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Comunicare e meta-comunicare.

“Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione”

Paul Watzlawick

Questo è il secondo assioma della comunicazione di Paul Watzlawick (“Pragmatica della comunicazione umana“).

Il primo assioma postulato da Watzlawick recità così: “Non si può non comunicare” (ne parlai, tra gli altri, in questo post un po’ di tempo fa Comunico ergo sum | ilpensierononlineare).

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Cosa voleva dire Watlawick con il secondo assioma? In effetti questo enunciato sintetizza in maniera estremamente efficace due caratteristiche essenziali della comunicazione umana. In ogni comunicazione esiste un aspetto che riguarda il contenuto (la notizia contenuta nel messaggio espresso) e un aspetto di “comando” che riguarda essenzialmente il tipo di messaggio che viene espresso (definisce la relazione tra i comunicanti, una “cornice relazionale”).

Watzlawick sostiene che in genere le relazioni sono definite consapevolmente, per quello che sono, solo raramente. Sembra infatti che una relazione più è spontanea e “sana” tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione tende a stare sullo sfondo. Nelle “relazione malate” invece l’aspetto “relazionale” prende il sopravvento, perché c’è una continua lotta, tra i comunicanti, per definirlo, ma l’aspetto di “contenuto” passerà in secondo piano e diventerà sempre meno importante.

In tutte le comunicazioni c’è quindi un rapporto molto stretto tra l’aspetto di contenuto (notizia) e quello di relazione (comando). “Il primo (contenuto) trasmette i dati della comunicazione, il secondo il modo in cui si deve assumere tale comunicazione (ad es: Questo è un ordine! – Sto solo scherzando, tranquillo.. questi sono esempi verbali di comunicazione sulla comunicazione) . Le informazioni sulla natura della relazione definiscono e caratterizzano il contenuto del messaggio, sono quindi di un tipo logico più elevato: sono quindi Meta-informazione (Meta-comunicazione – sono informazioni sull’informazione).

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Anche il contesto fisico, in cui ha luogo la comunicazione, può definire il livello di “relazione”; sarà diversa una conversazione fatta con degli amici al bar, da quella fatta in famiglia oppure a lavoro. Ovviamente una comunicazione in cui c’è confusione tra il livello di contenuto e di relazione ci possono essere dei problemi e confusione.

Watzlawick infine sottolinea il fatto che la capacità di Metacomunicare nella maniera giusta è la conditio sine qua non della comunicazione efficace ed è strettamente collegata con la capacità della persona di aver consapevolezza di sé e degli altri.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il tutto del niente.

Immagine Personale : “Parole che si susseguono come onde – trasportate – dalla marea dei pensieri”.

“Che hai?”…. “Niente!”… “Cosa è successo, oggi?”… “Niente!”… “Cosa stai provando, ora?”.. “Niente!”

Niente piccola parola che utilizzata come pronome e sostantivo indica “nessuna cosa”; ha lo stesso significato di nulla.

Spesso utilizzato in maniera sbrigativa quando stanchi di dare risposte, spiegazioni e attenzione a chi o cosa non vogliamo, liquidiamo il tutto con un bel “niente”. A ben vedere niente è la parola vuota maggiormente piena che possiamo utilizzare.

Lo psicanalista Jacques Lacan – partendo da Freud- propose la dicotomia parola piena/parola vuota. La parola piena è quella che ha il potere di risolvere le formazioni dell’inconscio, di converso la parola vuota è quella svuotata di questo potere. Secondo Lacan la parola piena consta di 3 caratteristiche (contrapposte ad altrettante 3 caratteristiche che appartengono alla parola vuota).

La parola piena è la parola dell’anamnesi, quella cioè capace di ritornare sulla storia del soggetto; la parola vuota è quella invece che si fissa sull’hic et nunc (qui ed ora) è quindi una parola che fermandosi sull’attuale prescinde dalla storia del soggetto.

La parola è piena quando è intersoggettiva ovvero quando è messa in “relazione” tra due soggetti; la parola è vuota quando è intrasoggettiva ovvero è una parola del monologo interiore, quella che usiamo per parlare con noi stessi.

La parola piena è quella dell’interpretazione; la parola vuota è quella dell’analisi delle resistenze.

In un certo senso quando abbiamo la sensazione di concludere una conversazione con un “niente”, di fatto.. la stiamo aprendo. In maniera inconscia o meno stiamo lanciando un segnale di profondo tutto; stiamo dicendo all’altro e a noi stessi che (ci sarebbe) così tanto da dire, da non riuscir a manipolare il quantitativo di informazioni, di concetti, di sensazioni/sentimenti che piuttosto che andare nel profondo ad indagare questo tutto, preferiamo abbandonarci al “niente”.

Molte delle conversazioni o degli scambi tra persone sono interrotti non per “non comunicabilità” (a tal proposito è interessante l’articolo del mio collega, in merito alla comunicazione), sappiamo infatti che non si può non comunicare.

Comunicandoti il mio niente, ti ho comunicato il mio tutto. Quanto siamo disposti ad andare oltre l’apparenza del nulla per scoprire la pienezza del niente?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.