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Me stesso attraverso l’Altro.

“Sono ciò che sopravvive da me.”

Erik Erikson

L’introiezione degli insegnamenti e dei valori morali, delle figure genitoriali e culturali è fondamentale per lo sviluppo della personalità.

Un’ immagine di sé coerente diventa essenziale per formazione di una personalità sana.

Lacan, con la sua teoria dello Stadio allo Specchio, teorizza che proprio quella “immagine” può portare ala formazione del Moi (Io). Esso si forma dal nostro rapporto con gli altri. Il bambino acquisisce, con lo Stadio allo Specchio, una padronanza immaginaria di se stesso, una forma unitaria.

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Si passa dall’estraneità al riconoscimento. Inizialmente l’immagine dal bambino viene percepita come fuori da sé. L’immagine di sé viene quindi portata dall’Altro. Bisogna che il bambino venga investito dell’immagine dell’Altro per identificarsi. Egli si identifica all’Altro simile, attraverso l’immagine speculare di questi.

La cosa importante che sottolinea Lacan, è che è proprio l’Altro a ratificare l’immagine del bambino allo specchio. Il bambino è quindi identificato ad una marca simbolica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Che cos’è la maschera? Riflessioni con Lacan.

“La maschera inquieta perché ha la capacità di creare uno strano gioco in cui ciò che è noto diventa ignoto e ciò che è ignoto diventa una possibile verità rendendo il tutto preda di dubbi e incertezze”…

Una riflessione sulla maschera, “insieme” a Lacan.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Resistenze mentali..

“L’atteggiamento spontaneo di un essere umano è: – non voglio saperlo – , una resistenza fondamentale all’accesso di conoscenza”

Jacques Lacan
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A volte non conoscere o scegliere di essere inconsapevoli, può essere apparentemente più rassicurante..

dott. Gennaro Rinaldi

Ghosting: Paola e il fantasma.

Dall’amore alla sparizione. Paola racconta della fine della sua relazione, una fine improvvisa, avvenuta senza preavviso. Il compagno diventa un fantasma e la donna, una vittima inconsapevole del fenomeno noto come ghosting.
Chi sono allora questi fantasmi?

E cosa (e come può aiutarci), la psicologia?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Cerotti dell’apparato psichico.

Ci sono ferite, graffi più o meno profondi, tagli a carne viva che bruciano e meritano la nostra attenzione.

Ogni ferita prima o poi guarirà, è solo questione di tempo e di cura; cura per il proprio taglio e cura per l’eventuale cicatrice (più o meno visibile che sia).

Anche l’apparato psichico soffre, si ammala e richiede la nostra attenzione: richiede le nostre cure.

Il problema dell’apparato psichico è che non sanguina in maniera visibile e sappiamo – invece- quanto le persone desiderino vedere nel reale, la cosa.

Ciò però che vorrei sottolineare con voi è che in realtà anche l’apparato psichico “sanguina”, soffre e si ammala e ce lo mostra attraverso il sintomo.

In lingua napoletana abbiamo un detto traducibile con “il cervello/la testa è una sfoglia di cipolla”; secoli dopo -Lacan- riprendendo Freud il quale sosteneva che l’Io è fatto dalla successione delle sue identificazioni con gli oggetti amati e che gli hanno permesso di prendere la sua forma; sosterrà proprio che L’Io è fatto come una cipolla “lo si potrebbe pelare e si troverebbero identificazioni successive che lo hanno costituito”, Lacan, 1975.

Siamo allora fatti di strati più meno compattati, più o meno rotti, più o meno escoriati.

Se l’apparato psichico, se l’Io soffre, mette in atto tutta una serie di modalità difensive: converte, isola, sublima, si chiude, intellettualizza e così via.

Una volta una ragazza disse di non riuscire a cacciar via dal proprio cuore un ragazzo; provai a riflettere con lei e provammo -insieme- a notare una cosa.

Il cuore è l’ultimo dei problemi; non è da lì che vanno tirate via le persone o le questioni, le cose, e non è lì che vanno relegate.

E’ la mente la prigione, la gabbia o l’illusione più forte che possiamo avere; è la mente che sa generare la storia più incredibile.

La mente crea, distrugge e soprattutto ricorda.

Il ricordo poi può essere più o meno aderente alla realtà dei fatti. Il ricordo torna, (ri)torna in maniera più o meno camuffata (ne sono un esempio i sogni).

Il ricordo genera la mancanza fino a lasciare dietro di sé uno strato più o meno lacerato.

Le lacerazioni creano dolore.

E’ del nostro apparato psichico e delle sue cicatrici che dobbiamo avere cura.

Usiamo cerotti quando serve, teniamo al coperto le ferite quando sono calde e pulsanti; disinfettiamo e teniamo al sicuro la nostra pelle psichica.

Quando saremo pronti, quando i nostri strati avranno (ri)trovato quella parvenza di compattezza.. allora sì.. stacchiamo pure il nostro cerotto e continuiamo ad avere cura di quella piccola e quasi invisibile cicatrice.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ricordi della luce in ombra.

“Niente di ciò che abbiamo posseduto nella mente una volta può andare completamente perduto”.

S. Freud

Il girasole, fiore di sole e di luce, è da sempre il mio fiore (ha un posto nel mio cuore a pari merito con l’ibisco).

Vestirmi di luce è un po’ il mio mantra; la luce mi serve per fare le differenze con le (inevitabili) ombre.

Il girasole della foto l’ho coltivato con una dedizione e una speranza incredibile, un bel pò di anni fa. Lo trovai.. dall’alto dei suoi 180 cm sbocciato un caldissimo giorno estivo, (un luglio bastardo) in cui per l’ennesima volta le ombre si erano prese un posto non dovuto, nella mia luce.

Sul piano simbolico quel girasole attestava la prepotenza della vita che nonostante tutto.. era lì a ridere (forse di me, chi può dirlo); ma quell’altissimo e ridente punto giallo, mi diceva che c’era ancora tanta luce per me.. e che le ombre presto sarebbero state fagocitate dalla prepotenza del sole che brucia.

Il girasole è diventato pertanto un significato importante della mia esistenza.

“Il linguaggio prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”.

J. Lacan

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Le cure materne

La vita umana ha la necessità di incontrare le mani nude di una madre, “le mani che salvano dal precipizio dell’insensatezza” *.

“Le cure materne, diversamente da quello che accade in ogni ambito della nostra vita individuale e collettiva, non sono mai anonime, generiche, protocollari, standard; non si dirà mai abbastanza dell’importanza della cura materna che non è mai cura della vita in generale, ma sempre e solo cura di una vita particolare. “

Massimo Recalcati – Le mani della madre
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Il ruolo della madre è in continua evoluzione e rincorre i tempi della iper-modernità. Le cure materne sembrano quasi entrare in contrasto con la velocità “maniacale del (nostro) tempo“. Ma la cura materna, come dice Recalcati, non si misura con il numero delle ore dedicate ad i figli, ma piuttosto con la presenza della parola e del desiderio; “la presenza senza parola e senza desiderio può essere ben più deleteria di un’assenza che magari sa anche donare (poche) parole ma giuste” *. Quello che sembra essere insostituibile ed estremamente necessario, nel discorso della cura materna, è la testimonianza che può esistere “una cura che ami il particolare più particolare del soggetto” *.

“Solo se lo sguardo della madre non si concentra a senso unico sull’esistenza del figlio la maternità può realizzare appieno la sua funzione”

Massimo Recalcati – Le mani della madre

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

*il corsivo è di M. Recalcati