Archivi tag: Negrita

Plettro Caldo.

Questa è per quella sera calda, caldissima e piena di stelle..

Bagnati, con l’unico ossigeno possibile: l’energia dei corpi sudati e sovrapposti.

Tra la folla, un plettro gettato, mancato per poco.

E sia Splendido.

“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.

Cesare Pavese

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La questione del Tempo.

Immagine Personale.

So di aver scritto spesso del tempo e so di correre il rischio di sembrare ridondante, noiosa o ripetitiva, ma la questione tempo mi è molto cara.

Credo che le ragioni risiedano innanzitutto nel mio essere pianista; musicista a costante contatto col ritmo e la melodia.. a ciò si aggiunge che per svariate ragioni io sia stata cresciuta in un “bagno di ritmo” (prendo in prestito le parole di Lacan quando sostiene che noi siamo immersi in un bagno di linguaggio) e il tutto, ha trovato unione nella mia professione: la psicologa.

Durante gli anni di formazione (continua, costante e sempre in essere) e gli anni dello sviluppo (quello personale), la questione tempo mi si è riproposta in vario modo e nei momenti più disparati, presentandosi alla mia porta senza avvisare, senza chiedere ma entrando – mi viene in mente una espressione della mia lingua madre- che traduco con prepotentemente.

A colloquio, stamattina, una signora esordisce con “Eh Dottorè.. ma quanto tempo ci vuole?”

Questa frase la ripropongono di continuo nella speranza di sentire dalla mia bocca parole come “No Signò.. e che ci vuole.. ppuf! – bacchetta magica- e tutto si risolve”.

Cos’è questo nemico tempo che tanto perplime e genera caos?

Non oso dare una definizione del tempo, né in termini filosofici, né musicali, psicologici o altro.. Vorrei soffermarmi sulla questione personale (riferito come spazio dato a e dalla persona), al tempo.

Le terapie non sono mai veloci (diffidare da chi in poche sedute dice di aver compreso/risolto) ma le terapie non sono neanche eterne (analisi o psicoterapie interminabili sono spesso indicative di un attaccamento che poi cela ben altro).. la famosa questione freudiana dell’analisi terminabile e interminabile..

Negli anni in cui studiavo pianoforte il tempo per lo studio era infinito.. eterno.. ore continue (ore, ore e se dico ore.. sono ore) il pianoforte, tu, la musica e il tuo tempo che vedevi andare via senza chiedere troppo..

Al massimo avevi un maestro che letteralmente ti cantava o urlava nelle orecchie, pretendendo che tu agissi il tuo tempo e lo lasciassi fluire ritmicamente disseminandolo tra i tasti che andavi ad abbassare e alzare.

Negli anni dell’adolescenza quando il tuo temperamento è tutto tranne che sereno, paradossalmente trovavo in quel “tempo perso”, pace e serenità; trovavo nelle ore seduta allo sgabello (tra dolori fisici e psicologici) un senso a quel fluire su cui, paradossalmente nonostante mi appartenesse, non avevo potere.

Crescendo ho maturato o meglio.. ho seguito il filo invisibile della passione che mi ha portato alla psicologia, dove ho compreso che il tempo in sostanza non ha definizione.

Quanto tempo ci vuole?

Il tempo che vi vuole.

Il tempo può essere lineare, ciclico, pieno, vuoto, aperto, chiuso. Il tempo può essere ridondante, altalenante, intermittente.. Toglie, mette.. accusa.. Fluisce, chiede permesso o fa di testa sua.

Il tempo è tempo.

L’idea di un tempo a noi amico che sia sempre fedele, sereno e pacato, non fa parte del tempo che andremo a trovare durante un colloquio.

E’ così difficile fermarsi a pensare? A pensare a sé stessi e a dedicarsi uno spazio neutro che si situi come uno spazio senza tempo, luogo e isola in mezzo al mare (della riflessione, del ricordo, del pensiero), senza che si situi necessariamente come un tempo per l’azione?

La signora ha deciso di non ritornare per successivi colloqui, interrompendo prima ancora che potesse nascere, il suo tempo.

Durante un colloquio, una consultazione o una seguente futura terapia, il tempo subisce e vive uno squarcio.. una ferita apertura tra i pensieri, i sentimenti e i vissuti.

Il tempo viene attaccato da chi a lui ha ceduto le redini della propria esistenza.

Accade spesso che chi cominci lentamente a grattare via dalla superficie del tempo l’incipit fatto dalla polvere non riesca a vivere il contraccolpo che il tempo fornisce lui.. Contraccolpo fatto dai ricordi, dal dolore, dalla sofferenza, dallo scoprire che il tempo ha fatto di testa sua e magari ha tolto più che dare.

Ci vuole il tempo che ci vuole, signora..

Il tempo di sedersi, capirsi e magari incolparsi oppure chissà.. Il tempo di scoprire che forse la colpa non è nè nostra nè del tempo..

Quando la signora è andata via mi sono ricordata di una canzone che mi tenne molta compagnia durante il periodo a Praga. Non sapevo della situazione che avrei trovato di ritorno a casa; non sapevo di quel che sarebbe accaduto di lì a breve. Non sapevo. Non sapevo che tempo avrebbe seguito il mio tempo.

Eppure è stato tempo, andato, vissuto, metabolizzato.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.