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Curiosità – Cos’è il Freezing?

Sapete che il nostro cervello può, in situazioni particolari, letteralmente bloccarsi, andare in stand by? Ad esempio quando accade qualcosa d’improvviso e decisamente imprevedibile e/o disturbante, (una cosa molto bella o di contro qualcosa di molto spiacevole e brutto), il nostro cervello attiva una sorta di sistema di stop che blocca pensieri e movimenti. Anche se solo temporaneamente (la tempistica dipende da ciò che è accaduto), restiamo bloccati.

Molte testimonianze, ad esempio, descrivono che questa cosa successe a diverse persone coinvolte nell’attentato del 2001 al Word Trade Center. Questa sensazione di “blocco” è nota con il nome di “freezing“. In realtà questo meccanismo fisiologico, è qualcosa che noi condividiamo con molti mammiferi, è un retaggio evolutivo molto antico insomma. Per noi esseri umani potrebbe addirittura risultare un meccanismo scomodo e forse inefficace, ma in realtà negli altri animali è un comportamento che può risultare molto efficace in caso di predazione (è un vero è proprio salva vita).

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Secondo uno studi dell’Università della California e dell’Università di Oxford, il centro cerebrale che controlla questo meccanismo di blocco, è formato da un gruppo di neuroni localizzati nei gangli della base (il nucleo subtalamico – una zona interna del cervello che rappresenta anche la parte più antica, a livello evoluzionistico, del cervello).

Quindi i ricercatori hanno osservato che, in soggetti sani confrontati con soggetti affetti da Parkinson, gli eventi imprevisti inducono un cambiamento dell’attività cerebrale che presenta le stesse caratteristiche di un blocco motorio. Inoltre è stata notato anche che un maggior numero di neuroni attivi nel nucleo subtalamico corrisponde ad una maggiore incapacità di ricordare cosa si stava facendo durante l’evento imprevisto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Suono come: Patetica.

Mi sento strana.. Ho un peso al centro dello stomaco, un pugno poi di colpo un buco.. Un vuoto.. Non so bene come dire..

Tira tutto.. ventre, pancia, stomaco e schiena..

Sudo

Tic.. tac.. tic.. tac..

Questo orologio è sempre stato così fottutamente rumoroso? Ho i brividi ma non fa freddo, non capisco. Mi sento nervosa, la fronte è bagnata e qualcosa mi sta esplodendo dentro. Tic..tac.. bum..bum.. Il cuore sta impazzendo va da solo eppure nonostante sia così rumoroso ho la sensazione che non stia battendo.. è come se dentro fossi vuota.

Tac..tic.. tic.. tac..

Le lancette sembrano girare in maniera vorticosa, giro anche io.. sto provando a prendere aria ma se provo a tirare con i miei polmoni questi non rispondono.. Sento che non si gonfiano.. so che è una cosa impossibile ma non si gonfiano!

La stanza gira con me.. sento ogni singola goccia del mio sudore gelido solcarmi il viso: parte della fronte gira intorno al mio occhio – sembra quasi prendersi gioco di me- mentre accarezza dolcemente il mio viso sempre più pallido.

Il sudore freddo a tratti brucia, sento la fiamma di ogni singolo fallimento lasciare traccia sul mio evanescente corpo. Mi sento uno scafandro senza peso specifico sto solo abitando un corpo che si prende gioco di me: il mio misero contenitore mi fissa dalla sedia e mi deride.

“Quanto sei patetica!”.. Dice – sghignazzando- in maniera sadica e compiaciuta. Il mio corpo ha pena di me, mi sta tradendo.. mi abbandona lentamente.. e io ho freddo.

Il letto di costrizione dell’ospedale mi tiene immobile, hanno paura che possa farmi del male.. ma: come posso far del male a un corpo vuoto e freddo.. a un corpo che mi ospita soltanto.. proprio lui che da lontano mi deride e mi dice

“Patetica!”

Sono le 5 ormai non so di quale giorno.. non so di quale mese nè di che anno.

Non so da quanto e da quando sono legata qui nel letto di questo ospedale. La bava ai lati della mia bocca ormai è secca; gli occhi bruciano non riesco ad aprirli, le labbra hanno crepe come le rare pietre ai lati delle dune del deserto e lui è ancora lì..

Il corpo che non abito mi guarda ancora e ride..

Ride di questa patetica donna legata allo spettro di se stessa.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Panico

– S. entra nella studio per la seconda volta.

La prima volta è stata accompagnata dalla madre. Si sedettero speculari dinnanzi a me, a distanza di sicurezza causa Covid. Lei era per lo più assente, guardava il cellulare, mentre la madre provava a farmi capire, superando la barriera della mascherina che le copriva il volto con un tono più alto di voce, cosa l’avesse portata in quella stanza. Pare che S. da qualche tempo soffrisse d’ansia e probabilmente avesse avuto due tre episodi d’attacchi di panico. S. è una ragazza di 17 anni, alta, alla moda, capelli lunghi, curata, sportiva. In apparenza sicura di se, atteggiamento provocatorio e strafottente. Perché era lì?

Il primo incontro fu per lo più transitorio. S. al secondo incontro era sola. Aveva nella mano destra la sua arma tecnologica (il cellulare). Le chiedo: ” io non c’ho capito niente la volta scorsa, vorrei mi raccontassi cosa ti ha portato a chiedere il mio aiuto”. Lei resta in silenzio per alcuni secondi. Gli occhi nascosti a metà dall’ombra della mascherina, diventano lucidi, con voce rotta dall’emozione mi dice: ” Ho paura. Di notte ho paura di addormentarmi. Una notte stavo soffocando, non riuscivo a respirare, sudavo e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Poi mi capita spesso che per strada, se torno di sera a casa, mi batte forte il cuore, ho paura mi possa accadere qualcosa, ho sempre questa sensazione di soffocare, mi sento una pazza!”. S. non riesce a trattenere le lacrime.. –

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Gli attacchi di panico si presentano come episodi isolati di ansia somatica e ansia psichica associata ad un estremo senso di paura e attivazioni fisiologiche. Un attacco di panico generalmente ha una durata di pochi minuti e può presentarsi con diversi sintomi come: palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, sensazioni di soffocamento, dolori e fastidi al petto, dolori addominali, nausea, sensazioni di vertigine, sensazioni di svenimento, brividi, vampate di calore, derealizzazione (sensazioni di perdita della realtà), depersonalizzazione (sentirsi come distaccati da se stessi), Paura di perdere il controllo e di impazzire, paura di morire.

Un attacco di panico è improvviso e pare non essere gestibile per chi lo vive. In genere quando una persona si trova in questa condizione deve interrompere l’attività che stava facendo, può avere la necessità di scappare all’aperto (se si trova in un luogo chiuso), può avere la necessità di tornare a casa (ovunque si trovi), può stendersi a terra. In tutti i casi e in tutte le reazioni, la necessità è quella di far scemare la sensazione di panico. In genere questi sintomi e l’escalation che porta al panico è attivata dalle reazioni psicologiche agli eventi. La frequenza degli attacchi di panico può essere, nei casi più gravi, anche di diverse volte al giorno. Nei casi meno gravi può capitare anche una – due volte a settimana, ma la sensazione e il vissuto personale di chi l’ha avuto è angosciante.

L’urlo

Capita spesso di soffrire di attacchi di panico durante la notte, mentre dormiamo. Questa possibile evoluzione del disturbo, può ovviamente avere conseguenze serie sul sonno (insonnia) e sul riposo della persona. Questa condizione può portare a tutta una serie di complicazioni indotte dalla privazione di sonno.

Spesso le preoccupazioni che agevolano lo svilupparsi degli attacchi di panico sono legate a timori per il proprio stato di salute (presenza di una malattia grave non diagnosticata), preoccupazioni sociali legate all’imbarazzo e alla paura di essere valutati e giudicati, preoccupazioni legati alla paura di poter letteralmente impazzire da un momento all’altro e magari poter farsi del male o far del male a qualche familiare. Tutte queste preoccupazioni portano ad una risposta difensiva di evitamento. La persona che soffre di attacchi di panico eviterà di mettersi in situazioni che possano esporlo al rischio di avere un attacco improvviso.

Il disturbo di panico genera nelle persone che lo vivono un vissuto angosciante reale, anche se in apparenza pare essere qualcosa di assurdo ed “esagerato”. Non bisogna sottovalutarlo. Non dobbiamo squalificare e sottostimare l’intensità dei sintomi e le loro conseguenze sulle persone. Se si interviene in tempo, con l’aiuto di un buon supporto psicologico e una psicoterapia, che aiuteranno a scovare e risolvere i contenuti psicologici problematici sottostanti all’attacco di panico, i sintomi possono regredire e si può guarire.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sul senso di solitudine.

Fonte Immagine Google.

“Chi nun cunusce ‘o scuro nun po’ capì a luce

nisciuno sape a n’ato ognuno è sulo”

Mane e mane, Enzo Avitabile.

Nel piccolo viaggio che stiamo percorrendo insieme tra le strade della psicologia e i suoi numerosi vicoli e vicoletti che, a loro volta aprono ad ulteriori percorsi, desidero soffermarmi un po’ sul senso di solitudine.

Per senso di solitudine – in questo caso- non riferiamo alla situazione oggettiva di chi si trova privo ad esempio, di compagnia; ma a quel senso di solitudine più profondo che è quello interiore.

“Mi sento solo, Dottorè.. anche tra dieci, cento, mille persone.. Anche in famiglia.. anche tra gli affetti più cari..”

Secondo Melanie Klein, questo stato di solitudine interna dipende dall’aspirazione che tutti nutrono per una condizione irraggiungibile che è la perfezione interiore.

Il senso di solitudine può, per l’essere umano, essere inteso come un sentimento doloroso che si associa a stati interni di isolamento o abbandono, oppure come spazio di introspezione e di espressione della propria soggettività.

Se per la Klein il senso di solitudine affonda radici nella nostalgia che si prova per aver perso l’originaria sintonia tra inconscio della madre e inconscio del bambino, sintonia che rende possibile una comprensione profonda anche in assenza di parole (da qui poi la teoria diventa piuttosto complessa confluendo nelle due posizioni denominate Posizione schizoparanoide e depressiva), per Winnicott invece, la questione è diversa.

Winnicott sostiene che il senso di solitudine derivi da un difetto nell’esperienza di essere stato solo in presenza di un altro significativo. L’autore pone maggiormente l’accento sul versante positivo di tale capacità, considerandola una tappa importante nello sviluppo emozionale; ciò che è rivelante è che tale capacità si regga su un paradosso: per Winnicott il bambino deve “imparare” ad essere solo in presenza della madre.

La solitudine spaventa e spaventa ancor di più il sapersi pensare soli; l’immaginare cosa “potrebbe essere se”.. l’abbandono, il restare senza un sostegno.. percepire il mondo come trasparente intorno a sè e di converso, la paura di sentirsi trasparenti.

Nel temere di sentirsi trasparenti ed evanescenti, finiamo per cedere ed essere fagocitati dal buio..

“Intorno a me non c’era più niente, Dottorè.. Solo buio che mi tirava giù”.

Le parole con cui ho iniziato il tempo che oggi, stiamo trascorrendo insieme, a mio avviso ben riassumono quel che penso.

Il buio spaventa.. azzera i colori, la percezione.. altera lo spazio.. Al buio si perdono i punti di riferimento.. i confini della stanza o del posto dove siamo.. La testa gira.. strizziamo gli occhi cercando di accomodarli alla (non) luce.. Ma dal nulla nascono le cose.. dall’incertezza, dall’errore, dallo spaesamento.. lì germoglia il coraggio,

Chi non conosce il buio non può capire la luce.

Enzo Avitabile, un cantante che a mio avviso si presenta come suono puro che cammina.. per stasera può tenerci compagnia https://www.youtube.com/watch?v=pBCX2edxEPo

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Paura e panico.

Oggi voglio parlarvi della paura e del suo esito più estremo il panico (approfondirò poi in un prossimo articolo il disturbo da attacchi di panico). Potremmo considerare il panico come quella sensazione di paura incontrollabile che può prenderci alla sprovvista e che ci rende impotenti. Spesso questa sensazione può avere delle connessioni con fattori oggettivi esterni, ma tante volte può alimentarsi con fattori interni all’individuo. La paura può infatti essere condizionata anche dall’interpretazione falsata di segnali esterni. La persona che la prova, per esempio, percepisce come pericolosi segnali che per altre persone risultano innocui e decisamente affrontabili.

Una crisi di panico può verificarsi sia in situazioni oggettivamente critiche e pericolose (incidenti, disastri, incendi…) sia in situazioni legate a luoghi della quotidianità (in supermercato, in ascensore, al cinema, in auto, per strada..), “l’elemento comune è che la persona perde il dominio di sé, dei propri atti e pensieri e cade sotto il dominio delle percezioni trasmessele dal contesto: spazio, rumori, luci, ombre. Si tratta […] di un disturbo che nei casi più gravi porta le persone che ne sono afflitte a non uscire di casa e/o ad avere sempre bisogno di una presenza rassicurante accanto a sé.” (Anna Oliverio Ferraris)

In alcuni studi e ricerche i ricercatori hanno potuto osservare che per far si che una situazione di ansia o paura si tramuti in panico in genere la persona si deve sentire anche psicologicamente isolata, senza riferimenti e magari in presenza di altre persone molto spaventate, impotenti e incapaci di dare sostegno o aiuto.

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Quindi ciò che può predisporre una persona al panico, è un sentimento e un vissuto personale di impotenza e solitudine, oltre alle situazioni oggettive che si possono vivere in prima persona e che possono fungere da innesco al panico. Il fatto di sentirsi soli, senza una via di scampo e senza il possibile sostegno o il conforto di qualcuno, provoca una sensazione di smarrimento che quindi porta ad uno degli esiti più estremi della paura.

Questa emozione così forte e così dissestante ha una funzione originaria totalmente diversa. Essa preparava e organizzava la risposta personale e adattiva attraverso l’istinto di sopravvivenza, ad un evento reputato come potenzialmente pericoloso. La risposta poteva essere di difesa, attacco o fuga.

La paura è una emozione primaria importantissima e funzionale alla propria sopravvivenza e alla sopravvivenza degli altri, perché è facilmente riconoscibile dagli altri(se mi spavento per qualcosa allerterò gli altri, che se potenzialmente in pericolo potrebbero salvarsi). La paura si può quindi considerare come una emozione positiva (anche se è sempre vista nella sua accezione negativa).

Chi non ha paura?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La pandemia silente.

In queste settimane stanno arrivando alla spicciolata i primi dati relativi ai “danni” psicologici legati alla pandemia da Covid-19 e sono abbastanza preoccupanti. Personalmente, nel mio lavoro quotidiano con i pazienti che ricevo nel mio studio e prima ancora con gli immigrati che seguivo nei centri d’accoglienza, avevo notato un certo incremento di alcuni sintomi legati all’ansia e allo stress più in generale, ma in alcuni casi, ci sono stai dei peggioramenti abbastanza evidenti nell’umore delle persone (sintomi legati alla depressione), fobie e attacchi di panico, perdita di riferimenti chiari per il futuro, apatia e rabbia. In diversi casi ci sono state anche delle evidenti regressioni e ricomparsa di sintomi che erano perlopiù stati superati in terapia.

Insomma nel mio piccolo ho notato in queste settimane soprattutto a partire da settembre una situazione decisamente preoccupante e ancor più preoccupante pare essere il velato disinteresse (mascherato da interesse estemporaneo e mirato) dell’informazione e delle amministrazioni predisposte ad attivare degli interventi.

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L’emergenza sanitaria, che ormai dura da quasi dieci mesi e probabilmente proseguirà per un bel po’. Ha come caratteristiche principali quelle della indeterminatezza nel tempo, della insicurezza legata all’imprevedibilità dell’evoluzione pandemica e la lotta contro un nemico invisibile. Questi elementi, insieme alle misure stringenti del governo per contenere il contagio, locali e nazionali, hanno un forte impatto psicologico sulle persone, che vivono personalmente, a livello familiare e collettivamente cambiamenti drastici ed evoluzioni spesso peggiorative delle loro condizioni di vita. Molti devono affrontare perdita del lavoro, riduzione delle ore lavorative o allontanamento forzato dal lavoro (alcuni affrontano le inadempienze del governo, con grandi ritardi negli aiuti economici); altri devono affrontare la stessa malattia con la paura, le insicurezze e la solitudine di lunghe quarantene; altri devono affrontare il dolore dei lutti. Insomma questo stato di emergenza ha costretto tante persone a sacrifici continuativi e a “rotture” improvvise. Da alcuni dati mostrati dalla Fondazione Soleterre nell’ambito del Fondo Nazionale per il Supporto Psicologico Covid-19, delle persone da loro seguite (91) il 31% manifesta disturbi da stress post traumatico in forma grave e il 2% molto grave. Tra i sintomi più comuni c’è la depressione (nel 23% moderata e il nel 40% grave); l’ ansia ( nel 37% moderata e nel 32% grave); la rabbia (nel 25% moderata e nel 23% grave); disturbi del sonno (nel 17% moderata e nel 22% grave) e uso di sostanze (nel 37% grave). In alcuni casi si sono registrati anche episodi di violenza domestica.

In un articolo recente su fanpage è riportato un dato denunciato da Spi Cgil Lombardia che ha messo in atto uno studio sul tema, ma legato alle conseguenze psicologiche sugli anziani; il 30% degli anziani ha subito un peggioramento della propria situazione psicologica rispetto al periodo precedente al primo lockdown di marzo (questi dati sono venuti fuori da un lavoro congiunto effettuato con l’Istituto Mario Negri in Lombardia).

“L’ultima rilevazione sullo stress degli italiani, del 2 novembre, ci da un indice di 62 su 100, lo stesso livello di marzo. Il 41% delle persone evidenzia un livello di stress tra 80 e 100 su 100 (Centro Studi CNOP, Ist. Piepoli 02.11.20).”

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Concludo dicendo che bisogna smetterla di considerare il “dolore psicologico” come un “danno” relativo e di minore importanza. Un qualcosa che esiste, ma che è meglio non considerare. Ciò significa squalificare e svalutare un disagio che non riveste solo il singolo, ma che riguarda tante persone. Non è mai troppo tardi per comprendere e rimediare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

IL TEMPO DELL’INCERTEZZA

Il tempo è il protagonista nel bene o nel male della nostra esistenza, ma come facciamo a riferirci ad esso come a qualcosa di reale?

L’unica cosa ad essere reale è la nostra idea di tempo, perché il tempo non è altro che una concettualizzazione mentale di un qualcosa di astratto. È l’idea sostantivata che designa l’alternarsi regolare del giorno e della notte dovuto alla rotazione della terra sul proprio asse; un modo per definire quel fenomeno dell’invecchiamento che è di tutta la materia vivente e non; è un tentativo patetico dell’uomo di dare un senso e una regola a tutto ciò che pensa di conoscere.

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In virtù di tale definizione, mi sembra abbastanza evidente che la nostra paura di qualcosa di intangibile di cui conosciamo nulla o che ci illudiamo di conoscere almeno in parte e in qualche modo di controllare, è lecita. Anche e in particolar modo quando la nostra capacità e libertà di scelta nel presente ci viene preclusa da vincoli che possono essere di natura soggettiva o ambientale. In tal modo la nostra già sbiadita immagine del nostro presunto futuro svanisce, allora tutte le nostre convinzioni scandite da obbiettivi e previsioni cadono inesorabilmente, quindi abbiamo paura.

Questa paura deriva dal fatto che la stessa natura umana è portata a vivere disseminando per strada continui appoggi che si basano sulla nostra capacità predittiva, che a sua volta deriva dalla nostra esperienza; venuti a mancare tali appoggi che derivano quindi da una mancata attività esperienziale in quel campo, senza rendercene conto cadiamo nel baratro delle incertezze e quindi nel terrore verso l’avvenire.

L’uomo ha bisogno di certezze perché spesso senza di esse sopraggiunge l’ansia che prelude all’incertezza e allo sconosciuto. Se queste certezze non si possono avere spesso ci rivolgiamo alla fede o in qualunque cosa possa dare un senso al non senso.

Passato, presente e futuro nel bene e nel male sono persistenti nella nostra vita, sono caratterizzanti e significativi rispetto al nostro vissuto con il susseguirsi di problemi, opportunità e soluzioni.

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Ad esempio, un problema che caratterizza il futuro, nell’epoca che viviamo, risulta essere abbastanza comune nella generazione dei giovani molto sensibile alla attuale instabilità del sistema sociale, economico e sanitario mondiale.

https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

La sorta di insicurezza nella quale ci troviamo a vivere può creare nevrosi collettive e individuali, che alimentano timori e paranoie nei singoli e nei gruppi che nel peggiore dei casi possono sfociare in estremismi verbali e comportamentali più o meno gravi che a volte condizionano moltissime persone e popoli interi.

Il problema del passato invece può avere un peso specifico più determinante. Ad esempio, un rifiuto e una negazione di esso, nella visione psicologica e psicoanalitica, potrebbe derivare da traumi più o meno gravi. Per trauma intendo inquadrare tutta una serie di situazioni che possono aver inciso in modo distruttivo sulle certezze, sulla morale, sull’esperienza e sulla coscienza dell’individuo inteso, ovviamente, nel suo contesto ambientale ed esperienziale. Il rifiuto del passato è sintomo di una carenza, di una mancanza che genera una falla in un sistema chiaramente precario.

Le nostre certezze riguardo il tempo si rivolgono unicamente al passato, in quanto tangibile e osservabile nell’ immenso scorrere dei fotogrammi dei nostri ricordi; il futuro non esiste in quanto esso è continuamente soggiogato dal presente che è l’attimo irrisorio che esiste e poi muore cedendo all’ incombenza del passato.

Enzo Avitabile feat Pino Daniele “E’ ancora tiempo” – Album “Black Tarantella”

“Finisce bene ciò che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

“Finisce bene quel che comincia male!”

Immagine Personale.

Oggi è con il pensiero del grande Totò, che vogliamo iniziare la nostra giornata.

“Finisce bene quel che comincia male” è un pò il mantra con cui da oggi, decidiamo di concludere, salutare e accompagnare tutti coloro che con tanto affetto, ci stanno seguendo. E’ un augurio, una speranza, una frase aperta e densa di significato.

Si tratta di una frase prospettica con cui tutti ci auguriamo di “truvà pace / trovare pace”, come invece Eduardo De Filippo, ci ricorda.

Ognuno nella vita ha calpestato strade dissestate; ha seguito percorsi dagli incomprensibili segnali. Ostacoli si frappongono quasi quotidianamente tra noi e i nostri obiettivi e la paura spesso aleggia sulle nostre scelte, ma nonostante tutto, non molliamo!

E’ proprio questo il messaggio che da oggi, decidiamo più che mai di voler condividere.. anche il peggiore degli inizi, può generare una magnifica gemma che se sapientemente coltivata, potrà dare vita a solidi rami e magnifici fiori.

Finisce bene ciò che comincia male, allora! e… Buona fine!

Dott. Gennaro Rinaldi Dott.ssa Giusy Di Maio