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Stella bianca.

La vecchiaia rappresenta una fase del ciclo di vita tra le più floride, se la si riesce a comprendere e accogliere. E’ quella delicata fase della vita in cui la persona sa di avere una storia -un passato- magari piuttosto abbondante e complesso che dice molto di lui e per lui.

Un passato che può essere fonte di creatività psichica (anche e soprattutto laddove il corpo ha rallentato). L’anziano può infatti mantenere la sua efficienza psichica globale (escluso alcune problematiche quali demenze) se riesce a sfruttare le proprie risorse residue.

C’è un abbondante passato alle spalle, è vero, ma spesso si sottovaluta la ricchezza del tempo presente, un presente che può ora essere vissuto liberamente, lontano da una certa linearità che l’esistenza aveva, fino a quel momento, richiesto.

La vecchiaia è stata studiata in maniera sistematica, solo intorno agli anni 20 del 900 negli Stati Uniti. Ciò che colpisce, quando si parla di terza età, è che questa venga quasi considerata come una malattia; come un inevitabile decadimento cui la persona andrà incontro a cui non si può porre rimedio.

In Italia dobbiamo aspettare gli anni 70 per accendere un po’ i riflettori sulla senilità; è in questo periodo storico che si cominciano tutta una serie di studi intorno alla condizione dell’anziano avviando ricerche attente e mirate (gli studi saranno condotti da Agostino Gemelli e Martello Cesa-Bianchi 1952- 1987)

L’età è una costruzione sociale riconosciuta e condivisa che va a connotare il corso della via e gestisce -in un certo senso- collettivamente i destini individuali.

L’invecchiamento:

«Riferito all’uomo indica il complesso delle modificazioni cui l’individuo
va incontro, nelle sue strutture e nelle sue funzioni, in relazione al
progredire dell’età» (Cesa Bianchi, 1987)

A ben vedere, vi è un duplice significato che è possibile dare; da un lato -infatti- l’invecchiamento come maturazione o accrescimento è da intendersi come un processo nel quale l’individuo aumenta quantitativamente le sue funzioni e strutture e le differenzia qualitativamente

L’invecchiamento come senescenza è il processo attraverso cui l’individuo diminuisce quantitativamente le proprie strutture e perde progressivamente le sue funzioni.

Al di là della terminologia, cosa rende complesso l’invecchiamento?

La questione concerne il fatto che l’età di un individuo non è un mero numero su un documento di riconoscimento, quanto la commistione dell’età psicologica, sociale e biologica.

Nel nostro caso, l’età psicologica si riferisce alle capacità adattative di una persona che risultano dal suo comportamento, ma può anche riferirsi alle relazioni soggettive o all’autoconsapevolezza: è collegata sia all’età cronologica che a quella biologica, ma non è pienamente desumibile dalla loro combinazione.

Dal punto di vista psicologico si “segna” l’inizio della vecchiaia con il momento in cui la persona comincia a mostrare segni di deterioramento senile (non indicando con ciò i soli elementi di decadimento). Si evince, da quanto appena detto, che “vecchio” è molto di più di un uomo dai capelli e la barba bianca e vecchia e molto di più della nonnina curva sulla macchina per cucire.

L’invecchiamento biologico stesso non è un processo lineare, e si distingue tra:

Invecchiamento primario, è il cosiddetto invecchiamento normale, che riguarda tutta la popolazione e comporta modificazioni biologiche, psicologiche e sociali, in una sostanziale stabilità della struttura della personalità.

Invecchiamento secondario, ovvero l’invecchiamento patologico, dove al quadro dell’invecchiamento primario si aggiungono malattie croniche o meno: in questo stadio spesso è difficile capire ciò che appartiene alla malattia e ciò che appartiene alla vecchiaia. Queste modificazioni non sempre sono irreversibili e possono anche essere curate.

Invecchiamento terziario, si riferisce al declino rapido e irreversibile che caratterizza l’avvicinarsi alla morte. Questo stadio può durare mesi o anni ed è conosciuto anche come terminal drop

“Lo sa Dottoressa.. quanto mi piace venire qui a parlare della mia storia. Molti pensano che essere vecchi sia noioso; un po’ il cliché del vecchio che gioca a bocce aspettando di morire. Francamente io non mi sono mai sentito così vivo come in questi anni; saranno pochi… troppi… uno, due, tre… Ma a me cosa importa? Ho vissuto una vita intera per una famiglia verso cui ho provato tanti sentimenti contrastanti, negli anni. Non ho mai saputo se mia moglie era la donna che realmente desideravo, non capivo se i miei figli mi corrispondessero -mi passi il termine- in qualche modo…

Io… uomo di mare, di sogni e di speranze alla costante ricerca della luna e di una sirena danzante, sono finito dietro una scrivania bloccato tra la polvere e le carte.

Ho sognato le stelle e desideravo lavorare con i piedi affondati nella sabbia fredda… quando di freddo c’era solo l’ufficio tremendo in cui sono stato bloccato per 40 e passa anni…

Dottoressa -che occhi vivi che tenete- io non ho paura di morire.

I dottori mi hanno detto di parlare con lei e io vengo con tanto di quel piacere perché mi piace ricordare al me di adesso, sto vecchietto senza denti, che ho buttato tanto di quel tempo (ride).

Mi piace il mio presente perché ora ho il tempo di cercare la mia sirena danzante (pure se ogni tanto arriva la sirena dell’ambulanza a casa, ma questa è un’altra storia) -ride-

Mi piace il mio tempo presente perché ora posso sognare e nessuno mi può dire niente. Quando sono stato giovane (perché lo sono stato, sa, Dottoressa) -ride- mi sono fatto fregare “fa questo.. fa quello.. si fa così”, diceva mio padre, mia madre.. poi mia moglie.

Dottoressa….

Non permetta che le si dica cosa fare o chi essere, si fidi di uno sconosciuto che incontra in una stanza chiusa e che non ha nemmeno i denti – ride-

Non permetta che le venga tolta questa affascinante e piena luce che ha, nei suoi occhi di selva fiorita.”

(Buon viaggio, stella bianca.)

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Anzianità

Negli ultimi cinquanta – sessant’anni, l’allungamento della durata media della vita nell’uomo, ha portato a due fenomeni:

la diffusione sempre più allargata di famiglie con più generazioni in cui sono viventi fino a quattro generazioni contemporaneamente (bisnonni, nonni, genitori e figli);

una sproporzione tra la popolazione anziana e quella giovane (il numero delle persone con più di 65/70 anni è maggiore di quelle al di sotto dei 15 anni).

Inoltre a differenza di sessant’anni fa, quando si considerava una persona anziana già alla soglia dei 60 anni, oggi si considera una persona anziana, dopo i 70 anni (giovani anziani) e dopo gli 80 (grandi anziani).

La persona anziana in questa fase della vita è da sempre un riferimento per il resto della società. Proprio una buona organizzazione sociale deve poter garantire in questo periodo della vita un buon livello di benessere fisico e psicologico per gli anziani. Sono infatti i rapporti sociali, associati a ruoli di interesse e di rilievo per le altre generazioni (ad esempio: nonni che presenziano l’uscita delle scuole, che accompagnano i propri nipoti a scuola, che girano per associazioni e istituzioni scolastiche per raccontare le loro esperienze) a garantire un buon livello di benessere individuale, per la persona anziana.

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Questi ruoli e questi rapporti sociali, riempiono momenti di vuoto e solitudine e integrano le relazioni familiari, che restano comunque essenziali e anzi rappresentano la risorsa principale e centrale. In questo modo la persona anziana ha un ruolo attivo all’interno del suo contesto sociale, anche quando ha smesso di lavorare attivamente. Oggi infatti vedere una persona sopra i settanta, impegnata nel suo lavoro, nelle sue passioni, con i propri nipotini o in attività sociali e culturali, rimanda ad una sensazione di continuità e vitalità.

L’età anziana corrisponde quindi ad un periodo della vita molto complesso, forse il più difficile dell’intero arco di vita, ma anche il più intenso e il più bello dal punto di vista della persona che lo vive. Perché, se non c’è la presenza di particolari patologie, l’anziano è una persona dinamica e attiva che può offrire molto, sia in famiglia che nel proprio contesto sociale. Spesso vive da solo e in coppia, per scelta propria, perché intende perseguire i propri interessi, senza condizionamenti e vuole godere dei benefici, anche economici, conquistati nel corso della sua vita lavorativa, infine non vuole essere un peso per i propri figli e nipoti.

La presenza insieme di più generazioni pone la famiglia, in senso allargato, di fronte a molteplici eventi critici e compiti evolutivi e spesso rende difficili le relazioni tra genitori e figli, in particolar modo quando l’età comincia ad avanzare e quindi c’è la comparsa delle prime patologie, anche invalidanti. Praticamente in questo periodo e fase della vita, gli eventi più critici corrispondono proprio al periodo in cui l’anziano ha bisogno di assistenza perché non può più vivere da solo. In questo momento la famiglia e i figli possono reagire in maniera completamente diversa e complicando o semplificando le cose.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi