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Sulla libido e sulla leadership.

Perché alcuni decidono di seguire “certe” persone (che poi diventano leader) e non altre? Perché alcuni individui rinunciano all’espressione dei propri moti pulsionali (giungendo anche ad annullarli) per credere al messaggio veicolato da un dato leader? Che cos’è la leadership e chi è il leader?
Scopriamolo insieme.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Quando la leadership va in pensione..

Non è raro che molti leader fanno di tutto e impiegano tutti i mezzi e energie per mantenere una base di potere, quando sono alla fine del loro periodo di attività. In quanto, il senso di perdita e di invecchiamento può indurre nelle persone (abituate ad avere grossi ruoli di responsabilità) una idea di perdita di potere, che risulta essere molto sgradevole.

Una posizione di grande responsabilità e potere, può in diversi momenti costringere il leader ad operare e prendere decisioni in solitudine ed è proprio questo isolamento che provoca quel timore di restare soli e di deprimersi, in seguito alla perdita del potere. “La minaccia di cadere da un momento all’altro nella non-esistenza, l’esperienza della propria nullità generano un’ansia enorme” (Manfred F.R. Kets de Vries,1995).

I leader diventano spesso uomini soli, costretti ad allontanarsi dagli altri, sia a causa della loro posizione sia a causa dei propri comportamenti. Quando sono alla fine della propria attività e magari anche prossimi al pensionamento, le loro relazioni (anche quelle sentimentali) risultano inficiate; sono spesso così soli da avere solo pochissime persone a cui rivolgersi per un sostegno, un consiglio o un aiuto.

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“Il terrore di una simile esperienza può portare un leader ad aggrapparsi alla sua carica, anche se questo limita i suoi contatti personali alla frequentazione di persone motivate solo dai propri interessi e dall’adulazione sfacciata“. (Manfred F.R. Kets de Vries, 1995).

Interessante è anche un altro elemento che accompagna la prospettiva dell’abbandono del potere, cioè il timore a volte inconscio “ma più spesso subliminale” dell’arrivo improvviso di una particolare punizione, da parte degli altri. De Vries parlava di paura della “legge del taglione” (una paura quasi atavica).

Questa consapevolezza inconscia porta spesso e volentieri i leader a gestire in modi diversi la propria paranoia. Alcuni leader rispondono a questo timore attraverso la “sindrome del senso di colpa” (Levinson,1964) che è la tendenza a non fomentare o ridurre al minimo i conflitti per non far aumentare la rabbia tra le persone. Alcuni leader e dirigenti, vivono con la paura che prima o poi qualcuno possa fargli qualcosa, ma il potere, fin quando c’è, fa da scudo protettivo. Altri leader invece possono rispondere in maniera diversa a questa paranoia cioè impegnandosi “senza via di scampo in una escalation di aggressività. Il timore paranoide di ritorsioni li rende attaccati al potere e pronti a prevenire l’aggressione altrui per mezzo di iniziative tese a demolire gli oppositori, veri o supposti, anche senza che nulla indichi in loro l’intenzione di vendicarsi“. (Manfred F.R. Kets de Vries, 1995).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Cattivi guagliuni”

Il piccolo paragrafo che decido di condividere con voi, appartiene a quello che fu il mio lavoro di tesi triennale. Da musicista e psicologa appassionata di suono, ritmo, parole e ascolto, decisi di procedere con un lavoro del tutto inesistente nel campo psy, provando a trovare delle analogie tra il mondo della psicoanalisi e quello del rap.

La tesi aveva come argomento l’analisi delle dinamiche relazionali e comunicative esistenti alla base del fenomeno musicale Rap, trattando questo mondo analogamente a quello delle masse (riuscii con estremo orgoglio, a collegare le teorie sulla massa, la libido e la leadership, con il mondo del Rap).

Il titolo che ho scelto “Cattivi guagliuni”,2011, (cattivi ragazzi) è preso in prestito da un pezzo meraviglioso dei 99 Posse, gruppo Rap/raggaemuffin sempre presente sulla scena musicale e non.

Buona lettura.

Fonte Immagine “Google”.

TRA SURREALISMO E FREESTYLE: UNA NUOVA LETTURA DEL RAP.

(…) Il freestyle è l’elemento che caratterizza maggiormente le esibizioni rap; quando un cantante nell’ambito di una battle, inscena un pezzo facendo esercizio del freestyle, procede con uno stile libero pertanto improvvisa rime, metafore, assonanze, compie giochi di parole ritmici senza saper bene da dove si parte, né tanto meno dove si giungerà (l’unico elemento fisso si ricordi, è l’uso del ritmo 4/4). Questo automatismo immediato, non “filtrato dalla coscienza”, avvicina per certi versi la tecnica del freestyle, al movimento artistico Surrealista.

Nel Manifesto surrealista scritto nel 1924 da Andrè Breton (profondamente influenzato dalla lettura dell’Interpretazione dei sogni di Freud), si dava del surrealismo la definizione di automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con parole, scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero (…) in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale. Lo scopo era pertanto liberare l’inconscio (il termine stesso surrealismo, stava ad indicare il superamento della realtà), così come accadeva nei sogni, per lasciarlo libero di esprimersi anche da svegli, utilizzando libere associazioni di parole, pensieri o immagini, senza freni. La scrittura divenne automatica e si presentava come il canale attraverso cui giungere a scoprire le leggi che sottostanno ai processi più nascosti. Questo modo automatico di scrivere, di lasciare che il libero fluire dei pensieri trovi sbocco all’esterno, sarà riconducibile in seguito, al flusso di coscienza.

Il freestyle, appare quindi come una messa in scena di un flusso di coscienza, dove il cantante si lascia ritmicamente andare ai propri pensieri, idee e sentimenti; è un automatismo psichico puro, compiuto di getto senza che ci siano preoccupazioni estetiche o legate alla morale (ci si presenta sul palco per quel che si è, e non ci si preoccupa di essere offensivi in quanto il linguaggio volgare, viene proprio usato come mezzo per provocare1). La battle è un momento di sospensione in cui liberandosi dalle convenzioni sociali, i rapper decidono di fare del proprio corpo ricoperto di tatuaggi che appare diverso, modificato, “acontestualizzato” e lontano da ciò che viene considerato come socialmente accettabile, un corpo spesso giudicato osceno, scabroso, tela che diviene arte da esporre.

Il rapper si sente libero di esprimere ciò che è usando il corpo, il gesto, il ritmo, la mimica. Tutto diviene teatro: le espressioni, le pose che si assumono, i giochi di parole. Il corpo libero, che si presenta come un collegamento tra mondo interiore ed esteriore, diventa mezzo per vivere ciò che si presenta oltre ciò che è immediatamente visibile.

1Come ricorda Edoardo Sanguineti, massimo esponente della neo – avanguardia italiana, uno degli intenti delle avanguardie storiche (di cui il Surrealismo faceva parte) era provocare e scandalizzare. Cfr., Guido Baldi, Silvia Giusso, et al., Dal testo alla storia dalla storia al testo, VOL G, 2000, Paravia Bruno Mondadori Editore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Narcisismo del potere e umorismo.

Il narcisismo è sicuramente una caratteristica della leadership molto importante e probabilmente necessaria a poter governare e prendere delle decisioni. Ci sono però delle derive fastidiose e potenzialmente pericolose nel narcisismo di un leader; L’arroganza è il prevedibile esito di un narcisismo incontrollato (Manfred F.R. Kets de Vries,1 995).

La metamorfosi di Narciso – Salvador Dalì

In una situazione in cui l’arroganza, prende il sopravvento ed “esonda” in maniera incontrollata, possiamo vedere definirsi quello che Freud definiva come un leader “che non ama altri che se stesso… autoritario, assolutamente narcisista, sicuro di sé e indipendente” (1921). In genere persone deputate a governare e leader politici inclini a questo tipo di caratteristiche sono portati a rifugiarsi in un mondo esclusivamente proprio, si creano una realtà personale, restando ancorati alle proprie idee. Sembrano testardi e poco propensi ad ascoltare i consigli degli altri e quindi, a prendere decisioni importanti sostenuti da un confronto con altri. Spesso risultano ciechi alle possibili conseguenze negative del loro atteggiamento.

Esistono però, da sempre figure molto importanti, che accompagnano i periodi di leadership dei governanti e che fungono da “controllori ed equilibratori” del potere. Come fossero garanti e abili diagnosti delle innumerevoli patologie della leadership.

Il ruolo del “giullare” (oggi si potrebbe definire così il comico) o del “matto” nel passato e tutt’oggi è rivestito di grande importanza, perché funge da equilibratore, una persona in grado di poter indurre una trasformazione dicendo scherzosamente la verità. I destini del giullare e del leader sono interdipendenti.

Il giullare è una sorta di “guardiano della realtà”, ricorda al leader il carattere transitorio del suo potere e quindi mette sempre in allerta il leader, impedendogli talvolta di prendere decisioni insensate.   

Il ruolo del giullare è di fondamentale importanza, talmente essenziale da essere considerato alla stregua di un “educatore”, in quanto per mezzo di esempi negativi afferma valori veri e valide azioni. Pare essere innocuo e magari folle,ma può dire ciò che altri non possono dire. Il giullare è una figura complessa e unica con un ruolo a volte anche drammatico; spesso va molto oltre l’aspetto della comicità e risulta essere una valvola di sicurezza per la gente. Le persone hanno bisogno dei “giullari” e il potere e i leader anche. Questa interazione garantisce un equilibrio psicologico.

È dimostrato però che i due ruoli non possano convivere ed essere interpretati dalla stessa persona. Il rischio per il leader è quello di minare la sua credibilità e dignità. Mettendo in discussione e in pericolo anche le sue azioni e decisioni che generalmente riguardano moltissime persone.

Il ruolo del giullare – matto (saggio) è quello di equilibrare e quindi di proteggere lo stesso leader dal rischio di diventare arrogante. Infatti in una situazione in cui può venir fuori una “patologia della leadership”, il matto/saggio ha il compito non semplice di dimostrare al leader la follia di decisioni prese in seguito ad una visione distorta o affrettata della realtà. Questo può aiutare il leader a mantenersi ancorato alla realtà e magari ritornare sulle sue decisioni.

Con l’umorismo è possibile portare alla luce i segni dell’arroganza di un leader. Può rappresentare una valvola di sicurezza capace di controllare e denunciare aspetti potenzialmente distruttivi di una leadership malata. Per questo motivo i due ruoli, di leader e di giullare/saggio non possono essere incarnati dalla stessa persona, è pericoloso.

L’umorismo, come sosteneva Gregory Bateson (1953) è una forma di meta comunicazione, molto potente. Attraverso l’uso dell’umorismo può infatti essere comunicato più di quanto pare potersi intendere si da subito. Aiuta le persone a comprendere in maniera chiara le cose e può essere considerato un strumento molto potente per il cambiamento.

“Permette di gestire i conflitti con mano più leggera , prevedendo l’improvvisa esplosione delle tensioni. Può costituire un arma formidabile contro le persone che, in altre circostanze, rifiuterebbero di riconoscere e accettare la verità. Ridimensiona i problemi, contribuisce a farci ritrovare il senso delle proporzioni impedendoci di prendere noi stessi troppo sul serio..” (Manfred F.R. Kets de Vries, 1995)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi