Archivi tag: lapsus

Coinema.

Photo by Anni Roenkae on Pexels.com

Il termine coinema è stato introdotto da Fornari per indicare “le unità minime del significato affettivo, intese come competenza affettiva innata comune ad ogni uomo” (1979).

La parola, ricavata dal greco koinos, che significa “comune”, e da cui deriva anche la parola “comunicazione”, è l’omologo sul piano affettivo del fonema sul piano linguistico.

“Lo statuto psichico dei sintomi nevrotici del sogno e dei lapsus, passa attraverso la relazione espressione-contenuto , e pertanto ha, in definitiva, uno status linguistico.”

Il riconoscre i sintomi, i sogni, i lapsus come aventi un “significato”, con espressione di contenuto, e come promossi da una intenzione, ha permesso a Freud di avventurarsi nel campo della significazione degli affetti, ovvero nel campo della semiosi affettiva, disancorando il disturbo psichico dalla tradizione medica per ancorarlo al linguaggio.

Partendo dalle invarianti affettive che presiedono al simbolismo onirico si arriva a postulare unità elementari del significato affettivo paragonabili alle unità elementari sonore (fonemi).

La teoria coinemica si propone di arrivare a spiegare fatti empirici, e precisamente il coefficiente di semiosi affettiva implicita in ogni frase. Attraverso la metapsicologia coinemica la psicoanalisi elabora una teoria generale della semioisi affettiva come parte essenziale di ogni processo di semiosi, nel senso che ogni processo di significazione è postualto come implicante sempre anche un significato di affetti regolati da codici.

Ma se la significazione degli affetti inerisce sempre al linguaggio umano, la chiarificazione della semiosi affettiva può diventare propedeutica ad uan teoria generale della struttura profonda del linguaggio umano.

Rilevante è il rapporto tra coinema e produzione artistica.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gli atti mancati e la Psicoanalisi

A chi non è mai capitato di dimenticare qualcosa, di perdere un oggetto (più o meno importante), di dimenticare una parola nel mentre sta parlando, di dimenticare un nome, di invertire le parole o di rendersi conto di aver detto qualcosa che non doveva essere detta.. ? Sono episodi che nel bene e nel male ci hanno visto tutti protagonisti, spesso inconsapevoli, anche di brutte figure o di contrattempi bizzarri. Questi atti e comportamenti talvolta strani, illogici e a volte divertenti, hanno destato l’interesse di Freud, che nel suo studio di Vienna in Bergasse 19 si vedeva sovente arrivare pazienti intenti a raccontare episodi del genere.

Secondo Freud gli atti mancati (Psicopatologia della vita quotidiana – 1924 – ultima edizione) possono considerarsi fenomeni molto comuni, a cui tutti vanno soggetti, possono essere lapsus verbali, di lettura, di ascolto (si vuol dire a scrivere una cosa ma se ne dice un’altra). Un altro tipo di fenomeno classificabile in questo genere è una dimenticanza temporanea (non si ricorda un nome o ci si dimentica di fare qualcosa). Freud individuò questa caratteristica anche in quelle condizioni di natura puramente fisiologica e che quindi non possono essere significati ed interpretati.

Freud spiegò che addirittura un’attenzione particolarmente intensa alla corretta esecuzione di un azione o di un atto verbale, può agevolare l’atto mancato. “L’effetto del lapsus in quanto tale ha forse il diritto di essere considerato un fatto psichico pienamente valido perseguente un proprio fine, espressione di un contenuto e di un significato. È un azione normale che si è messa al posto di un’altra azione attesa o progettata” (S. Freud). Insomma, l’atto mancato ha un senso, ed è un atto psichico serio che sorge a causa dell’azione congiunta, o meglio per l’azione contrapposta di due diverse intenzioni.

Ad esempio, l’atto mancato di dimenticare un nome o di scordare dove si è riposto un oggetto, o addirittura di danneggiare per apparente noncuranza lo stesso si può interpretare con il fatto che esso non è gradito, si vuole un pretesto per sostituirlo, o ricorda qualcuno o qualcosa che non si vuole proprio che torni alla mente. Freud però tenne a specificare che l’interpretazione degli atti mancati ha bisogno di essere verificata in futuro, in quanto la situazione psichica di quel particolare momento non è accertabile, quindi ci è perlopiù sconosciuta e che non può essere generalizzata, ma riguarda esclusivamente la persona che lo racconta.

Oltre agli atti mancati ci sono altri tipi di fenomeni ad essi prossimi, le cosiddette azioni casuali e sintomatiche. Esse appaiono come qualcosa di immotivato, di non appariscente di irrilevante. Dalle azioni mancate le distingue l’assenza di un’altra intenzione con la quale si scontrino e che da esse venga disturbata. Questi fenomeni sono atti psichici, che al pari degli atti mancati, hanno un senso, e si possono considerare come piccoli indizi di processi psichici più importanti.

“…la repressione dell’intenzione che si presenta di dire qualcosa è la condizione indispensabile perché si verifichi un lapsus verbale.”

Sigmund Freud

Gli atti mancati sono risultati di compromesso, sono una mezza riuscita e un mezzo fallimento per ognuna delle due intenzioni. Tali fenomeni bisogna concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come l’espressione di tendenze orientate verso un fine, è una concezione dinamica dei fenomeni psichici.

“…la vita psichica è un campo d’azione e di battaglia di tendenze contrastanti o, per esprimerci in forma non dinamica, è fatta di contraddizioni e di coppie di opposti.”

Sigmund Freud

Il nostro perdere è spesso un nostro volontario sacrificare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

SONO SOTTO I RIFLETTORI: ILLUSIONE O REALTA’?

Chi ci sta intorno è realmente attento ad ogni nostro cambiamento (fisico o emotivo), oppure si tratta solo di un’illusione?

Spesso quando ci troviamo in una situazione (nuova o consolidata che sia), siamo portati a percepirci come sotto la luce di un riflettore. Siamo in sostanza convinti che ad esempio il modo in cui siamo vestiti, come stiamo parlando, come ci stiamo muovendo, sia continuamente osservato e giudicato “dall’altro”.

Immagine fonte “Google”

Si tratta del fenomeno definito “effetto spotlight” (effetto riflettore), ampiamente studiato nell’ambito della psicologia sociale. Nell’anno 2000 Gilovic, Medev e Savitsky, decisero di condurre un esperimento nelle aule universitarie, per controllare se effettivamente le persone notassero dei cambiamenti o dei movimenti nel loro interlocutore. Ad un gruppo di studenti fu chiesto di indossare una giacca bizzarra e stravagante, prima di entrare in aula. Il 50% di questi studenti (prima di entrare in aula) dichiarò di essere convinto che i loro colleghi, avrebbero notato la maglietta stravagante; in realtà solo il 23% dei compagni notò la giacca. Nel 2010 Timothy Lawson condusse un esperimento analogo. Lo studioso chiese a degli studenti che partecipavano ad un gruppo di studio, di lasciare un attimo il gruppo, cambiarsi la maglietta ed indossarne una con la scritta American Eagle . Quasi il 40% degli studenti era convinto che gli altri avrebbero notato il cambiamento, mentre solo il 10% fu in grado di ricordare la scritta sulla maglietta. Molti studenti del gruppo, non si accorsero nemmeno che la maglia era stata cambiata.

Da ulteriori studi è emerso che ciò che vale per pettinature, capelli, vale anche per le emozioni: ansia, irritazione, paura.. molte meno persone di quante ci si aspetta, notano le nostre emozioni. Spesso infatti soffriamo di un’illusione di trasparenza, ovvero se ad esempio siamo felici e ne siamo consapevoli, siamo portati a pensare che anche gli altri percepiscano dal nostro volto che siamo felici. Analogamente si tende a sopravvalutare l’entità di gaffe o lapsus sociali. Se ad esempio facciamo scattare l’allarme in biblioteca, ci sentiamo mortificati in quanto pensiamo di aver fatto una brutta figura; le ricerche tuttavia mostrano che ciò per cui ci si preoccupa a dismisura viene a stento notato dagli altri, o subito dimenticato.

In definitiva non dobbiamo essere troppo preoccupati e sentirci frenati o “bloccati”, quando ci troviamo in una situazione sociale che ci espone al possibile giudizio altrui.

La luce di un riflettore può sempre essere spenta da un interruttore.

Dott.ssa Giusy Di Maio