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Unendo le stelle (più pillole di fisiologia).

Stasera i miei neuroni son belli che in overlapping allora il pezzo è bello tranquillo ..

Stavo però pensando..

Quando studiavo all’università le ricerche in ambito “neuro” erano ancora in corso e il mio professore disse “mi raccomando ragazzi.. attenti alle sostanze che consumate con beata incoscienza nella striscia – una zona dell’università dove crescevano erbe di campo– perchè i neuroni quelli sono e se li perdete ve li siete giocati a vita”.

Toh! Professore… sembrerebbe – da ricerche recenti- che invece i neuroni siano capaci di rigenerarsi e fino all’età di 90 anni ma… solo nelle persone sane e in particolar modo nella zona dedicata alla memoria, detta ippocampo.

La ricerca è stata pubblicata su Nature Medicine ed è stata condotta dal centro di biologia molecolare di Madrid.

In realtà il Professore aveva ragione:

Per preservare le cellule nervose e favorire la nueorgenesi è importante mantenere uno stile di vita sano, vivere in un ambiente stimolante e mantenere interazioni sociali.
È anche fondamentale mantenere la mente “in forma” attraverso l’esercizio e l’apprendimento continuo. La neurogenesi è infatti influenzata e favorita dai cambiamenti messi in atto per mantenersi in buona salute nella vecchiaia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Prosopagnosia.

Prosopagnosia o Prosopoagnosia indica un deficit percettivo acquisito o congenito, del sistema nervoso centrale. I soggetti affetti da tale disturbo mostrano incapacità nel riconoscimento dei tratti del volto di una persona. Il disturbo può presentarsi in forma pura o associata ad altre agnosie (indica in generale un disturbo della percezione che comporta il mancato riconoscimento di oggetti, persone, forme, persino odori, in mancanza di disturbi della memoria, e in assenza di lesioni ai sistemi sensoriali). La prosopagnosia può pertanto presentarsi in comorbilità con agnosia visiva.

Un aspetto particolarmente interessante della prosopagnosia è la dissociazione tra riconoscimento esplicito e riconoscimento implicito (covert recognition). Da alcuni esperimenti sembra infatti che quando le persone affette da prosopoagnosia, vengono poste davanti a volti familiari e non, siano incapaci di identificare con successo le persone rappresentate così come sembrano incapaci di dare un giudizio di familiarità “Questa persona non mi è nuova!”. Quando però si effettua (negli stessi soggetti), una misurazione del responso emotivo (misurazione della risposta psicogalvanica), si registra una tendenza a dare una risposta emotiva davanti a immagini di persone familiari anche in assenza di un riconoscimento consapevole.

Ciò sembrerebbe dimostrare l’importanza delle emozioni e il loro ruolo cruciale nel riconoscimento dei volti; punto fondamentale se pensiamo a quanto siano state importanti, le emozioni, per la sopravvivenza dell’essere umano (pensiamo al riconoscimento facciale degli uomini primitivi circa i rappresentati della tribù di appartenenza),

https://ilpensierononlineare.com/2021/02/15/i-disturbi-dello-spazio-corporeo-emisomatoagnosia-e-somatotopoagnosia/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il “fortunato” caso di Phineas Gage.

Quella di Phineas Gage è forse una delle storie più utilizzate e raccontate nei manuali e nei testi universitari di Psicologi, Neuropsicologi e probabilmente anche di Neurologi e Psichiatri.

La storia di Gage è piuttosto drammatica, ma con un probabile finale a lieto fine. Inoltre ha un grandissimo interesse scientifico, proprio a causa della eccezionalità dell’evento, assai complesso (forse impossibile) da ripetere.

Gage aveva circa 25 anni e correva l’anno 1848. Lavorava come caposquadra alla costruzione di una ferrovia nel nord-est degli Stati Uniti. Un giorno per un errore nel maneggiare un esplosivo, una sbarra di ferro, presente sul luogo dell’incidente, lunga circa un metro e pesante sei chili, proiettata in aria dall’esplosione, gli trafigge il cranio.

Photo by meo on Pexels.com

Probabilmente Gage era un uomo fortunato perché, la traiettoria della sbarra di ferro sarà tale da trafiggere la parte bassa dello zigomo, di attraversare la parte frontale del cranio, per poi uscire dalla parte alta. La sbarra la troveranno a circa venti metri dal corpo. Gage incredibilmente sopravvisse. Infatti perse i sensi per alcuni minuti, ma si risvegliò cosciente. Dopo aver curato le ferite, Gage fu dimesso e andò a vivere dai genitori. Dopo averlo soccorso, uno dei medici che lo curò, Martyn Harlow disse: “l’equilibrio tra le sue facoltà intellettive e propensioni animali sembra distrutto”.

Questo caso è portato ad esempio proprio per la comprensione del ruolo dei lobi frontali del cervello, come sede della personalità. Nonostante i danni neurologici in quest’area del cervello, una persona sarà capace di vivere e svolgere le normali funzioni, ma avrà degli evidenti cambiamenti nella propria personalità.

Prima dell’incidente (raccontano le cronache), Gage era benvoluto e determinato, un gran lavoratore. Dopo l’incidente diventa irrispettoso, volubile, osceno, incapace di tenersi un lavoro. si racconta che nel 1850 troverà lavoro esibendosi come attrazione da circo nelle città nord americane.

La sua vita, poi prenderà una svolta, troverà infatti lavoro in una ditta di trasporti in carrozza nel New Hampshire e dopo un anno e mezzo si trasferirà in Cile, dove guiderà la diligenza tra Santiago e Valparaiso. Nel 1859, la sua salute peggiorerà, sarà quindi costretto a ritornare in patria. Si riprenderà e continuerà a lavorare fino al 1860. Morirà circa 11 anni dopo il suo incidente.

Una foto di Phineas Gage e del suo cranio – (immagine google)

Nella normale narrazione che si è fatta per anni, si è dato molto risalto alle conseguenze, neurologiche e psicologiche dell’incidente, ma forse quel tipo di narrazione (Gage non era più Gage) è stata un po’ “esagerata”. In alcuni documenti trovati nel corso degli anni e risalenti al 1850 e al periodo cileno, Gage è descritto come una persona del tutto guarita e capace di lavorare e prendere decisioni. Il fatto di essere stato capace di guidare, a metà del diciannovesimo secolo, le diligenze per circa dodici ore al giorno, non era affatto una cosa semplice. Come dice Mcmillan (un ricercatore che ha studiato a fondo la sua storia) “occorrevano complesse abilità sensoriali, motorie e sociali” per fare quel tipo di lavoro.

A quanto pare Gage era riuscito a riabilitarsi, tanto da affrontare compiti impegnativi e routine ordinarie per una persona normodotata.

Negli ultimi studi fatti (basandosi sui resoconti dell’epoca e sul il cranio di Gage conservato all’epoca da Harlow), anche con tecniche computerizzate, in grado di simulare l’impatto la traiettoria della sbarra, si è potuto accertare che fu colpito l’emisfero sinistro. Erano stati danneggiati tratti della materia bianca nel lobo frontale sinistro, ma non nel destro. In realtà poi questi studi concludono che in effetti non possiamo avere la certezza assoluta del percorso della sbarra e delle parti del cervello danneggiate, perché la posizione del cervello nel cranio e la locazione dei vari centri al suo interno possono cambiare leggermente da persona a persona; inoltre si ignorano i danni aggiuntivi dovuti all’impatto, all’ematoma, alla perdita di sangue, alle schegge di osso e alle probabili infezioni.

In ogni caso, se l’emisfero destro era rimasto intatto è molto facile immaginare che avesse supplito, sostituendosi, alle funzioni perse all’emisfero sinistro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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I disturbi dello spazio corporeo: emisomatoagnosia e somatotopoagnosia.

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Un Po’ di Lineamenti di Neuropsicologia Clinica.

Buona Lettura.

Osservazione clinica:

I pazienti con eminegligenza spaziale possono presentare disturbi sia nell’esplorazione dello spazio extracorporeo, che nell’ambito della loro stessa persona. Questi pazienti possono mostrare (sebbene non obbligatoriamente), anche manifestazioni comportamentali correlate ad alterazioni dello spazio corporeo: si parla di eminegligenza personale o corporea o emisomatoagnosia (dal greco: emi- metà; somato- corpo; agnosia- mancato riconoscimento; mancato riconoscimento della propria metà corporea).

Alcuni pazienti con eminegligenza spaziale possono, ad esempio, ignorare la parte sinistra del corpo in tutte le comuni attività quotidiane.

Accade che se un esaminatore tocca la mano sinistra di questa persona, il paziente cerca la fonte dello stimolo sulla destra (allochiria; questo temine è stato coniato proprio per indicare questo fenomeno. Allos dal greco indica altro e cheiros indica mano).

Quando il disturbo non è molto evidente, il paziente può in qualche circostanza svelare una sensazione piuttosto inquietante; può ad esempio riferire che la mano o il braccio sinistro non siano suoi o che tutta la metà sinistra del corpo, non gli appartiene. Queste sensazioni sono transitorie e incostanti, corrette dal ragionamento ma possono ugualmente sorprendere o spaventare.

Il paziente manifesta pertanto una sensazione di alienazione per l’emisoma di sinistra, che rivela solo alla persona a cui si rivolge per aiuto o se gli si pone una domanda diretta.

Accade che il paziente arrivi a formulare delle idee deliranti sulla metà del corpo che ignora; può ad esempio protestare ad alta voce sostenendo che qualcuno “mi ha messo vicino un braccio non mio!” (somatoparafrenia: soma-copo e parafrenia- disturbo del pensiero).

Nei casi peggiori il paziente ignora completamente la parte sinistra del corpo, al punto che se gli si chiede di toccare un punto del corpo (a sinistra), con la mano destra, lui diventa preda della perplessità e resta incapace nel compiere un’azione che riesce a compiere perfettamente a destra.

Il disturbo può manifestarsi in forma diversa (specie dopo che il pz ha superato la fase acuta). La persona pertanto si muoverà nell’ambiente quasi come affetto da emiparesi ovvero, trascinando l’arto inferiore o lasciando il braccio “privo di vita” lungo il corpo (se gli si chiede di muovere gli arti, però, riesce a muoverli). Questo fenomeno prende il nome di eminegligenza motoria ovvero la tendenza a trascurare l’uso spontaneo degli arti di sinistra pur in assenza di gravi danni motori.

L’emisomatoagnosia non è facilmente rilevabile (occorre l’osservazione clinica, il rilievo anamnestico fatto da colui che si occupa del paziente o anche l’osservazione di chi condivide con il paziente stesso la stanza di degenza).

Una prima grossolana prova per verificare la presenza di eminegligenza personale, consiste nel chiedere al paziente di toccarsi con la mano destra, l’emisoma di sinistra. Può accadere che:

in un caso, il paziente esita e fermando la mano destra sul torace, guardi in maniera perplessa l’esaminatore, incapace di trovare la parte corporea richiesta; se il disturbo è più lieve il paziente riesce a toccarsi ma appare lento ed esitante. La stessa prova è compiuta senza esitazione alcuna, nell’emisoma di destra.

Per svelare un’amisomatoagnosia latente si può fare la seguente prova:

L’esaminatore alla sinistra del paziente, pone il proprio arto sinistro al di sotto di quello omologo del paziente; successivamente chiede al paziente di prendere con la propria mano destra, la sinistra. In questa prova, il pz con emisomatoagnosia potrà stringere la mano dell’esaminatore ritenendola propria.

Alcune prove inserite in una batteria di test (Zoccolotti et al. 1992), richiedono ad esempio ai pazienti uomini di radersi (truccarsi per le donne); pettinarsi o prendere gli occhiali.

La taratura del test mostra che i pz cerebrolesi destri hanno una maggiore probabilità di evidenziare un comportamento asimmetrico, e ha confermato la possibilità di osservare dissociazioni tra eminegligenza spaziale e personale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Se leggiamo in un’ altra lingua proveremo meno emozioni.

In genere non ce ne accorgiamo, ma quando leggiamo un libro, una poesia, un racconto sul nostro viso si possono avvertire modificazioni significative che rispecchiano le emozioni che avvertiamo durante la lettura e che possono anche essere in accordo con le emozioni dei personaggi del libro che abbiamo davanti. Sono spesso micro espressioni anche impercettibili e non coscienti. Insomma sorridiamo, ci incupiamo, ci arrabbiamo, proviamo paura durante le nostre letture. Quando leggiamo di un personaggio felice sorridiamo, se invece è arrabbiato aggrottiamo la fronte.

Questo fenomeno fa capo alla teoria dell’impersonificazione (embodiment), per la quale quando elaboriamo un’informazione con contenuto emotivo l’organismo attiva reazioni fisiologiche caratteristiche di quelle emozioni che stiamo leggendo. Pare però che questo meccanismo funzioni molto bene per la lettura in lingua madre, ma molto meno per la lettura di un brano o un libro in una seconda lingua.

Photo by Oladimeji Ajegbile on Pexels.com

Questa interessante scoperta è frutto di una ricerca di circa cinque anni fa di Francesco Foroni, un ricercatore della Scuola internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. Durante la ricerca sono stati misurati con l’elettromiografia (che registra l’attivazione dei muscoli, su un gruppo di 26 ragazzi olandesi, le espressioni facciali mentre erano intenti a leggere dei brani in inglese. Il risultato di queste misurazioni ha confermato che l’intensità delle espressioni facciali era molto più marcata quando la lettura avveniva in lingua madre (olandese). Quando invece le letture avvenivano in inglese il coinvolgimento emotivo era evidentemente minore.

La spiegazione a questa differenza nell’attivazione emotiva nei due casi è probabilmente legata al contesto di apprendimento delle due lingue. Infatti l’apprendimento della lingua madre avviene generalmente in un contesto emotivamente molto carico e significativo, nel contesto familiare. Mentre l’apprendimento della seconda lingua avviene generalmente in un contesto extrafamiliare, meno carico emotivamente e più freddo e istituzionale.

Questa differenza ci fa comprendere quanto sia importante per una persona comunicare le proprie emozioni e il proprio stato d’animo attraverso il proprio linguaggio. Noi pensiamo e sogniamo nella nostra lingua madre.

Questo filone di ricerca e i risultati aprono a diversi spunti di riflessione legati agli aspetti della comunicazione interculturale e agli aspetti legati all’impatto emotivo che possono avere le emozioni sulle decisioni le decisioni.

Inoltre questo ci fa riflettere anche sul fatto che non dobbiamo mai dare per scontato gli aspetti legati all’integrazione di bambini stranieri adottati o di immigrati e famiglie di stranieri. Quanto il linguaggio e la comunicazione incidono su aspetti psicologici, emotivi e sociali. Troppo spesso sottovalutiamo questi fattori.

Interagire ad esempio in lingue diverse o interagire e comunicare attraverso una terza lingua può rendere allo stesso modo? Quanto vengono influenzate le espressioni, i sentimenti, le emozioni, quando dobbiamo comunicare con una lingua diversa dalla nostra?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Come il nostro cervello percepisce il corpo: BIID.

Avete mai pensato a come il nostro cervello si rappresenti il corpo? In che modo lo fa?

Un neurochirurgo canadese nato alla fine dell’ottocento, Wilder Penfield, fu il primo a descrivere una possibile rappresentazione del nostro corpo sulla corteccia cerebrale. Questa rappresentazione è poi diventata nota con il nome di Omunculus.

L’omuncolo non è altro che un disegno in cui sono rappresentate le parti del nostro corpo sulla superfice della corteccia motoria e sensitiva con dimensioni più o meno alterate ad identificare la quantità di corteccia cerebrale deputata ad innervare le varie parti del corpo rappresentate.

Nell’immagine sotto riportata, si può notare che le mani, le labbra e la lingua occupano molta più corteccia di quanta ne occupa il busto. In effetti eseguono movimenti più precisi e hanno bisogno di una maggiore innervazione perché sono recettori di una grandissima quantità di stimoli sensoriali. Le mappe corporee sono però in qualche modo differenti ed individuali e anche plasmate dall’ambiente in cui viviamo. Un chirurgo o un musicista, avranno una rappresentazione più ampia e sofisticata delle mani proprio perchè hanno avuto bisogno per anni di aver maggiore abilità con gli arti superiori.

Omunculus – immagine google – Consciously Connected

I sensi che concorrono alla rappresentazione di un’immagine di sé quali sono e in che modo lo fanno? Il senso del soma che riguarda la consapevolezza completa del nostro corpo, che si muove nello spazio è generato dalla presenza di diverse sensazioni che arrivano alla corteccia cerebrale.

Il tatto attraverso i suoi recettori sparsi per tutto il corpo invia le informazioni al cervello e lo informa rispetto a tutto ciò che succede (urti, pressioni leggere, intense e profonde). Il tatto attraverso questo lavoro continuo contribuisce alla consapevolezza del nostro corpo nel mondo.

La termocezione ha a che fare con la percezione di caldo o freddo, ci dà la sensazione dei contorni del nostro corpo. Pensiamo a quando siamo esposti al sole o a quando ci scorre a dosso acqua fredda o calda.

La nocicezione invece ci informa delle sensazioni di dolore, che vengono veicolate al cervello per mezzo di appositi recettori. Il dolore può essere percepito in diversi modi, può essere urticante, profondo, da compressione, da taglio. La sensazione di dolore cronico (reale o immaginario) può contribuire in maniera significativa alla nostra immagine corporea.

L’equilibrio ci dà la possibilità di muoverci nello spazio correttamente e senza cadere. Proviene da alcuni recettori posti nel vestibolo dell’orecchio interno.

La propriocezione, infine, è la percezione esatta delle nostre parti del corpo nell’ambiente e del loro movimento e posizione nello spazio che ci circonda. Senza la propriocezione saremmo costretti, per muovere le gambe e le braccia o per camminare, a seguirli con lo sguardo.

In riferimento al BIID, trattato dalla collega nel post di ieri, un disturbo della schema corporeo che coinvolge anche l’identità della persona va indagato non soltanto guardando ad una possibile alterazione cerebrale. Peter Brugger per quanto concerne i pazienti affetti da BIID ha proposto uno schema che vede l’intersezione tra cervello società e mente. Indicando come vi sia una correlazione tra i correlati neuronali del corpo misurabili nel cervello e le norme culturali condivise sull’aspetto corporeo e la percezione dell’aspetto corporeo. Insomma non c’è secondo Brugger una spiegazione univoca e semplicistica del disturbo in questione, ma il tutto va ricercato in una commistione stretta tra gli aspetti prettamente neurologici, sociali e psicologici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

dott. Gennaro Rinaldi

Curiosità – Cos’è il Freezing?

Sapete che il nostro cervello può, in situazioni particolari, letteralmente bloccarsi, andare in stand by? Ad esempio quando accade qualcosa d’improvviso e decisamente imprevedibile e/o disturbante, (una cosa molto bella o di contro qualcosa di molto spiacevole e brutto), il nostro cervello attiva una sorta di sistema di stop che blocca pensieri e movimenti. Anche se solo temporaneamente (la tempistica dipende da ciò che è accaduto), restiamo bloccati.

Molte testimonianze, ad esempio, descrivono che questa cosa successe a diverse persone coinvolte nell’attentato del 2001 al Word Trade Center. Questa sensazione di “blocco” è nota con il nome di “freezing“. In realtà questo meccanismo fisiologico, è qualcosa che noi condividiamo con molti mammiferi, è un retaggio evolutivo molto antico insomma. Per noi esseri umani potrebbe addirittura risultare un meccanismo scomodo e forse inefficace, ma in realtà negli altri animali è un comportamento che può risultare molto efficace in caso di predazione (è un vero è proprio salva vita).

Photo by Pixabay on Pexels.com

Secondo uno studi dell’Università della California e dell’Università di Oxford, il centro cerebrale che controlla questo meccanismo di blocco, è formato da un gruppo di neuroni localizzati nei gangli della base (il nucleo subtalamico – una zona interna del cervello che rappresenta anche la parte più antica, a livello evoluzionistico, del cervello).

Quindi i ricercatori hanno osservato che, in soggetti sani confrontati con soggetti affetti da Parkinson, gli eventi imprevisti inducono un cambiamento dell’attività cerebrale che presenta le stesse caratteristiche di un blocco motorio. Inoltre è stata notato anche che un maggior numero di neuroni attivi nel nucleo subtalamico corrisponde ad una maggiore incapacità di ricordare cosa si stava facendo durante l’evento imprevisto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La memoria autobiografica

La memoria non è solo ciò che ricordiamo del passato ma è anche quell’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato, influenzano le risposte future attraverso quei meccanismi di apprendimento che consentono alla nostra mente di essere in continuo sviluppo per l’intera durata della nostra vita, anche con la continua ricostruzione autobiografica..

La memoria, quindi, è fondamentale per la ricostruzione autobiografica. Il passato lascia tracce indelebili, che sarà poi il presente a ricordare. L’oggetto del ricordo investe ed incorpora significati importanti per la persona a cui esso si riferisce. Ogni ricordo ha un tono affettivo, certamente non paragonabile agli altri.

Salvador Dalì – I cassetti della memoria

Il lavoro autobiografico, si prefigge di mettere ordine ai ricordi dividendo quest’ultimi in tre momenti: l’inizio, lo sviluppo e la conclusione.

L’apprendimento della memoria autobiografica è incidentale, ciò che si ricorda è frutto del lavoro casuale di una serie di fattori, che impongono infine la sopravvivenza di un determinato ricordo. Noi riscriviamo in continuazione le storie di vita personali, caricandole ogni volta di una sfaccettatura emotiva differente, che corrisponderà, necessariamente, al nostro giudizio personale successivo.

La funzione primaria del ricordo autobiografico sta nella definizione del sé e degli altri. La memoria ci insegna la vita prestandoci il suo apprendimento; memoria e oblio sono facce della stessa medaglia, aspetti opposti, che conferiscono senso alla vita. Il ricordo, che sia di un individuo o di un gruppo è la fonte delle origini, delle trasformazioni e delle differenze rispetto al passato; è inoltre indicatore dell’unicità e dell’irripetibilità dell’individuo. L’oblio vela il ricordo dell’infanzia e di un passato da non ricordare; dimenticare per poter sostituire un ricordo vecchio, con un apprendimento nuovo, che corregga errori e che si sostituisca a vecchi schemi. La memoria è essenziale all’apprendimento; è il meccanismo attraverso il quale le esperienze vengono incorporate dall’organismo così da potersi tradurre in modifiche adattive del comportamento.

“L’oblio è un antidoto necessario contro gli eccessi della memoria”

Jorge Luis Borges

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi