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Pallone&Psiche: Il leader di una squadra.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

In seguito alla bellissima diretta https://youtu.be/pTkFGPIciV8 e a tutte le suggestioni nate dal confronto con i nostri amici/tifosi, abbiamo deciso di offrire una lettura della figura del leader di una squadra. Il focus è, in questo caso, (per ovvie ragioni) sulla squadra del Napoli ma badate bene… Sono abbastanza sicura che chiunque sia appassionato di sport, possa trovare interessante la lettura offerta.

Il punto di partenza è la letteratura che ci consente la prospettiva offerta dalla psicologia del lavoro che indaga la figura del leader; il leader di una squadra è necessariamente il capitano? E’ l’allenatore? Oppure c’è qualcosa di più?

Grazie mille per il supporto e buona lettura.

Ma allora… il leader di una squadra chi è? E, cosa più importante, il Napoli ha o no ha un leader che sia vero attore/trascinatore (prima di tutto sognatore) di quello che in letteratura si chiama “destino comune” di un gruppo?

Proviamo a fare un pò il punto della situazione.

Abbiamo spesso detto che, in un’ottica psicologica, la squadra va intesa come un gruppo che coopera per procedere verso un destino comune (il nostro ha proprio quel nome lì, quello per i più impronunciabile). Quando parliamo di gruppo, quindi, è necessaria la presenza di un trascinatore che sia qualcosa di più del semplice capitano; serve qualcuno con rabbia, grinta e “cazzimma”; qualcuno che protegga come un padre e che sia al contempo “cazzaro” come uno zio (ammettiamolo, tutti abbiamo o abbiamo avuto uno zio carismatico e divertente).

Leader, etimologicamente, deriva da “to lead” (in inglese) e significa condurre oppure dal latino “cum ducere” (tirare insieme). Secondo gli psicologi Novara e Sarchielli (1996), un leader per assicurarsi la fiducia dei suoi seguaci (immaginiamo quindi, in questo caso, un calciatore X che riesca a suscitare nei suoi compagni di squadra una fiducia totale) debba avere:

  • potere: deve cioè assicurarsi adesione e compiacenza influenzando gli altri;
  • autorità: un potere che venga a lui attribuito da altri secondo delle regole definite;
  • controllo: si intende una modalità con cui ci si assicuri che ciò che viene prescritto o “detto” dal leader viene rispettato.

Come fa il leader ad assicurarsi questa fiducia nei suoi seguaci? Nel nostro caso: come fa il nostro calciatore X ad assicurarsi tale fiducia da parte dei suoi compagni? Utilizzando proprio la leadership ovvero un processo, una interazione che avvenga proprio tra il leader stesso (portatore delle sue caratteristiche personali, idee, competenze e motivazioni) ed i componenti del gruppo (parimenti portatori di caratteristiche personali, idee e motivazioni) a ciò però si deve aggiungere un terzo importantissimo elemento, ovvero la situazione (il luogo fisico in cui ci si trova).

Mi sembra quasi di sentire una voce sullo sfondo: “Eh Dottorè… tutto quello che volete ma io il  nesso col Napoli non ce lo vedo… Non dovevamo parlare di quello?”

E allora torniamo al nostro amato Napoli. In questi giorni (che non sono giorni né di calendario, né di settimana) ma giorni di mesi (che poi sono anni), di storia del Napoli, riflettevo.

Allo stato attuale delle cose abbiamo una società dalla storia complessa; una storia sofferta che non sempre ha visto l’unione e la cooperazione familiare che qui diventano le varie scissioni nel/del tifo, l’ammutinamento dei calciatori, gli arbitri che vanno spesso a sensazione (una sensazione che li porta spesso contro il Napoli) e un presidente che comunica quando non deve e non comunica quando deve; insomma… direi che la comunicazione resta una questione caldissima, in casa Napoli, e allora… c’è qualcuno capace di saper comunicare e/o implementare una “vision” (che nel nostro caso resta sempre il raggiungimento di quella parola che si pensa ma non si dice) in maniera tale da mantenere alta, altissima (nonostante tutto) la prestazione?

Guardo al nostro organico e vedo da un lato un capitano che leader (mi dispiace tanto dirlo) non è mai stato (tanto da voler recidere le proprie radici e andare fuori, lontano, dove molto probabilmente distante dallo stress di dover dimostrare alla sua città (e qui diviene quasi la proiezione di un papà a cui dimostrare di valere realmente qualcosa) troverà la sua dimensione di leader

Poi c’è la nostra colonna Kalidou Koulibaly a cui non puoi non voler bene. Animo gentile e sensibile , difensore della nostra città (eh sì, perché il Napoli non gioca come una squadra ma gioca come una città intera e, come tale, porta sulle sue gambe tutta la nostra storia). Oppure ancora abbiamo il giovanissimo Victor James Osimhen, dall’incredibile grinta; ricordo la prima partita in cui l’ho visto giocare e di botto mi venne fuori un “finalmente! Ci voleva uno così!”

Ma così come?

Uno che gode quando corre, che si diverte quando segna, che si incazza quando sbaglia e sbaglia perché vuole strafare. Un giovane che certo è grezzo ancora e a cui però auguro, quando inevitabilmente sarà più strutturato, di non perdere questa componente di godimento.

Allora Dottorè… abbiamo il leader? E’ lui?

Mmmm…” Ho un’opinione in merito, condivisibile o meno…

Credo che il leader sia qualcuno pronto a restare… attenzione… non parlo di restare a vita fisicamente; parlo di permanere nella memoria dei sentimenti del tifoso.

Il calcio è una cosa seria mica a caso… Il pallone è una cosa seria perché ha legame con quella cosa che la psicoanalisi francese chiama “massimo godimento”; si tratta di qualcosa di assimilabile all’orgasmo, al picco massimo di piacere che puoi provare.

Un leader è pertanto qualcuno che non è (stato) e non solo è ma sempre sarà; qualcuno che arriva e capisce dove sta la storia della città, l’importanza delle radici…

Certo, Diego è uno solo (e lui sì che sempre sarà) ma serve qualcuno che, come diceva Pino Daniele, capisca che  ‘sta terra è na’ pazzia (Sarà, dall’album “Ferry boat” del 1985) e che certe volte il tifoso (e con lui tutta la squadra) ha solo bisogno di qualcosa che rimane (supra).

Allora in questo vedo tanto Dries Mertens, un ragazzo che è arrivato già restando e lo ha fatto talmente tanto da chiamare il figlio “Ciro”, facendogli dono e lasciandogli in eredità il suo nome (ricordiamo che Dries è per tutti Ciro Mertens).

E’ così che si diventa, probabilmente, leader in un duplice processo che ci vuole prima figli e poi genitori del contesto in cui ci andiamo ad inserire e in questo… Mertens è stato più che concreto.

Benvenuto Ciro Mertens e tanti auguri a quel ragazzo ora padre di quel bambino che, metaforicamente e proiettivamente, è lui stesso (Ciro), che ora è al 100% figlio del Vesuvio, figlio di Napoli (e forse leader a tutti gli effetti).

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica, & Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Le distorsioni cognitive del tifoso.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

“Si vabbè lo sapevo.. Alla fine proprio quando dovevano fare lo scatto e salire in  vetta, come sempre, non ci sono riusciti… Menomale che lo sapevo  …”

Il tifoso (passami il termine) disfattista, che si lascia andare ad argomentazioni come quella appena espressa, resta vittima di un noto fenomeno della psicologia: si tratta dei pensieri automatici e distorsioni cognitive.

Le distorsioni cognitive sono modalità disfunzionali  di interpretare le esperienze e si caratterizzano per il processo attraverso cui avvengono più che per il contenuto in sé.

Un attimo.. procediamo con calma che ti spiego meglio cosa intendo.

Secondo l’approccio cognitivo comportamentale, alcuni disturbi psicologici sarebbero causati da pensieri automatici disfunzionali messi in atto dalle persone, durante l’elaborazione degli eventi della vita. Fu lo studioso Aaron T. Beck a notare come molti dei suoi pazienti attuassero comportamenti e/o pensieri quasi senza rendersene conto: in maniera automatica.

Che c’entra il tifoso di prima?

E’ possibile che quando ci troviamo a vivere una esperienza così coinvolgente come quella di una partita di calcio, specie se in ballo c’è  qualcosa di molto invitante (sì mi riferisco alla possibilità di giocarsi per davvero quella cosa che comincia con la lettere S),  possiamo mettere in atto dei pensieri (fanno sempre così.. Non cacciano mai gli attributi quando serve.. lo sapevo che andava così), in maniera automatica e senza  un’esperienza soggettiva di riflessione sottostante

Sai qual è la cosa interessante di questo processo? (e converrai con me, con quanto sto per dirti se hai assistito a qualche dibattito calcistico),che coloro che attuano questi pensieri automatici sono “convinti” che siano plausibili e quindi, questi pensieri, non sono sottoposti a critica o dubbio: “io ho ragione!”

Un altro aspetto interessante comporta che questi processi di pensiero implicano delle strutture che sono gli schemi cognitivi “e mo sti schemi cognitivi che vogliono significare?”, gli schemi cognitivi comportano che due persone che valutano lo stesso evento, lo faranno in modo diverso ecco perche due (o più) tifosi difficilmente andranno realmente d’accordo; ognuno userà uno schema cognitivo diverso con cui leggere e interpretare la partita che ha di fronte.

Allora.. direi che non ci resta che provare a controllare, per quanto possibile (o contenere) questi pensieri automatici, cercando di leggere la realtà dei fatti per come è (o potrebbe essere).

Il Napoli c’è, è in corsa (e corre). A noi tifosi il compito di spingerlo sempre più su, e mai più giù (pensieri inclusi).

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica, & Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!

Pallone & Psiche: la diretta!

Hey! Questa sera cosa hai da fare?

Bene… Ti invitiamo a seguire la nostra diretta.

Dalle ore 18:15 io e la dottoressa Giusy Di Maio saremo in compagnia del nostro amico/tifoso Giulio Ceraldi 

Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli https://ciucciomaglianapoli.com/.

“Potrete seguire la diretta di mercoledì 9 febbraio – alle sei e un quarto del pomeriggio – sui canali FacebookYouTube e Twitch (cerca ciucciomaglianapoli) de Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli.”

Pallone&Psiche è uno spazio dedicato alla riflessione a giro dove metteremo volto, parole ma soprattutto sentimento per parlare, insieme, del nostro amato Napoli ma anche di tutto ciò che concerne la relazione tra sport e psiche.

Allora… che fai? Sei curioso?

Seguici in diretta su Facebook, Youtube e Twitch.

Ti aspettiamo!

Dott.ri Gennaro Rinaldi – Giusy Di Maio

Pallone&Psiche: Tra Presenza e Assenza – il vuoto dagli spalti del desiderio.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Eccoci con il nostro appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi (https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Lo stadio è quasi vuoto. Bucato. Immagina: hai tutti I riflettori puntanti addosso, sudi.. cerchi di mantenere il ritmo del respiro costante… Il cuore fa “bum..bum..bum..” sei lì.. con un piede ancora fuori e uno quasi sul rettangolo verde che profuma di sfida.

Alzi lo sguardo, giri il volto e nulla (o quasi): gli spalti sono “bucati”.

Il pubblico è -quasi- assente.

Cosa sta succedendo?
Con il termine mancanza si indica qualcosa che non c’è, qualcosa di negativo; si indica al contempo qualcosa che -certo non c’è- ma potrebbe esserci. Questo spazio di mancanza, in termini psicologici, può essere colmato soltanto dal desiderio.

La mancanza permette -in sostanza- la nascita del desiderio.

Che c’entra quanto detto con il nostro rettangolo verde dei desideri, della sfida, dei sogni?

Il momento storico che stiamo vivendo è molto complesso; tale complessità affonda le sue radici in qualcosa che era presente già prima della pandemia. Lo stesso calo degli spettatori allo stadio, era materia già nota.

Le scuse (che poi mica sono tanto tali.. Mezzi di trasporto inefficienti/insufficienti vi dice niente?) per giustificare l’assenza dagli spalti del desiderio, si sono sempre sprecate.

A tutti sarà capitato di buttare qualche parola poco elegante quando era ammassato nella metropolitana per andare allo stadio, quando era in fila ai mille controllo ai tornelli, quando aveva la borsa tastata per scoprirne all’interno strani contenuti…

Però -siamo onesti- quando vedevamo quel verde brillante (che nessuna televisione ipertecnologica può rendere al 100%) del rettangolo, misto all’odore dello sport, le magliette dei calciatori, la cazzimma nello sguardo dell’atleta, il tifo di chi ti è vicino, ma quanto ci dimenticavamo di tutto il resto?

Sembra un po’ la descrizione che fanno le donne di certi parti: tanta sofferenza per arrivare a un momento di estremo godimento e gioia: la nascita.

Ed è qui, allora, che forse nasce un tifoso vero.

Nasce nel contatto, nella presenza e nella vicinanza alla sua squadra.

Nasce -forse- un tifoso nell’attestazione del suo desiderio, nel riprendersi quello spazio che si deve e che deve; uno spazio lì, a seguito della sua squadra di cui lui ha bisogno per sognare e di cui lei, la squadra, ha bisogno per lottare, per spingere, per esserci.

Perchè se come diceva lo psicoanalista francese Jacques Lacan, Il desiderio emerge in relazione al desiderio dell’Altro, il desiderio di quel riconoscimento che ci fa dire “io ci sono”, allora il tifoso e la squadra hanno bisogno di quel reciproco riconoscimento che li attesta come presenza in quel registro del reale (e non più dell’immaginario o del simbolico), dove si poteva solo -forse- immaginare.

I tifosi (e la squadra) hanno bisogno di presenza.

La presenza..

Si.. la presenza..

Esserci, significa diventare protagonisti dell’evento che si vive; significa prendersi la responsabilità della presenza e dell’essere in qualche modo attori attivi dell’evento che viviamo.

La presenza implica invece, in chi è attore agonista protagonista dello spettacolo sportivo, la responsabilità delle proprie azioni sportive.

Probabilmente è un retaggio antico, legato alle prime relazioni conosciute, quei legami affettivi con i nostri genitori, con la nostra famiglia d’origine.

Noi ricerchiamo sin dall’infanzia legami autentici e relazioni rassicuranti. Guardiamo ad essi come riferimenti e li utilizziamo per crescere. In tal senso l’aspetto cognitivo ed emotivo legato alle rassicurazioni, al senso di protezione, alla motivazione, all’autostima, al riconoscimento, alle gratificazioni è quello che più ricerchiamo negli altri; come facevamo da piccoli.

I tifosi con la loro presenza, rappresentano in qualche modo quei legami originari: rappresentano una sorta di famiglia adottiva allargata, che ama e vuole bene i suoi figli; che li supporta, che li coccola, che li incita, ma che allo stesso tempo può giudicarli e a volte punirli.

Allora perché i tifosi (famiglia adottiva dei calciatori) sembra si siano disamorati dei propri figli adottivi?

“L’assenza” di un genitore, nei riguardi dei propri figli,  è spesso legata a conflitti emozionali interiori, spesso profondi e complessi, così intensi e dolorosi che sovvertono quel sentimento d’amore per i propri “figli”, fino a farlo diventare indifferenza.

L’amore e la passione sono sentimenti forti e implicano un grande investimento energetico. Freud le chiamerebbe pulsioni di vita. Ma per investire sul proprio oggetto amore, bisogna necessariamente dare in pegno qualcosa di sé. 

“Chi ama diventa umile. Coloro che amano hanno, per così dire, dato in pegno una parte del loro narcisismo.”

(Sigmund Freud)

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica – Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Casa.

“La casa è il vostro corpo più grande. Vive nel sole e si addormenta nella quiete della notte; e non è senza sogni.”

Khalil Gibran

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pallone&Psiche: Psicologia e Sport.

Siamo lieti di annunciarvi una nuova rubrica che partirà da oggi, sul nostro blog.

Da sempre tifosi del nostro Napoli e amanti dello sport abbiamo -negli anni- inseguito il progetto di poter parlare di Psicologia dello Sport, un settore ora (finalmente) in via di sviluppo anche in Italia; un settore che va molto oltre il lavoro dei coach motivazionali.

Le olimpiadi lo hanno mostrato chiaro e tondo: anche nel mondo dello sport, il supporto psicologico si presenta come un valido strumento di sostegno e supporto dell’atleta in difficoltà.

Che cosa accade allora da oggi?

Accade che nasce una bellissima collaborazione insieme a Giulio Ceraldi: Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli https://ciucciomaglianapoli.com/ che ha dato a noi Psy, la possibilità di riflettere -insieme- sull’aspetto psicologico del pianeta calcio andando ad indagare cosa accade dal punto di vista interpsichico e intrapsichico. Analizzeremo pertanto cosa accade sia dal punto di vista del calciatore stesso (analisi dei fattori di stress, ad esempio) che dal punto di vista delle dinamiche relazionali che vengono a crearsi tra atleta, società, mezzi di comunicazione e tifosi.

Dott.ri Giusy Di Maio, Gennaro Rinaldi.

Napoli sì, Napoli forse: Napoli no.

Dopo le sconfitte, si sa, siamo tutti più restii a mantenere quel certo aplomb di gallica memoria, ma la situazione in casa Napoli è ormai ben nota, pertanto non ci resta che metterci comodi e provare ad analizzare le cose che stanno scuotendo la casa azzurra.

Covid, cessioni, infortuni…. una serie di sfortune – verrebbe da dire – che si susseguono senza sosta; la questione si pone però se andiamo a prender coscienza del fatto che da tifosi sottovalutiamo, spesso, il peso che le numerose variabili (ad esempio quelle appena citate) possono avere sulla resa (a breve e lungo termine) della prestazione di un calciatore.

Un calciatore è – inoltre – membro di una squadra, il che apre ad un’altra questione ancora: ciò che faccio io può dipendere o inficiare quello che fanno tutti gli altri.

Un momento… un momento Dottoressa… Ora sono quasi confuso… Ma questi, due calci a un pallone devono dare e qua mi fate il discorso del sistema… delle variabili… ma a me che importa?

Il momento attuale del Napoli, della nostra squadra, è strutturalmente complesso poiché il punto forse più caldo è la cessione del nostro capitano Lorenzo Insigne.

Per anni le voci sono state insistenti “Insigne ha firmato con… Ufficiale! Insigne via!” e di converso anche nel cuore dei tifosi i sentimenti sono sempre stati contrastanti: siamo passati dal capitano amato, ammirato.. dallo scugnizzo “cresciuto” in cui tutti si riconoscevano al “calciatore dalle dubbie capacità” e questo.. per voler essere eleganti.

Cosa accade allora nella mente di una squadra quando il suo assetto interno ne viene, per un motivo qualsiasi, modificato?

Una squadra è una famiglia – un sistema – direttamente (o indirettamente) influenzata dalle proprie relazioni di provenienza.

Mi spiego:

Un calciatore che entra in una squadra entra in un sistema formato dalla trama di relazioni che si vengono a creare tra tutti i membri della squadra stessa (hai presente il famoso clima dello spogliatoio di cui tanto si parla?); a loro volta, però, i calciatori portano, all’interno di quelle relazioni della squadra, i rapporti che li accompagnano anche “fuori”. Per capire meglio questo punto, dobbiamo pensare a quando si dice che ciò che succede a “casa tua” non devi portarlo sul lavoro altrimenti se ne inficia la prestazione, hai presente, no? Bene… questa cosa è tecnicamente possibile ma di fatto quasi impossibile da svolgere.

Se un membro della famiglia di provenienza del calciatore stesso (per fare un esempio) mostra malessere in una data situazione, la performance calcistica (o sportiva in generale) dell’atleta ne sarà inficiata.
No Dottoressa.. qua sta diventando troppo complessa la questione: per me bisogna solo vincere qualcosa di concreto“.

Hai ragione anche tu… anche io sono tifosa e mi rendo conto che vincere conta se sei in gara, ma dammi un po’ di tempo, ancora…

Ogni persona è da considerare come un individuo immerso in una realtà bio-psico-sociale; si tratta pertanto di considerare una realtà che sia caratterizzata da fattori biologici, psicologici e sociali.

I fattori biologici sono i fattori biochimici, ad esempio; quelli psicologici sono legati alla personalità, al comportamento, all’umore e quelli sociali alla famiglia, alla cultura o fattori economici.

Un atleta che vive, per un qualsiasi motivo, un problema della sfera biologica, psicologica o sociale, per forza di cose avrà una performance minore rispetto ad un altro atleta.

Una squadra che perde il suo capitano e che perde per un periodo di tempo la sua punta (mi riferisco a Victor Osimhen), deve vivere da un lato l’elaborazione di un lutto a tutti gli effetti e dall’altro ha vissuto l’elaborazione di una situazione catastrofica laddove le condizioni erano invece favorevoli. (Questo sarà però argomento del nostro prossimo appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La Sindrome di Stendhal

Tachicardia, vertigini, capogiri, allucinazioni, confusione, alterazione della percezione, scompensi affettivi, depressione, ansia, attacchi di panico, manie persecutorie..

Può un’opera d’arte generare così tanto scompiglio nella mente di un uomo?

Cristo Velato – Napoli, Cappella San Severo (fonte immagine google) – persone raccontano di sensazioni simili dinnanzi alla statua del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino

Nel 1817 lo scrittore francese Marie-Henri Beyle (Stendhal) attraversò la penisola italiana durante il suo Grand Tour e tenne un diario poi pubblicato nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze” dove per la prima volta descrisse questa esperienza psichica:

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

Stendhal

Quello che oggi definiamo come “Sindrome di Stendhal” è un disagio psichico individuato ed analizzato per la prima volta nel 1977 in Italia dalla Psichiatra Graziella Magherini. Lo studio del fenomeno, negli anni ottanta e novanta, nel Servizio di Salute Mentale di Firenze (Santa Maria la Nova) permise di scoprire che vi erano degli elementi ricorrenti in chi aveva manifestato questo disturbo: estrema sensibilità, il viaggio in un paese straniero e l’incontro con un opera d’arte.

In genere le manifestazioni psichiche descritte in precedenza e caratteristiche di questo disturbo, sono passeggere e perlopiù senza conseguenze gravi. La cosa interessante, venuta fuori dallo studio, è che quasi tutti i pazienti con Sindrome di Stendhal, hanno una vita solo in apparente equilibrio, in cui tendono a nascondere le insoddisfazioni, le difficoltà relazionali, inoltre vivono una vita caratterizzata da eccessivo “perbenismo” che li rende “rigidi”. L’opera d’arte, con la sua potenza evocativa, irrompe e sconvolge le loro difese psichiche.

L’opera d’arte (insieme a tutto il contesto: viaggio, ambiente, situazione personale) è quindi in grado con la sua bellezza e con la sua potenza evocativa emozionale di risvegliare sentimenti ed emozioni che mettono alla prova la persona che osserva, che può reagire in modi differenti e quindi non reggere l’impatto emotivo.

Cappella San Severo – Napoli (immagine google)

Il viaggio in un luogo d’arte è come un viaggio dell’anima ed è capace di risvegliare emozioni e sentimenti che mettono in gioco tutte le sfaccettature dell’identità di una persona.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

25/11/2020 – D10S

“Voglio giocare anche se ho il menisco in pezzi. Chi è sempre prudente non arriva mai primo. Io intendo giocare e vincere; è una follia? Farò il pazzo per tutta la vita.”

DIEGO ARMANDO MARADONA
Foto web – google

“È fantastico ripercorrere il passato quando vieni da molto in basso e sai che tutto quel che sei stato, che sei e che sarai non è altro che lotta”

DIEGO ARMANDO MARADONA
Murales – DIos Umano – Jorit (Napoli)

È pazzo chi lotta? O per lottare bisogna essere un po’ pazzi?

Ci vuole sicuramente un pò di follia, estro, genio, coraggio, motivazione, voglia di rischiare e cambiare, per restare unici e per lasciare il segno.

E credo che tutti, nel nostro piccolo, possiamo provare a farlo.

Ciao D10S

dott. Gennaro Rinaldi