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L’importanza del sonnellino.

Dormire dolce dormire.. sin dai primi giorni della nostra vita trascorriamo gran parte del nostro tempo dormendo. Il nostro cervello però non è mai a riposo, è sempre attivo anche nei neonati, anzi soprattutto nei neonati.

Il sonno sembra infatti svolgere un ruolo cruciale per il consolidamento dei ricordi e della memoria nelle prime fasi di sviluppo. Una ricerca pubblicata qualche tempo fa su “Proceedings of the National Academy of Science” ha dimostrato che un semplice sonnellino di mezz’ora può aiutare i bambini con meno di un anno di età (dai 6 ai 12 mesi) a migliorare la loro memoria. Lo studio ha evidenziato che proprio la possibilità di dormire nelle quattro ore successive ad un apprendimento (nello studio è stato mostrato un gioco con la manipolazione di peluche) migliora la capacità del bambino di ricordare quelle azioni che ha potuto osservare. Infatti nel gruppo di controllo, nei bambini che non avevano dormito dopo l’osservazione del gioco, questi non erano riusciti a ricordare le azioni viste precedentemente. Presumibilmente non erano riusciti ad assimilare il ricordo e quindi l’apprendimento di quelle azioni.

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Gli effetti positivi del sonno sono decisamente importanti nei neonati come per gli adulti del resto. Ma nei bambini è davvero cruciale il ruolo del sonno perché permette addirittura il corretto e pieno sviluppo delle funzioni cognitive, necessarie alla crescita.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La memoria autobiografica

La memoria non è solo ciò che ricordiamo del passato ma è anche quell’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato, influenzano le risposte future attraverso quei meccanismi di apprendimento che consentono alla nostra mente di essere in continuo sviluppo per l’intera durata della nostra vita, anche con la continua ricostruzione autobiografica..

La memoria, quindi, è fondamentale per la ricostruzione autobiografica. Il passato lascia tracce indelebili, che sarà poi il presente a ricordare. L’oggetto del ricordo investe ed incorpora significati importanti per la persona a cui esso si riferisce. Ogni ricordo ha un tono affettivo, certamente non paragonabile agli altri.

Salvador Dalì – I cassetti della memoria

Il lavoro autobiografico, si prefigge di mettere ordine ai ricordi dividendo quest’ultimi in tre momenti: l’inizio, lo sviluppo e la conclusione.

L’apprendimento della memoria autobiografica è incidentale, ciò che si ricorda è frutto del lavoro casuale di una serie di fattori, che impongono infine la sopravvivenza di un determinato ricordo. Noi riscriviamo in continuazione le storie di vita personali, caricandole ogni volta di una sfaccettatura emotiva differente, che corrisponderà, necessariamente, al nostro giudizio personale successivo.

La funzione primaria del ricordo autobiografico sta nella definizione del sé e degli altri. La memoria ci insegna la vita prestandoci il suo apprendimento; memoria e oblio sono facce della stessa medaglia, aspetti opposti, che conferiscono senso alla vita. Il ricordo, che sia di un individuo o di un gruppo è la fonte delle origini, delle trasformazioni e delle differenze rispetto al passato; è inoltre indicatore dell’unicità e dell’irripetibilità dell’individuo. L’oblio vela il ricordo dell’infanzia e di un passato da non ricordare; dimenticare per poter sostituire un ricordo vecchio, con un apprendimento nuovo, che corregga errori e che si sostituisca a vecchi schemi. La memoria è essenziale all’apprendimento; è il meccanismo attraverso il quale le esperienze vengono incorporate dall’organismo così da potersi tradurre in modifiche adattive del comportamento.

“L’oblio è un antidoto necessario contro gli eccessi della memoria”

Jorge Luis Borges

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il giocattolo preferito..

Fonte Immagine “Google”.

“Il volto umano è il giocattolo preferito dai bambini; si muove, è colorato, è simmetrico, è tridimensionale, è caldo o freddo, si tocca, si lecca, si bacia e resiste agli attacchi che il bambino fa”.

Questo è un concetto – da me esteso- espresso da un mio Professore. Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta della vista e all’importanza che questa ha, nello sviluppo dell’essere umano.

Buona Lettura.

E’ opinione comune che i bambini alla nascita siano ciechi ovvero, che i bambini non siano da subito capaci di distinguere forme, colori o geometrie. Alla nascita, il sistema visivo appare anatomicamente e fisiologicamente completo; l’occhio infatti, cresce principalmente durante la gravidanza (nella vita intrauterina) al pari del cervello, mentre nello sviluppo successivo (rispetto ad altre parti del corpo), avrà uno sviluppo minore.

Il sistema visivo quindi, seppur formato è – alla nascita- ancora immaturo. Il neonato ad esempio, non ha la capacità di accomodare il cristallino per mettere a fuoco gli oggetti che siano a distanze diverse mentre può avere una immagine chiara a circa 20 cm di distanza; distanza questa che è pari alla “lontananza” esistente tra il neonato e chi si prende cura di lui (chiunque abbia in braccio il bambino).

Il neonato osserva il mondo esterno attraverso quella che è la visione periferica ovvero, attraverso le cellule a bastoncelli attraverso cui percepisce differenze di luce e buio fumando i contorni degli oggetti. La macula (atta alla visione centrale- coni), inizia a svilupparsi intorno al primo mese per concludere tale sviluppo intorno all’ottavo; in tal modo il bambino riesce a distinguere anche oggetti molto piccoli e le sfumature, il bambino può poi percepire – in tal modo- anche la profondità.

La possibilità di avere un volto vicino, offre al neonato l’opportunità di discriminare tale persona dagli estranei e ha il grande potere di iniziare a presentare al bambino le differenze i movimenti e le emozioni.

I bambini infatti, nascono equipaggiati per avere elle specifiche preferenze. Grazie alla tecnica della preferenza visiva (Fantz,1961) è stato dimostrato che i neonati prediligono oggetti tridimensionali a quelli bidimensionali e che siano in movimento; figure a sfondi omogenei e linee curve a quelle dritte (il cerchio è meglio del quadrato) vengono preferite infatti figure che non siano spigolose ma armoniche e tondeggianti; a un mese si preferiscono figure poco complesse, mentre con il crescere dei mesi aumenta l’interesse per quelle più complesse.

Secondo Johnson e Morton (1991), vi è un meccanismo innato di rilevazione del volto; tale meccanismo è sintonizzato sulle tre macchie che sono rappresentate dagli occhi e la bocca. I due autori ritengono che si possano individuare due stadi nello sviluppo della percezione del volto:

  1. un riflesso innato che induce il lattante a voltarsi e osservare forme che riproducono un volto
  2. dopo molte settimane di esposizione al volto, i bambini diventano in grado di discriminare e spostare l’interesse sulle parti interne del volto stesso; si riesce così a discriminare volti diversi.

La crescita e lo sviluppo del sistema visivo va quindi di pari passo con l’adattamento che il bambino fa al proprio ambiente di provenienza e allo sviluppo cognitivo. Quello che è interessante è che man mano che si procede con lo sviluppo, la componente innata e la predisposizione all’elaborazione dell’informazione che questa comporta, lascia spazio a quella che sarà l’esperienza (e il suo consolidarsi), e la memoria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La memoria e l’indifferenza

La società contemporanea soffre di un male: l’indifferenza.

Indifferenza alla memoria, alla storia, agli eventi e alle loro conseguenze.

L’uomo contemporaneo nonostante l’expertise di secoli e di svariati eventi continua sistematicamente a persistere negli stessi errori a distanza di tempo.

La sua bramosia di potere politico ed economico spinta da un pizzico di eccessiva presunzione, mette a riposo la memoria di un recente passato ricadendo inevitabilmente nel vorticoso labirinto di un errore, dal quale non sarà facile uscirne.

<< La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente >> (Hosbsawm).

Questo potrebbe essere l’errore reale della nostra società?

I giovani perdono interesse nella memoria storica perché stanchi di una realtà già vissuta, già vista, già studiata, che non appartiene più al loro mondo impregnato fin troppo nel benessere e nella velocità.

Un mondo a parte, un’ isola felice in mezzo ad un mare sconosciuto e percepito come buio e profondo. Il mondo delle connessioni estemporanee, veloci, sintetiche. Un mondo in cui la percezione del tempo è relativa e confusa.

Quindi la sensazione è che la memoria storica sia diventata solo una grande cassaforte il cui contenuto è conosciuto solo in parte. Essa viene aperta solo quando è necessario per far cronaca. Il suo contenuto è troppo ingombrante e poco conveniente, lo si osserva da lontano, forse da troppo lontano e si dimentica troppo in fretta quello che si è visto.

Il futuro è in balia di una corrente che gira sempre in tondo.

Dobbiamo ricordare che Noi siamo attori protagonisti, autori del nostro futuro, ma soprattutto contenitori del ricordo e della memoria.