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Senza Parole: musica e inconscio.

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E’ possibile pensare all’inconscio partendo dal discorso musicale?

Da Freud in poi sentiremo parlare di inconscio non intendendolo come in precedenza era stato fatto ad esempio, dagli artisti romantici, dove la parola era usata per indicare l’interiorità oscura, l’inquietudine, la follia o l’irrazionalità.

Senza indagare troppo la questione “prima di Freud”, è con Sigmund stesso che l’inconscio viene pensato non più a partire dai suoi contenuti, ma dalle sue qualità formali, dal suo modo di funzionare, dalle sue formazioni. Ne deriva che la realtà dell’inconscio si manifesta sia nelle “cose da decifrare”, che in quelle che resistono a tale decifrazione; si manifesta soprattutto nelle dimenticanze, nel ricordo di quel che non è esistito, nella coazione a ripetere, nelle cose che non si riescono a pensare e dire, negli atti mancati.

L’inconscio diventa posto vuoto, cesura tra ciò che potrebbe e (forse?) non è; inconscio senza “rappresentazione” in quanto non è un contenuto o una data funzione localizzabile nel cervello, in un luogo stabile e preciso.

Jacques Lacan comincerà a ripensare all’inconscio guardando al linguaggio musicale.

Prima però di Lacan uno dei primi ad affrontare il rapporto “musica e psicoanalisi” fu Theodor Reik; ciò che Reik fece fu comprendere l’analogia tra ascolto musicale e ascolto psicoanalitico.

Reik introdusse infatti l’idea di un ascolto “il terzo orecchio” orientato non al contenuto e significati ma alle forme espressive cui ricorre il paziente durante il racconto. Diventano importanti ritmi, silenzi, prosodia, pause, tono, tutti elementi che ritroviamo nel discorso musicale. L’analista così facendo riesce a cogliere gli “infrasuoni del discorso inconscio” andando ben oltre il mondo apparente fatto di suoni che possono solo apparire consonanti, celando invece dissonanze o accordi non ben armonizzati.

Lacan riprenderà la funzione del suono dello shofar (corno ebraico). Generalmente si tratta di un corno di ariete che viene usato in momenti di raccoglimento, fede, pentimento dove offre un sottofondo sonoro particolarmente adatto a rendere sentimenti di commozione (di tale strumento si parla anche nella Bibbia).

Quando Lacan pensa al suono di tale strumento (soprattutto alla luce di come viene presentato e della funzione che ha nella Bibbia stessa), si chiede se si tratti di un semplice strumento o se, invece, non sia una voce, un sostituto della parola che reclama (in tal caso, obbedienza).

Se immaginiamo una musica, una melodia, percepiamo una sequenza di suoni “diciamo” armonica (il discorso sarebbe molto più ampio specie alla luce di moderni generi musicali non del tutto consonanti); di una melodia riconosco un ordine, una struttura e un codice in sostanza: un discorso.

Un discorso che può dire senza dire, analogamente a quanto un suono musicale può fare presentandosi come significante di qualcosa che non c’è (non in maniera visibile). Anche l’inconscio può presentarsi come costituito da qualcosa che “sta al posto di”.

Il significante prende il sopravvento sul significato e così come in una composizione artistica non mi fermo al suo significato immediato, scavo e scovo nell’inconscio tracce di significazione nascoste, celate tra le mille note raggruppate che creano trilli, acciaccature (in musica piccola nota che vediamo attaccata alla nota principale che suonata prima di, toglie una frazione di durata molto breve alla nota principale), abbellimenti del nostro mondo interno.

(Gli abbellimenti sono – brevemente- in musica note o gruppi di note accessorie, ornamentali, che sono inserite tra le note principali di una melodia per dare maggiore grazia al discorso musicale).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Possibilità del possibile.

Quando una cosa è possibile? Cosa è possibile? Cosa rende impossibile qualcosa?

Potenzialmente noi siamo in grado di poter rendere possibile qualunque cosa e ciò che è possibile è solo qualcosa che non ha potuto ancora aver luogo, ma che in potenza può avvenire.

“La definizione di possibile è “quello che non ha potuto aver luogo”

Jaques Lacan
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni sparse tra Lacan e Chopin.

Nella visione Lacaniana desiderio e godimento non possono coesistere nel soggetto in quanto o si desidera o si gode.

Il desiderio è sempre desiderio dell’Altro (alterità) in quanto sorge dal divieto – in particolare- dall’interdizione paterna al godimento di natura incestuosa, con e della madre. L’effetto dell’Edipo e l’abolizione del godimento incestuoso instaurano la legge del desiderio.

L’umano, entrando nel linguaggio perde il suo essere cosa ed entrando nel registro del simbolico, arriva a costituire il desiderio come domanda rivolta all’Altro.

Il godimento tende a cercare la scarica nell’immediato, è infatti funzione dell’ES; secondo Lacan il godimento “inizia come solletico e finisce come incendio”, ecco perchè siamo portati a legare sempre il godimento a qualcosa.

L’unica strada in cui godimento e desiderio si alleano, è l’amore.

Il desiderio arriva, bussa, prova e il godimento acconsente. Il desiderio però, per poter chiedere al godimento deve passare attraverso la nostra rinuncia al godimento stesso (paradosso); rinuncia che porterà all’incontro con l’amore vero.

Con l’amore il godimento non è mai perduto del tutto; l’amore sa essere uno. Il godimento che può invece essere di tanti e potenzialmente insensato e senza limiti può portare a perdere per sempre il desiderio e dunque l’amore.

L’arte e nello specifico ancor di più, la musica, è sempre stata amore puro e fluido: godimento senza fine. Il mio godimento innanzi alla musica ha consentito al desiderio di procedere, di farmi studiare pianoforte.. di abbandonarmi alle note del canto.. di piangere e provare i brividi innanzi ad una composizione.

Nell’amore per la musica vivo il mio paradosso: godo sapendo di perdere il mio godimento ogni volta che una composizione termina ma, rimpinguando il desiderio di ascoltare, di emozionarmi e conoscere, vivo ogni giorno l’amore per le sette note. Senza limiti. Senza freni.

Senza fine.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“I’m my own extension”

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Oggi vi propongo la lettura di un piccolo pezzo preso da un lavoro scritto da me nel 2011. All’epoca ancora poco (anzi direi nulla) si parlava in ambito psicoanalitico del mondo internet e delle psicopatologie ad esso correlate. Decisi quindi di approfondire l’argomento incontrando notevoli difficoltà proprio perchè la letteratura in merito era carente. Nonostante ciò riuscii nel mio intento ed oggi, rileggendo, mi sono reso conto di come questo lavoro a cui tengo molto, sia a tutti gli effetti ancora (forse di più) profondamente attuale.

“Se si chiedesse oggi ad un giovane adolescente o ad un bambino nativo digitale di rispondere alla domanda chi sei?, probabilmente la risposta non escluderebbe in nessun caso il riferimento ad un oggetto digitale che permetta l’interconnessione al mondo del virtuale. L’identità dipenderà necessariamente dai mezzi che il ragazzo ha a disposizione per esprimere sperimentare le molteplici identità nei vari contesti virtuali che frequenta.

La Turkle osservò, già a ridosso del 2000, il fatto che la gente fosse convinta che il computer potesse estendere la propria presenza fisica. Oggi più di prima la domanda che la Turkle si pone nelle prime pagine del suo libro – La vita sullo schermo- è di fondamentale importanza – stiamo vivendo una vita sullo schermo o piuttosto nello schermo?-.

Ella definisce lo schermo del computer come la nuova dimora delle nostre fantasie erotiche e intellettuali. Insomma, dopo un ventennio di assimilazione informatica e digitale, ci stiamo (come direbbe Piaget) accomodando, plasmandoci e uniformandoci a livello cognitivo ai nuovi modi di considerare l’evoluzione delle relazioni, dell’identità, della sessualità, della politica.

E’ molto interessante la metafora che la Turkle usa per rendere l’idea della potente stretta del computer (ciò che prima io descrivevo come dipendenza). Siamo sedotti da quell’Altro fittizio, proviamo una infatuazione per ciò che ci manca, quello di cui abbiamo bisogno per considerarci completi. Il computer, considerandolo in tutte le sue potenzialità, ci dà la possibilità di interagire con gli altri e con noi stessi. Ci dona l’illusione di essere con gli altri. Con il computer e con internet – si può essere solitari senza mai sentirsi soli-.”

La digitalizzazione dell’identità: un approccio psicoanalitico alla strutturazione della personalità nell’era del digitale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott. Gennaro Rinaldi.

Disamistade e dolore psichico.

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“E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”

Disamistade, De Andrè.

Ascoltavo questo incredibile pezzo e riflettevo..

Il dolore – specie quando è di natura psichica- che appartiene all’Altro, è sempre un dolore a metà.. una sorta di non dolore.

Tutto ciò che rimanda alla paura, al non conosciuto, all’oscurità si presenta come un evento perturbante. Il perturbante -in senso Freudiano- è qualcosa che in precedenza era familiare nella vita psichica, che poi è stato estraniato dal soggetto tramite il meccanismo di difesa della rimozione; è qualcosa di rimosso che ritorna..

Il tuo dolore, nel gioco della specularità che mi si apre innanzi dove “Io” è necessariamente “un Altro”, in quanto nell’ambiente primario di provenienza (la famiglia) mi è stato detto “questo sei tu”, conferendomi uno stampo in cui una prima identità liquida, è stata calata, mi (ri) presenta in faccia il dolore.

Nessuno ha voglia di sperimentare di nuovo qualcosa che lo ha in precedenza terrorizzato, tanto da doverlo rimuovere.

Faber può accompagnarci, stasera… https://www.youtube.com/watch?v=BOMjJvJMx-E

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La raccolta differenziata del corpo.

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Quello che mi piacerebbe fare oggi, con voi, è cominciare una serie di approfondimenti riguardanti il corpo. Non so bene quanti articoli, pensieri o approfondimenti ho intenzione di dedicare a tale tema; non sono mai stata una persona schematica, rigida o dai tempi prestabiliti.. vorrei piuttosto lasciare che le idee e le sensazioni restino in un vortice di condivisione dove noi tutti, siamo i primi attori/spettatori di una” circolazione di idee” sempre più ampia.

Il corpo è qualcosa che ha sempre avuto fascino, per me. Sono sempre stata attratta dal suo uso, abuso, dal suo sentirsi fuori posto, lontano dal tempo presente o di converso troppo vicino alla realtà vigente. Mi sono spesso chiesta cosa potesse spingere (dal punto di vista psicodinamico) le persone a modificare il proprio corpo, a costringerlo o a correggerlo con e nella chirurgia estetica. Il mio pensiero non è di chi va contro coloro che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica (riconosco il grande potere che in certi casi ha, il ricorrere a tali modificazioni corporee) e per quanto non ne farei mai uso, trovo che ognuno sia assolutamente libero di fare, della propria “tela natale”, ciò che vuole.

Uno dei primi spunti di riflessione riguarda proprio questo ultimo punto. Un giorno.. seguendo l’ennesimo documentario (ne fagocito di continuo) sulla fotografia, fui colpita da una fotografa asiatica impegnata a imprimere su pellicola i momenti in cui si dedicava all’autolesionismo. L’artista evidenziò come in Asia la questione del corpo sia “qualcosa di estremamente serio”.. “non si è padroni del proprio corpo in quanto donato dai propri genitori.. Il corpo è pertanto proprietà dei tuoi genitori che te lo hanno donato e se tu, non ne hai cura, sei irrispettosa verso i tuoi genitori”. Il corpo pertanto – mi verrebbe da dire- diviene qualcosa che si ospita e che non si abita.

Buona lettura.

Il corpo in quanto questione.

La questione del corpo è piuttosto difficile da riassumere poichè reca con sè aspetti sociali, culturali e individuali. Nessuno nasce in un corpo de-storificato, lontano dalla cultura socio culturale in cui il futuro essere umano si troverà calato. Prima della nostra venuta al mondo, infatti, noi siamo stati pensati, detti e parlati; siamo stati anticipati. Questa anticipazione che per la Aulagnier (1975) prende il nome di “ombra parlata” ed indica quello spazio in cui l’Io del futuro nascituro “può avvenire” si presenta come una sorta di legatura di valore musicale che sommando il -prima desiderio- (materno e della coppia genitoriale) di bambino unisce, raddoppia e (forse) salda, la soggettività materna e quella del nuovo nascituro.

La questione qui si fa complessa e di ardua esemplificazione. In un certo senso, quando noi veniamo al mondo, troviamo un “già lì”, un qualcosa – come dicevamo- che prima di noi ci ha parlato, detto e accolto. Cosa potrebbe tuttavia accadere se, nel momento in cui veniamo al mondo e proseguendo nel corso della nostra vita, troviamo incoerenza tra ciò che ci è stato detto/imposto e ciò che sentiamo come nostro? Cosa accade al nostro corpo se sentiamo che Io non sono come tu mi vuoi? Ma soprattutto.. chi è questo Io se tu mi hai detto chi sono? Allora forse : Io è un Altro!

Freud nel 1928 sostenne che “L’Io è innanzitutto entità corporea” e successivamente dirà che “L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venir considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo”.

E’ ciò che successivamente Winnicott evidenziò quando parlando delle funzioni materne, ne chiarificò 3 in particolare:

  • holding: tenere in braccio pertanto sostenere e contenere; in termini psichici, il risvolto che tale contenimento fisico sarà poi l’inizio dell’integrazione
  • handling: indica la manipolazione intesa come lavare, toccare o accarezzare il bambino. E’ il processo che porta l’infante a comprendere i confini del proprio corpo; sarà il presupposto dal punto di vista psichico per la personalizzazione
  • object presenting: la presentazione dell’oggetto che porterà l’infans (il bambino non ancora dotato di parola) a diventare baby (il bambino che comincia a gattonare poi camminare) alla potenzialità offerta da una relazione oggettuale.

Giunti a questo punto del discorso, direi che possiamo momentaneamente fermarci e provare a vedere insieme, se qualche dubbio o curiosità emerge da quanto detto. Ciò che ho provato ad evidenziare è che se noi, in quanto esser umani che siamo stati prima immaginati e pensati (mi riferisco ad esempio a quello che da giovani facciamo quando immaginiamo un nostro futuro figlio.. a chi somiglierà? che lavoro farà? come si chiamerà?) troviamo discordanza, in un successivo momento della nostra vita con questa storia che ci ha anticipato (pensiamo ad esempio a tutti quei ragazzi che decidono di non voler fare la scuola e il lavoro scelto dai genitori) bene.. è possibile che tutte queste questioni possano in una certa fase della nostra vita, essere legate e messe in scena sul proprio corpo?

E’ in definitiva possibile che un Io che sente incongruente la storia che la propria famiglia gli ha fornito, decida di modificare il proprio corpo, di riempirlo di silicone o botox; decida di svuotarlo con la liposuzione oppure decida di travestirlo innestando impianti sottocutanei, per cominciare a scrivere una storia nuova… per cominciare a scrivere un romanzo sulla propria vita che cominci con un :” Io sono”.

Vedremo in seguito qualche possibile risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

The Circle: quando il destino è nelle mani dell’Altro.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La piattaforma Netfix ha recentemente diffuso un nuovo contenuto di intrattenimento dall’emblematico nome “the Circle”. Otto concorrenti sono stati isolati in 8 appartamenti del – medesimo- edificio con lo scopo (che talvolta sembra una vera e propria missione di vita) di comunicare utilizzando un social network ad attivazione vocale: “circle”.

Il gioco consiste nel creare il proprio profilo online (con la possibilità di scegliere se essere se stessi, oppure usare un account fake) e nel cominciare a stringere alleanze, amicizie, possibili amori, il tutto con lo scopo di arrivare in finale , dove si apre la possibilità di vincere 100.000 dollari. Ogni tanto Circle invita i concorrenti a fare qualche attività “Insieme” (dove per insieme si intende sempre tramite l’ausilio della piattaforma e senza vedersi o sentirsi realmente); le attività consistono ad esempio nel partecipare a dei party, fare domande (scomode) al buio, senza che il ricevente della domanda sappia da chi questa parte, e l’attività per eccellenza ovvero dare i punteggi ai profili dei vari concorrenti.

Attribuire punteggi ha come conseguenza stilare una graduatoria dove i primi due diventeranno influencers con il conseguente “potere” di bloccare (quindi eliminare) un concorrente (che sarà poi sostituito).

The circle ha messo, chi scrive, quasi da subito in una strana posizione: ho sempre guardato ai social con diffidenza (consapevole tuttavia, come evidenziato da alcuni colleghi, delle loro possibili implicazioni in ambito terapeutico)1 ; credo – in effetti- di essere tra i pochi a non usufruire di alcuna piattaforma. Sono sempre stata fiera e orgogliosa nel poter scegliere del mio tempo, del mio spazio e dei miei pensieri; nell’avere la libertà di poter filtrare (con i miei, di filtri) contenuti, immagini, emozioni.

Ciò che the circle sembrerebbe fare, è pertanto porre l’attenzione o evidenziare, alcune delle possibilità offerte dai social media.

La prima osservazione a cui possiamo provare ad abbandonarci, consiste nel provare a riflettere su una delle possibilità data ai concorrenti sulla scelta in merito a se essere se stessi o meno (opzione scelta ad esempio da Seaburn Williams, che decide di usare le immagini della fidanzata e fingersi Rebecca). Il social apre pertanto alla possibilità di finzione facendo leva su un sottile equilibrio rappresentato dalla difficoltà /abilità del concorrente di essere un altro, pur restando se stesso2. Parimenti accade che anche coloro che decidono di restare se stessi, (come ad esempio la modella Alana), convinta che la strategia migliore potesse essere quella di mostrarsi sincera fin da subito : “sono una modella di biancheria intima”, vivano la difficoltà di non dover sembrare necessariamente reali -così tanto reali- da sembrare finti.

Narciso- Caravaggio.

Il reality sembra in sostanza elicitare ciò che Jacques Derrida indicò quando sostenne che ”lo straniero si trova già dentro” (Galiani R., 2009, La faccia dell’estraneo, il volto dello straniero. In Psicoterapia Psicoanalitica, p. 18) analizzando come la questione dell’incontro con l’altro, potesse riportare l’individuo a dover fare i conti con la propria “inquietante estraneità”. La dinamica portata avanti dal gioco (scegliere se essere o meno se stessi; il meccanismo dei voti secondo cui il mio destino è nelle mani dell’altro partendo però dall’immagine che io ho deciso di dare a te, pensando che quella ti sarebbe piaciuta di più) mi preoccupo in definitiva di rendermi interessante, brillante, accattivante (anche se nella vita di tutti i giorni non lo sono), ma qui.. sottoposto a giudizio costante, decido di offrire a te l’immagine di me che penso possa piacerti di più, (che poi sia reale o meno poco importa),è ad esempio il caso di Sean Taylor nella “realtà” ragazza in sovrappeso, che usa per avere il favore degli altri, l’immagine della sua amica taglia 38, fa sentire l’individuo come un infans che innanzi allo specchio ha bisogno della parola fornita dal sostegno umano “questo sei tu”, per dare senso all’immagine che la superficie riflettente gli rimanda (immagine che si scontra con una frammentazione interna). E’ ciò che Lacan sostenne in uno dei suoi seminari a Zurigo “Lo stadio allo specchio come formatore ella funzione dell’Io, 17 luglio 1949”, per illustrare il processo che coinvolge l’infans, innanzi allo specchio3.

Così come lo psicoterapeuta Rinaldi5 ricorda, “questa accettazione della propria immagine allo specchio rappresenta, secondo Lacan, 1949, la matrice simbolica in cui l’Io si precipita in una forma primordiale, prima che questi prenda la sua reale fisionomia attraverso le identificazioni secondarie e le risoluzioni delle varie discordanze che l’Io dovrà affrontare con la propria realtà”.

Si potrebbe quasi immaginare che questi soggetti così tanto dediti al mondo online, tanto da non avere problemi a trascurare o dimenticare la real life, siano in realtà individui profondamente “bisognosi di cure”, così come l’infans innanzi allo specchio ci ha mostrato (un infans ancora bisognoso del sostegno umano per la sopravvivenza; sostegno umano che lo nutre, lo calma, lo accoglie e gli fornisce una prima immagine di chi lui sarà.. è il questo sei tu.. ad indicare e a inscrivere l’infans in una tradizione -familiare- e in una provenienza -culturale- . Chi io sono, passa inevitabilmente per chi, in un certo senso tu sei (lignaggio di provenienza sei). Ecco che internet -il cyberspazio- potrebbe fornire una risposta a quella eco sempre più senza sosta che le persone oggi avvertono come fagocitante e incessante:”se ti dico chi sei, mi dici poi io chi sono?”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1“Mi preme comunque esprimere una mia idea riguardo il “potere terapeutico” del mondo virtuale e dell’uso del suo spazio come un setting individuale di autoanalisi. E’ in effetti possibile che vi siano miglioramenti nel comportamento patologico di alcuni soggetti e dei giovamenti a livello individuale, ma c’è il pericolo che ciò che si fa in rete possa essere confuso con ciò che si presuppone possa essere la realtà”. Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,74.

2E’ stato interessante notare come coloro che hanno scelto l’opzione di essere “altro da sé, pur restando sè”, siano ad un certo punto giunti innanzi al paradosso di dover specificare che il comportamento adottato (modi di fare, sentimenti, simpatia), seppur celato dietro un volto fake, fosse in realtà il vero comportamento e carattere della persona in questione “ho il volto di Mercedeze, ma sono sempre stata me stessa, Karyn; quella che hai conosciuto nel social, ero io.. solo con un altro volto” queste le parole di Karyn Blanco, nativa del Bronx definitasi lesbica felice nella sua relazione e nella sua vita, ma bisognosa di un corpo e un volto fake per attirare l’attenzione “avresti mai parlato con una come me?”.

3Si potrebbe pertanto immaginare la situazione dell’individuo (solo) innanzi allo schermo del pc, in preda a dubbi, sensazioni, sentimenti, come l’infans innanzi allo specchio.

4Jacques Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io”, Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi, Zurigo, 17 Luglio 1949.

5Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,19