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Totem e Tabù

In una delle sue opere più emblematiche “Totem e Tabù”, Sigmund Freud, ci offre un’ analisi e un confronto molto interessante tra l’origine delle proibizioni (Tabù) nella civiltà umana e lo studio dell’origine delle Psicopatologie, in particolare le nevrosi.

Vi riporto alcuni estratti molto interessanti:

“La coincidenza prima e più evidente tra i divieti ossessivi (negli individui con nevrosi) e i tabù consiste nel fatto che questi divieti sono ugualmente immotivati e misteriosi per quanto riguarda la propria origine. Sono subentrati un qualche momento e ora, a causa di una paura irresistibile, debbono essere mantenuti. […] ogni trasgressione provocherebbe insopportabili sventure. ”

Sigmund Freud – Totem e Tabù

“La proibizione principale ed essenziale della nevrosi, come anche del tabù, è quella del contatto, da cui il nome: fobia del contatto. La proibizione si estende non solo al contatto diretto col corpo, ma abbraccia tutto l’ambito racchiuso nell’espressione figurata – entrare in contatto – . Tutto ciò che indirizza i pensieri verso il proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito nella stessa misura in cui è vietato il diretto contatto fisico. Questa medesima estensione compare anche nel Tabù.”

Sigmund Freud – Totem e Tabù
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Le ossessioni nei disturbi ossessivo compulsivi sono incredibilmente “dislocabili”. Tutto ciò che può essere interpretato come “potenzialmente pericoloso” sarà qualcosa di impossibile. “Alla fine l’impossibilità sequestra tutto quanto il mondo” (Freud). Le ossessioni, nei nevrotici, fanno in modo che questi si comportino come se le cose o le persone ritenute “impossibili”, fossero portatrici di un pericoloso contagio. Quindi, di conseguenza, chi avrà avuto un contatto con quel qualcosa di impossibile (che veniva considerato un tabù), allora diventerà a sua volta tabù e nessuno potrà entrare in contatto con lui.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Obsessum- Assediato: La nevrosi ossessiva.

Fonte Immagine “Google”.

“Dottorè io non ci sto capendo più niente… Se non conto almeno dieci volte fino a dieci so che succede qualcosa di brutto a mia madre, cioè.. Io lo so che non succede niente ma non ci riesco.. Non so perchè ma so che devo contare pure se è una cosa stupida..”

Luca, ventenne esile di corporatura; ragazzo dallo sguardo timido e basso racconta perso nelle sua fragili movenze della sua “smania” di contare “conto dieci, cento volte… fino a che non sono esausto e dormo.. ogni giorno sempre la stessa cosa.. devo contare altrimenti mamma sta male e la colpa è solo mia”.

Ossessivo deriva da Obsessum ovvero assediato. La terminologia rimanda proprio al pensiero costante, continuo che la persona ha: pensiero tenuto continuamente nella mente.

Il viaggio di stamattina prosegue alla scoperta della nevrosi ossessiva.

Buona lettura.

Il nostro viaggio sarà centrato su alcuni aspetti salienti della nevrosi ossessiva, saltando anche qui tutta la storia e le varie teorie psicoanalitiche in quanto strettamente connesse con l’evoluzione e la storia della psicoanalisi stessa, pertanto, dense di ramificazioni.

L’attenzione che l’ossessivo rivolge all’ambiente circostante è intensa e lucida, mentre molti altri aspetti della realtà vengono facilmente trascurati. Ne deriva che la persona presti attenzione a ciò che aderisce ad un suo “sistema generale” per ignorare e trascurare le novità e le sorprese. La persona è continuamente preda del dubbio e dell’incertezza ma dall’altro lato fervido sostenitore di dogmi; si mostra determinato a essere persuasivo ed esauriente nei suoi ragionamenti al punto tale da risultare confusivo e “pesante” quando si relaziona con gli altri.

L’ossessivo tende quasi del tutto ad evitare le situazioni che richiedono coinvolgimento emotivo in quanto considerate come debolezza; tali situazioni vengono inoltre viste come qualcosa di profondamente umiliante. Per questa persona è quasi del tutto impossibile vivere con piacere il momento presente. Il desiderio di controllare la propria pulsionalità lo fa vivere in un continuo stato di tensione volitiva ovvero in continuo conflitto tra il desiderio di controllo della sua pulsionalità ed emotività; è inoltre presente in lui il conflitto tra il sentirsi piccolo mai cresciuto (pertanto inferiore agli altri) e la concezione megalomanica (sono dotato di capacità superiori).

E’ molto forte il senso del dovere: Devo.

Tale senso del dovere non lo fa sentire una persona libera e quando di converso potrebbe sentirsi libero, trovandosi a disagio diventa preda del dubbio.

I tratti distintivi del disturbo sono : ordine, ostinazione e parsimonia. L’ossessivo ha un forte rimando alla cattiveria, al sadismo e al far del male. La persona si difende da un esordio psicotico ovvero dalla paura di “diventare ingestibile a se stesso”, motivo per cui le ossessioni riferiscono sempre a questo ambito (ad esempio paura di entrare in chiesa e bestemmiare), in sostanza si ha paura di perdere le staffe come da metafora freudiana (Cavallo è l’ES che core libero e il cavaliere l’IO che deve indirizzare il cavallo).

L’ossessivo è molto frequente nella nostra epoca; in tal senso riferisco all’organizzazione caratteriale senza sintomi, ovvero non così intensa da sfociare nella patologia.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo come sintomi abbiamo: ossessioni, ossessioni legate ad igiene, pulizia e ordine, compulsioni (rituali) gesti, comportamenti ritualistici che devono essere messi in atto (nel caso di Luca ad esempio era contare).

Il rituale ha una finalità: come apprendo a controllare le feci (il punto di fissazione qui è la fase anale), così apprendo a controllare gli affetti (l’attività psichica si appoggia ad una corporea).

L’ossessivo sa che il suo pensiero non è reale, che è falso e che potrebbe non fare quella cosa (lavare le mani di continuo, contare fino a cento, camminare solo sulle mattonelle senza righe), ma deve farlo.

Grazie per la lettura.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Pronto.. Dottoressa..”

Fonte Immagine “Google”.

La telefonata della Signora Concetta arriva durante una conversazione che si stava tenendo tra colleghi.

In un momento di relax, prendo la cornetta del telefono e avverto un silenzio seguito da un profondo sospiro :

“Ponto.. sono la signora … La contatto su invio della scuola … per mia figlia Maria..”

Accolgo la telefonata per poi girare le informazioni alla collega psicoterapeuta.

La signora Concetta arriva presso il consultorio dell’Asl in seguito all’invio da parte della scuola frequentata da sua figlia Maria. Secondo le insegnanti Maria è perennemente assente in classe, sempre distratta e assorta in chissà quali pensieri, mostra gravi lacune scolastiche. Maria è una nuova alunna; ha infatti chiesto il trasferimento dalla scuola precedente e si è inserita in una seconda liceo (in una classe già formata), cambiando anche l’indirizzo scolastico..

Maria giunge in studio accompagnata da entrambi i genitori. Il padre ingegnere si presenta curato e molto giovanile nel suo abbigliamento (si presenta vestito in tuta e scarpette da ginnastica), la madre casalinga appare come una donna molto semplice e emotiva.

Maria è una ragazzina molto curata (spicca lo smalto rosso sulle lunghe unghie) ma piuttosto “piccola”. Nonostante i -quasi- 16 anni è bassina, magrolina e con una postura rigida e chiusa. Appare spaesata, timida, introversa e sembra non comprendere quello che le viene chiesto. Mostra difficoltà a comprendere la più banale delle domande come “che giorno è oggi?”; sembra non conoscere la differenza di alcune parti anatomiche del corpo; mostra lentezza e ritardo nella lettura; si mostra come un corpo vuoto, senza peso specifico seduto su una sedia.

Maria ti guarda in maniera triste; sembra attraversarti con uno sguardo che chiede.. Gli occhi castani di Maria sembrano dirti “no so cosa ci faccio qui”.

La ragazzina sembra una stanza vuota; pareti vergini su cui provi ad appendere quadri che creano crepe non appena il chiodo sfiora l’intonaco. L’intonaco esterno di Maria è coriaceo ma al contempo, fragile tanto da emettere una nuvola di polvere al cui soffio, nulla resta.

Il lavoro clinico con bambini o ragazzini che presentano gravi problematiche, si presenta piuttosto difficile. Si tratta di un lavoro che mette a dura prova la capacità di tenuta del clinico stesso; in queste situazioni è molto difficile saper tollerare la frustrazione e la confusione generate dalla possibilità che questi bambini o ragazzini ti tirino giù verso un vortice buio da cui è difficile uscire.

La difficoltà di muoversi tra il desiderio di aiuto e di contenimento e l’impossibilità di arrivare al dolore celato, è forte.

Anne Alvarez (1992) afferma come talvolta si può sentire il bambino come terribilmente lontano tanto da avere la sensazione di dover attraversare distanze enormi. Soprattutto nei casi più gravi (ad esempio gravi nevrosi fino ad arrivare a quadri autistici o borderline), è importante saper usare una funzione di richiamo che sappia destare curiosità e interesse.

E’ inoltre importante sapersi presentare come un momento in cui si offre al piccolo paziente un contenimento tale da saper dare forma, contenuto e soprattutto parola ai pensieri.

Il lavoro con bambini e ragazzini (fino all’adolescenza) è bello ma intenso e difficile. Ci si muove continuamente lungo un continuum che va dal desiderio di dare protezione fino all’odio per un ambiente che non ha saputo accogliere (ma talvolta) ha solo saputo agevolare il disagio.

Anche il clinico vive la difficoltà di dover mettere da parte preconcetti personali per saper tendere una mano che tuttavia non necessariamente riceverà, dall’altro capo, risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.