo continuo, senza sosta, un ciclo che li vuole anello di una catena che può andare solo in un certo modo: lavoro, figli, incontri con la scuola, medico, bollette, genitori anziani, lavoro e ancora lavoro.

Si diventa lentamente spettri della propria stessa esistenza, sedie vuote su cui sono adagiati corpi sempre più lontani dalla nostra stessa essenza.

Ci sono coppie che restano insieme senza più dirsi mezza parola; si condivide il letto ma ognuno girato dal proprio lato che diventa sempre più freddo e distante dal lato che resta dietro le proprie spalle.

Ci sono quelli che sacrificano la sfera dell’intimità, relegandovi un piccolissimo e veloce spazio, senza passione né sentimento. Non ci si confessa né si parla dei rispettivi bisogni e desideri e si lascia che le cose continuino a fluire. L’intimità resta la sfera maggiormente colpita dalla crisi perché è sempre più diffusa l’idea che la coppia si fondi su altri principi (il che è giusto), ma è pur vero che ciò che indica e identifica una coppia come tale, è proprio la condivisione della sfera intima.

Non credo si condivida l’intimità della propria sessualità con chiunque.

Ci sono coppie stanche, così tanto stanche che neanche riescono a confessarsi di essere giunte al punto di rottura.

Quelle che stanno insieme per il bene dei figli (quale sia poi questo bene è tutto da capire).

Ci sono quelle coppie che si odiano profondamente che vedi lì.. sembra quasi vedere il veleno scorrere da ogni poro, tanto è il fastidio che provano nel respirarsi accanto. Però… restano insieme.

Ci sono poi le coppie che stanno bene insieme, quelle “erano sereni.. felici.. normali..” poi accade che uno dei due uccide il partner.

La coppia è un sistema in continua costruzione e in divenire, essendo composta da due persone che non sono statiche ma soggette alle leggi del tempo e dell’esistenza, è impensabile impuntarsi sul “prima era diverso” poiché prima è adesso.

La schismogenesi della coppia, la distruzione del microsistema coppia, ha una portata tale da inviare talee distruttive anche ai sistemi esterni alla coppia stessa (figli che soffrono, parenti che intrudono nelle dinamiche dei due probabili ex, e così via).

Ho spesso la sensazione di avere di fonte due sedie vuote, le persone parlano parlano di contenuti così vuoti da rendersi lentamente sempre più evanescenti, fino a diventare sfondo al pari degli oggetti che ci sono dietro di loro.

Mi piace alternare le sedute di coppia a quelle dei singoli membri ed è bello fare il gioco delle parti, farli sedere alternativamente sulla sedie vuota che vedono innanzi a loro per essere alternativamente se stessi e l’altro, al fine di vedere e capire cosa, come avrebbero agito e/o risposto nella medesima situazione il rispettivo partner.

La coppia è una folla vero, che dimentica con troppa facilità che la storia è “nostra” e di nessun altro; che i copioni sono stati scritti, è vero, ma la parte principale la fa sempre l’attore specifico che sa aggiungere (e aggiunge) sfumature tutte sue, peculiari.

La coppia è una folla che deve ritrovare, nella sincerità della solitudine duale, il coraggio.

Coraggio per proseguire nella stesura del copione o coraggio per dirsi arrivederci, la storia fin qui è stata entusiasmante ma sento che, come cenerentola, devo prenotare un aereo perché voglio fare un viaggio sulla costa ovest americana.

Da solo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia del Ciclo di Vita – l’Anzianità – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio seguiremo un sentiero più esterno, un po’ ripido, ma sarà in discesa.
Vi porterò sul sentiero del ciclo della vita e osserveremo più da vicino una fase della vita importantissima, molto preziosa e davvero molto interessante: l’anzianità.

Scopriremo quanto è importante il benessere psicologico di una persona in questa fase della vita e quanto può influire positivamente sulle famiglie e sulla società.


Buon Ascolto..

Psicologia del ciclo di vita – l’Anzianità – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker podcast
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Conosciamoci: i legami sociali.

Gli psicologi sociali hanno dimostrato che circa il 30-40% delle conversazioni umane ha come scopo quello di condividere informazioni su di sé e condividere esperienze vissute personalmente.

Una banalità? Non è detto..

Nello specifico, nel 2010,Naaman, Boase, & Lai, hanno condotto studi sulla piattaforme Facebook e Twitter, mostrando come l’80% degli stati, quando aggiornati, mostravano un contenuto legato ad esperienze personali appena vissute.

Si tratta del fenomeno noto come self-disclosure (auto-svelamento o apertura verso gli altri); tale condivisione (tipica della nostra specie) è dovuta alla potente gratificazione personale esperita ogni volta che avviene la condivisione con l’altro. In altre parole raccontiamo volentieri qualcosa di noi perché questo, in qualche modo, ci soddisfa (Tamir & Mitchell, 2012).

In studi di neuroimaging condotti nei decenni precedenti, era stata dimostrata l’attivazione dei circuiti cerebrali connessi a questo senso di gratificazione.

Tamir e Mitchell, del dipartimento di psicologia di Harvard, hanno portato avanti studi combinando tecniche di neuroimaging e metodi comportamentali, al fine di testare l’ipotesi che le stesse aree cerebrali componenti il circuito della gratificazione fossero coinvolte anche nel processo di self-disclosure.

Tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) è stata analizzata l’attività cerebrale dei partecipanti; lo studio è stato diviso in due fasi. In una prima fase è stato chiesto ai soggetti di rivelare le proprie opinioni e i propri pensieri agli altri, mentre nella seconda fase è stato chiesto ai soggetti di speculare su ipotetiche opinioni o pensieri di un’altra persona. Senza scendere troppo nei dettagli neurocognitivi dello studio, il risultato più interessante concerne il fatto che il solo pensare introspettivamente a se stessi, era sufficiente a far provare ai soggetti un senso di gratificazione così forte da attivare il sistema mesolimbico dopaminergico (dopamina). Ciò però che potenziava questa attivazione, era il condividere con gli altri i propri pensieri e le proprie esperienze.

La condivisione rafforza i legami sociali (Dindia,2000; Collins & Miller, 1994), accresce le nostre conoscenze sul mondo ed elicita il feedback degli altri, permettendo alla persona chiamata in causa di vedere o conoscere meglio anche altre parti di se stesso che magari, senza quella condivisione, sarebbero rimaste coperte.

(E la condivisione è così forte e potente che se ogni promessa è debito, come dice l’antico detto, personalmente ho un debito che sa di promessa. Sia mai che “girasole” trovi la sua luce; nel frattempo scopro qualcosa di me attraverso le parole prestate. Grazie).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo nei legami di coppia.

Quanto è importante il senso dell’umorismo in un rapporto?

Il senso dell’umorismo è un segnale di intelligenza e abilità sociale ed è molto importante per la solidità di una relazione di coppia.

Il fatto di poter scherzare con il partner aiuta. ad esempio, a sdrammatizzare momenti complessi…

Buona visione!

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo – ilpensierononlineare – Youtube channel

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Gli occhiali azzurri: Inconscio Docet.

Un paio di anni fa mi trovavo nella mia amata Catalogna (a Tarragona per intenderci).

Quell’estate segnava la fine, quindi l’intrinseco inizio, di un ciclo complesso e difficile.

Duro.

In qualche modo le mie risorse interne, accompagnate da poche ma solidissime risorse esterne, avevano fatto in modo che resistessi -ancora una volta- ai temporali.

Quell’anno lì l’acqua era davvero ovunque, nemmeno il tempo di alzare la testa per prender fiato che -sbam- nuova onda e lì.. giù … ma non troppo… come nemmeno troppo su.

Oscillazione continua e costante, pendolo dell’esistenza come da Schopenhaueriana memoria.

Tarragona è stata una parentesi felice e serena.

Abitare e vivere i posti sono stati dell’esistenza molto diversi; si può vivere in un luogo abitandone un altro (analogamente a quanto accade con la nostra psiche).

Posso vivere un corpo che non abito o abitare in una pelle che non vive il mio corpo.

Insomma…

La Spagna contiene il mio essere, si situa come un luogo capace di farmi vivere e abitare allo stesso tempo.

Un giorno, in un negozio, ho visto degli occhiali certo vagamente trash, forse eccessivi… ma quella lente azzurra ha attirato la mia attenzione.

Quando li ho visti sullo scaffale ho pensato alla felicità “questi sono gli occhiali della felicità”, c’era – in sostanza- qualcosa fuori da me, che mi indicava un bisogno -forse un desiderio- (ma siccome desiderio e bisogno non coincideranno mai, così come la psicologia dinamica ricorda), non sono stata lì troppo a pensare e li ho indossati.

Gli occhi chiari sono un bellissimo salto nella luce che acceca e fa lacrimare (molti hanno difficoltà a guardare negli occhi chiari perché -come un paziente mi disse- sono come uno specchio) e sono di difficile “manutenzione”.

Sono occhi che soffrono facilmente, si irritano quando meno te lo aspetti; banalmente portati a pensare che siano occhi freddi, si tratta di occhi che piangono o lacrimano al primo raggio che arriva senza preavviso; polvere e vari agenti atmosferici intrudono sempre con un’aggressività costantemente fuori controllo.

Il problema è che io non sopporto gli occhiali da sole; odio schermare i miei specchi sul mondo, non sopporto di dover alterare il colore delle cose e non mi piace mettere barriere.

La lente azzurra è diventata, allora, uno velo sottile e trasparente (luminoso e protettivo) che mi ricorda che ogni tanto anche io devo proteggermi (magari anche in maniera trash) inoltre… vedere il mondo blandamente azzurro aiuta… quando il nero si ripresenta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Oltre (sempre).

Che giudichi?

Che nessuno si appropri delle tue parole, del tuo pensiero, del tuo spirito.

Che nessuno si cibi avidamente di te, delle tue speranze, della tua fantasia.

Che nessuno si diverta su di te, come fosse in un lunapark.

Che nessuno abusi del tuo spirito o della tua carne.

Che nessuno ti faccia sentire nessuno.

Che nessuno si dimentichi di te, nell’illusione di avere il tuo controllo.

Che nessuno sia nessuno, per te.

Che siano tutti incontri e pochi scontri.

Che siano poche certezze e molte incertezze che solo da quelle, possiamo veramente capire chi siamo.

Che sia ciò che deve e che forse sarà e nel mentre non sarà che tu sia sempre te stesso.

Oltre.

Dott.ssa Giusy Di Maio