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Dipendo da…

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La dipendenza è un fenomeno complesso e piuttosto stratificato in quanto chiama in causa aspetti legati sia alla vita sociale che individuale del soggetto. La complessa definizione risiede nel fatto che lo stato di dipendenza sia, nell’essere umano, uno stato di base poichè egli nasce dipendente e necessita, per un lungo periodo della propria vita, del sostegno familiare.

La crescita- infatti- dell’essere umano parte da un totale stato di dipendenza (il neonato) per giungere gradatamente verso lo stato di autonomia.

Secondo Caretti e La Barbera (2005) la dipendenza patologica è definibile come una “forma morbosa determinata dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto, di un comportamento; una specifica esperienza caratterizzata da sentimento di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere ripetuta con modalità compulsive; ovvero una condizione invasiva in cui sono presenti i fenomeni del craving, assuefazione e astinenza in relazione ad una abitudine incontrollabile e irrefrenabile che il soggetto non può allontanare da sè”.

Il craving diventa elemento fondamentale, indica infatti (dall’inglese to crave) desiderare ardentemente ovvero avere una attrazione incontenibile verso alcune sostanze o esperienze tali da comportare la perdita del controllo e la messa in atto di tutta una serie di azioni, volte a soddisfare quel desiderio.

Il craving rappresenta la principale causa della ricaduta nelle dipendenze.

Ciò che però è bene sottolineare è che le dipendenze non coincidono con il craving in quanto esse si situano lungo un continuum che va dal normale al patologico; ad ogni stadio corrispondono specifici sintomi psicofisici.

Ad un estremo abbiamo stati sensoriali e motivazionali (non legati all’alleviare una sofferenza) pensiamo al benessere dato dal fare una partita al videogioco la sera appena rientrati a casa; seguono gli stati di dipendenza legati ad oggetti (che non influenzano affettività o volontà) fino all’estremo dove vi sono gli stati di dipendenza morbosa caratterizzato dal craving e astinenza.

Ciò che Staton Peele (1985) evidenzia è che la dipendenza patologica “può scaturire da qualsiasi potente esperienza la cui sensorialità ha lo scopo di alleviare l’ansia, il dolore o altri stati emotivi negativi attraverso una diminuzione della coscienza o innalzamento della soglia di sensibilità”.

Una differenza importante da fare concerne l’uso di due termini; se in francese “toxicomanie” indica una economia psichica basata sul desiderio di nuocere a se stessi, “addiction” termine inglese, indica il diventare schiavi di una sola e unica soluzione utilizzata per alleviare una sofferenza psichica.

Molte persone, ad esempio, quando vivono un momento personale molto stressante, doloroso o difficoltoso e mostrano difficoltà ad elaborare il vissuto emotivo ad esso sotteso, possono (per integrare tali esperienze dolorose) ad esempio affrontare la realtà allontanandosi mentalmente dalla realtà esterna ed interna attuando un ritiro mentale oppure possono ricorrere alla ricerca di esperienze piacevoli.

La carenza di integrazione e simbolizzazione psichica ha, quasi sempre, origine infantile ed è dovuta a deficitarie relazioni emotive interpersonali con figure di attaccamento (Fonagy, Target, 2001).

Il meccanismo psichico usato per difendersi da tali emozioni disturbanti o eventi sgradevoli prende il nome di dissociazione ovvero quel meccanismo di difesa che l’Io attiva al fine di regolare stati affettivi altrimenti ingestibili, una difesa antiriflessiva contro queste esperienze affettive intollerabili, così intollerabili, da impedire al soggetto di fare esperienza del proprio mondo interno maturo, complesso e denso di una sfaccettatura emozionale/emotiva, di aspettative e di dolori.

La dissociazione è un processo che esclude dalla coscienza percezioni interne e esterne situandosi come sbarramento di protezione della coscienza dall’inondazione di un eccesso di stimoli.

La dipendenza patologica va quindi considerata come “un sintomo di alterazione del pensiero e della funzione simbolica” l’uso di esperienze dissociative come tentativo illusorio del dipendente di rinchiudersi in una dimensione mentale dissociata dal resto della coscienza (Caretti, Craparo, Mangiapane, 2003).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non ci riesco o non voglio riuscirci?

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Mi ricordo di quando all’Università, profondamente colpita dalla (già nota) professoressa di dinamica, decisi di chiederle la tesi di laurea. Contemporaneamente a tale desiderio (quasi nello stesso lasso di tempo) decisi che “no! non ero in grado di poterle chiedere la tesi, perchè sicuramente avrei fatto una brutta figura!”, pertanto.. rinunciai a malincuore e mi diressi verso un altro professore.

Quante volte nel corso della nostra vita ci troviamo di fronte a sfide, dilemmi o occasioni e proprio noi, ci trasformiamo nel nostro principale nemico.

Questo fenomeno è noto nell’ambito della psicologia sociale con il nome di “autosabotaggio o self-handicapping”.

Buona lettura

p.s- la storia della mia tesi prosegue con una più sicura dottoressa che per la laurea magistrale si diresse con più coraggio – finalmente- dalla professoressa di cui prima. Il lavoro portato avanti è stato denso di soddisfazioni; ma la soddisfazione più grande fu sentirsi dire “si vede che ha tanta passione, lo leggo dal modo in cui scrive e da come ne parla”. Questo porterebbe l’argomento sull’aspetto narcisistico della questione.. ma per questo.. dovrete attendere ancora un pò…

Autosabotaggio come giubbotto di salvataggio.

Spesso accade che le persone tendano a sabotare le proprie opportunità di successo creando impedimenti e ostacoli che rendono meno probabile il raggiungimento di tale successo. Non si tratta di essere autolesionisti o autopunitivi, quanto piuttosto di attuare un comportamento con scopo autoprotettivo.

Quando l’immagine di sè è legata alle prestazioni, può essere più sminuente per il sè impegnarsi a fondo e fallire piuttosto che procrastinare e trovare una scusa. Se si riesce infatti ad avere successo anche in condizioni avverse, il risultato è una sovralimentazione dell’immagine di sè.

Ciò che l’autosabotaggio fa è proteggere sia autostima che immagine pubblica consentendo di attribuire i fallimenti a qualcosa di temporaneo o esterno (avevo mal di testa; ho dormito poco).

Steven Berglas e Edward Jones (1978) condussero un esperimento proprio per analizzare il fenomeno dell’autosabotaggio. Alcuni studenti della Duke University erano stati incaricati di dare delle risposte a delle domande attitudinali. Alla fine dell’esperimento alcuni riuscirono ad indovinare delle risposte a domande molto difficili; a questi studenti fu detto che il loro punteggio era uno dei migliori mai visti.

Successivamente fu offerta, a questi studenti (che si sentivano molto fortunati per quanto accaduto),la possibilità di poter scegliere tra 2 medicinali prima di rispondere ad altre domande. Un medicinale incrementava le prestazioni intellettuali, mentre l’altro le inibiva. La maggior parte degli studenti decise di assumere il medicinale inibente, trovando già pronta una scusa in caso di mancato rendimento.

Secondo i ricercatori le persone hanno diversi modi per incorrere in autosabotaggio:

  • riducono la propria preparazione in sita di eventi importanti (come eventi sportivi)
  • offrono un vantaggio agli avversari
  • mostrano prestazioni scarse all’inizio di un’attività per evitare di creare aspettative troppo alte su di sè
  • non affrontano un impegno serio (che coinvolge il proprio sè), sfruttando tutte le risorse di cui dispongono.

E voi.. quanto siete soliti ricorrere a tale meccanismo autoprotettivo?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

“Pierino!! Che hai combinato!”

Immagine Personale : “Ridi pagliaccio!”

Pierino.. il monello per eccellenza, onnipresente in tutte le barzellette. Difficilmente vi sarà capitato di non ascoltare di qualsivoglia vicenda occorsa al malcapitato bambino che, vittima o pasticcione ne combina di tutti i colori.

Stamattina riflettevo proprio sull’importanza dello scherzo e dell’umorismo.

“Scherzando si può dire tutto, anche la verità”.

S.Freud.

L’umorismo è anche considerato dallo stesso Freud, come un potente meccanismo di difesa poichè in tale accezione, una battuta, permette di bloccare le emozioni spiacevoli consentendo un risparmio di energia psichica.

Buona risata a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.