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L’impotenza Appresa

Probabilmente tutti l’hanno sperimentata, molti hanno trovato poi un modo per evitare quella sensazione negativa, altri invece non riescono a trovare il modo per evitare lo stimolo doloroso che l’accompagna. Lo stato della mente che sto descrivendo riguarda l’incapacità di reagire davanti ad uno stimolo “psicologicamente doloroso e spiacevole”. Incapacità che anche l’impossibilità di evitarlo e di reagire per cambiare le cose.

La sensazione che si prova è molto simile ad una forma estrema di rassegnazione al dolore sia fisico che psicologico.

Questo fenomeno, chiamato “impotenza appresa“, è stato studiato da uno psicologo statunitense Martin Seligman. Praticamente Seligman spiega che una persona per “abbandonarsi” all’impotenza appresa deve aver appreso, dalla propria personale esperienza che “è inutile provare a modificare il proprio atteggiamento e il proprio comportamento, tanto non c’è più nulla da fare”. Pare che chi si lasci andare a questa idea, abbia la quasi totale certezza (spesso e volentieri falsa) che non può controllare ciò che gli sta facendo del male, così si accetta passivamente tutto. Questo stato mentale caratterizza anche alcuni disturbi psicologici (ad esempio la depressione).

L’impotenza appresa descrive quindi lo stato mentale di una persona che considera inevitabili gli esiti delle proprie azioni in una situazione di estremo stress.

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Le esperienze che caratterizzano la nostra vita, possono in qualche modo condizionare e modificare il nostro comportamento e le nostre risposte istintive. L’apprendimento negativo spiega anche perché possiamo accettare a volte in maniera passiva, situazioni molto brutte senza cercare una via d’uscita, che però in realtà esiste e che gli altri riescono a vedere.

Il carico eccessivo di aspettative negative hanno anche altre conseguenze. Portano infatti a scarsa stima di sé, tristezza, sintomi psicosomatici, stress e fallimenti reiterati.

La teoria dell’impotenza appresa, ha in parte spiegato e chiarito alcuni aspetti di patologie e fenomeni psicologici, emotivi e relazionali, che vanno dalla depressione, passando per le vittime di violenze e stalking fino alla dipendenza da droghe e alcol.

Ci sono ovviamente alcune variabili rispetto al fenomeno dell’impotenza appresa; per alcuni infatti, questo atteggiamento passivo interessa solo lo stimolo negativo che è all’origine, mentre per altri può estendersi a tanti aspetti della propria vita. Ciò si può spiegare con il fatto che alcune persone sono in grado di affrontare lo stress dello stimolo negativo e quindi riescono a confinare la sensazione d’impotenza alla situazione specifica, mentre gli altri non riescono ad avere questo controllo e si fanno sopraffare totalmente. Probabilmente questa differenza è dovuta a “mancati apprendimenti” che possono diventare inibizioni a un successivo sviluppo. Questo può succedere, ad esempio, in contesti familiari che hanno in qualche modo inibito lo sviluppo dell’autostima e dell’indipendenza del bambino, favorendo invece un senso di dipendenza e inadeguatezza.

Un’altra spiegazione potrebbe essere nell’individuazione di due tipi personologici opposti:

Coloro che rientrano nel gruppo dei “negativi” che vedono gli effetti di una situazione difficile come permanenti, pervasivi e dipendenti da una “colpa” loro;

Coloro che rientrano invece nel gruppo dei “positivi” che distinguono se stessi dalla causa esterna. Quindi riescono anche a percepire una possibilità di fronteggiarla.

Immagine Personale – Una via d’uscita

Gli stessi meccanismi possono essere anche alla base dello scarso successo scolastico di alcuni bambini, che frustrati da una serie di giudizi negativi all’inizio del loro percorso scolastico possono generalizzare erroneamente l’esito delle loro performance scolastiche e iniziare ad alimentare una escalation di risultati negativi che possono portare ad un fallimento negli studi.

Nonostante la forte resistenza di questo stato mentale nelle persone e la percezione persistente all’impossibilità del cambiamento, è possibile cambiare e riprendere a vivere una vita libera da “impedimenti”. La psicoterapia può certamente essere la soluzione e la svolta, ma il percorso terapeutico deve essere accompagnato da una forte motivazione da parte del paziente.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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If you want to deepen the subject you can click on the link of the book Seligman, M: Learned Optimism: How to Change Your Mind and Your Life

Se volete approfondire ecco il link del libro di Seligman: “Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero”

Violenze domestiche: conseguenze psicologiche e fisiche.

Il fenomeno della violenza domestica ha a che fare con una serie di azioni che hanno luogo all’interno della relazione che partono dal passato e arrivano al presente. Questa serie di condotte e azioni riguardano l’aspetto psicologico, economico, fisico e sessuale. Nel tempo le conseguenze di questi atti possono portare a danni di natura fisica e psicologica.

La violenza psicologica è moto subdola e può riguardare tutta una serie di atteggiamenti intimidatori, vessatori, denigratori. Sono subdoli perché spesso non esplicitati e di difficile comprensione da parte delle persone estranee alla coppia. Il partner tende infatti a mettere in atto tutta una serie di “strategie” di isolamento, limitazione dell’espressione personale e terrore, nei confronti dell’altro partner. Attuando ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni nel privato e nel pubblico, umiliazioni e denigrazioni. Spesso l’ “efficacia” pervasiva di questi atti porta ad un vero e proprio “lavaggio del cervello” e la sensazione da parte delle vittime, di vivere sempre con la paura che possa succedere qualcosa di molto grave. La continua esposizione a queste condizioni portano le donne (che nella maggior parte dei casi sono le vittime delle violenze domestiche) ad avere gravi danni sul piano psicologico.

La conseguenza di queste situazioni porta la donna vittima di violenza a colpevolizzarsi continuamente, portando dentro di sé una sensazione costante di inadeguatezza. Entra così in un circolo vizioso di accondiscendenza e sottomissione alle richieste del maltrattante, così da risultare il più possibile adeguata alle sue richieste, per non farlo adirare.

Si crea così una sorta di perversa dipendenza psicologica dall’aggressore maltrattante.
La maggior parte delle donne che denunciano il partner che le maltratta, spesso non hanno intenzione di lasciarlo, ma solo di contenerlo e controllarlo. Capita che una volta subite le prime violenze le donne, loro malgrado, interpretano il ruolo di vittima. La serie di atti prima descritti e la pressione psicologica generata dal comportamento del maltrattante genera nella donna, come fonte di sofferenza, il senso di colpa per il sospetto di essere responsabili di quella reazione, in sintesi di meritarla.


In diversi i casi può accadere un ribaltamento della situazione: il soggetto maltrattante dopo la violenza diventa vittima della vittima, che ora si trova in una posizione di dominanza, desiderando il perdono.
Si invertono così i ruoli se la donna minaccia l’allontanamento fisico l’uomo risponde con il vittimismo. Questo altalenarsi della relazione in un sorta di danza perversa di dominanza/sottomissione, permette alla donna di restare. La donna infatti in questo caso avverte il vittimismo del compagno come un momento di gratificazione e quindi s’illude di poter avere la possibilità di “aggiustare” e controllare la relazione.

Immagine Personale

Le donne spesso denunciano questi fatti a parenti ed amici i quali non hanno le capacità o non avvertono la necessità di impedire l’aggressione fisica e psicologica.
La famiglia può rappresentare una risorsa e un aiuto, ma tante volte può diventare un ostacolo e paradossalmente può giustificare in qualche modo le violenze. Infatti può capitare che alcune famiglie possono incoraggiare la donna a tenere unito il matrimonio per ragioni etico religiose, giustificando anche la loro linea di pensiero con il fatto che i danni non sembrano particolarmente gravi.
Ad esempio può capitare quando nel compagno maltrattante viene riconosciuta una situazione di sofferenza, una qualche patologia mentale o psichica. In questo caso la donna non legittima la separazione in quanto comprende la sofferenza dell’altro, subordinando la propria di sofferenza.

La violenza fisica comprende invece tutta quella serie di azioni atti a far del male (procurare dolore fisico e segni) e quindi a spaventare la vittima, che può temere continuamente per la sua incolumità. La violenza fisica può essere esperita in tanti modi diversi (calci, pugni, morsi, colpi alla testa, torsioni del braccio, soffocamento, scossoni, spintoni). Queste violenze fisiche sono agite proprio per spaventare e rendere l’altra persona in un stato di soggezione e controllo.

La violenza economica riguarda tutta quella serie di espedienti volti ad evitare che la donna arrivi ad avere una indipendenza economica. Ciò ovviamente ha come finalità quella di rendere la donna sempre e comunque dipendente e senza nessuna possibilità di pensare di poter essere economicamente emancipata. Anche quando la donna ha un lavoro, il maltrattante farà in modo di gestire o sperperare il denaro del lavoro della partner., che sarà costretta a nascondere una parte dei propri introiti.

La violenza sessuale riguarda tutti quegli atti legati alla sfera del sessuale. Il partner in questo caso è costretto ad avere rapporti sessuali, con minacce, violenze e ricatti. Costrizione ad avere rapporti anche con terzi e visionare o fare video.

Immagine Personale


La violenza e gli abusi contro le donne non hanno alcuna giustificazione, qualunque natura essi abbiano.

Non bisogna mai sottovalutare i primi segnali di una escalation violenta.

Mai sottovalutare le offese, mai sottovalutare la limitazione delle libertà, mai sottovalutare i gesti e le intenzioni, mai sottovalutare una spinta o uno schiaffo!

Denunciare e chiedere aiuto è un grande passo verso la libertà.

La violenza domestica e contro le donne non può essere tollerata!

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi