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Ansia e procastinazione.

Oggi vorrei parlarvi di una cosa molto comune in particolare tra gli studenti universitari, ma non solo: l’ansia da valutazione. Questa “tipologia” di ansia, può incidere così tanto su uno studente, da arrivare a “costringerlo” a rinviare un’infinità di volte un esame.

Il ritardo con cui si decide di affrontare la prova, dipende da numerosi fattori tra i quali il grado di pericolosità percepita e la tendenza, che tante persone hanno, a rimandare scelte e decisioni: la procastinazione.

Da alcuni studi effettuati all’Università di La Verne, in California, si è potuto dedurre che la severità della valutazione interagisce con la tendenza individuale alla procastinazione in maniera complessa. Ciò vuol dire che gli studenti che hanno una maggiore predisposizione alla procastinazione tenderanno ad essere più condizionati da una “probabile” valutazione severa del loro compito o del loro esame. Gli stessi studenti, invece, alle prese con un compito e una situazione poco minacciosa e severa, saranno addirittura più veloci degli altri studenti.

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La procastinazione potrebbe essere ridotta, provando a controllare e gestire l’ansia da valutazione sui temperamenti individuali. Infatti, i grandi procastinatori, hanno in genere alti livelli di perfezionismo e insicurezza circa le proprie prestazioni; risentono – inoltre- moltissimo del giudizio altrui e delle valutazioni severe.

In genere un supporto psicologico mirato può dare ottimi risultati e quindi aiutare i grandi procastinatori a gestire meglio l’ansia, comprendere la fonte delle proprie incertezze e insicurezze, e trovare nuove strategie di adattamento agli esami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Personalità Evitante

Fabio aspettava il suo turno già da circa mezz’ora, lo scopro perché mi invia un messaggio whatsapp 30 minuti prima del suo appuntamento, chiedendomi se fosse possibile iniziare già la consulenza. Nonostante questa richiesta, entrerà in studio all’orario prestabilito. Mi saluta, nascosto dietro le sue due mascherine sovrapposte,, accenna ad un sorriso con gli occhi, ma è decisamente impaziente di iniziare.

Fabio è un ragazzo di circa 20 anni, altezza nella media, molto sobrio nel vestiario. Maglioncino sopra una camicia bianca, pantalone grigio, scarponcini sportivi invernali. Il primo impatto è di un ragazzo alla mano, molto socievole ed educato.

Racconta di aver voluto iniziare questo percorso prima, ma aveva sempre pensato di non aver bisogno di nessun aiuto, del resto, lascia intendere che i genitori non sappiano nulla di questo nostro primo incontro, perché non molto d’accordo con l’idea di un aiuto professionale psicoterapeutico.

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Fabio: “Dottore credo di avere qualche problema, non riesco però a capire molto bene cosa sia e non so se riuscirò a spiegarmi. Premetto che studio all’università, frequento il secondo anno di economia, mi trovo molto bene, la materia mi piace e sono in regola con gli esami. Il fatto è che a causa della chiusura dell’università ho dovuto affrontare queste ultime sessioni in video. Lei potrebbe pensare sia stato un problema. Per me no. Seguire i corsi e fare gli esami da casa mi ha semplificato la vita. Riesco a rendere di più.”

Io: ” Mmh.. quindi è stato un vantaggio..”

Fabio: ” Si, è proprio questo il problema..! è strano ma io andando all’università pensavo di riuscire finalmente a farmi delle amicizie, a conoscere delle ragazze, a parlare con i professori, a prendere il treno da solo per seguire i corsi e restare a studiare all’università. Praticamente questa situazione della pandemia, ha fatto succedere quello che io volevo fare, ma non quello che desideravo.. è complicato “

Io: ” Fabio, mi faccia capire bene, lei desiderava frequentare i corsi, parlare e conoscere persone nuove, ma dentro di sé voleva evitarlo per qualche motivo..”

Fabio: ” Si, è così. Praticamente ero terrorizzato dall’università e tutta quella gente, ma volevo continuare gli studi, volevo laurearmi e volevo finalmente essere come gli altri ragazzi. La verità è che io ho sempre preferito stare da solo. Vedo gli altri ragazzi della mia età, parlano e fanno cose, stanno con le ragazze, sanno parlare, si sanno vestire, vanno in palestra, giocano a calcetto, fumano. Io non ci riesco e quando ci ho provato, mi hanno preso in giro, a volte mi hanno minacciato e picchiato.”

Io: ” Adesso hai degli amici?”

Fabio: ” Si, ma sono, diciamo amici virtuali, li ho conosciuti sulla play un paio d’anni fa e spesso parliamo.”

Il paziente evitante desidera delle strette relazioni interpersonali ma ne è anche spaventato. Questi individui evitano i rapporti e le occasioni sociali perché temono l’umiliazione connessa al fallimento e il dolore connesso al rifiuto. Il loro desiderio di relazioni può non essere immediatamente evidente a causa del loro modo di presentarsi timido e schivo. La timidezza o l’evitamento difendono dall’imbarazzo, dall’umiliazione, dal rifiuto e dal fallimento. In generale, ciò che questi pazienti temono è ogni situazione in cui si trovano costretti a rivelare aspetti di sé che li rendono vulnerabili. Provano vergogna perché si valutano in qualche modo inadeguati e le situazioni sociali devono essere evitate proprio perché metterebbero in luce la loro inadeguatezza. Così i pazienti evitanti si nascondono da questo senso di vergogna.

La diagnosi di disturbo evitante di personalità viene raramente posta come diagnosi principale o esclusiva.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Una chiave per l’adolescenza… una chiave di lettura

Vorrei legarmi alla tematica esposta nel precedente articolo, cavalcare l’ “onda della metafora” e magari scendere un po’ più in profondità e provare a perlustrare, per quanto sia possibile, il mondo “oscuro” e inesplorato dei giovani adolescenti. La “chiave” della porta di ingresso potremmo trovarla nella forma di alcune paure che condizionano la vita dei ragazzi di oggi. Pertanto oltre alla paura del cambiamento che sta avvenendo dentro e fuori di sé, essi sembra siano spaventati dalla solitudine e il restare soli in un mondo iperconnesso spaventa molto.
– Se resto solo in un mondo in cui sembra così semplice comunicare e dove l’essere più o meno popolari ha il suo peso nelle relazioni con i coetanei, allora non sarò in grado di contare agli occhi degli altri –
In un mondo in cui le relazioni reali sembrano passare inevitabilmente dalle relazioni virtuali e viceversa, la paura di non essere all’altezza degli altri e dello sguardo e del giudizio dei coetanei sembra essere il muro che limita e confonde i ragazzi. Se poi consideriamo il fatto che il fallimento pare non essere più contemplato come possibile esito delle gesta degli adolescenti , allora tutto diventa più complicato…

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Per un adolescente, la “chiave” è da ricercare velocemente per aprire la porta giusta delle numerose “serrature relazionali” che lo circondano, e che possono spalancare al rischio dell’esposizione e quindi della vergogna, del farsi vedere dagli altri “nudi”, non abbastanza preparati, deboli, esposti agli attacchi di chi è già al di la di quella porta.
La soluzione migliore allora quale può essere…? “piuttosto che rischiare di entrare e affrontare la possibilità di mettermi in ridicolo preferisco rimanere fuori, al sicuro e rinunciare”.
Ma fortunatamente questa non può essere la soluzione migliore, la chiave giusta esiste e a volte è sufficiente provare a cercarla e liberarsi da quella prigione.
Propongo l’ascolto del singolo di CaparezzaUna Chiave” per un ulteriore riflessione sull’argomento dedicando a tutti i ragazzi adolescenti e non, le parole del ritornello:

“…No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave
No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave…”

Una chiave – Caparezza

Dott. Gennaro Rinaldi