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Genitori e Figli

Secondo Freud il compito di essere genitori, è un compito impossibile. Freud intendeva che il mestiere del genitore non può essere ricalcato su un modello ideale, che non esiste.

“Ciascun genitore è chiamato a educare i suoi figli solo a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento”.

Massimo Recalcati

Quindi ciò vuol dire che il miglior modo di essere genitori è quello di mostrarsi ai propri figli essendo consapevoli del “carattere impossibile del proprio mestiere“.

Secondo Recalcati, al giorno d’oggi, prevale la figura del genitore-figlio, cioè quel genitore che in qualche modo abdica alla sua funzione di essere genitore. Non perché abbandona i suoi figli, ma perché è troppo simile e troppo “vicino” ai propri figli. Sono quei genitori che si mettono in una posizione speculare e simmetrica a quella dei propri figli. “La differenza simbolica tra le generazioni lascia il posto ad una confusione di fondo” (M. Recalcati).

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Quindi il “compito impossibile” dei genitori oggi, si è inevitabilmente caricato di nuove angosce. Secondo Recalcati il nostro tempo è caratterizzato da un crisi profonda della “Legge della parola” che ha perso il suo fondamento simbolico. Insomma una crisi simbolica della funzione dell’autorità genitoriale.

E’ possibile restituire valore al simbolico della Legge della parola? Si, il problema è che i genitori dovrebbero “saper rinunciare alle aspettative narcisistiche sui loro figli“.

La possibilità dell’ atto educativo comporta inevitabilmente, come proprio destino, la separazione. Saper separarsi dai propri figli e lasciarli andare è probabilmente il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli, come rappresentanti della Legge della parola.

“Essere padri, implica innanzitutto la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli – affidare al deserto -.

Massimo Recalcati

La nostra vita individuale e sociale è possibile proprio grazie alla possibilità della mediazione simbolica della Legge della parola. Il senso della nostra vita passa attraverso il senso del “linguaggio”.

Sono ciò che sono perché passo dalla mediazione dell’Altro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Contenitori fragili.

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Ieri sera ero intenta a leggere un po’ di notizie; mentre scorro e giro tra vari canali e siti giungono ai miei occhi tre notizie.

La cantante (..) ha finalmente un nuovo e bellissimo corpo da esibire “sono finalmente quel che volevo da sempre, essere” .. dice… Un’altra cantante ancora (questa volta americana) analogamente, senza chissà quale rinuncia alimentare, ha finalmente un corpo tonico e snello da esibire.. La terza notizia era invece di un’altra star che, fiera delle sue forme generose, può finalmente esibire questi (a parer di voce di popolo) kg in più.

Il corpo, diventato ora più che mai una questione ritorna alla ribalta.

Il corpo – ovviamente- femminile.

Non sono mai stata un’appassionata di discussioni da salotti televisivi, soprattutto di quelle discussioni in cui si cerca di dare un senso a tutti i messaggi veicolati dai social: il corpo è tuo, sei sempre bellissima, bisogna volersi bene.. Una serie di mantra motivazionali che ho sempre ritenuto piuttosto privi di contenuto.

Parlare del corpo esponendolo continuamente, dimenticandosi del contenuto, è un processo cui ormai siamo piuttosto abituati.

Il corpo della donna è – per questioni prettamente biologiche- portato ad esser sempre indagato, scrutato, guardato e giudicato; occhi indiscreti si posano continuamente sulle forme del corpo femminile per dar risposta ad una sola domanda: sarai idonea a portare avanti la specie?

La questione si pone nel momento in cui un corpo caldo, di sposa con una mente fredda.

Gran parte delle psicopatologie attuali, sono legate al corpo.

Abbiamo infatti:

Giovani che decidono di infliggersi dolore tagliandosi, scarificando con qualsiasi mezzo la loro superficie decidendo di lacerare il proprio contenitore per paura che il contenuto possa esplodere e strabordare fuoriuscendo come magma rosso, vivo, che tutto arde, intorno..

Giovani che decidono di eliminare il cibo “non ho bisogno di niente”; “sono più forte del bisogno/desiderio alimentare, del bisogno/desiderio che dovrebbe farmi vivere. Io sono puro spirito fluttuante, sono come le sante.. non ho bisogno di niente”.

Giovani – ancora- che mangiano fino a stare male e nel momento in cui sentono di non esser altro che contenitori pieni, senza confine alcuno, squarciano il reale vomitando, gettando tutto fuori di getto.. provocando danni al loro interno; danni che poi vedranno all’esterno concretizzati nel vomito che brucia e logora..

Giovani poi che riempiono ogni singolo centimetro del corpo col cibo, bevande.. qualsiasi cosa che faccia prendere il sopravvento al contenitore.. qualsiasi cosa che non faccia sentire la voce del contenuto, va bene.. Placare con ogni mezzo possibile le richieste di un apparato psichico debole e bisognoso di cure.. “Un biscotto cura più di un abbraccio”.

In ultimo, giovani, che passano ore ed ore ad allenarsi senza sosta. Gonfio muscoli.. rendo il mio sedere tonico e bello agli occhi dell’altro così da non evidenziare le mie (supposte) carenze.. “A nessuno piace un corpo che non sia bello!”

In una società in cui l’Altro si pone come uno specchio che riflette, però, un’immagine di me incongruente con il “mio senso di sé”, diviene difficile trovare un sostegno umano che deponga a favore di una mia unificazione. Se “Io” divento tale nella misura in cui il sostegno umano adulto mi ha (in precedenza) fornito una indicazione identificatoria aiutandomi a comprendere innanzi allo specchio (stadio allo specchio) che quella immagine era mia, cosa accade quando mi trovo di fronte una pluralità di altri, che continua a dirmi “questo sei tu”, ponendomi innanzi una immagine che non riconosco – nemmeno un po’ – come mia?

Arriviamo dunque alla possibilità offerta dall’Ideale dell’Io dato dalla pluralità delle immagini identificatorie offerte dal sostegno umano.

L’Io è infatti da immaginare come una sfoglia di cipolla (fatta di veli) e pertanto fatto dalla successione delle identificazioni compiute ; identificazioni che lasciano tracce, tracce dello sguardo altrui che si è poggiato su di noi, tracce del nostro sguardo poggiatosi su altro in ricerca di un riflesso unificante. Tali tracce si sovrappongono, stratificandosi fino a conservare qualcosa dell’impronta che le ha formate, la loro origine.

Solo nella misura in cui l’Io, nel suo essere formazione immaginaria, appare all’interno di questo quadro simbolico appena descritto, la spoliazione di tutti questi strati (della cipolla) può procedere all’infinito, offrendo una identificazione in grado di tenere, senza schiacciare l’Io.

Cosa vuol dire ciò?

Che la spasmodica ricerca del corpo perfetto, delle forme giuste da esibire; la ricerca costante delle labbra perfette, del selfie più giusto.. della “mia giusta forma”, non cesserà mai fino a che il mio Io non avrà trovato la sua giusta forma.

Non è un caso se queste star un giorno dicono di sentirsi bene nel corpo più generoso, e il giorno dopo sostengono con gran forza l’importanza di allenarsi e mangiare correttamente.

C’è solo una forma da tenere in considerazione..

Quanto è tonico il tuo contenuto?

https://ilpensierononlineare.com/2020/12/01/dipingere-e-forare-il-proprio-se/

https://ilpensierononlineare.com/2019/02/01/autolesionismo-self-injury-il-dolore-celato/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

La maschera Persona(le).

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Il termine Persona proviene dal latino gettando, tuttavia, radici nel più antico etrusco phersu, indicando la maschera che l’attore indossava per incarnare il personaggio da rappresentare.

Ognuno di noi è convinto di essere una persona; persona (quindi maschera) che indossiamo durante la nostra esistenza.

Ne deriva che la persona è la maschera che incarna il personaggio che ciascuno ritiene di essere.

In tal senso la maschera può essere immaginata come la superficie, un sottile (ma penetrabile) velo di apparenza che cela dietro la leggera trama di rivestimento, la verità soggettiva e che nasconde, contiene, il reale (nostro); reale che tormenta a tal punto da non volerne sapere, troppo.

Come si costruisce la maschera?

Lacan sostiene che la maschera si costituisca attraverso l’Altro. Esemplificando di molto il concetto, possiamo sostenere che non c’è niente di più simile a noi stessi, di quella maschera che noi indossiamo in seguito all’identificazione simbolica con l’Altro, identificato da noi come colui che detiene diritto e mezzi per poter godere del nostro desiderio.

Da questo piccolo punto, deriva la nostra quasi ossessione per l’Altro visto da noi, come l’unico detentore delle chiavi del nostro desiderio del quale può godere, pur non essendo suo.

La maschera “rigido” supporto di contenimento dice tutto e niente.

Posso indossare una maschera triste sentendomi però allegro; posso indossare una maschera allegra sentendomi di converso triste; posso indossare una maschera fissa, dall’espressione cerea.. senza lineamenti o coperta di rughe.

La maschera inquieta perchè ha la capacità di creare uno strano gioco in cui ciò che è noto diventa ignoto e ciò che è ignoto diventa una possibile verità rendendo il tutto, preda di dubbi e incertezze.

La maschera poi crea una specularità, un doppio di sé analogamente a quando l’infans innanzi allo specchio preda del dubbio circa la sua immagine (sua ma altro da sé), ha bisogno del sostegno umano che gli indica “questo sei tu”, restituendo lui una prima forma di identificazione (una identificazione con un altro da sé essendo l’immagine sua, ma riflessa nello specchio, pertanto altra).

La possibilità di vacillare e rivivere l’incertezza di quella prima forma di identificazione avvenuta con lo stadio allo specchio, rende terrorifico l’incontro con la maschera.

Un altro me o un me altro; un Io doppio o un doppio Io..

Che nella giornata delle maschere diventa un raduno in cui Uno, Nessuno e centomila possono analogamente pensar:

“Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere”.

L. Pirandello.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un Figlio.

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento le mie possibilità e io che non mi sento donna perchè.. una che non è mamma, che donna è?”

Il colloquio in questione è avvenuto una mattina di quelle fredde e gelide; quelle mattine in cui l’inverno ti ricorda che esiste e il freddo sembra insinuarsi in ogni poro della tua pelle.. facendoti percepire la fragilità del tuo corpo perso com’è nell’intorpidimento generale.

Gaia (del nome della signora resta solo l’iniziale, per il resto di gaio ci sarà ben poco), racconta del suo matrimonio vuoto, con un partner che lavora nelle forze dell’ordine sempre rigido, chiuso e mai capace di dare un nome all’emozione provata. Racconta di esser stata fidanzata per tanti anni nella speranza di poter dar vita al “suo” progetto (dimenticando, come vedremo che la progettualità in una coppia non può mai essere univoca), ovvero avere cinque bambini.

Secondo Piera Aulagnier l’Io è legato ad una storia e a una preistoria, la storia di ciò che precede e anticipa la sua definizione e che ne fa qualcosa di più di un’istanza intrapsichica. La domanda pertanto diviene: cosa precede ogni singolo Io?

Richiamando a Freud, la risposta risiede nell’amore, i progetti e il desiderio dei genitori (qui il discorso si interseca con la teoria del narcisismo, complessificandosi).

La Aulagnier compie un passo in avanti andando ad evidenziare il ruolo svolto da tutti quegli investimenti libidici che precedono la venuta al mondo dell’infans. Secondo la Aulagnier infatti prima della venuta al mondo del bambino sarà importante tener conto della:

relazione di ciascun genitore con “l’idea” del figlio, ovvero la relazione del genitore con il figlio come oggetto (o non oggetto) di un desiderio

relazione data dalla natura dei reciproci investimenti (o mancati investimenti) libidici che ciascun membro della coppia genitoriale ha compiuto sull’altro.

Questa trama di investimenti inconsci determina una dinamica intersoggettiva che è ciò che precede sia la venuta al mondo dell’infans che la costituzione dell’insieme di funzioni che indichiamo proprio con il pronome Io.

Ciò che questo breve accenno teorico vuol sottolineare è come senza che vi sia stata una prima idea di bambino, il bambino stesso non può esserci. L’altro (che in questo caso è la coppia genitoriale) comporta l’unione di due individualità che non sono in realtà solo due; ciascun genitore porta infatti con sè un insieme di storie dette, sussurrate; storie nascoste o raccontate a metà; storie frammentate, ricordate o censurate; le storie di tutti i componenti della famiglia d’origine.

Queste storie che precedono la reale venuta al mondo del bambino, lo storicizzano e gli offrono uno spazi (desiderio) in cui l’Io può avvenire, consentendo l’arrivo del bambino stesso.

Quando Gaia ci dice che il marito durante gli anni di fidanzamento evitava il discorso, ci dice che lo spazio del desiderio era in realtà vuoto (per metà); ci dice che quello spazio era pieno di un desiderio univoco; ci dice che quello spazio comprendeva un altro non pronto ad accogliere un desiderio ed una eventuale nascita.

Gaia ha scoperto di essere incinta qualche mese dopo i primi incontri.

Il marito ha vissuto la notizia della gravidanza, come un tradimento; è stato in quel momento che Gaia ha capito che la genitorialità non si impone e che se una cosa non viene prima pensata e immaginata, se una cosa non viene prima mentalmente accolta, non può poi essere metabolizzata, integrata e vissuta.

Gaia si è resa conto che l’esser donna non passa attraverso la maternità e che un uomo non è necessariamente un padre; Gaia ha inoltre capito che un bambino, per essere sereno, non ha bisogno di due genitori imposti ma anche di uno solo che sia però padrone del proprio desiderio.

Attualmente Gaia ha ripreso gli studi universitari e vive la propria femminilità e maternità – da sola- con molta leggerezza e sicurezza. Ha lasciato il suo (ex) marito e procede per la sua strada sicura del fatto che se desidero, allora sono.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La questione del Tempo.

Immagine Personale.

So di aver scritto spesso del tempo e so di correre il rischio di sembrare ridondante, noiosa o ripetitiva, ma la questione tempo mi è molto cara.

Credo che le ragioni risiedano innanzitutto nel mio essere pianista; musicista a costante contatto col ritmo e la melodia.. a ciò si aggiunge che per svariate ragioni io sia stata cresciuta in un “bagno di ritmo” (prendo in prestito le parole di Lacan quando sostiene che noi siamo immersi in un bagno di linguaggio) e il tutto, ha trovato unione nella mia professione: la psicologa.

Durante gli anni di formazione (continua, costante e sempre in essere) e gli anni dello sviluppo (quello personale), la questione tempo mi si è riproposta in vario modo e nei momenti più disparati, presentandosi alla mia porta senza avvisare, senza chiedere ma entrando – mi viene in mente una espressione della mia lingua madre- che traduco con prepotentemente.

A colloquio, stamattina, una signora esordisce con “Eh Dottorè.. ma quanto tempo ci vuole?”

Questa frase la ripropongono di continuo nella speranza di sentire dalla mia bocca parole come “No Signò.. e che ci vuole.. ppuf! – bacchetta magica- e tutto si risolve”.

Cos’è questo nemico tempo che tanto perplime e genera caos?

Non oso dare una definizione del tempo, né in termini filosofici, né musicali, psicologici o altro.. Vorrei soffermarmi sulla questione personale (riferito come spazio dato a e dalla persona), al tempo.

Le terapie non sono mai veloci (diffidare da chi in poche sedute dice di aver compreso/risolto) ma le terapie non sono neanche eterne (analisi o psicoterapie interminabili sono spesso indicative di un attaccamento che poi cela ben altro).. la famosa questione freudiana dell’analisi terminabile e interminabile..

Negli anni in cui studiavo pianoforte il tempo per lo studio era infinito.. eterno.. ore continue (ore, ore e se dico ore.. sono ore) il pianoforte, tu, la musica e il tuo tempo che vedevi andare via senza chiedere troppo..

Al massimo avevi un maestro che letteralmente ti cantava o urlava nelle orecchie, pretendendo che tu agissi il tuo tempo e lo lasciassi fluire ritmicamente disseminandolo tra i tasti che andavi ad abbassare e alzare.

Negli anni dell’adolescenza quando il tuo temperamento è tutto tranne che sereno, paradossalmente trovavo in quel “tempo perso”, pace e serenità; trovavo nelle ore seduta allo sgabello (tra dolori fisici e psicologici) un senso a quel fluire su cui, paradossalmente nonostante mi appartenesse, non avevo potere.

Crescendo ho maturato o meglio.. ho seguito il filo invisibile della passione che mi ha portato alla psicologia, dove ho compreso che il tempo in sostanza non ha definizione.

Quanto tempo ci vuole?

Il tempo che vi vuole.

Il tempo può essere lineare, ciclico, pieno, vuoto, aperto, chiuso. Il tempo può essere ridondante, altalenante, intermittente.. Toglie, mette.. accusa.. Fluisce, chiede permesso o fa di testa sua.

Il tempo è tempo.

L’idea di un tempo a noi amico che sia sempre fedele, sereno e pacato, non fa parte del tempo che andremo a trovare durante un colloquio.

E’ così difficile fermarsi a pensare? A pensare a sé stessi e a dedicarsi uno spazio neutro che si situi come uno spazio senza tempo, luogo e isola in mezzo al mare (della riflessione, del ricordo, del pensiero), senza che si situi necessariamente come un tempo per l’azione?

La signora ha deciso di non ritornare per successivi colloqui, interrompendo prima ancora che potesse nascere, il suo tempo.

Durante un colloquio, una consultazione o una seguente futura terapia, il tempo subisce e vive uno squarcio.. una ferita apertura tra i pensieri, i sentimenti e i vissuti.

Il tempo viene attaccato da chi a lui ha ceduto le redini della propria esistenza.

Accade spesso che chi cominci lentamente a grattare via dalla superficie del tempo l’incipit fatto dalla polvere non riesca a vivere il contraccolpo che il tempo fornisce lui.. Contraccolpo fatto dai ricordi, dal dolore, dalla sofferenza, dallo scoprire che il tempo ha fatto di testa sua e magari ha tolto più che dare.

Ci vuole il tempo che ci vuole, signora..

Il tempo di sedersi, capirsi e magari incolparsi oppure chissà.. Il tempo di scoprire che forse la colpa non è nè nostra nè del tempo..

Quando la signora è andata via mi sono ricordata di una canzone che mi tenne molta compagnia durante il periodo a Praga. Non sapevo della situazione che avrei trovato di ritorno a casa; non sapevo di quel che sarebbe accaduto di lì a breve. Non sapevo. Non sapevo che tempo avrebbe seguito il mio tempo.

Eppure è stato tempo, andato, vissuto, metabolizzato.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Senza Parole: musica e inconscio.

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E’ possibile pensare all’inconscio partendo dal discorso musicale?

Da Freud in poi sentiremo parlare di inconscio non intendendolo come in precedenza era stato fatto ad esempio, dagli artisti romantici, dove la parola era usata per indicare l’interiorità oscura, l’inquietudine, la follia o l’irrazionalità.

Senza indagare troppo la questione “prima di Freud”, è con Sigmund stesso che l’inconscio viene pensato non più a partire dai suoi contenuti, ma dalle sue qualità formali, dal suo modo di funzionare, dalle sue formazioni. Ne deriva che la realtà dell’inconscio si manifesta sia nelle “cose da decifrare”, che in quelle che resistono a tale decifrazione; si manifesta soprattutto nelle dimenticanze, nel ricordo di quel che non è esistito, nella coazione a ripetere, nelle cose che non si riescono a pensare e dire, negli atti mancati.

L’inconscio diventa posto vuoto, cesura tra ciò che potrebbe e (forse?) non è; inconscio senza “rappresentazione” in quanto non è un contenuto o una data funzione localizzabile nel cervello, in un luogo stabile e preciso.

Jacques Lacan comincerà a ripensare all’inconscio guardando al linguaggio musicale.

Prima però di Lacan uno dei primi ad affrontare il rapporto “musica e psicoanalisi” fu Theodor Reik; ciò che Reik fece fu comprendere l’analogia tra ascolto musicale e ascolto psicoanalitico.

Reik introdusse infatti l’idea di un ascolto “il terzo orecchio” orientato non al contenuto e significati ma alle forme espressive cui ricorre il paziente durante il racconto. Diventano importanti ritmi, silenzi, prosodia, pause, tono, tutti elementi che ritroviamo nel discorso musicale. L’analista così facendo riesce a cogliere gli “infrasuoni del discorso inconscio” andando ben oltre il mondo apparente fatto di suoni che possono solo apparire consonanti, celando invece dissonanze o accordi non ben armonizzati.

Lacan riprenderà la funzione del suono dello shofar (corno ebraico). Generalmente si tratta di un corno di ariete che viene usato in momenti di raccoglimento, fede, pentimento dove offre un sottofondo sonoro particolarmente adatto a rendere sentimenti di commozione (di tale strumento si parla anche nella Bibbia).

Quando Lacan pensa al suono di tale strumento (soprattutto alla luce di come viene presentato e della funzione che ha nella Bibbia stessa), si chiede se si tratti di un semplice strumento o se, invece, non sia una voce, un sostituto della parola che reclama (in tal caso, obbedienza).

Se immaginiamo una musica, una melodia, percepiamo una sequenza di suoni “diciamo” armonica (il discorso sarebbe molto più ampio specie alla luce di moderni generi musicali non del tutto consonanti); di una melodia riconosco un ordine, una struttura e un codice in sostanza: un discorso.

Un discorso che può dire senza dire, analogamente a quanto un suono musicale può fare presentandosi come significante di qualcosa che non c’è (non in maniera visibile). Anche l’inconscio può presentarsi come costituito da qualcosa che “sta al posto di”.

Il significante prende il sopravvento sul significato e così come in una composizione artistica non mi fermo al suo significato immediato, scavo e scovo nell’inconscio tracce di significazione nascoste, celate tra le mille note raggruppate che creano trilli, acciaccature (in musica piccola nota che vediamo attaccata alla nota principale che suonata prima di, toglie una frazione di durata molto breve alla nota principale), abbellimenti del nostro mondo interno.

(Gli abbellimenti sono – brevemente- in musica note o gruppi di note accessorie, ornamentali, che sono inserite tra le note principali di una melodia per dare maggiore grazia al discorso musicale).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Possibilità del possibile.

Quando una cosa è possibile? Cosa è possibile? Cosa rende impossibile qualcosa?

Potenzialmente noi siamo in grado di poter rendere possibile qualunque cosa e ciò che è possibile è solo qualcosa che non ha potuto ancora aver luogo, ma che in potenza può avvenire.

“La definizione di possibile è “quello che non ha potuto aver luogo”

Jaques Lacan
Immagine personale

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi