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Antropologia in Pillole #3: Magia e Religione.

Possiamo definire la magia come quell’insieme di pratiche e credenze cui si ricorre come momento di difesa da stati di disagio esistenziale sia psichico che fisico.

In culture non dominate dall’ideologia del medico, questi stati di disagio psicofisico, vengono configurati con ideologie che hanno una loro antica origine e hanno -pertanto- una loro funzione attuale nell’ambito delle società cui si riferiscono. Tali ideologie possono concettualmente – per così dire- essere distinte in due rami: il primo che vede “fascinazione e malocchio”* da un lato e “la possessione”, dall’altro.

Attorno a questi due “rami” si configura la concezione della malattia.

Il malato vive il proprio disagio entro questi schemi culturali e, sempre attorno a questi, si organizza il sistema di difese tradizionali; è in tale quadro che magia e religione si mescolano.

Accade, pertanto, che da una parte troviamo il mago che andrà a utilizzare (per i suoi riti), simboli presi in prestito dalla religione cattolica (ad esempio la croce), e all’altro lato, troviamo la Chiesa cattolica stessa. I due attori in questione, richiedono il raggiungimento di un compromesso poichè pur tentando di stigmatizzare queste manifestazioni che sfuggono al suo controllo, la Chiesa dovrà compiere un passo indietro per assecondare il volere dei Santi.

Abbiamo già conosciuto il tarantismo, ora è del Male di San Donato, che parleremo brevemente.

Il male di San Donato è a tutti gli effetti una malattia ma – badate bene- una malattia non riferibile ai nostri schemi nosografici moderni (della medicina ufficiale colta). Il male di San Donato è quello specifico male (il Santo è il protettore degli epilettici e dei malati di mente) che ti lega per sempre al Santo. San Donato – infatti- decide di farti ammalare o di concederti la grazia, una grazia che fa sì che il malato guarisca anche solo per la durata di un anno (fino al ripresentarsi della festa del santo stesso).

La prossima volta consoceremo un po’ meglio l’esorcismo

*Fascinazione: indica una condizione psichica di impedimento e inibizione dovuta ad un senso di dominazione da parte di un’altra entità. Richiede due figure: una vittima e un agente fascinatore. Se l’agente fascinatore è umano, si parla di Malocchio ovvero un’influenza maligna causata da uno sguardo invidioso da parte di un’altra persona.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un pizzico di Magia, direzione: ricerca del significato.

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Quando l’essere umano prende coscienza della possibilità che un dato momento, possa essere collegato con una serie di altri momenti, quando prova a decentrarsi e a porsi non tanto come attore ma, questa volta, come spettatore di una sequenza di eventi di cui lui è solo una parte (anche piuttosto piccola)..

E’ in quel momento che comincia la ricerca del significato della propria vita.

Il significato non è qualcosa che viene acquisito in un particolare momento della propria vita (non è in sostanza una tappa di sviluppo raggiungibile in un determinato momento), ma si configura come un processo che avviene analogamente al processo di crescita di un organismo.

In sostanza, ad ogni età dello sviluppo, compatibilmente con i mattoncini costituiti dal grado di sviluppo psico cognitivo -raggiunto- aggiungiamo un po’ di conoscenza circa il significato cui stiamo aspirando di giungere.

Accade spesso di vedere genitori convinti che la mente dei propri bambini, sia come la loro.. come se le idee (su se stessi, sul mondo o sul significato della vita), non debbano avere il tempo di svilupparsi lentamente come il corpo e l’intelletto (i genitori sono convinti che i bambini nascano equipaggiati di tutto un bagaglio di conoscenza uguale e standard).

Non è una esagerazione: l’esperienza clinica insegna.

Il bambino, crescendo, impara gradualmente sempre di più (o almeno ciò dovrebbe avvenire) a capire meglio se stesso e gli altri fino a raggiungere un equilibrio in cui è capace di dialogare con se stesso e gli altri in maniera intima e profonda.

Per trovare un significato, però, è necessario abbandonare una visione egocentrica, uscire dalla propria limitata visione e guardare un po’ più in là (compito questo che spetta prima ai genitori che, decidendo di abbandonare la posizione egocentrica proprio con la genitorialità stessa, dovrebbero essere stati in tal modo, più desiderosi di arricchire l’altro ponendosi in secondo piano)…

A tal proposito, per aiutare i bambini a trovare risposte circa i loro personali dubbi sul senso di quanto li circonda, uno strumento valido sono le favole.

Perchè una storia riesca a catturare l’attenzione dei bambini, questa deve divertirlo e deve suscitare la sua curiosità. La favola, inoltre, per essere qualcosa di profondamente accattivante deve stimolare l’immaginazione del bambino stesso e deve aiutarlo a sviluppare il suo intelletto.

Una fiaba deve aiutare il bambino a chiarire la natura, funzione e significato delle emozioni (le sue, in primo luogo), deve armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni; deve aiutarlo a riconoscere le difficoltà che sta vivendo suggerendogli al contempo soluzioni.

La favola deve pertanto toccare ogni aspetto della personalità del bambino e questo – cosa fondamentale- senza mai sminuire la difficoltà che il bambino magari sta in quel momento vivendo. Accade frequentemente (troppo, direi) che genitori o chiunque si prenda cura del bambino, sminuisca una sua paura, un suo disagio, leggendolo con gli occhi di un adulto (già formato), evitando di contenere ma gettando in faccia al bambino, questa sua paura (magari anche deridendolo).

Le fiabe sono un potente strumento che consente un arricchimento e/o una proiezione del mondo interno del bambino stesso.

Durante i colloqui anche i bambini con le difese più forti, riescono con una parolina alla volta, sussurrata, a restituire il proprio mondo interno, sotto forma di racconto.

Ascoltiamo spesso di mostri, armi, ombre nere e minacciose..

Ascoltiamo spesso di improbabili (per noi, forse) figure terrorifiche che prendono il sopravvento fagocitando, da dentro, i nostri piccoli pazienti.

Difficilmente sentiamo storie di principesse rosa che cavalcano pony in attesa che il principe azzurro, le salvi.

Dobbiamo provare ad accogliere i nostri piccoli anche – e soprattutto- quando hanno paura delle ombre nere; aiutiamoli leggendo loro più favole.. parliamo con loro, spieghiamo loro chi è e cosa fa un principe, chi è la principessa.. Cosa fa un supereroe.. perchè esiste il mostro cattivo..

Proviamo a scrivere insieme a loro una favola..

Non si sa mai..

Magari insieme a loro- con un pizzico di magia- riusciremo a trovare anche noi, nella terra di molto, molto lontano.. il nostro personale senso delle cose..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.