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L’oggetto transizionale – la coperta di Linus

Il termine “oggetto transizionale” è stato introdotto da Donald Winnicott e indica un oggetto come una copertina, un fazzoletto, un giocattolo, un peluche che un bambino (generalmente tra i quattro e i dodici/diciotto mesi) tiene con sé per addormentarsi, per calmarsi.. questi oggetti assumono quindi per i bambini un significato davvero speciale.

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta generalmente una fase di passaggio che aiuta il bambino nella percezione di un oggetto come separato dal soggetto (me); queste attività di manipolazione sono corredate da fantasie e sono definite da Winnicott come fenomeni transizionali . Diciamo che è quell’ “oggetto” che aiuta il bambino in quella fase in cui comincia a differenziare tra il me e il non-me, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Il suo utilizzo dopo l’infanzia, può ripresentarsi specialmente in occasione di regressioni e fasi depressive.

Peanuts – Linus e la sua copertina

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale appartiene a quel campo dell’esperienza personale dell’illusione, i cui contenuti sono a metà tra la realtà esterna e la realtà interna, ma non sono riconducibili a nessuna delle due. Quindi si riferiscono a quell’esperienza del bambino che si colloca nel luogo che lega e separa la realtà interna dalla realtà esterna e che in seguito diventerà una funzione permanente della psiche adulta. L’oggetto transizionale si può considerare come un oggetto che non fa più parte del corpo del bambino, ma non è ancora riconosciuto, da questi, come un oggetto della realtà esterna.

“Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non é il suo valore simbolico”- “quanto il fatto che esso é reale: è un illusione ma é anche qualcosa di reale” 

Donald Winnicott

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta una fase importante per l’esperienza del bambino e per lo sviluppo della sua futura vita immaginativa (in età adulta).

Peanuts – fonte google

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Dipingere e forare il proprio Sè.

Fonte Immagine “Google”.

“Sto meglio col piercing qua.. o qua.. ” Disse – riferendosi all’amica- la ragazza, mentre indicava il labbro superiore e il mento..

“Vabbè allora mo che vado a casa me lo faccio qua”.. Chiosò indicando il labbro inferiore.

Queste due frasi echeggiavano nel corridoio dell’ASL mentre due ragazzine attendevano il proprio turno.

La pelle è l’organo più vasto del nostro corpo e in un certo senso, quello che ci appartiene di più; è quello visibile; il mezzo che contiene (e protegge) l’interno dall’esterno: filtro omeostatico tra il me e il non me.

Questa terra di confine può essere sperimentata come un luogo di incontro con l’altro o di converso come un guscio protettivo che tiene e contiene.

Spesso accade che coloro che decidono di ricorrere a modificazioni corporee estreme, sentano il bisogno di identificarsi come diversi da; potrebbe essere il bisogno di sentirsi autentici verso se stessi, un desiderio di rimarcare che “un altro non può essere me”.

Il corpo, la nostra tela natale, sente chiede e domanda; reagisce quando la psiche soffre (pensiamo a tutte le malattie psicosomatiche esistenti).. dà prurito, brucia, si arrossa e si lacera parimenti al nostro apparato psichico che “prude, brucia e si sente lacerato”, ma non trovando sfogo .. “sfoga” sulla pelle.

Alcuni sentono il bisogno dopo eventi profondamente significativi (ad esempio in seguito a gravi malattie o ad eventi altamente traumatizzanti), di recuperare il contatto con il proprio corpo e lo fanno proprio ricorrendo all’uso di tatuaggi, piercing o modificazioni corporee più ampie. Si tratta di fantasie di rivendicazione in cui il “mio” corpo sofferente, toccato, abusato, tagliato, sopravvissuto.. torna da me e a me con i confini che Io decido di ridare lui.

Anzieu nel 1985, suggerì che l’io è un Io pelle

“una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo” (Anzieu, 1985, p.56).

L’autore sostiene che il bambino acquisisce la percezione di una superficie corporea attraverso il contatto con la pelle della madre nel momento in cui viene accudito, accarezzato, lavato. L’Io pelle ha pertanto origine nella pelle condivisa nell’immaginario tra madre e figlio, ciò che Anzieu definisce “pelle comune”.

La rinuncia a questa pelle comune seppur dolorosa, permette l’interiorizzazione e identificazione con una parte della madre che sostiene lo sviluppo fisico e psichico del bambino; quell’oggetto di supporto a cui il bambino si stringerà e sorreggerà.

La pelle pertanto parla; la pelle dice di noi e per noi. Tatuaggi, piercing, impianti sottocutanei sono parole dette, non dette, sussurrate o urlate di un corpo (sempre più sofferente) che non trovando corpo, “si dice” con un linguaggio tutto suo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.