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Depressione ? Autostima?

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“Prima di autodiagnosticarti la depressione o la bassa autostima, assicurati di non essere circondato da idioti! “

S. Freud

Prima di credere e aderire a un’idea, chiediti se (e quanto) di quell’idea sia realmente tua e quanto (di quell’idea) sia frutto di proiezioni altrui.

Dubita sapendo di valere.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Compromessi.

Immagine Personale.

“Chi sa aspettare non deve scendere a compromessi”.

S. Freud

Recuperare il tempo e il piacere dell’attesa..

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’educazione del pensiero.

Fonte Immagine Google.

Una volta un ragazzo – Marco- disse che a scuola si annoiava

“Non riesco a pensare, mi scoccio. I prof sono noiosi, la classe è noiosa, la scuola è noiosa, buia e vecchia. Là dentro io non riesco a pensare perchè tutto mi impedisce di concentrarmi e non mi sento a mio agio”.

Parlando con Marco, ciò che più di tutto lo infastidiva era il fatto che i professori continuassero a dire ai genitori “Vostro figlio non sa pensare”, mentre lui sosteneva di esserne capace “Mica so scemo Dottorè!, ma non ci riesco” continuava a dire. Le lacune di Marco sembravano insormontabili e tutto il corpo docenti continuava a dire che il ragazzo aveva enormi difficoltà di apprendimento.

La domanda diviene quindi si apprende per pensare o è il pensare che fa apprendere?

John Dewey sostenne che l’unica via diretta per un miglioramento permanente dei metodi dell’istruzione e dell’insegnamento, fosse concentrarsi sulle condizioni che esigono, promuovono e mettono alla prova il pensiero.

La capacità di apprendere (capacità geneticamente determinata in quanto funzione adattiva che consente all’uomo di entrare in relazione e gestire le proprie relazioni con l’ambiente), è la condizione primaria di ogni processo di formazione. Quando infatti il soggetto si confronta con nuovi dati offerti all’esperienza, dati che vengono messi in rapporto con le proprie – e già esistenti- configurazioni cognitive e psicologiche, è sollecitato a mettere in atto un complesso processo di adattamento, attraverso cui giunge a modificare le proprie strutture di conoscenza, i comportamenti e le modalità affettivo- relazionali: in tal modo apprende e costruisce nuove strutture di conoscenza.

Ogni apprendimento si costruisce sulla base di strutture cognitive e strumenti cognitivi che sono costantemente messi in gioco, testati, modificati , ridefiniti e nuovamente appresi nel corso delle varie esperienze in cui il soggetto è calato.

Il soggetto è pertanto portato a “apprendere ad apprendere” facendo leva sulle risorse intellettuali e strumenti cognitivi di crescente complessità.

L’apprendere ad apprendere e apprendere a conoscere sono riconosciuti come pilastro dell’educazione (International Commission on Education for the Twenty First Century, UNESCO, 1999) che si costituisce attraverso il consolidamento costante (e il potenziamento) delle capacità di concentrazione, memoria, pensiero.

Si tratta di imparare a pensare per imparare ad apprendere.

Colui che apprende si trova implicato in una molteplicità di configurazioni esperienziali che ha necessità di interpretare e decodificare, con lo scopo di ricavarne elementi che gli consentano di adattarsi a esse. In questo senso il pensiero è da intendersi come una complessa funzione esplorativa, interpretativa e organizzativa delle esperienze umane.

Da un insieme stocastico di sollecitazioni o risposte immediate e confuse informazioni, emerge una struttura di supporto che rappresenta la condizione di possibilità che avvenga l’apprendimento e la conoscenza.

Per pensare serve tuttavia qualche condizione essenziale. Ciò che Marco lamentava “il blocco dei pensieri”; blocco che non è stato accolto e contenuto dai professori che “non hanno tempo perchè l’anno scolastico è breve e i programmi devono essere portati a termine”, è il blocco di tutto un sistema che gli gravita intorno.

Quando Marco dice che la scuola è buia e noiosa e che i professori sono bui e noiosi “sempre arrabbiati e di corsa.. Pare pure che la loro stessa materia non gli interessi”, ci sta palesando il malessere di tutto un sistema che non si prende più cura di sè.

Analogamente a quanto avviene nel sistema familiare dove non è un solo membro (quello che porta il sintomo, il disagio) ad ammalarsi, ma è malato tutto il sistema familiare, anche nella scuola quando un ragazzo “non pensa, è svogliato, distratto”, le colpe non sempre sono sue o di chissà quale disagio interno.

Servirebbe talvolta avere un tono meno accusatorio e attuare un decentramento cognitivo (osservare i nostri pensieri e emozioni come degli eventi più che come verità, guardando alla nostra esperienza interna senza giudicare) che ci renda parte attiva anche del disagio altrui, facendoci chiedere se realmente il problema sia solo dell’altro oppure no.

(Marco ha successivamente trovato grande giovamento da un tutor esterno alla scuola che, rendendolo parte integrante e attiva dell’apprendimento – invece che parte passiva- ha risvegliato i pensieri del ragazzo).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sulla Giornata Mondiale dei Diritti Umani

Oggi è la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. La data del 10 dicembre è stata scelta perché corrisponde alla data di proclamazione da parte dell’assemblea della Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il 10 dicembre 1949.

“Io appartengo all’ unica razza che conosco, quella umana.”

Albert Einstein

“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

Primo Levi

La questione dei diritti umani nasce dal desiderio della maggior parte delle popolazioni del mondo di rimarginare uno squarcio, una ferita profonda che emergeva chiaramente dalle macerie della seconda guerra mondiale, ma che affondava le sue radici nei secoli precedenti. Nasce probabilmente dal senso di colpa per quella forbice troppo ampia di differenze nei diritti e nelle possibilità date alla gente e ai popoli.

Quante cose sono cambiate da quel giorno? Quanto si è fatto e quanto si potrebbe ancora fare?

Perché la memoria non riesce a dar vita ad un cambiamento più radicale e concreto? Perché non riusciamo a comprendere l’umano, simile a noi? Cosa bisogna fare ancora per valorizzare le differenze e assicurare la vera parità dei diritti?

Credo che il cambiamento debba partire da tutti noi. Nel nostro piccolo possiamo arricchirci delle differenze ed equilibrare le possibilità e i diritti di tutti; rispettando l’altro, il suo spazio, il suo pensiero la sua cultura; rispettando noi stessi anche attraverso la valorizzazione dei nostri impegni, del nostro lavoro, del nostro essere nel mondo con gli altri; rispettando l’ambiente, in quanto natura, e gli spazi comuni di incontro e di vita. Credo che la co-costruzione di una cultura collettiva e personale votata al rispetto dei diritti e dei doveri altrui sia la base essenziale del miglioramento dei diritti dell’intera umanità.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Scorciatoie della mente.

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Nei vari approfondimenti che sto condividendo con voi, ho spesso citato o evidenziato il fatto che il nostro sistema cognitivo sia un economizzatore di risorse. Il tempo in cui ci troviamo a vivere la nostra quotidianità è sempre più veloce, caotico e per nulla favorevole alle decisioni lente e meditate.

Ciò che oggi vi presenterò è un modo che il nostro sistema cognitivo ha di agire in maniera veloce ed essenziale (il che però non vuol dire privo di errori), ovvero le euristiche.

Buona lettura.

“Linda 31 anni, single schietta e molto intelligente, ha studiato filosofia; da studentessa era molto coinvolta in tutto ciò che era legato all’ambito sociale e delle discriminazioni. Partecipava alle manifestazioni antinucleare e amava vestirsi con abiti lunghi a fiori”.

Basandosi su tale descrizione, è più probabile che Linda sia:

1- Una cassiera in una banca

2- La cassiera in una banca e sia anche attivista in un gruppo femminista.

La maggior parte delle persone pensa che Linda sia una femminista attivista in quanto la sua descrizione si presta meglio all’idea, alla “rappresentazione” che nell’immaginario ha una donna attivista. Per giudicare qualcosa comparandolo intuitivamente alla rappresentazione mentale che si considera di “una certa categoria”, usiamo l’euristica della rappresentatività.

Tale euristica si basa sulla rilevanza degli attributi di una persona considerata come criterio per poter considerare la persona stessa come membro di una certa categoria. Si tratta di giudicare l’appartenenza di una persona a una categoria, sulla base della considerazione di quanto quella persona incarni il prototipo della categoria stessa. Con questa euristica le persone giudicano in modo veloce in quale categoria inserire gli altri.

“Ha più abitanti Mosca o Madrid?”

Probabilmente abbiamo risposto sulla base di un veloce sguardo mentale circa la grandezza delle due città e sulla loro successiva comparazione. Si tratta dell’euristica della disponibilità ovvero la tendenza a giudicare la frequenza o la probabilità di un evento o situazione, sulla base di quanto è facile pensare esempi di quel dato evento o situazione. Ciò che è rilevante non è tanto il contenuto del ricordo, quanto la facilità con cui un contenuto è ricordato o immaginato.

Una delle problematiche legata all’uso di tale euristica concerne però il fatto che si tende ad attribuire peso eccessivo a una situazione più recente e vivida rispetto ad una meno recente. Se “un certo giorno” ascoltiamo al telegiornale che ci sono state delle sparatorie nelle scuole, alcuni giorni dopo saremo portati a considerare il fenomeno della violenza e delle sparatorie nelle scuole, come più radicato e forte di quanto nella realtà, non sia. Ciò che tale euristica evidenzia è che le persone sono lente a dedurre casi particolari da una verità generale, ma sono incredibilmente veloci a dedurre una verità generale da un caso vivido.

Gli eventi facilmente immaginabili (quelli cognitivamente più disponibili) influenzano anche la sensazione di colpa, rimpianto, frustrazione e sollievo. Se la nostra squadra perde o vince una gara importante all’ultimo minuto, successivamente cominciamo ad immaginarci come sarebbe potuta andare “se”..

Immaginare alternative migliori e meditare quello che potremmo fare la prossima volta per avere un risultato migliore, ci aiuta ad arrivare meglio preparati al futuro. Si tratta dell’euristica della simulazione o pensiero controfattuale, secondo cui ci si può immaginare scenari e risultati alternativi. Tale euristica ha come risvolto il poter vivere di rimpianti o attribuire eccessiva importanza alla fortuna.

Quando dobbiamo emettere un giudizio in una situazione di incertezza, riduciamo l’ambiguità ancorandoci a un punto di riferimento stabile, facciamo dei progressivi aggiustamenti e prendiamo la decisione. L’euristica dell’ancoraggio e adattamento stima (partendo da un valore inziale cui ancorarsi), un qualche valore a cui viene accomodato un nuovo oggetto. Se ad esempio chiedo ad una persona “pensi che io sia alto meno di 1,75 cm?” la persona in questione ha un ancoraggio a “,meno 1,75” pertanto darà un valore molto vicino a quel numero dicendo magari “sì, credo tu sia alto 1,74” Il rischio in questo caso può essere sottostimare o sovrastimare la persona o l’oggetto considerati.

Le euristiche sono state considerati da molti studiosi, un “modo sciocco” di pensare che porta solo l’essere umano ad incorrere in errore, dimenticandosi di connettersi con il proprio mondo interno e la propria capacità riflessiva.

L’essere umano infatti – nonostante alcuni approcci teorici- non è qualcosa di rigidamente prestabilito e non funziona con modalità “input/output”. Se in certi casi le euristiche si sono mostrate come un modo freddo, veloce e rapido di prendere una scelta (ad esempio in caso di pericolo per la propria o altrui sicurezza), spesso riflettere e meditare evita fraintendimenti ed errori di cui, nel futuro, potremmo pentirci.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quale tempo sono?

Immagine Personale “Le stagioni hanno un tempo o un tempo hanno le stagioni?”

Ieri sotto un pensiero sparso è comparso un commento che ho letto stamattina. Uno dei motivi che mi sta facendo apprezzare questa piattaforma, questo mondo (non so bene come definirlo essendo io completamente fuori dalla logica dei social e affini, ammetto infatti di non esser iscritta a social alcuno), è che al di là del senso di reciprocità che ci fa rendere il favore di “un mi piace”, vi sia proprio la voglia di condividere pensieri in libertà. Pensieri che tanto dicono di noi e del nostro mondo interno.

Mentre bevevo il caffè ho iniziato a sorridere e pensare. Riflettevo su come ormai ogni cosa che venga detta, scritta o impressa in immagini, venga letta sulla base della pandemia che stiamo affrontando. Dall’informazione che ci bombarda su dati (confusi e confusivi), a tutto ciò che concerne la nostra quotidianità, ormai sembra che ogni cosa sia -direttamente o velatamente- legata al covid.

Cosa sta succedendo? La clinica che è in me.. ha cominciato a pensare.

Lo psicoanalista Renè Kaes nel 2013 ci ha fornito un’ampia trattazione su quelle che paiono essere le nuove forme di malessere contemporaneo. Nel fare ciò l’autore ha compiuto innanzitutto una differenziazione terminologica andando ad ampliare il concetto – già utilizzato da Freud nel 1929- di “disagio”. Freud infatti utilizzò il termine disagio “Il disagio della civiltà, 1929”, compatibilmente con il quadro sociale in cui egli si trovava calato (ascesa del nazismo, fascismo e antisemitismo). Ciò che al tempo di Freud era assente, erano invece le stragi che oggi conosciamo per opera dei movimenti terroristici ma soprattutto quelle forme di violenza agite ad esempio online (cyberbullismo) o quotidianamente nei diversi luoghi di vita (pensiamo alle nostre aule scolastiche oppure alle piazze delle nostre città).

Kaes compie pertanto un’ampia analisi dell’attuale contesto socioculturale (mantenendo una prospettiva analitica) e arriva a rintracciare tutta una serie di punti che andrebbero a supportare la sua tesi.

Nel mio approfondimento non mi dilungherò nello specifico sulla trattazione di Renè Kaes quanto piuttosto mi interessa prendere un punto del suo pensiero, che reputo fondamentale per esprimere un (personale) pensiero che mi sta molto a cuore.

Kaes sostiene che attualmente vi sia “la cultura dell’urgenza” e dell’immediatezza che ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Accade pertanto che il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui ed ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo. Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poichè la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza. Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: “Io ci sono, adesso” (questa metafora non è di Kaes, ma di chi scrive). La spasmodica ricerca dell’essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l’uso del tempo corto su quello lungo.

Quanto appena esposto è frutto di un personale lavoro di ricerca; a tal proposito proposi un’analisi di ciò che sono le varie “stories” presenti sulle piattaforme online. Ciò che mi affascinò all’epoca, era il fatto che le instagram stories o gli stati whatsapp, con cui è possibile condividere immagini o video, restano visibili per sole 24 ore tempo oltre cui queste si cancellano. A mio avviso si presentavano come una (possibile) giusta spiegazione “dell’Io ci sono, adesso” e della masticazione e dell’ingoio quasi bulimica, che ormai compiamo del nostro tempo.

Ciò che sto avendo modo di constatare, concerne l’incapacità che pare essere crescente (e generatrice di disagio psichico), di pensare e pensarsi in un tempo; l’incapacità di immaginare e immaginarsi calati in una realtà che sia attuale ma che affondi le proprie radici in un tempo passato, e che invii pseudopodi (terminologia usata da Freud in merito, però, all’Io che viene descritto come un organismo ameboide dotato di pseudopodi), in un tempo futuro.

L’essere umano non è un punto bianco su uno sfondo nero. Nessuno nasce acontestualizzato ma siamo tutti il derivato delle interazioni della cultura di provenienza; una cultura che parte dal proprio lignaggio (che ci indicherà una via di partenza su chi siamo) , e che continua/continuerà con la ricerca di chi vorremo/vorremmo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.