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La chiamano estate.

“Arriverà l’estate anche per te, è solo una questione di stagioni e di tempo. O di persone”.

Omero.

Scrivo spesso dell’estate, del suo sapore acre, delle sfide che a certi porta; scrivo spesso del fatto che sia -a torto- una stagione poco amata, per la maggiore odiata, gettata via.

Rincorsa da parole rancorose, da sbuffi di chi poco (o nulla), sa godere.

L’estate è spesso offesa.

E’ un mood -l’estate- più che una stagione.

E’ godere dell’incertezza, il coraggio di mostrarsi; il colore e la possibilità di non restare imprigionato in schemi rigidi e routinari che, se alla maggior parte delle persone danno un certo conforto, ad altre creano disagio.

Per alcuni l’estate è momento di “cose grosse”, non di vacanze o free time ad libitum.

Nelle mie cose grosse, una cosa è diventata enorme: il cuore.

Le motivazioni sono verità e, come dico sempre, la verità va protetta e tenuta al caldo.

Coccolata: accolta.

La verità può o meno essere piacevole ed è per questo che merita rispetto.

Quello tuo, personale, prima di tutto.

Sono fatta di sale, a contatto con l’acqua divento onda.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gli occhiali azzurri: Inconscio Docet.

Un paio di anni fa mi trovavo nella mia amata Catalogna (a Tarragona per intenderci).

Quell’estate segnava la fine, quindi l’intrinseco inizio, di un ciclo complesso e difficile.

Duro.

In qualche modo le mie risorse interne, accompagnate da poche ma solidissime risorse esterne, avevano fatto in modo che resistessi -ancora una volta- ai temporali.

Quell’anno lì l’acqua era davvero ovunque, nemmeno il tempo di alzare la testa per prender fiato che -sbam- nuova onda e lì.. giù … ma non troppo… come nemmeno troppo su.

Oscillazione continua e costante, pendolo dell’esistenza come da Schopenhaueriana memoria.

Tarragona è stata una parentesi felice e serena.

Abitare e vivere i posti sono stati dell’esistenza molto diversi; si può vivere in un luogo abitandone un altro (analogamente a quanto accade con la nostra psiche).

Posso vivere un corpo che non abito o abitare in una pelle che non vive il mio corpo.

Insomma…

La Spagna contiene il mio essere, si situa come un luogo capace di farmi vivere e abitare allo stesso tempo.

Un giorno, in un negozio, ho visto degli occhiali certo vagamente trash, forse eccessivi… ma quella lente azzurra ha attirato la mia attenzione.

Quando li ho visti sullo scaffale ho pensato alla felicità “questi sono gli occhiali della felicità”, c’era – in sostanza- qualcosa fuori da me, che mi indicava un bisogno -forse un desiderio- (ma siccome desiderio e bisogno non coincideranno mai, così come la psicologia dinamica ricorda), non sono stata lì troppo a pensare e li ho indossati.

Gli occhi chiari sono un bellissimo salto nella luce che acceca e fa lacrimare (molti hanno difficoltà a guardare negli occhi chiari perché -come un paziente mi disse- sono come uno specchio) e sono di difficile “manutenzione”.

Sono occhi che soffrono facilmente, si irritano quando meno te lo aspetti; banalmente portati a pensare che siano occhi freddi, si tratta di occhi che piangono o lacrimano al primo raggio che arriva senza preavviso; polvere e vari agenti atmosferici intrudono sempre con un’aggressività costantemente fuori controllo.

Il problema è che io non sopporto gli occhiali da sole; odio schermare i miei specchi sul mondo, non sopporto di dover alterare il colore delle cose e non mi piace mettere barriere.

La lente azzurra è diventata, allora, uno velo sottile e trasparente (luminoso e protettivo) che mi ricorda che ogni tanto anche io devo proteggermi (magari anche in maniera trash) inoltre… vedere il mondo blandamente azzurro aiuta… quando il nero si ripresenta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Pensieri trasversali..

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.”

MARGHERITA HACK
Margherita Hack – fonte google

Il 12 giugno 1922, cento anni fa, nasceva Margherita Hack nota Astrofisica Italiana. Una delle menti più brillanti dell’ultimo secolo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Juta.

Ho comprato due cinture di Juta: mi piace la Juta.

La Juta, detta anche canapa di Calcutta (proprio perché simile alla canapa),proviene da una fibra ottenuta da un arbusto (corchoru) che si presenta -appunto- simile alla canapa senza presentare lo stesso odore o principi stupefacenti.

Appartiene alla famiglia delle Liliacee e si presenta come un tessuto altamente biodegradabile e riciclabile.

Ha un elevato punto di rottura che le conferisce una estrema resistenza.

Garantisce traspirazione.

E’ igroscopica (assorbe prontamente le molecole di acqua presenti nell’ambiente circostante).

Si mescola e intreccia con altri filati.

Mi piace la juta perché ha una trama fitta, sottilmente doppia.

Quando passi il polpastrello sulla juta senti tutti gli intrecci che stringendosi, legandosi e saldandosi si sono dati e detti un patto: insieme e resistenti.

La juta è resiliente: si disfa, rompe i suoi legami quando questi hanno smesso di fungere la loro funzione e invece di fingere o di arrivare al punto estremo di rottura, si reinventa.

La juta riparte da zero, si ri-cicla e comincia un nuovo ciclo.

Mi piace la juta perché ha il suo caratteristico odore.

Sa di terra.

L’odore della juta racconta tutta la sua storia; storia di campi, di forza e bellezza..

Storia di viaggi, di racconti, di estati.

Mi piace la juta per le emozioni che i suoi intrecci mi donano.

Mi piacciono le superfici irregolari, rugose; mi piacciono gli intrecci, i nodi, le (non) linee.

Mi piace toccare la juta perché è come toccare un corpo formoso: è caldo, curvo e tondo.

Sa di passione.

Non amo gli spigoli e le forme piatte.

Amo il caldo.

(Vorrei vivere in una fibra di juta.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

La parola e l’ascolto

“La parola si soddisfa nell’ascolto dell’Altro. La mia parola è riconosciuta solo quando viene ascoltata.”

Massimo Recalcati

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“Dottore ho la sensazione che le mie parole non abbiano suono, che siano mute, trasparenti.. i miei genitori, praticamente da sempre, mi parlano addosso. Ho la sensazione che non mi ascoltino. Quando ero più piccolo facevo un sogno ricorrente: ero a casa, nella mia stanza, mi sentivo in pericolo, ero in pericolo, urlavo. I miei genitori accorrevano subito e aperta la porta della mia camera mi guardavano, fermi sull’uscio della porta. Chiedevo aiuto, spiegavo concitato la mia paura, volevo che mi aiutassero, che venissero da me. Non mi capivano, non mi ascoltavano, spegnevano la luce e chiudevano la porta. Il buio mi terrorizzava e puntualmente mi svegliavo”

Le parole prendono senso solo quando valorizzate dall’ascolto. L’ascolto presuppone la comprensione. Se ascolto e comprendo posso accogliere il senso delle parole dell’altro e posso riconoscerle. L’ascolto è anche accoglienza. L’ascolto riconosce la parola dell’altro e la valorizza ricoprendola di significato.

Quando non c’è ascolto si svalorizza il significato della parola dell’Altro. Si crea un vuoto di significato che genera ferite profonde in chi vuole essere ascoltato.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

RilassataMente. SperiMentalmente.

Vorrei essere le radici di un albero, per crepare la terra e giungere fino all’essenza del nutrimento stesso, aprendo ad un circolo continuo di desiderio e vita.

Mi piace il vento perché accarezza le foglie e le sostiene…Le coccola e non le teme, ma le lascia volteggiare liberamente.

Le foglie si fidano e si lasciano giocare.

Mi piace il sole perché quando incontra la natura crea una sfumatura di colore che sa di lui e lei fusi insieme: sa di corpi caldi.

(C’è sempre qualcosa in te, che sa di me).

La propriocezione indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei muscoli, senza l’ausilio della vista; è fondamentale “offrire” al proprio corpo un cambio di prospettiva, “muovendolo” in diversi contesti di vita.

Cambiare contesto -ambiente- fa sì che il corpo, percependosi in una diversa posizione/postura, arrivi a sperimentare nuovi assetti, nuove possibilità, nuove ricchezze che non sapeva di avere.

Un corpo che si sperimenta è anche una mente che si sperimenta, così come una mente che si sperimenta è anche un corpo che si sperimenta.

Mettiamoci in gioco come solo la natura sa fare: giocando.. sfidando o accarezzando… il vento…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

NO WAR!

“Là dove vien meno il biasimo della comunità cessa anche la repressione degli appetiti malvagi, e gli uomini si abbandonano ad atti di crudeltà di perfidia, di tradimento e di brutalità, che sembrerebbero incompatibili col livello di civiltà che hanno raggiunto.”

Sigmund Freud
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“Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana riguardo l’universo ho ancora dei dubbi.”

Albert Einstein

Credo che l’uomo abbia la facoltà e l’intelligenza di scegliere e progredire verso scelte di pace e compromesso per la convivenza civile e il rispetto reciproco.

Credo anche che ci sono alcuni uomini che non sono in grado di farlo e regrediscono verso stadi evolutivi precedenti, appartenenti alla propria preistoria.

dott. Gennaro Rinaldi