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La paura e l’uomo coraggioso.

“Ho imparato che il coraggio non è la mancanza di paura, ma la vittoria sulla paura. L’uomo coraggioso non è colui che non prova paura ma colui che riesce a controllarla.”

Nelson Mandela

Il 18 luglio del 1918 nasceva Nelson Mandela.

Nelson Mandela – immagine google

“Forse sto diventando pazza..!! Qualcuno mi aiuti!!”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una ragazza di 25 anni, studentessa universitaria. Nella mail ci descrive la comparsa improvvisa di un ospite scomodo, terrorizzante, ma conosciuto Ecco la sua lettera:

“Buongiorno. Mi chiamo P. ho 25 anni e sono una studentessa universitaria. Quest’anno ho frequentato l’ultimo anno di Magistrale. Studio lontano da casa. Vivo in un appartamento con altre due ragazze per la maggior parte dell’anno. Non ho grossi problemi all’università, lo studio va discretamente bene. Mi mancano 4 esami alla laurea. Voi vi chiederete: “sembra vada tutto bene, perché ci ha contattato?”. No. Non va per niente bene. Ho dato l’ultimo esame a inizio giugno e ne avevo in programma un altro la prossima settimana. Dal giorno dell’ultimo esame non ci ho capito più nulla. Ho sempre sofferto un po’ di ansia e un paio di volte ho avuto (credo) degli attacchi di panico, ma riuscivo a gestire il tutto prendendo il mio “amico” ansiolitico (regolarmente prescritto dal mio medico). Sono ormai settimane, forse un mese, non lo so che ho attacchi di panico un giorno si e pure l’altro. Ho un peso sul petto che non mi fa respirare. Ho avuto il terrore fosse il covid e ho fatto almeno tre volte il tampone. L’ansiolitico sembra calmare un po’ tutto, ma dopo torna peggio. Non riesco a dormire bene e il caldo non mi aiuta. Ormai fumo un pacchetto di sigarette al giorno (prima un pacchetto durava una settimana). I miei genitori al momento non sanno nulla, ma tra qualche giorno tornerò a casa e non so cosa dire loro. Il mio esame di luglio? Ho lanciato i libri per aria! Non riesco a capire cosa sta succedendo! Le mie amiche mi hanno consigliato di chiedere consiglio ad uno Psicologo. Forse sto impazzendo. Io non voglio impazzire!”

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La paura, l’ansia e l’attacco di panico sono strettamente legati e insieme possono rompere anche equilibri in apparenza molto solidi. L’attacco di panico può essere considerato alla stregua di un vero e proprio tsunami emotivo, dagli effetti più o meno devastanti per la persona che ne viene travolta. Chi soffre di attacchi di panico è terrorizzato dalle reazioni che si possono avere dinnanzi ad una paura ingestibile e incomprensibile. Aver paura della paura, questa è la sensazione che si prova e questa sensazione non fa altro che esasperare i sintomi psicofisiologici fino alla perdita di controllo. L’innesco comune a tanti episodi di attacchi di panico è da rintracciare in un sentimento o un vissuto personale di impotenza e solitudine di un particolare momento della propria vita.

Cara P. come lei ha descritto nella mail, la sua esperienza con l’ansia e con gli attacchi di panico, non è recente. Ha già potuto vivere un malessere simile nella sua vita, ma probabilmente non ha mai affrontato nella maniera opportuna il suo sentire e le dinamiche che innescavano in maniera periodica questi episodi di panico. L’utilizzo dell’ansiolitico funge solo da tappo. Si immagini come una bottiglia di spumante o champagne. L’ansia e il panico saranno gli elementi di disturbo che la agiteranno. Come spesso capita, una volta agitata, la pressione alimentata dall’anidride carbonica interna alla bottiglia saturerà velocemente lo spazio libero da liquido e spingerà per uscire. In tal caso il tappo (l’ansiolitico) non resisterà per molto tempo prima di saltare per aria.

Le sue amiche le hanno dato un consiglio prezioso. La psicoterapia la aiuterà a comprendere il senso della sua risposta emotiva esasperata agli stimoli ansiosi o alla paura che innesca quest’ultimi. La aiuterà inoltre a comprendere eventuali (e possibili) interazioni disfunzionali che si innescano con gli altri quando si sviluppa il panico.

Spesso infatti si osservano “ridondanze”: tentativo di evitare o sfuggire allo stimolo che spaventa; ricerca di aiuto e protezione; tentativo spesso fallimentare di controllare le reazioni psicofisiologiche; è proprio la ripetizione inconsapevole, nel tempo, di questo tipo di interazione con il mondo e con gli altri ad incrementare la paura e il timore per il panico e per l’incapacità di fronteggiare tutto quello che può succedere.

Infine la psicoterapia le darà (a differenza del farmaco) tutti gli strumenti e le strategie per comprendere, fronteggiare e gestire l’ansia, la paura e gli attacchi di panico.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Delirio

Potremmo definire il delirio come un’idea errata, ma alla quale una persona aderisce in maniera piuttosto convincente. Il contenuto delle idee delirante è spesso palesemente assurdo per gli altri.

Lo Psicopatologo tedesco Karl Jaspers riconosceva nel delirio tre caratteristiche principali: assoluta certezza soggettiva, impossibilità del contenuto, incorreggibilità.

Inoltre Jaspers distingueva tra percezione, rappresentazione e consapevolezza delirante. Nella prima si attribuisce un significato delirante ad una percezione normale; nel secondo i deliri si manifestano sotto forma di ricordi e di idee che invadono improvvisamente la coscienza; nel terzo la persona sente che le cose stanno in un certo modo, anche se non le ha vissute dal punto di vista sensoriale.

Le idee deliranti possono essere “primarie” quando nascono dalla diretta “trasformazione” fantastica di elementi della realtà circostante; possono essere secondarie quando derivano da una condizione mentale ed emotiva transitoria, ma significativa (depressione, uso di sostanze).

Le idee deliranti spesso sono un tentativo estremo di dare una spiegazione razionale a situazioni e fenomeni percepiti come incomprensibili ( “sono caduto dalla scala perché mi girava la testa. Credo che qualcuno degli invitati alla festa mi abbia messo qualcosa, qualche droga in quello che ho bevuto e mangiato. Ne sono certo. Non ho mai sofferto di giramenti di testa e poi dall’inizio della festa tutti mi guardavano e mi offrivano da bere e da mangiare” ).

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La nascita del delirio è accompagnata da uno stato d’animo angoscioso. La persona che ne soffre avverte che c’è qualcosa che non va, che il mondo ha assunto un aspetto minaccioso. In qualche modo l’idea delirante fornisce un senso e una spiegazione (per quanto bizzarra e assurda) a questa condizione personale di terribile incertezza. Permette quindi alla persona di dare un significato “accettabile” agli eventi che accadono.

Quindi a partire dall’idea delirante originaria la persona costruirà una teoria e una storia che permetterà di inglobare tutti gli eventi, il mondo circostante e le proprie sensazioni in un unico “sistema delirante“, che offrirà a quella persona una visione del mondo personale.

I deliri possono essere classificati in base al loro contenuto, saranno quindi : persecutori, mistici, di grandezza, ipocondriaci, di gelosia, di colpa, di rovina. Spesso il delirio paranoico (quando non c’è la presenza anche di schizofrenia) è molto difficile distinguerlo dalla realtà, perché sarà moto coerente e verosimile con la realtà e i vissuti della persona.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Paura di morire nei bambini.

A partire dall’inizio di quest’anno ho avuto diverse richieste più o meno simili da parte di genitori allarmati per i propri figli. Queste richieste di aiuto avevano, nella loro diversità, un denominatore comune tra tutti i bambini: la paura di morire. Tutti i bambini avevano all’improvviso incubi, disturbi del sonno e pensieri più o meno brutti legati alla morte e alla paura che potessero morire.

Ovviamente per bambini e ragazzini dai 6 ai 14/15 anni è una cosa abbastanza inusuale pensare alla morte, specialmente se non vi sono state esperienze dirette e indirette di lutti e tragedie familiari. E se pure vi fossero questi pensieri legati alla morte non sarebbero così frequenti e a tratti ossessivi e preoccupanti.

Cosa sta succedendo a questi bambini?

Probabilmente questa “paura della morte” può avere un collegamento diretto con l’evoluzione della pandemia, con l’incertezza e con l’insicurezza sociale indotta da questo stato di emergenza ormai lunghissimo.

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Infatti anche secondo Watson molte paure possono essere indotte dall’osservazione, dall’imitazione e dall’esperienza diretta. Il fatto di essere stati per quasi un anno e mezzo immersi letteralmente in una “bolla” di emozioni, notizie, parole, situazioni con una enorme carica ansiogena e dai messaggi confusivi, allarmistici e a tratti terrorifici, ha decisamente abbattuto certezze e sicurezze. Una persona ed in particolare un bambino che per un lungo periodo vive sotto una minaccia terribile, sconosciuta e invisibile, anche al solo sentire la sirena di un’ambulanza può provare paura. “Il processo di associazione infatti consente il formarsi di catene di paure che nella loro parte terminale sono costituite d timori e ansie anticipatorie, lontane dagli stimoli originari” (A. Oliviero Ferraris).

Secondo Freud una delle fonti principali della paura è il senso di impotenza psichica contro l’insorgere della stimolazione pulsionale. Ciò vuol dire che le paure dei bambini possono essere considerate degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere il loro “oggetto libidico” (la madre e il padre), su cui normalmente vengono proiettate le tensioni interne, che normalmente vengono “digerite” e rese tollerabili da quegli oggetti “contenitori”. La paura di perdere il proprio oggetto d’amore è intollerabile per un bambino.

I bambini sono inoltre dei grandi osservatori e sono delle vere e proprie “spugne emotive” e la loro paura della morte può derivare quindi anche da ciò che Bowlby definiva come uno degli “indizi di pericolo” che possono scatenare la paura negli esseri umani. Gli indizi (di pericolo) culturali, che possono essere appresi mediante l’osservazione del comportamento degli adulti o degli altri bambini. Il bambino, in questo caso, non fa altro che reagire con la paura a situazioni – stimolo e ad eventi che prima venivano considerati neutri o non interessanti. La paura, attraverso questi indizi appresi, viene elaborata e interpretata come rischiosa.

La paura diventa razionale (perché pensata e osservata negli altri), ma può essere esasperata e amplificata e arrivare a diventare irrazionale perché non ben definita ed interpretata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’oscurità

“Quando un viandante canta nell’oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro”

Sigmund Freud
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Non serve rinnegare le nostre paure, i nostri tormenti, le nostre ansie fingendo che non esistono. Non andranno andranno via da sole. Rinnegandole resteremo in qualche modo sempre ancorati ad esse e come quel viandante non riusciremo mai a vederci chiaro, ma saremo costretti a vagare nell’oscurità, solo perché ci sembrerà troppo difficile cercare la luce.

Solo affrontando e comprendendo la nostra apprensione, avremo una possibilità di vederci chiaro.

dott. Gennaro Rinaldi

Pillole di Psicologia: I trucchi percettivi della paura.

Ricordate l’articolo di due giorni fa sul tarantismo? (Pillole di Antropologia: Il Tarantismo. | ilpensierononlineare per chi volesse andare a rivederlo).

Ok.. Stasera vorrei parlarvi di un meccanismo cognitivo del nostro cervello che si attiva per gestire la percezione di stimoli considerati “paurosi” dalla nostra mente. Cosa centra l’articolo sul tarantismo?

Provate ad immaginare di essere in una stanza chiusa e piccola. Non avete modo di uscire e la luce è fioca. Nella stessa stanza c’è una grossa tarantola viva che sgambettando (tic tic tic) si avvicina a voi furtiva e curiosa..

Chi ha paura della tarantola avrà la percezione che sia più vicina di quanto è realmente, che invece non ha paura ma prova solo disgusto e ribrezzo può addirittura considerarla più lontana.

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Perché?

In uno studio alla Cornell University di New York che ha coinvolto un centinaio di volontari le reazioni sono state proprio queste: chi temeva il ragno lo percepiva come più vicino di quanto era in realtà a differenza di chi non lo temeva o provava solo disgusto, che addirittura lo percepiva più distante.

Per i ricercatori si possono spiegare queste reazioni e le diverse percezioni considerando ciò che è accaduto come un “trucco percettivo” che aiuta l’organismo a prepararsi in caso di pericolo. Infatti, quando qualcosa ci minaccia e ci spaventa, una delle nostre reazioni istintive è darci alla fuga o al massimo prepararci a lottare. Quanto più la minaccia è vicina, tanto più siamo pronti all’azione. Ritenere e percepire un pericolo più vicino di quanto sia in realtà non fa altro che potenziare il nostro stato di allerta.

Nel caso di situazioni “disgustose”, non c’è bisogno di fuggire o di reagire alla minaccia, ci basta voltarci.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi