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Memoria e psicologia della testimonianza.

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Spesso nei casi giudiziari la memoria è l’unica fonte di informazione circa quanto accaduto; è soprattutto nei casi di abusi sessuali sui minori, dove il bambino è contemporaneamente vittima e unico testimone del fatto, che si evidenzia l’importanza della memoria nel ripercorrere la vicenda accaduta.

Gli studi condotti nell’ambito della psicologia forense, hanno evidenziato che un evento, per poter essere ricordato deve essere stato precedentemente acquisito. In questo senso, i processi che guidano l’acquisizione della conoscenza da parte dei soggetti, possono essere ricondotti a un’attività di elaborazione delle informazioni che si articola nelle tre fasi di acquisizione, ritenzione e recupero.

La maggior parte degli studiosi impegnati nella psicologia della testimonianza intende l’elaborazione come “ricostruzione”, poichè il processo di recupero non viene realizzato tramite il ripescaggio di un contenuto già pronto nella mente, ma tramite la ricostruzione di un possibile evento a partire da tutta una serie di informazioni e dati che sono rappresentati in memoria.

Questi dati e informazioni, tuttavia, non sono necessariamente collegati tra loro e non rappresentano la totalità dell’evento che deve essere ricordato; si tratta di dati sparsi, che provengono da più fonti, che possono appartenere a momenti diversi dell’esperienza dell’individuo.

Nel ricostruire il ricordo, pertanto, intervengono processi mentali che mettono in relazione i dati e li coordinano in una forma più o meno coerente, in modo da ottenere il ricordo di un evento.

Il ricordo di un evento è quindi una delle possibili ricostruzioni che il soggetto fornisce sulla base dei dati a sua disposizione, ma non è mai la riproduzione fedele di un evento; questi concetto è essenziale nel momento in cui si esamina un resoconto testimoniale poichè non si può considerare il resoconto come la descrizione esatta, accurata e reale dell’avvenimento. Il ricordo poi, può essere influenzato e modificato dalla presenza di informazioni ricevute in tempi successivi.

Un altro aspetto fondante la psicologia della testimonianza è la constatazione che ciò che si ricorda è conseguenza di dati che hanno colpito l’attenzione dell’individuo; per cui proprio la messa in atto dei processi attentivi influenza il contenuto e l’accuratezza del ricordo.

Nella testimonianza è utile distinguere, inoltre, una memoria di tipo incidentale e una di tipo intenzionale; nel secondo caso il soggetto preparato, per così dire, a dover ricordare un certo evento, focalizza l’attenzione maggiormente su quei fattori utili ai fini delle indagini piuttosto che su quelli che possono risultare superficiali. Molti studi mostrano inoltre come (e quanto) la memoria si modifichi nel tempo.

Si parla pertanto di informazioni post- evento riguardanti percezioni e giudizi di altre persone che erano presenti al momento del fatto (notizie che il soggetto può aver avuto da fonti in tempi successivi, oppure elementi che emergono dagli incontri con la polizia o avvocati, e così via).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La memoria e l’indifferenza

In questo mio post di ottobre 2020 parlo di memoria e indifferenza. Brevi considerazioni sul periodo che stiamo vivendo.. Buona lettura..

ilpensierononlineare

La società contemporanea soffre di un male: l’indifferenza.

Indifferenza alla memoria, alla storia, agli eventi e alle loro conseguenze.

L’uomo contemporaneo nonostante l’expertise di secoli e di svariati eventi continua sistematicamente a persistere negli stessi errori a distanza di tempo.

La sua bramosia di potere politico ed economico spinta da un pizzico di eccessiva presunzione, mette a riposo la memoria di un recente passato ricadendo inevitabilmente nel vorticoso labirinto di un errore, dal quale non sarà facile uscirne.

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<< La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente >> (Hosbsawm).

Questo potrebbe essere l’errore reale della nostra società?

I giovani perdono interesse nella memoria storica perché stanchi di una realtà già vissuta, già vista, già studiata, che non appartiene più al loro mondo impregnato fin troppo nel benessere e nella velocità.

Un mondo a parte, un’…

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L’Effetto Zeigarnik

Stasera vi racconterò di un fenomeno psicologico abbastanza comune, il cosiddetto Effetto Zeigarnik.

Le cose andarono più o meno in questo modo.

Erano gli anni ’30 del secolo scorso e la psicologa Bljuma Zeigarnik, durante una cena, osservò per puro caso un fenomeno particolare, che destò il suo interesse. Nel ristorante dove stava cenando, affollato di clienti, un cameriere pareva ricordare tutte le ordinazioni che erano state portate ai tavoli solo in modo parziale, ma aveva totalmente dimenticato tutte le altre ordinazioni che aveva già consegnato completamente.

Dopo questa osservazione, la psicologa Zeigarnik, decise di approfondire questo fenomeno e spiegare perché la memoria del cameriere riusciva a tenere in “magazzino” solo quelle che sembravano azioni non terminate, mentre invece dimenticava sistematicamente le azioni completate.

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Realizzò il suo studio coinvolgendo diverse persone a cui fece svolgere una serie di esercizi (una ventina di giochi mentali, enigmi matematici). Le persone coinvolte nello studio, alla fine dell’esperimento, riuscivano a ricordare molto più facilmente gli esercizi non conclusi, mentre tendevano a dimenticare quelli completati con successo.

Quest’effetto ci fa comprendere quanto la mente umana sia più facilmente portata a completare o continuare una azione già iniziata, piuttosto che cominciare e affrontare un compito partendo da zero. Nel caso del cameriere, infatti c’era un interesse intrinseco e una forte motivazione nel portare a termine le ordinazioni (compiti) che erano rimaste sospese, perché interrotte da altri stimoli. Nella mente del cameriere resteranno quindi in memoria, in attesa di essere completate, tutte quelle azioni che hanno bisogno di essere concluse, e la motivazione a terminare il compito (importante per la buona riuscita del proprio lavoro) terrà la “luce accesa” su quelle azioni insolute.

Una delle applicazioni moderne più comuni dell’effetto Zeigarnik è utilizzato nelle serie televisive, dove ogni singolo episodio di una serie finisce lasciando la narrazione della trama incompiuta, i cosiddetti cliffhanger. Ciò intende spronare chi guarda la serie a proseguire, senza pensarci, all’episodio successivo. Ecco perché sono così di moda e comuni le varie maratone tv, di serie famose. Nel recente passato, dove le serie venivano trasmesse a step settimanali, di massimo due episodi settimanali, lo stesso meccanismo creava una sensazione di suspance e attesa famelica. Oggigiorno la modalità di fruizione delle serie è diversa (con lo sviluppo delle piattaforme streaming tipo Netflix), quindi l’interesse è quello di far rimanere incollato lo spettatore allo schermo proponendo le stagioni intere delle serie. Si potrebbe dire che grazie all’effetto Zeigarnik, le piattaforme in streaming, offrono agli spettatori, una fruizione “bulimica” delle serie, con grandi abbuffate alternati a periodi di privazione, conditi da attese snervanti.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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(Non) Tornare.

Immagine Personale.

Das Unheimliche dal tedesco, termine utilizzato da Freud per indicare un particolare sentimento (o meglio, una certa attitudine) non assimilabile tout court alla paura, che si presenta quando qualcosa (persona, situazione, impressione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo provocando in maniera generica angoscia e una spiacevole sensazione di confusione.

Nella traduzione italiana il termine è reso con perturbante .

Il termine fu reso per la prima volta (in psicologia) da Ernst Jentsch (senza tuttavia individuarne la radice inconscia).

Ad un livello prettamente semantico trovo interessante il fatto che Unheimlich è il contrario di heimlich (heim- casa) che indica appunto “familiare, intimo, confortevole”.

Un-heimlich significa estraneo, non familiare.

In linea generale tutto ciò che è estraneo, genera paura e turbamento ma.. non è necessariamente sempre così.

La paura (nella sua accezione più pura del termine, per come ci è dato conoscerla), è una cosa; l’oggetto perturbante un’altra.. perchè?

Per essere realmente perturbante, qualcosa, deve presentare contemporaneamente caratteristiche di familiarità ed estraneità portando ad una sorta di dualismo affettivo.

Si tratta di qualcosa che potrebbe/dovrebbe (?) restare nascosto, celato e invece affiora, riaffiora, torna e ritorna presentandosi carne viva per sentimenti, sensazioni, affetti e ricordi.

Cosa (non) vuoi che ritorni prepotentemente alla ribalta?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’importanza del sonnellino.

Dormire dolce dormire.. sin dai primi giorni della nostra vita trascorriamo gran parte del nostro tempo dormendo. Il nostro cervello però non è mai a riposo, è sempre attivo anche nei neonati, anzi soprattutto nei neonati.

Il sonno sembra infatti svolgere un ruolo cruciale per il consolidamento dei ricordi e della memoria nelle prime fasi di sviluppo. Una ricerca pubblicata qualche tempo fa su “Proceedings of the National Academy of Science” ha dimostrato che un semplice sonnellino di mezz’ora può aiutare i bambini con meno di un anno di età (dai 6 ai 12 mesi) a migliorare la loro memoria. Lo studio ha evidenziato che proprio la possibilità di dormire nelle quattro ore successive ad un apprendimento (nello studio è stato mostrato un gioco con la manipolazione di peluche) migliora la capacità del bambino di ricordare quelle azioni che ha potuto osservare. Infatti nel gruppo di controllo, nei bambini che non avevano dormito dopo l’osservazione del gioco, questi non erano riusciti a ricordare le azioni viste precedentemente. Presumibilmente non erano riusciti ad assimilare il ricordo e quindi l’apprendimento di quelle azioni.

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Gli effetti positivi del sonno sono decisamente importanti nei neonati come per gli adulti del resto. Ma nei bambini è davvero cruciale il ruolo del sonno perché permette addirittura il corretto e pieno sviluppo delle funzioni cognitive, necessarie alla crescita.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La memoria autobiografica

La memoria non è solo ciò che ricordiamo del passato ma è anche quell’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato, influenzano le risposte future attraverso quei meccanismi di apprendimento che consentono alla nostra mente di essere in continuo sviluppo per l’intera durata della nostra vita, anche con la continua ricostruzione autobiografica..

La memoria, quindi, è fondamentale per la ricostruzione autobiografica. Il passato lascia tracce indelebili, che sarà poi il presente a ricordare. L’oggetto del ricordo investe ed incorpora significati importanti per la persona a cui esso si riferisce. Ogni ricordo ha un tono affettivo, certamente non paragonabile agli altri.

Salvador Dalì – I cassetti della memoria

Il lavoro autobiografico, si prefigge di mettere ordine ai ricordi dividendo quest’ultimi in tre momenti: l’inizio, lo sviluppo e la conclusione.

L’apprendimento della memoria autobiografica è incidentale, ciò che si ricorda è frutto del lavoro casuale di una serie di fattori, che impongono infine la sopravvivenza di un determinato ricordo. Noi riscriviamo in continuazione le storie di vita personali, caricandole ogni volta di una sfaccettatura emotiva differente, che corrisponderà, necessariamente, al nostro giudizio personale successivo.

La funzione primaria del ricordo autobiografico sta nella definizione del sé e degli altri. La memoria ci insegna la vita prestandoci il suo apprendimento; memoria e oblio sono facce della stessa medaglia, aspetti opposti, che conferiscono senso alla vita. Il ricordo, che sia di un individuo o di un gruppo è la fonte delle origini, delle trasformazioni e delle differenze rispetto al passato; è inoltre indicatore dell’unicità e dell’irripetibilità dell’individuo. L’oblio vela il ricordo dell’infanzia e di un passato da non ricordare; dimenticare per poter sostituire un ricordo vecchio, con un apprendimento nuovo, che corregga errori e che si sostituisca a vecchi schemi. La memoria è essenziale all’apprendimento; è il meccanismo attraverso il quale le esperienze vengono incorporate dall’organismo così da potersi tradurre in modifiche adattive del comportamento.

“L’oblio è un antidoto necessario contro gli eccessi della memoria”

Jorge Luis Borges

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il giocattolo preferito..

Fonte Immagine “Google”.

“Il volto umano è il giocattolo preferito dai bambini; si muove, è colorato, è simmetrico, è tridimensionale, è caldo o freddo, si tocca, si lecca, si bacia e resiste agli attacchi che il bambino fa”.

Questo è un concetto – da me esteso- espresso da un mio Professore. Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta della vista e all’importanza che questa ha, nello sviluppo dell’essere umano.

Buona Lettura.

E’ opinione comune che i bambini alla nascita siano ciechi ovvero, che i bambini non siano da subito capaci di distinguere forme, colori o geometrie. Alla nascita, il sistema visivo appare anatomicamente e fisiologicamente completo; l’occhio infatti, cresce principalmente durante la gravidanza (nella vita intrauterina) al pari del cervello, mentre nello sviluppo successivo (rispetto ad altre parti del corpo), avrà uno sviluppo minore.

Il sistema visivo quindi, seppur formato è – alla nascita- ancora immaturo. Il neonato ad esempio, non ha la capacità di accomodare il cristallino per mettere a fuoco gli oggetti che siano a distanze diverse mentre può avere una immagine chiara a circa 20 cm di distanza; distanza questa che è pari alla “lontananza” esistente tra il neonato e chi si prende cura di lui (chiunque abbia in braccio il bambino).

Il neonato osserva il mondo esterno attraverso quella che è la visione periferica ovvero, attraverso le cellule a bastoncelli attraverso cui percepisce differenze di luce e buio fumando i contorni degli oggetti. La macula (atta alla visione centrale- coni), inizia a svilupparsi intorno al primo mese per concludere tale sviluppo intorno all’ottavo; in tal modo il bambino riesce a distinguere anche oggetti molto piccoli e le sfumature, il bambino può poi percepire – in tal modo- anche la profondità.

La possibilità di avere un volto vicino, offre al neonato l’opportunità di discriminare tale persona dagli estranei e ha il grande potere di iniziare a presentare al bambino le differenze i movimenti e le emozioni.

I bambini infatti, nascono equipaggiati per avere elle specifiche preferenze. Grazie alla tecnica della preferenza visiva (Fantz,1961) è stato dimostrato che i neonati prediligono oggetti tridimensionali a quelli bidimensionali e che siano in movimento; figure a sfondi omogenei e linee curve a quelle dritte (il cerchio è meglio del quadrato) vengono preferite infatti figure che non siano spigolose ma armoniche e tondeggianti; a un mese si preferiscono figure poco complesse, mentre con il crescere dei mesi aumenta l’interesse per quelle più complesse.

Secondo Johnson e Morton (1991), vi è un meccanismo innato di rilevazione del volto; tale meccanismo è sintonizzato sulle tre macchie che sono rappresentate dagli occhi e la bocca. I due autori ritengono che si possano individuare due stadi nello sviluppo della percezione del volto:

  1. un riflesso innato che induce il lattante a voltarsi e osservare forme che riproducono un volto
  2. dopo molte settimane di esposizione al volto, i bambini diventano in grado di discriminare e spostare l’interesse sulle parti interne del volto stesso; si riesce così a discriminare volti diversi.

La crescita e lo sviluppo del sistema visivo va quindi di pari passo con l’adattamento che il bambino fa al proprio ambiente di provenienza e allo sviluppo cognitivo. Quello che è interessante è che man mano che si procede con lo sviluppo, la componente innata e la predisposizione all’elaborazione dell’informazione che questa comporta, lascia spazio a quella che sarà l’esperienza (e il suo consolidarsi), e la memoria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La memoria e l’indifferenza

La società contemporanea soffre di un male: l’indifferenza.

Indifferenza alla memoria, alla storia, agli eventi e alle loro conseguenze.

L’uomo contemporaneo nonostante l’expertise di secoli e di svariati eventi continua sistematicamente a persistere negli stessi errori a distanza di tempo.

La sua bramosia di potere politico ed economico spinta da un pizzico di eccessiva presunzione, mette a riposo la memoria di un recente passato ricadendo inevitabilmente nel vorticoso labirinto di un errore, dal quale non sarà facile uscirne.

Photo by Pixabay on Pexels.com

<< La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente >> (Hosbsawm).

Questo potrebbe essere l’errore reale della nostra società?

I giovani perdono interesse nella memoria storica perché stanchi di una realtà già vissuta, già vista, già studiata, che non appartiene più al loro mondo impregnato fin troppo nel benessere e nella velocità.

Un mondo a parte, un’ isola felice in mezzo ad un mare sconosciuto e percepito come buio e profondo. Il mondo delle connessioni estemporanee, veloci, sintetiche. Un mondo in cui la percezione del tempo è relativa e confusa.

Quindi la sensazione è che la memoria storica sia diventata solo una grande cassaforte il cui contenuto è conosciuto solo in parte. Essa viene aperta solo quando è necessario per far cronaca. Il suo contenuto è troppo ingombrante e poco conveniente, lo si osserva da lontano, forse da troppo lontano e si dimentica troppo in fretta quello che si è visto.

Il futuro è in balia di una corrente che gira sempre in tondo.

Dobbiamo ricordare che Noi siamo attori protagonisti, autori del nostro futuro, ma soprattutto contenitori del ricordo e della memoria.