Archivi tag: linguaggio

Genitori e Figli

Secondo Freud il compito di essere genitori, è un compito impossibile. Freud intendeva che il mestiere del genitore non può essere ricalcato su un modello ideale, che non esiste.

“Ciascun genitore è chiamato a educare i suoi figli solo a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento”.

Massimo Recalcati

Quindi ciò vuol dire che il miglior modo di essere genitori è quello di mostrarsi ai propri figli essendo consapevoli del “carattere impossibile del proprio mestiere“.

Secondo Recalcati, al giorno d’oggi, prevale la figura del genitore-figlio, cioè quel genitore che in qualche modo abdica alla sua funzione di essere genitore. Non perché abbandona i suoi figli, ma perché è troppo simile e troppo “vicino” ai propri figli. Sono quei genitori che si mettono in una posizione speculare e simmetrica a quella dei propri figli. “La differenza simbolica tra le generazioni lascia il posto ad una confusione di fondo” (M. Recalcati).

Photo by Juan Pablo Serrano Arenas on Pexels.com

Quindi il “compito impossibile” dei genitori oggi, si è inevitabilmente caricato di nuove angosce. Secondo Recalcati il nostro tempo è caratterizzato da un crisi profonda della “Legge della parola” che ha perso il suo fondamento simbolico. Insomma una crisi simbolica della funzione dell’autorità genitoriale.

E’ possibile restituire valore al simbolico della Legge della parola? Si, il problema è che i genitori dovrebbero “saper rinunciare alle aspettative narcisistiche sui loro figli“.

La possibilità dell’ atto educativo comporta inevitabilmente, come proprio destino, la separazione. Saper separarsi dai propri figli e lasciarli andare è probabilmente il dono più grande che i genitori possono fare ai propri figli, come rappresentanti della Legge della parola.

“Essere padri, implica innanzitutto la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli – affidare al deserto -.

Massimo Recalcati

La nostra vita individuale e sociale è possibile proprio grazie alla possibilità della mediazione simbolica della Legge della parola. Il senso della nostra vita passa attraverso il senso del “linguaggio”.

Sono ciò che sono perché passo dalla mediazione dell’Altro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguici anche su Twitter!!!! https://twitter.com/Ilpensierononl1

Se leggiamo in un’ altra lingua proveremo meno emozioni.

In genere non ce ne accorgiamo, ma quando leggiamo un libro, una poesia, un racconto sul nostro viso si possono avvertire modificazioni significative che rispecchiano le emozioni che avvertiamo durante la lettura e che possono anche essere in accordo con le emozioni dei personaggi del libro che abbiamo davanti. Sono spesso micro espressioni anche impercettibili e non coscienti. Insomma sorridiamo, ci incupiamo, ci arrabbiamo, proviamo paura durante le nostre letture. Quando leggiamo di un personaggio felice sorridiamo, se invece è arrabbiato aggrottiamo la fronte.

Questo fenomeno fa capo alla teoria dell’impersonificazione (embodiment), per la quale quando elaboriamo un’informazione con contenuto emotivo l’organismo attiva reazioni fisiologiche caratteristiche di quelle emozioni che stiamo leggendo. Pare però che questo meccanismo funzioni molto bene per la lettura in lingua madre, ma molto meno per la lettura di un brano o un libro in una seconda lingua.

Photo by Oladimeji Ajegbile on Pexels.com

Questa interessante scoperta è frutto di una ricerca di circa cinque anni fa di Francesco Foroni, un ricercatore della Scuola internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. Durante la ricerca sono stati misurati con l’elettromiografia (che registra l’attivazione dei muscoli, su un gruppo di 26 ragazzi olandesi, le espressioni facciali mentre erano intenti a leggere dei brani in inglese. Il risultato di queste misurazioni ha confermato che l’intensità delle espressioni facciali era molto più marcata quando la lettura avveniva in lingua madre (olandese). Quando invece le letture avvenivano in inglese il coinvolgimento emotivo era evidentemente minore.

La spiegazione a questa differenza nell’attivazione emotiva nei due casi è probabilmente legata al contesto di apprendimento delle due lingue. Infatti l’apprendimento della lingua madre avviene generalmente in un contesto emotivamente molto carico e significativo, nel contesto familiare. Mentre l’apprendimento della seconda lingua avviene generalmente in un contesto extrafamiliare, meno carico emotivamente e più freddo e istituzionale.

Questa differenza ci fa comprendere quanto sia importante per una persona comunicare le proprie emozioni e il proprio stato d’animo attraverso il proprio linguaggio. Noi pensiamo e sogniamo nella nostra lingua madre.

Questo filone di ricerca e i risultati aprono a diversi spunti di riflessione legati agli aspetti della comunicazione interculturale e agli aspetti legati all’impatto emotivo che possono avere le emozioni sulle decisioni le decisioni.

Inoltre questo ci fa riflettere anche sul fatto che non dobbiamo mai dare per scontato gli aspetti legati all’integrazione di bambini stranieri adottati o di immigrati e famiglie di stranieri. Quanto il linguaggio e la comunicazione incidono su aspetti psicologici, emotivi e sociali. Troppo spesso sottovalutiamo questi fattori.

Interagire ad esempio in lingue diverse o interagire e comunicare attraverso una terza lingua può rendere allo stesso modo? Quanto vengono influenzate le espressioni, i sentimenti, le emozioni, quando dobbiamo comunicare con una lingua diversa dalla nostra?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguici anche su Twitter!!! https://twitter.com/Ilpensierononl1

Prima i colori o il linguaggio?

Fonte Immagine Google.

Per molti anni i ricercatori hanno sostenuto l’importanza rivestita dal linguaggio circa la percezione del mondo.

La centralità del ruolo (primario) rivestito dal linguaggio stesso, è stata messa in dubbio in seguito a uno studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Jiale Yang e colleghi, della Chuo University.

I ricercatori hanno dimostrato una tesi opposta a quella sostenuta da molti linguisti, riferendo in particolare al tema ampiamente dibattuto sul modo in cui (e se) il linguaggio influenzi la percezione dei colori.

Alcuni studi provano che le categorie di colori presenti in lingue della stessa famiglia sono più simili di quelle appartenenti a famiglie linguistiche diverse; esistono – d’altra parte- categorie percettive fondamentali comuni a tutte le lingue il che fa supporre l’universalità dei colori.

Un esperimento condotto su 24 bambini dai 5 ai 7 mesi, conferma la seconda ipotesi.

L’esperimento è stato condotto con la tecnica della spettroscopia nel vicino infrarosso (tecnica non invasiva che misura il flusso ematico del cervello); i ricercatori hanno osservato l’attività della corteccia visiva dei bambini mentre osservavano l’alternarsi di figure geometriche di colori diversi (blu e verde) o dello stesso colore ma con sfumature diverse.

La spettroscopia ha evidenziato cambiamenti nella risposta neuronale agli stimoli solo quando si passava da un colore all’altro, dando prova del fatto che il cervello sia capace di distinguere tra colori con attributi percettivi diversi.

Per i ricercatori, l’esperimento mostra che alcune categorie di colori “esistono” nel cervello ancora prima del linguaggio; ciò che il linguaggio e il lessico faranno in un secondo momento, è rafforzare e raffinare queste categorie già preesistenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il linguaggio della realtà o la realtà del linguaggio?

Le parole che usiamo, il linguaggio che utilizziamo per comunicare è un fedele specchio della realtà che ci si presenta dinnanzi o è una personale interpretazione di ciò che vediamo e viviamo?

Secondo Paul Watzlawick esistono due lingue. Una che può essere rappresentata dalle parole che formulano queste frasi che leggete; essa è cerebrale, logica, analitica è la lingua della ragione, della scienza, della spiegazione (è la lingua del pensiero logico, diretto, che segue le regole della grammatica, della sintassi).

L’altra è molto più difficile da definire, proprio perché non è la lingua della definizione. La si potrebbe definire come lingua della metafora, dell’immagine, del simbolico. Una lingua della totalità e non della scomposizione analitica (è la lingua del pensiero che determina i sogni, le fantasie, il mondo interno).

“…giacchè è noto che un linguaggio non rispecchia la realtà, ma piuttosto crea una realtà.”

Paul Watzlawick

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Linguaggio: sviluppo e sua comprensione.

Fonte Immagine “Google”

Molti genitori vivono il momento della “prima parola” detta dai propri figli, come un momento denso di apprensione. Mamme, papà e nonni vivono talvolta con ansia il momento in cui il proprio bambino dirà la fatidica parolina magica “mamma”.

Molti pensano che il proprio bambino sia un genio “com’è precoce.. come è avanti con lo sviluppo”.. altri di converso vivono con timore il fatto che “questo/a ancora non parla”..

Come si sviluppa pertanto il linguaggio nei bambini? Scopriamolo insieme.

Buona lettura.

Lo sviluppo del linguaggio nei bambini sembra essere una capacità così precoce, tale da evidenziare una predisposizione biologica nello sviluppo di tale funzione.

Sin dalla nascita, infatti, il neonato riesce a cogliere la simmetria esistente tra i suoni uditi e i movimenti delle labbra di colui che emette il suono. In una ricerca del 1979, Dodd evidenziò come i bambini fossero capaci già a 3 mesi, di distogliere lo sguardo ogni volta che si trovavano innanzi una persona che pronunciava delle parole a cui, non corrispondevano i movimenti delle labbra; è emerso inoltre che i bambini – nello stesso periodo di sviluppo- , tendano a preferire l’ascolto di una persona che nel parlare mantiene le normali caratteristiche del linguaggio parlato (in termini di pause e intonazione), piuttosto che un tipo di linguaggio meno regolare e di converso più confuso.

Intorno ai 6 mesi di vita il bambino riesce a discriminare tutti i contrasti fonetici, anche quelli non presenti nella lingua madre. Questa abilità però dopo gli 8 mesi viene persa poichè il bambino sarà più portato a discriminare i suoni della lingua madre a cui è esposto. A tal proposito- ad esempio- studi sui bambini cinesi dimostrarono che questi bambini dopo gli 8 mesi, non sono più in grado di discriminare la r dalla l in quanto nella loro lingua madre non v’è distinzione tra i due fonemi.

La comprensione del linguaggio ne precede la sua produzione: prima di parlare infatti, comprendiamo.

Secondo Markman (1980) nel procedere con la comprensione di una parola, un bambino costruisce e segue tutta una serie di ipotesi che sono biologicamente predeterminate. All’inizio il bambino procede seguendo l’oggetto interno per cui apprenderà che un “nome di”, riferisce a quell’oggetto nella sua globalità; dopo aver appreso il nome, si passa alla generalizzazione secondo cui quel nome non è legato solo a quel dato oggetto, ma a tutti gli oggetti a lui simili. Successivamente si passerà a discriminare e ampliare attraverso sinonimi o classi quella parola appresa da altre che possono poi significare altre cose:

La parola margherita indica inizialmente quello specifico fiore indicato così dagli altri (oggetto interno); successivamente con la generalizzazione, il termine margherita viene estesa a tutto ciò che essa circonda “erba, terreno” a tutto ciò che con essa si può fare “profumarla, regalarla” e a tutti gli altri fiori che le somigliano. Con la discriminazione il bambino capirà che “margherita” non sostituisce la parola “fiore”, ma che la comprende così come “infiorescenza”.

Secondo gli studiosi (Markman e Hutchinson, 1984), queste capacità non sono apprese tramite le osservazioni, ma sono inscritte nei geni e si sono evolute insieme all’uomo stesso.

Se noi siamo pronti ad ascoltare, i bambini parlano… eccome se parlano!

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

I Vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’apprendimento.

Il gioco è essenziale per lo sviluppo intellettivo dei bambini. Attraverso il gioco e la fantasia i bambini hanno l’opportunità di conoscere il mondo che li circonda e quindi sarà più semplice per loro ricercare il loro posto nel mondo. Dedicare un tempo non strutturato al gioco libero, può contribuire a rendere i bambini più felici, creativi e socievoli.

Photo by Pixabay on Pexels.com

In alcuni studi è stato dimostrato che le situazioni “fantastiche” create dai bambini e per i bambini possono aiutare a potenziare l’apprendimento. Nel 2015 negli Stati Uniti hanno svolto uno studio su 154 bambini provenienti da scuole per l’infanzia (Dipartimento di Psicologia della Pennsylvania – Deena Weisberg). Il gruppo dei 154 bambini è stato diviso a metà; ad un gruppo sono stati letti dei libri realistici su argomenti reali e quotidiani (cucina, agricoltura..); ad un’altra metà sono stati letti dei libri di fantasia (con draghi e castelli). Durante la lettura sono state insegnate ai bambini parole nuove. Dopo ogni sessione di lettura è stata data la possibilità ai bambini di dedicarsi a giochi di finzione con oggetti e giocattoli, che rappresentavano alcuni elementi e personaggi incontrati nei libri. Alla fine è stato verificato l’apprendimento delle parole nuove. Il risultato è stato che entrambi i gruppi di bambini hanno imparato parole nuove, ma il gruppo che ha ascoltato le storie di fantasia aveva imparato più parole. Probabilmente nel vocabolario utilizzato per le storie di fantasia ci sono cose più interessanti, che hanno fatto si che l’attenzione dei bambini alle nuove parole fosse maggiore.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Questo studio, insieme ad altri, rivelano  che la fantasia può contribuire positivamente all’apprendimento dei bambini. Inoltre un ambiente irrealistico (in cui avviene qualcosa o viene raccontato qualcosa) o una storia che si discosta dal reale e dalla routine, predispone i bambini a determinati tipi di pensieri e comportamenti, che faciliteranno l’attenzione. I bambini, infatti sanno che in una situazione “ordinaria” e conosciuta, sanno di non dover aspettarsi nulla. Mentre in una situazione straordinaria, sono predisposti ad aspettarsi qualcosa e fanno molta attenzione alla “novità” e all’eccezionalità di ciò che accadrà. Infatti saranno più coinvolti e preparati mentalmente ad apprendere. In tal senso, si potrebbe dire che gli scenari irrealistici aiutano i bambini a vedere le possibilità intrinseche della realtà. Infatti è probabile, in base ai risultati di questi studi che i bambini vadano a cercare gli eventi impossibili, non per usarli come guida diretta alla realtà, bensì per pensare a possibilità irrealistiche che possono, in contrasto con la realtà, aiutarli a modulare una visione della realtà e del mondo reale coerente con la loro futura personalità.

Le nuove scoperte indicano che per troppo tempo si è sottovalutato il potere della fantasia nei bambini. Infatti la capacità e l’abilità nel fantasticare sarebbe particolarmente utile in determinati contesti didattici. Ad esempio nello studio della Fisica ( ma anche di altre materie che tendono a discostarsi dalla visione statica e oggettiva della realtà per come la percepiamo, come ad esempio la filosofia, la psicologia) un pensiero fantasioso è indispensabile per sondare, studiare, analizzare situazioni complesse, come particelle invisibili, gravità, velocità.

Se gli elementi fantastici sono particolarmente utili per l’apprendimento, si potrebbero incoraggiare i bambini al gioco basato sulla fantasia. Stimolare i bambini a osservare gli aspetti impossibili di questi giochi e racconti, condurli a comprendere cosa può o non può accadere nella realtà potrebbe preparare il terreno all’apprendimento futuro.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

PAROLE SOSPESE E GIOCHI RITMICI.

IL FENOMENO MUSICALE RAP.

c175

Negli ultimi anni un fenomeno conosciuto come Rap si è fatto sempre più strada tra i giovani, apportando dei cambiamenti nell’ambito del costume e del linguaggio. Questo genere musicale ha quindi esteso le proprie radici ben oltre il mondo delle sette note, arrivando a stabilirsi nei modi di “pensare, agire e sentire” delle persone, tanto da diventare una sottocultura a tutti gli effetti. La musica ha infatti da sempre affascinato l’uomo, basti pensare che già Aristotele nella Politica, sostenne che “nei ritmi e nei canti vi sono rappresentazioni, quanto mai vicine alla realtà, d’ira e mitezza, e anche di coraggio e temperanza e di tutti i loro opposti e delle altre qualità morali”. La musica[1] permette infatti di far coesistere sentimenti contrastanti, tanto da diventare terreno in cui gioia e dolore, conflitto e pace muovono all’unisono. Proprio la presenza di tali dicotomie, rende la musica materia sempre attuale, ed oggi più che mai, si presenta come esempio di integrazione e coesistenza del diverso e della diversità. Ritmi pop e rap si alternano alla riscoperta della musica classica. Si fa pertanto musica quando si raggiunge l’integrazione di più parti (apparentemente) diverse, quando la disciplina incontrando la passione, la guida e si lascia trasportare; parimenti accade che nella musica diviene possibile che la libertà, sfociando nell’ordine, arrivi alla costruzione di opere di rara bellezza.

 

Ma nello specifico, che cos’è il rap?

Questo genere musicale nasce intorno agli anni settanta del 900 nel Bronx, un quartiere noto per l’alto tasso di criminalità, prostituzione e droga; è in tale clima che incomincerà ad affermarsi il Rap, nascendo come filiazione dell’Hip Hop, un movimento culturale che credeva fortemente nella necessità della riqualificazione dello spazio urbano, nonché nella diffusione di sentimenti quali l’uguaglianza razziale e di classe. Il rap quindi, facendosi carico dei valori diffusi dall’hip hop, ha iniziato ad esercitare una sorta di funzione sociale, andando ad intervenire laddove lo stato era carente. Incominciò un processo di trasformazione in cui alle vecchie bande (che erano intente a spartirsi il quartiere) si sostituirono le “crews” (squadre) dei gruppi relativamente pacifici, il cui intento era sfidare gli avversari a suon di musica. La principale innovazione fu però riconoscersi in un “noi”, concetto fortemente rimarcato dall’uso di un preciso abbigliamento (scarpe d ginnastica, pantaloni molto ampi dal cavallo basso, cappelli da baseball e tatuaggi) e dall’uso dei graffiti che servivano a segnare il passaggio della crew; un gesto fatto per rimarcare la propria presenza sul territorio, per incominciare a dare risposta a quel significante enigmatico, culminante nella domanda :” chi sono io? “ (Jacques Lacan, 1949).

 

MITO

Coez, Ghemon, Ensi, Clementino.

Clementino

 

Cosa sono i riferimenti identificatori.

All’interno del gruppo (nel caso citato le crew), i legami si appoggiano su ciò che prende il nome di “riferimenti identificatori” ovvero abiti, soprannomi, tatuaggi, scarificazioni, tutti quei segni di distinzione che consentono di riconoscere chi è membro del gruppo, da chi non lo è.[1] Anche la lingua e l’uso che se ne fa (il che come vedremo, è strettamente legato al tema citato), rientra nei riferimenti identificatori. Questi riferimenti mobilitano le identificazioni inconsce, le sostengono e reprimono; in sostanza dobbiamo pensare che il soggetto cerca di far coincidere nei legami di gruppo, le sue identificazioni inconsce con ciò che gli viene richiesto dall’appartenenza al gruppo e quindi dai riferimenti identificatori che attestano tale appartenenza.

Sull’uso del linguaggio e del ritmo.

“Il genere di linguaggio esibizionistico che ogni ragazzo nero era in grado di impiegare contro un rivale, divenne fonte di spettacolo”[1]. Il termine Rap deriva dall’inglese e vuol dire “discutere in modo informale”; l’elemento tipico del rapping è il tormento, ovvero il parlare continuamente di problemi sentimentali e economici. Il tormento viene supportato dal flow (flusso) che è la capacità di rappare mantenendo sempre la stessa metrica[2], con il risultato di avere un discorso piuttosto cadenzato che ha lo scopo di mantenere alto l’interesse e il tormento; la musica viene pertanto associata a ideali diversi e diventa il collante tra un determinato messaggio e chi ascolta. Un altro punto interessante riguarda il fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il Rap segue una metrica ben precisa e piuttosto regolare, in cui la rima deve cadere all’interno di un tempo 4/4. Si tratta pertanto di mantenere sempre lo stesso schema metrico- ritmico delle battute, ovvero si ha sempre lo stesso modo di rappare, di far cadere gli accenti (indicano la cadenza, il battito o pulsazione). Il richiamo al battito ha una forte portata per l’individuo, in quanto la vita dell’essere umano è scandita fin da subito (fin dall’esperienza intrauterina) dal ritmo. Le esperienza prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno a cui seguiranno, dopo la nascita, l’uso delle filastrocche o ninnenanne; strumenti che la madre usa per comunicare o attirare l’attenzione del bambino. Le filastrocche sono caratterizzate da estrema regolarità, semplicità e ripetitività; caratteristiche a ben vedere, presenti anche nel rap. E’ pertanto proprio questo rimarcare sugli accenti e la loto regolarità, a creare una sorta di sospensione in cui tutti sanno che “prima o poi qualcosa accadrà”; questo tempo sospeso lascia libero sfogo alle emozioni, come se si stesse “a galla” in balìa della curiosità. Il rap si presenta pertanto come un sottile gioco che si muove lungo le linee del “con e senza”; dove ciò che prima c’era, un attimo dopo non c’è più. E’ questa l’essenza del rapping, un vortice ritmico di parole che seguono e si inseguono l’un l’altra.

d183913.jpg

Dott.ssa Giusy Di Maio.

[1] David Toop, “RAP, storia di una musica nera”, 1984, Nuova Edizione 1992, Edizioni di Torino, cit., p.3.

[2] Metrica: ”si riferisce al concetto di misura delle varie unità frazionarie del discorso musicale (incisi, battute,ecc..) considerate sotto il profilo della loro lunghezza e funzione logica”. Apreda, “Fondamenti teorici dell’arte musicale moderna”, Ed. G. Ricordi, Ristampa 1983.

[1] Cfr., Renè Kaes, “ Le teorie psicoanalitiche del gruppo”, 1999, Ed. Borla.

[1] Gli elementi essenziali della musica sono suono e ritmo. Il suono è un fenomeno acustico prodotto dalla vibrazione dei corpi elastici; il ritmo riguarda invece i rapporti esistenti tra i suoni, l’ordine, il movimento in relazione agli accenti.