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Psicologia e Sviluppo. Quanto incidono gli stili educativi familiari sulla personalità dei figli?

Le prime relazioni, specie quelle con i genitori, incidono in maniera significativa sulla nostra vita futura e sullo sviluppo della nostra personalità. In particolare le norme implicite ed esplicite trasmesse dai genitori, insieme allo stile familiare, diventano parte integrante dell’identità, delle abitudini, dei comportamenti, del modo di agire e di pensare della persona che sarà.

Ma qual è lo stile educativo migliore per i bambini?

Partiamo da quello per antonomasia più rigido e serioso: lo stile educativo autoritario.

Quello autoritario è caratteristico di quelle famiglie in cui ai “no” numerosi, si affiancano tante regole inflessibili, punizioni severe e a volte minacce di “botte”. In queste famiglie i figli sono poco o per nulla coinvolti nelle decisioni familiari. I genitori sono molto esigenti e si aspettano che i figli obbediscano senza possibilità di esporsi.

In genere i figli di famiglie autoritarie sono diffidenti nei confronti dei genitori e non hanno un dialogo vero, perché non gli è permesso. Considerano le punizioni ingiuste, non si confidano con i genitori, sono abituati a mentire e cercano sempre di allontanarsi da loro.

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Lo stile permissivo è all’esatto opposto dello stile autoritario. In genere le famiglie con stile permissivo non contraddicono i figli e cedono spesso alle richieste e ai capricci dei propri figli. I figli, in questo caso, non hanno grossi limiti, sono liberi di scegliere da soli, anche quando magari non hanno la capacità e la maturità per farlo. Questo comporta, purtroppo che spesso i figli si sentano, in situazioni complesse, un po’ in balia degli eventi, perché non supportati e aiutati. Insomma, si aspetta che i figli si educhino da soli.

I genitori permissivi sono, in effetti, tolleranti e incoraggianti, ma spesso diventano incoerenti. Ciò accade perché quando si sentono attaccati o devono affrontare situazioni troppo difficili e serie, il loro tentativo di riprendere il controllo e esercitare la disciplina diventa inefficace e appaiono deboli; oppure possono diventare improvvisamente, intolleranti e autoritari.

Un eccesso di stile permissivo rischia di sfociare nella trascuratezza.

Lo stile trascurante è quello che adottano i genitori distaccati e non coinvolti, che tendono a distanziarsi “emotivamente” dai propri figli e mostrano così uno scarso interesse nei loro confronti. Questi genitori lasciano fare ai figli ciò che vogliono, non li sostengono e non forniscono, ai propri figli, quasi nessuno strumento per la comprensione del mondo e le regole. Risultano assenti dalla vita dei propri figli e quando sono costretti ad interagire con loro, si infastidiscono e risultano ostili.

I figli di questi genitori in genere vivono continuamente un distacco, un abbandono. Rischiano così di crescere inesperti, immaturi, con la sensazione di non valere abbastanza e con un forte sentimento di rivalsa. La loro fortuna potrebbe essere quella di incontrare e vivere, nel loro ambiente di vita, con altre figure di riferimento importanti e ben disposte nei loro confronti.

Esistono poi i genitori con uno stile iperprotettivo ed ansioso. Questi non sono distaccati e neppure demotivanti, ma si sovrappongono continuamente alle scelte e alle iniziative dei propri figli. Nonostante abbiano una buona capacità di stabilire un legame significativo con i propri figli e siano molto consapevoli dell’importanza dell’educazione dei propri figli, risultano di contro essere veramente troppo preoccupati.

Questa iper-preoccupazione porta a una costruzione di una “bolla” protettiva attorno ai propri figli che non permette a questi di poter sbagliare, mettersi in situazioni potenzialmente pericolose, andare incontro ad insuccessi. Questo purtroppo non concede ai figli di provare a raggiungere l’autonomia personale, che è necessaria per imparare dalle proprie esperienze e rafforzarsi.

In questa situazione i figli possono ribellarsi improvvisamente, oppure (come spesso accade) adeguarsi e adagiarsi delegando anche decisioni molto personali ai genitori. Rischieranno di diventare adulti incapaci di gestirsi da soli, incapaci di prendere decisioni e abituati ad essere serviti ad ogni loro comando e desiderio.

Infine c’è lo stile autorevole, che pare essere il migliore. Questo stile educativo ci fornisce una chiara lettura di come un deciso equilibrio tra le varie componenti sia fondamentale per fornire un messaggio educativo chiaro e coerente ai propri figli. In questo caso infatti i genitori esigeranno rispetto e forniranno regole di comportamento coerenti con l’età e le caratteristiche individuali dei propri figli.

I genitori, inoltre, saranno desiderosi di riconoscere i bisogni dei propri figli e solleciteranno la propria opinione. Faranno in modo di condividere momenti con loro, ma non saranno invadenti. Li aiuteranno, ma non si sostituiranno alle attività che i figli possono tranquillamente svolgere da soli. Forniranno feedback coerenti e attenti. A differenza del genitore permissivo, il genitore autorevole saprà dire “no”, quando necessario, in coerenza con i valori che vuole trasmettere ai propri figli.

Infine, il genitore autorevole promuoverà l’autonomia del proprio figlio mettendo a freno le proprie ansie eccessive e sa che certi errori e dolori aiutano a crescere.

I figli dei genitori autorevoli, risultano in media i più capaci, i più fiduciosi nelle proprie possibilità e socialmente i più responsabili e maturi. In genere, risultano da adolescenti i meno inclini ad assumere sostanze e a farne abuso e anche meno aggressivi e quindi meno inclini a ricorrere alla violenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Le punizioni del dott. Schreber.

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I libri e il metodo educativo proposto dal dott. Schreber furono, all’epoca dei fatti (1808-1861), molto popolari e largamente accettati.

Il medico proponeva un metodo pedagogico (che a breve conosceremo), piuttosto violento. Si trattava di istruzioni pratiche, rigorose e organizzate rigidamente, al fine di contenere (ed eliminare) immaginazione, capricci e qualsiasi tipo di deviazione, nel bambino.

Schreber era assolutamente convinto che nell’arco di una giornata, si potessero ottenere enormi miglioramenti morali e fisici; l’importante era che il genitore seguisse alla lettera, senza mai cedere, il metodo proposto dal dottore stesso.

Pianti, piagnucolii, cattivo umore e testardaggine potevano essere eliminati completamente, già nel primo anno di vita.

Un esempio del metodo Schereber è la prova della pera:

Questa prova aveva lo scopo di esemplificare l’arte della rinuncia. Il tirocinio alla rinuncia prevedeva che la bambinaia o la governante, dovesse mangiare sotto gli occhi del bambino (che nel frattempo era tenuto in grembo), tutte le volte che lo desiderava senza mai soddisfare, di converso, la fame del bambino (non importava quanto il bambino si disperasse o implorasse un goccio di acqua o una mollica di pane).

Schreber non capiva che in tal modo, con questo tipo di tortura, stava assicurando nel bambino l’espressione di risposte sadiche e masochistiche.

La teoria del dott. era che tramite la sottomissione all’autorità genitoriale, nel bambino si andava a rafforzare l’arte della rinuncia “se non si fosse risvegliato il desiderio, non si sarebbe potuto fare esperienza della rinuncia”.

Schreber fece addirittura licenziare una bambinaia per inettitudine morale, a causa del suo cedere innanzi alle richieste del piccolo bambino (di cui si prendeva cura) affamato.

Altra caratteristiche del metodo Schreber era la punizione fisica che non era mai ingiustificata; era infatti ingrediente essenziale dell’educazione del bambino indipendentemente dal fatto che il bambino fosse obbediente o meno.

Sottomissione e rinuncia dovevano essere fortificati dalla colpa.

La punizione -infatti- non aveva solo lo scopo di far cessare un cattivo comportamento ma doveva anche provocare l’ammissione di colpa (il bambino doveva infatti chiedere perdono), inoltre solo chi aveva erogato il castigo, poteva perdonare il colpevole (il bambino tendeva la mano a chi lo aveva frustato e doveva chiedere perdono).

Il dott Schreber aveva iniziato la sua carriera come medico dedito alla cura dei corpi dei bambini menomati progettando delle apparecchiature che rinforzassero e raddrizzassero ossa e muscoli.

Ben presto però si accorse che le sue apparecchiature potevano produrre ottimi risultati anche su bambini sani; su bambini che avrebbero avuto (a suo dire) danni successivamente a causa della pigrizia.

Al centro della teoria del dott., che aveva come scopo la formazione di un corpo sano e normale vi era il dogma che i bambini di ogni età dovessero essere tenuti dritti (nel camminare, nel sonno, a scuola, giocando o stando sdraiati e seduti).

Per assicurare la corretta crescita della mandibola e denti, il dottore progettò una fascia per il mento in cuoio, fissata alla testa da un casco di ulteriori fasce di cuoio incrociate, per tener diritte sia la mascella che la testa.

Atra invenzione era il Kopfhalter (reggitesta) che impediva alla testa del bambino di piegarsi di lato o in avanti. Si trattava di una robusta cinghia sospensoria di cuoio che da un lato andava agganciata alle mutande del bambino, dall’altro era fissata ai capelli. A ricordare al bambino di tener dritto il capo, avrebbe provveduto lo strattone forte a cui, in caso contrario, sarebbero stati sottoposti i capelli.

Altro marchingegno il Geradhalter, era uno strumento portatile a forma di T che poteva essere avvitato a ogni banco di scuola o tavolo di casa e serviva ad impedire che il bambino stesso curvo durante i compiti. La sbarra orizzontale premeva contro la clavicola o la parte anteriore delle spalle in modo da impedire ogni movimento in avanti o qualsiasi posizione curva. La lunga sbarra verticale che reggeva quella orizzontale che la teneva fissa al tavolo, aveva un ulteriore effetto benefico… Premendo contro il bacino, la sbarra verticale gli faceva passare la voglia di accavallare le gambe, di stringere le cosce o compiere altri atti moralmente disdicevoli……

Questo meraviglioso medico… che padre sarà mai stato?

Un figlio, all’età di 38 anni, dopo la nomina a consigliere del tribunale, si tolse la vita con un colpo di pistola; l’altro passò gli ultimi 27 anni della sua vita entrando e uscendo dai manicomi* (delle figlie femmine, tre, non abbiamo notizie certe).

*Il figlio Paul, quello finito in manicomio, a 61 anni pubblicò un testo Memorie di un malato di nervi, in cui descriveva le torture del padre. Il dottore aveva progettato un sistema che serviva a rompere le costole del bambino -il petto stretto- per portare ad una interruzione del respiro. Altra macchina era quella per comprimere la testa, macchina che serviva a scacciare i demoni (su questo aggeggio chi scrive, evita di dare dettagli che paiono fin troppo raccapriccianti).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gioco simbolico.

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Durante il secondo anno di vita, i bambini cominciano a pensare a situazioni possibili o ipotetiche e non più solo a cose presenti.

Questa nuova abilità – che apre la strada all’immaginazione nelle sue diverse forme – si manifesta inizialmente come “gioco di finzione”. E’ grazie all’opera di Piaget (nata dall’osservazione dei suoi tre figli) che conosciamo, nello specifico, tale abilità.

Secondo Piaget, possiamo affermare che il gioco di finzione segna l’emergere della rappresentazione simbolica, la capacità di usare qualcosa (il significante) per rappresentare qualcos’altro (il significato).

Alan Leslie pur concordando con Piaget, sostiene che vi sia una piccola differenza rispetto a quanto affermato dallo studioso svizzero. Se Piaget sostiene che il gioco simbolico, in quanto assimilazione pura è fondamentalmente un’attività individuale (e implica la creazione di simboli soggettivi), Leslie sostiene che nel momento in cui cominciano a far finta giocando da soli, i bambini riconoscono anche la finzione negli altri.

Il gioco è presente sin dalle fasi più precoci dello sviluppo e diventa via via più complesso e sofisticato: le forme rudimentali di gioco con l’oggetto (come la sua semplice manipolazione), si evolvono in gioco funzionale nel quale il bambino cerca di conformare l’azione all’oggetto; successivamente le azioni di gioco vengono separate dall’oggetto in sé e il bambino sarà in grado di fingere che un oggetto sia qualcosa di completamente diverso o di evocare un oggetto “finto”, dal nulla.

Leslie ha identificato tre aspetti chiave del gioco simbolico.

Il primo aspetto consiste nella fungibilità di un oggetto per un altro; il secondo consiste nel creare un oggetto immaginario; il terzo aspetto è costituito dall’attribuzione all’oggetto di proprietà simulate.

Anche un singolo episodio di gioco può contenere tutte le strutture prototipiche ravvisate dall’autore: sostituzione, creazione di un oggetto e attribuzione di proprietà.

E’ uno, in particolare, l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.

Wolf e colleghi hanno documentato, con uno studio longitudinale, questo sviluppo. Intorno ai 18 mesi di età i bambini cominciano a trattare le bambole come rappresentazioni di esseri umani (ma le bambole non vengono dotate di sentimenti autonomi o facoltà di azione; vengono infatti nutrite, lavate e messe a letto). Tra i due anni e i due anni e mezzo, i bambini attribuiscono alle bambole alcune abilità comportamentali ed esperienziali (le bambole parlano) successivamente attribuiscono loro desideri, sensazioni ed emozioni. A partire dai tre anni e mezzo (quattro anni), i bambini iniziano a dotare le bambole di processi di pensiero più espliciti e intenzioni complesse.

Dal momento che il gioco simbolico costituisce la prima manifestazione della capacità metarappresentazionale che consente al bambino di comprendere e attribuire stati mentali a se stesso o agli altri, lo sviluppo dell’abilità simbolica di “far finta” è considerato la principale pietra miliare nello sviluppo della teoria della mente.

Giocare è sempre una cosa seria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.