Archivi tag: musica e psicologia

Mozart il bambino.

Noto per la sua incontinenza verbale, Mozart esprime in questo modo il desiderio di volersi riappropriare dell’infanzia negata.

“Accidenti, maledizione, mannaggia la miseria, (…) Ah! Il mio culo mi brucia come fuoco! Che può mai significare? Forse ne uscirà fuori uno stronzo? Che può mai significare? Sì, Sì, stronzo, io ti conosco ti vedo e ti gusto!”

La citazione appena fatta viene da una lettera che Wolfgang Amadeus Mozart scrisse alla cugina Maria Anna Thekla il 4 novembre del 1777.

Quando Mozart scrive, ha 21 anni e ha già composto 280 opere musicali; nello stesso anno – inoltre- scrive un celebre quartetto per flauto, una messa e due sonate per pianoforte.

Da un lato abbiamo -quindi- Mozart compositore; Mozart sublime e immortale, il Freddie Mercury della musica classica e dall’altro il Mozart infantile che fa continuo riferimento a parti anatomiche del corpo. Un bambino/adulto bloccato ancora nella fase anale dello sviluppo sessuale.

Sempre alla cugina, scrive il 28 febbraio del 1778:

“Cacca, cacca, O cacca! O dolce parola! Cacca! Pappa! (…) Che gusto, pappa e lecca! Pappa cacca e lecca cacca..”.

Con la cugina è certo che Mozart si sia abbandonato a giochi erotici durante l’infanzia, il che rende anche più comprensibile la “licenza poetica” che il giovane usa prendere verso di lei, ma continuando nella lettura delle lettere, la stessa libertà Mozart la prende anche con sua madre:

“Signora mamma -scrive il 31 gennaio 1778- io sto qua con della gente che di cacca ha pieno il ventre (…) Quanto al concerto lo butto giù a Parigi alla prima cacata”.

Linguaggio e tematiche anale-orale si ritrovano anche in alcune opere di Mozart. Il riferimento è ai Canoni una composizione a sfondo scherzoso. Alcune fanno parte di un vero repertorio che rimanda ai Carmina Burana del periodo tardo- medievale. Le parole sono così impresentabili che i suoi editori hanno di solito tenuto la musica e sostituito i testi.

Altro esempio, in merito, è il Leck mir den Arsch fein recht schon sauber, del 1882 (K233), che tradotto alla lettera vuol dire “Leccami ben bene il culo, lustralo a puntino”. Mozart lo scrive quando ha 26 anni ma tale comportamento verbale è presente in realtà da sempre, nella vita di Mozart, il che evidenzia come si tratti di un elemento che occupa una posizione strutturale nella personalità del giovane.

Circa l’infanzia di Mozart sappiamo che a 4 anni, istigato dal padre, comincia a suonare il violino e scrive note musicali; non frequenta una scuola e non si relaziona con altri bambini tranne che la sorella che ha 4 anni più di lui. Mozart è sempre a stretto contatto con il padre che proietta sui figli (ma ben presto solo su Wolfgang) i suoi desideri per il successo mai raggiunto.

Wolfgang presenta fin da subito una straordinaria memoria musicale così come una creatività strabiliante (come la sua capacità di suonare precocemente il pianoforte).

Abilissimo soprattutto con i bassi (la mano sinistra) il che rimanda a una dominanza forte dell’emisfero cerebrale destro quello deputato alla creatività in generale e a quella musicale, in particolare.

Tale abilità musicale lo ripagherà in qualche modo, per quella infanzia mai avuta.

Il linguaggio ritmico (c’è del flow, nelle sue lettere: del rap) esprime un bisogno di relazione infantile (stadio orale e anale). Wolfgang entra -in realtà- nello stadio fallico (avendo generato 6 bambini), ma avrà sempre valenze infantili presenti.

Dalla sua personalità emerge anche una forte tendenza alla dipendenza (fase di attaccamento tipica della prima infanzia) prima con il padre poi con Costanza, la moglie.

Si potrebbe ipotizzare la diagnosi di depressione bipolare andando ad analizzare sia la personalità del nostro Wolfgang che le sue opere.

Mozart ha prodotto un gran quantitativo di opere (il che farebbe ipotizzare la mania), ma soffermandoci sulla questione temporale della produzione stessa, troviamo una certa continuità (non vi sono vuoti prolungati).

Mozart compone anche quando (come egli stesso afferma in alcune lettere) la condizione esistenziale non è delle migliori; momento in cui la malinconia è molto forte.

Negli ultimi quattro mesi di vita compone una Cantata per pianoforte (K619); il flauto magico; La clemenza di Tito; Un concerto per clarinetto (K622); una cantata massonica per coro completo (K623); il Requiem.

Non possiamo parlare, quindi, di depressione nel senso clinico del termine (il che non esclude che Mozart abbia avuto momenti di forte malinconia).

Mozart è in sostanza un grande bambino immerso in un piccolo mondo fatto da adulti.

Negli anni della sua esistenza, avvennero grandi atti sociali come la Rivoluzione Francese ma Wolfgang non aveva la minima sensibilità sociale proprio come un piccolo bambino tutto centrato su di sé; un bambino con una potenzialità creativa imponente.. così tanto imponente da diventare distruttiva più che costruttiva.

Wolfgang muore a 35 anni, giovanissimo.

Le sue incredibili opere vibranti e pulite giungono all’orecchio praticamente perfette.

La musica è chiara e leggibile; il suo animo da grande bambino, no.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’Ultimo bacio.

“Do.. Dottoressa posso mettere una canzone? Io… io no.. no.. non ce la faccio più”

La ragazza è una moderna Parthenope, rimasta folgorata e imprigionata nella sofferenza di un amore che – per tutta una serie di motivi- non può essere.

Piange senza sosta, bloccata fino ad annaspare poi annegare nelle lacrime; non c’è appiglio, zona franca, (semi)sicura che contenga il dolore per la fine di una relazione che dovrebbe essere fresca e leggera ma: non lo è.

“Mo’ mi resta solo questa canzone! (..) Te la posso fare una domanda, Doc? Tu.. hai mai avuto l’ultimo bacio?”

“Allora”….

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Musica, ritmo e sport

Finite le vacanze estive, siamo più o meno tornati tutti alle nostre consuete attività già da qualche settimana. Come fare per gestire lo stress da rientro?

Tenersi in forma, attività fisica o sportiva. Magari con ritmo.

Si, perché le performance sportive migliorano con la musica. Quindi camminare, correre, fare ginnastica o palestra al ritmo della propria musica preferita è un ottima idea.

La musica aiuta moltissimo a percepire meno la sensazione di fatica e quindi, può aiutare tanto con il miglioramento delle performance. Sono tanti i professionisti dello sport che utilizzano la musica per concentrarsi, per allenarsi e per prepararsi alle gare.

In alcuni studi effettuati in questi anni e pubblicati anche su importanti riviste di Psicologia e Sport , è stato osservato che la scelta della colonna sonora per accompagnare gli allenamenti non è casuale, ma finalizzata ad indurre stati emotivi ben precisi nell’atleta. Alcuni giovani atleti (tennisti) partecipanti ad una di queste ricerche hanno asserito che la musica li aiuta a sentirsi più energici e più sicuri di sé.

La musica ha la capacità di migliorare il tono dell’umore e di aumentare lo stato di vigilanza, inoltre può facilitare la concentrazione sui movimenti da eseguire negli allenamenti. Il ritmo e la melodia della musica è in grado anche di modulare ed armonizzare l’attività fisica. La differenza sul tipo di musica da ascoltare per allenarsi o per concentrarsi prima di una gara è però quasi sempre soggettiva.

Ognuno ha una preferenza personale rispetto la musica da ascoltare per agevolare la propria performance.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Sei uno zero?

Brano colonna sonora del film di animazione “Ralph Spacca Internet”, 2018.

Parlando del brano Dan Raynolds racconta:

“Questo film arriva nel momento giusto per molti motivi, prima di tutto perché parla di identità e di solitudine, due problemi che fanno parte di questa generazione internet. Il tormento di Ralph legato alla propria accettazione è qualcosa di familiare a tutti, e questa canzone parla proprio di questo. Per certi versi questa canzone porta in sé una dicotomia con un testo complesso e serio che si appoggia a dei beat uptempo. Il risultato è qualcosa di agrodolce che si adatta perfettamente alla complessità del personaggio di Ralph“.

Immagine Personale
Immagine Personale.

Le cose possono essere viste, lette o indagate sempre da molteplici livelli.

La staticità non è dell’umano.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sentimenti, Emozioni, Umore.

I sentimenti sono stati duraturi dell’esperienza affettiva mentre le emozioni, al contrario, indicano stati affettivi spesso intensi e di breve durata, capaci di influenzare sia i processi psicologici interni sia il comportamento. Infine, con umore, si indica una tonalità affettiva di base, capace di influenzare sia lo stato affettivo temporaneo sia il tono emozionale abituale

I luoghi e le persone parlano e ci parlano.

Non c’è posto, situazione o persona che non invii sensazioni ma soprattutto energia (ricordiamoci che l’apparato psichico di quantum energetico ne fa una questione di benessere o meno).

Questo cosa potrebbe significare?

Che le persone che inviano (in un certo senso) vibrazioni non del tutto positive o chiare portano l’interlocutore a compiere un uso massiccio di energia per “comprendere, fare, dire”.. energia che potrebbe essere usata per ben altri scopi.

Confondere per non confondersi o confondere per evitare di fare i conti con se stessi, rende le comunicazioni fredde, statiche e per nulla arricchenti.

Chiediamoci sempre se e cosa stiamo comunicando.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sporchi, brutti e cattivi.

Giuseppe è arrivato da noi su invio del Tribunale dei Minori.

Il ragazzo ha 17 anni e ha all’attivo un curriculum da piccolo delinquente. Gira armato – sempre- ha messo in atto diversi furti più o meno grandi (da solo o con il favore di alcuni amici adulti); fuma sostanze “più o meno legali”.

Il ragazzo ha inoltre aggredito verbalmente ma soprattutto fisicamente alcuni familiari. L’estrazione sociale non è delle peggiori; Giuseppe non proviene dai quartieri malfamati; il padre (che lavora senza contratto) è elettricista, la mamma casalinga, la nonna malata di Alzheimer vive con loro.

Il nucleo familiare appare abbastanza sereno, all’apparenza, salvo poi mostrare la pluralità di sfaccettature e del non detto, tipiche di molte famiglie “disgregate”.

Giuseppe si presenta spavaldo.

Il ragazzo che apre la porta sembra avere molti più dei 17 anni dichiarati; barbetta curata, ciuffo di capelli arricciato in punta rigido e pieno di gel, orecchini con diamantino ad entrambi i lobi, fisico atletico e tatuaggi: tantissimi tatuaggi.

Nonostante la minore età Giuseppe ha tatuato una lacrima sotto l’occhio sinistro, una tigre sulla mano, un cobra che spunta dal petto di cui si vedono i denti mordere il collo, svariate scritte, nomi..

Insomma Giuseppe sembra una cartina geografica così com’è, pieno di scritte.. una cartina di cui però sembra non conoscere i punti cardinali e la direzione lungo cui muoversi.

L’atteggiamento spavaldo di Giuseppe cozza – tuttavia- tantissimo con il suo sguardo.

Quando gli viene posta una domanda, e lui sente che qualcuno è lì, per lui, pronto ad ascoltare la sua risposta, il ragazzo va quasi in tilt. Finché muoviamo lungo i confini del suo piccolo mondo fatto di tatuaggi, calcio, rapine, fumo, lui appare sicuro fino a gonfiare il petto, quando parla.

Si esprime con tono di superiorità e sfida più volte il suo interlocutore (spesso ho dovuto ricordargli di dover tenere la mascherina su e non appesa al collo, a mo’ di collana). Il pavone che è in Giuseppe cessa di esistere nel momento in cui gli viene chiesto

“Come stai?”

La possibilità di attuare un decentramento cognitivo e di guardarsi; la possibilità di trovare un ascolto e non un etichettamento o una semplice parola “delinquente” portano nel caos Giuseppe.

In tutti i colloqui portati avanti emergerà sempre con più forza e determinazione l’impossibilità che il ragazzo ha vissuto, nel tempo, di poter dar voce al proprio malessere e soprattutto alle emozioni da lui provate. Giuseppe, di fatto, non conosce le emozioni; sa che esiste la tristezza, la gioia, ma non sa realmente come ci si sente quando sei triste o felice.

Dalla storia familiare emergerà poi che il padre per i primi 10 anni di vita del ragazzo è stato assente in quanto la moglie, lo aveva cacciato di casa perchè dipendente dal gioco e perchè avente una relazione parallela (il signore ha vissuto diversi anni come barbone); la madre ha subito un brutto intervento a causa di un tumore da cui, non si è mai emotivamente ripresa (è casalinga in seguito alla depressione post tumore); la nonna.. unico porto sicuro di Giuseppe si è ammalata abbastanza giovane, così da lasciare il ragazzo, come gettato in mezzo alla tempesta, in un mare sempre più agitato e schiumoso.. dove – senza imbarcazione nè salvagente- non riesce nemmeno a girarsi nella speranza di avvistare, anche solo da lontano, un piccolo lembo di terra.

Giuseppe è arrabbiato. Giuseppe non è triste, ferito o confuso.

Sente a dispetto della tempesta in cui è immerso fuoco ardente, dentro.. e quando questo fuoco diventa fiamma, poi incendio, non ha altro modo per sedare il calore se non tramite l’azione violenta; azione di scarica volta a ridurre l’ansia e la rabbia provata.

Giuseppe dice di non aver mai pianto; dice inoltre di non avere interesse alcuno (scoprirò in realtà che è un grande appassionato di calcio e di canzoni Rap).

Nei mesi in cui il giovane, settimanalmente, è venuto ai colloqui (un risultato e un profondo messaggio, che lui sia rimasto in gioco), scopriamo un giovane sensibile e accorto (e non è il luogo comune che vuole che tutti quelli che sembrano cattivi, siano in realtà dei buoni camuffati). Giuseppe soffre l’abbandono di tutto un nucleo familiare che non c’è mai stato; tutti sono persi nel proprio dolore dimenticando che quando si è una famiglia, si è come una squadra e come tale.. ognuno ha bisogno di lavorare e funzionare in interdipendenza con l’altro senza dimenticare che l’azione di ciascuno, influenza quella dell’altro e viceversa.

Gli occhi chiari di Giuseppe sono sempre più appannati; un giorno alza la mascherina così tanto da coprirsi quasi tutto il volto:

il ragazzo stava piangendo ricordandosi di quando con la nonna, andava al mare e mangiava la pizzetta poi il gelato. La nonna adesso, a stento lo riconosce e quando capita quel giorno, il ragazzo scende in strada e per non pensare prova a rubare al primo che gli capita davanti.

Ho visto la lenta trasformazione di un paio di occhi.

Ho visto degli occhi saccenti, superiori e freddi; ho visto degli occhi appannati persi e vuoti; ho visto degli occhi sgranati; ho visto degli occhi prendere pian piano vita.

Ho visto degli occhi.

Auguro a Giuseppe di poter raggiungere pian piano il suo lembo di terra e gli auguro, soprattutto, di potersi sì bagnare ma con l’acqua fatta dalle sue lacrime…

e che siano lacrime di gioia..

Uno dei pezzi preferiti di Giuseppe…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mozart.

Il 27 Gennaio 1756 nasceva a Salisburgo Wolfgang Amadeus  Mozart. Nello specifico post non ho intenzione di dilungarmi sulla sua interessantissima biografia, sul suo essere genio sì ma con tanta sregolatezza, oppure di focalizzarmi su tutte le sue presunte psicopatologie..

Nel post voglio accennare ai primi studi condotti sul famoso “effetto Mozart”.

Mozart una sorta di Freddie Mercury della musica classica, capace di aver trovato un modo di fondere le note in modo tale da restituire un linguaggio unico e universale, semplice ma al contempo ricco. Melodie riconoscibili sonore e delicate, particolarmente indicate come supporto in ambito terapeutico.

Il potere della musica di Mozart arrivò all’attenzione degli esperti in seguito ad una innovativa ricerca condotta presso l’università della California all’inizio degli anni 90. Al centro di neurobiologia dell’apprendimento e della memoria un gruppo di studio si mise ad osservare alcuni effetti della musica di Mozart su studenti universitari e bambini. Il dottor Frances H. Rauscher e colleghi condussero uno studio in cui 36 studenti del dipartimento di Psicologia totalizzarono da 8 a 10 punti in più al test del QI spaziale dopo aver ascoltato per 10 minuti la Sonata per due pianoforti in Do maggiore K 448. Nonostante l’effetto sia durato intorno ai 15 minuti, la conclusione fu che il rapporto tra musica e ragionamento spaziale è così forte che ascoltare musica può fare la differenza aumentando le prestazioni.

Il sospetto dei ricercatori era legato al fatto che la musica complessa sembra facilitare complesse operazioni neuronali coinvolte nelle attività alte del cervello come la matematica e gli scacchi.

In uno studio successivo gli scienziati analizzarono le basi neurologiche di questo potenziamento. L’intelligenza spaziale venne sottoposta ad ulteriore prova in cui ad un gruppo di studenti fu fatto ascoltare Mozart per 5 giorni, un altro stette in silenzio ed un terzo gruppo ascoltò la musica di Philip Glass, una storia registrata su nastro e musica da discoteca. Il gruppo che aveva ascoltato Mozart ebbe una performance superiore mostrando un incremento del 62% contro il 14% del gruppo senza musica e 11% del gruppo misto.

Il gruppo Mozart continuò ad avere punteggi elevati anche nei giorni successivi mentre gli altri non mostrarono significative differenze. Gli scienziati ipotizzarono che l’ascolto di Mozart aiuti a organizzare i circuiti neuronali di alimentazione nella corteccia cerebrale, soprattutto rafforzando i processi creativi dell’emisfero destro associati al ragionamento spazio temporale.

L’ascolto della musica agisce come esercizio per facilitare le operazioni di simmetria associate alla più alta funzione del cervello. In sostanza la musica può migliorare la concentrazione, aumentare la capacità di avere guizzi intuitivi e sembra anche che aumenti le prestazioni sportive. Recenti studi hanno inoltre mostrato come la musica di Mozart renda più sereni gli animali (allo zoo di Napoli, da anni, è possibile ascoltare Mozart in filodiffusione ).

Nel dubbio, ascoltiamo la famosa sonata.. quella da cui cominciarono tutti i filoni di ricerca sulla musica di Mozart; la stessa che ho disperatamente ascoltato durante gli anni di studio nella speranza di prendere almeno 6 in matematica..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.