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L’educazione del pensiero.

Fonte Immagine Google.

Una volta un ragazzo – Marco- disse che a scuola si annoiava

“Non riesco a pensare, mi scoccio. I prof sono noiosi, la classe è noiosa, la scuola è noiosa, buia e vecchia. Là dentro io non riesco a pensare perchè tutto mi impedisce di concentrarmi e non mi sento a mio agio”.

Parlando con Marco, ciò che più di tutto lo infastidiva era il fatto che i professori continuassero a dire ai genitori “Vostro figlio non sa pensare”, mentre lui sosteneva di esserne capace “Mica so scemo Dottorè!, ma non ci riesco” continuava a dire. Le lacune di Marco sembravano insormontabili e tutto il corpo docenti continuava a dire che il ragazzo aveva enormi difficoltà di apprendimento.

La domanda diviene quindi si apprende per pensare o è il pensare che fa apprendere?

John Dewey sostenne che l’unica via diretta per un miglioramento permanente dei metodi dell’istruzione e dell’insegnamento, fosse concentrarsi sulle condizioni che esigono, promuovono e mettono alla prova il pensiero.

La capacità di apprendere (capacità geneticamente determinata in quanto funzione adattiva che consente all’uomo di entrare in relazione e gestire le proprie relazioni con l’ambiente), è la condizione primaria di ogni processo di formazione. Quando infatti il soggetto si confronta con nuovi dati offerti all’esperienza, dati che vengono messi in rapporto con le proprie – e già esistenti- configurazioni cognitive e psicologiche, è sollecitato a mettere in atto un complesso processo di adattamento, attraverso cui giunge a modificare le proprie strutture di conoscenza, i comportamenti e le modalità affettivo- relazionali: in tal modo apprende e costruisce nuove strutture di conoscenza.

Ogni apprendimento si costruisce sulla base di strutture cognitive e strumenti cognitivi che sono costantemente messi in gioco, testati, modificati , ridefiniti e nuovamente appresi nel corso delle varie esperienze in cui il soggetto è calato.

Il soggetto è pertanto portato a “apprendere ad apprendere” facendo leva sulle risorse intellettuali e strumenti cognitivi di crescente complessità.

L’apprendere ad apprendere e apprendere a conoscere sono riconosciuti come pilastro dell’educazione (International Commission on Education for the Twenty First Century, UNESCO, 1999) che si costituisce attraverso il consolidamento costante (e il potenziamento) delle capacità di concentrazione, memoria, pensiero.

Si tratta di imparare a pensare per imparare ad apprendere.

Colui che apprende si trova implicato in una molteplicità di configurazioni esperienziali che ha necessità di interpretare e decodificare, con lo scopo di ricavarne elementi che gli consentano di adattarsi a esse. In questo senso il pensiero è da intendersi come una complessa funzione esplorativa, interpretativa e organizzativa delle esperienze umane.

Da un insieme stocastico di sollecitazioni o risposte immediate e confuse informazioni, emerge una struttura di supporto che rappresenta la condizione di possibilità che avvenga l’apprendimento e la conoscenza.

Per pensare serve tuttavia qualche condizione essenziale. Ciò che Marco lamentava “il blocco dei pensieri”; blocco che non è stato accolto e contenuto dai professori che “non hanno tempo perchè l’anno scolastico è breve e i programmi devono essere portati a termine”, è il blocco di tutto un sistema che gli gravita intorno.

Quando Marco dice che la scuola è buia e noiosa e che i professori sono bui e noiosi “sempre arrabbiati e di corsa.. Pare pure che la loro stessa materia non gli interessi”, ci sta palesando il malessere di tutto un sistema che non si prende più cura di sè.

Analogamente a quanto avviene nel sistema familiare dove non è un solo membro (quello che porta il sintomo, il disagio) ad ammalarsi, ma è malato tutto il sistema familiare, anche nella scuola quando un ragazzo “non pensa, è svogliato, distratto”, le colpe non sempre sono sue o di chissà quale disagio interno.

Servirebbe talvolta avere un tono meno accusatorio e attuare un decentramento cognitivo (osservare i nostri pensieri e emozioni come degli eventi più che come verità, guardando alla nostra esperienza interna senza giudicare) che ci renda parte attiva anche del disagio altrui, facendoci chiedere se realmente il problema sia solo dell’altro oppure no.

(Marco ha successivamente trovato grande giovamento da un tutor esterno alla scuola che, rendendolo parte integrante e attiva dell’apprendimento – invece che parte passiva- ha risvegliato i pensieri del ragazzo).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.