Archivi tag: perversioni

Tricotillomania #2.

Qui la prima parte della trattazione.

La situazione familiare della tipica tricotillomane è diversa da quella di chi si procura piccole lesioni e tale differenza spiega la diversità delle aree corporee sottoposte a mutilazione.

La ragazza che si strappa i capelli non è stata trascurata dalla madre, ma ha sviluppato verso di lei un attaccamento conflittuale verso quella che è una madre dominante e possessiva. E’ possibile che il padre, dall’altro lato, non sia stato particolarmente disponibile ad aiutare la bambina nella sua separazione dalla madre; si tratta di un uomo piuttosto rigido e distante ma al contempo gentile e premuroso; nonostante ciò quest’uomo non è riuscito a rendere la propria presenza sufficientemente forte, all’interno della struttura familiare.

Nel momento in cui il padre ha cercato di far sentire la sua voce, provando ad essere più vicino alla figlia, la madre non ha consentito al padre e alla figlia la piena espressione del reciproco affetto.

Ci troviamo innanzi la situazione in cui il padre è considerato (da un lato) come una celebrità e un uomo di successo, dall’altro lato è invece denigrato.

Questa madre non può rinunciare al proprio potere sulla figlia (che è invece considerata sua proprietà) fino ad ostacolarle movimenti e separazione. Da questa figlia ci si aspetta che faccia da madre alla madre aprendo alla situazione in cui da un lato, la figlia deve assecondare i bisogni (insoddisfatti) di dipendenza della madre e dall’altro deve rimanere attaccata alla madre stessa in maniera infantile e servizievole.

Ed ecco il punto: queste richieste così incompatibili e inconciliabili fanno letteralmente venire la voglia di strapparsi i capelli!

Perchè è possibile considerare la tricotillomania una perversione che, nel suo significato psicologico, è assimilabile alle automutilazioni?

Il contenuto manifesto è pertanto lo strapparsi i capelli; andando più a fondo, questo strappo può essere interpretato come una versione più violenta della lotta adolescenziale per la separazione/individuazione.

I conflitti da separazione sono più evidenti e più vicini alla superficie mentre i conflitti sessuali (connessi alla tricotillomania) sono meno appariscenti.

Studi sui rituali associati ai capelli, mostrano le connotazioni simboliche di separazione al loro taglio, associate.

In alcune società di cacciatori e raccoglitori c’era l’usanza di organizzare una festa quando il maschio primogenito veniva svezzato. Durante i festeggiamenti (svolti quando il bambino aveva circa 2 anni), al bambino venivano tagliati per la prima volta i capelli e gli veniva conferito il nome: questi eventi sancivano la nascita di una identità separata (soprattutto dal corpo della madre). Nasceva un “nuovo” e “separato” piccolo uomo.

Più tardi (verso la pubertà) si tagliava al ragazzo una ciocca di capelli e quando questa gli ricresceva tanto da poter essere intrecciata, il ragazzo veniva considerato un uomo a tutti gli effetti pronto ad assumersi le responsabilità virili di un vero e adulto uomo.

In tutte le epoche i capelli hanno avuto significati specifici: virilità, mascolinità, energia o estrema femminilità, bellezza, obbedienza.

I capelli così prossimi all’anima o alla testa; così vicini ai pensieri sono considerati come qualcosa di nobile e sacro.

Il pelo pubico invece così prossimo all’ano è spesso associato a ciò che è sporco.

Tutte queste associazioni portano con sé un certo grado di ambivalenza: non è ben chiaro se capelli (e peli) siano sede delle più alte qualità umane o siano portatrici di qualcosa di sporco. Ecco che capelli e peli diventano sede elettiva dei conflitti umani.

“In nome della pulizia ma anche della convinzione che i capelli costituiscono la fonte del potere sessuale e dell’attrattiva femminile, prima del matrimonio le donne ebreo-ortodosse devono rasarsi i capelli e portare la parrucca”. H.S. Barahal.

Pensiamo ancora al taglio dei capelli da parte delle suore, che rinunciando alla piena espressione della femminilità giurano amore, obbedienza e fedeltà al Padre; pensiamo all’iconografia di Medusa (lunghi e fluenti serpenti al posto dei capelli) o ancora alle streghe crudeli e spietate a causa (anche) dei lunghi capelli; prima di essere torturare venivano completamente rasate.

Gli oggetti di pelo sono inoltre tra i feticci maggiormente preferiti dai pervertiti di sesso maschile.

L’uomo che taglia le trecce, infligge alla donna una castrazione simbolica che usa l’idea che i capelli, a differenza dei genitali, possono ricrescere.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mutilazioni.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Intorno al tema delle mutilazioni, un posto occupa la sindrome di Munchhausen (nome dovuto al barone Karl Friedrich von Munchhausen, 1951).

I pazienti affetti da tale sindrome, sono soggetti di ambo i sessi che riescono a convincere familiari, amici ma (come vedremo) soprattutto medici, di avere una qualche malattia che richiede una operazione.

Questi pazienti riescono addirittura a produrre sintomi “reali”.

Quando si giunge ad un intervento non necessario, due sono le parti chiamate in causa: medico e paziente. Già nel 1934 Karl Menninger, portò l’attenzione su quei medici che “collaboravano” con questa tipologia di pazienti; tale condizione fu allora indicata da Menninger stesso come “tendenza polichirurgica”.

Attualmente i nostri chirurghi sono più capaci di riconoscere persone che fingono un sintomo o comunque coloro affetti da sindrome di Munchhausen: si tratta di una sorta di vagabondi degli ospedali che vagano alla costante e continua ricerca di un chirurgo che sia disponibile e consensiente.

Sono consapevole della difficoltà che, coloro che non vogliono soffrire o avere una malattia, possono avere nel comprendere tale condizione. Queste persone fanno di tutto per sottoporsi ad un intervento chirurgico ma è bene specificare che la natura sadomasochistica della sindrome di Munchhausen suggerisce proprio come la strategia perversa sia operante.

I Munchhausen sono guidati dalla coazione a ripetere (anima di tutte le perversioni). Tutte le volte che queste persone producono un sintomo che convince il medico a sottoporli ad un intervento chirurgico, una mutilazione, essi stanno inconsciamente recitando un ciclo di abbandono e riunificazione castrazione e riparazione, morte e resurrezione.

L’intervento chirurgico si mostra quindi come la modalità di prevenire una punizione che si teme più dell’operazione stessa. L’intervento rappresenta, infatti, quel tipo di corruzione della coscienza che trova espressione in molti sintomi di conversione o di malattie psicosomatiche.

Un altro esempio di tale sindrome che appare poi strettamente legato al tema delle mutilazioni, è la storia di una adolescente.

Per alcune donne adulte o adolescenti, mettere al mondo un figlio è visto come una mutilazione del corpo.

Una ragazzina (colpita da una grave forma di costipazione), chiese di essere sottoposta a un intervento chirurgico. La ragazza chiedeva con forza questa operazione poiché convinta di avere qualcosa dentro di lei che si muoveva e andava rimosso. Un internista le fece notare che più che un intervento chirurgico, le serviva una terapia psicologica.

La ragazza, in terapia, confessò di essere convinta che dentro di lei ci fosse un bambino che potava esser estratto solo dal retto o tagliando l’addome.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La bambina (im)perfetta.

Photo by Angela Roma on Pexels.com

“Nel mondo, tuttavia, avvengono in ogni momento assassini non detti di piccole anime, non nei locali sadomaso o nei manicomi, nei campi di concentramento, nelle prigioni (…) bensì nella classica stanza dei bambini dove regna un’apparenza di normalità e dove l’obiettivo cosciente dei genitori sembra essere quello di educare nel modo più adeguato le bambine alla femminilità e i bambini alla maschilità”. Louise J. Kaplan

I bambini sappiamo essere, per un certo periodo della loro vita, dipendenti da chi di loro si prende cura; questo stato fa sì che i bambini si sentano al sicuro quando incontrano ” il favore”, appunto, dell’altro. Accade pertanto che nell’educazione, i bambini vengano portati all’assunzione di ruoli di genere stereotipati che (nell’ottica della società), produce bambini sani e normali.

Acquisendo la sua identità femminile, la bambina rinuncia a una parte (più o meno grande, piccola), di qualità, talenti o virtù normalmente considerati maschili (nonostante si pensi che certe attitudini siano ormai possibili anche alle donne, l’evidenza – per chi nella società non sopravvive ma ne vive calato- è altra).

Possiamo pertanto solo ipotizzare che donna, sarebbe potuta diventare quella stessa bambina, se inserita in un altro sistema sociale o in altra struttura familiare.

La questione si apre quando tutti questi che sono stati definiti dalla Kaplan (cfr., supra) assassini o crimini dell’anima, che avvengono attraverso l’assunzione degli stereotipi legati ai generi, non riescono mai fino in fondo; tutto ciò che è stato represso in qualche modo, prima o poi, (ri)torna.

La bambina quindi si presenta nel mondo come la mamma la vuole: composta, giusta, misurata ed educata, “sei la luce dei miei occhi; che brava bimba che sei; come sei dolce”.

La bambina, nello sguardo e nell’amorevole tono materno, riconosce se stessa e riceve l’immagine di se tanto che – da quel momento- è pronta a rinunciare a qualcosa di sé pur di riflettersi nell’immagine dell’altro.

L’anoressia è il risultato di uno di questi assassini dell’anima che avvengono nell’infanzia: “per non morirne, la bambina rinuncia ad aspetti del sè che sarebbe potuta diventare e diventa invece un’estensione speculare del potentissimo altro da cui dipende”. L., J., Kaplan

E’ intorno alla metà del diciannovesimo secolo che i medici cominciarono a notare un aumento di giovani donne che venivano portate in ambulatorio perché – letteralmente- morivano di fame.

Erano state bambine ideali, adolescenti perfette che una volta raggiunta la pubertà, riempivano (a differenza del proprio stomaco) i genitori di preoccupazioni circa il loro stato di salute.

Queste giovani donne erano figlie di coppie benestanti e di genitori della classe medio alta; provenivano inoltre da ambienti in cui non mancava né cibo né attenzioni.

Nonostante ciò le ragazze erano sempre sul punto di morire per denutrizione (nessun caso del genere, era presente nei figli maschi).

Il disturbo fu chiamato anoressia, mancanza di appetito da Ernest Laseque, in Francia nel 1873, mentre da Sir William Gull, inghilterra nel 1873 anoressia nervosa (mettendo in luce l’angoscia nervosa che accompagna la perdita di appetito).

Laseque pensò che si trattasse di una variante dell’isteria (anoressia isterica) ma qualche anno dopo, un altro medico francese, scartando l’origine isterica del disturbo propose la definizione di anoressia mentale.

In Germania poi il disturbo è noto come Pubertatsmagersucht: deperimento puberale compulsivo; la terminologia tedesca è molto centrata poiché il disturbo porta alla perdita dell’appetito ma di fatto il disturbo ha anche relazione con il digiuno autoimposto e compulsivo; le ragazze e le donne – infatti- non pensano che al cibo, a mangiare, e sono tendenzialmente ottime cuoche sempre pronte a provare una nuova ricetta; hanno inoltre sempre fame.

Con il procedere del ventesimo secolo i casi di anoressia nervosa sono aumentati tanto da lasciare i medici in grossa difficoltà, questo perché gli specialisti continuavano a cercare in un solo punto della sindrome anoressica: mangiare o non mangiare, concentrandosi – così- solo sulla componente orale del disturbo.

Dopo molti decenni, alcuni specialisti si sono resi conto che sotto la superficie della strategia anoressica, c’era altro: la preoccupazione del cibo si presentava come la copertura di desideri genitali inconsci.

E’ stato solo negli anni 80 che qualche medico ha cominciato a sospettare che il disturbo tipicamente femminile (da leggere ad ampio raggio, lontano dallo stereotipo di genere femminile), potesse essere una perversione.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #4

Qui la terza parte della trattazione.

Photo by Mohan Nannapaneni on Pexels.com

Sadismo sessuale.

Si è comunemente portati a pensare che gli uomini siano più sadici delle donne o che siano “per natura” portati verso certi comportamenti (che come vedremo, sono spesso culturalmente accettati).

I casi di sadismo sessuale che terminano con l’omicidio sessuale, sono statisticamente rari e quando identificati, coloro che hanno commesso il fatto, vengono trattati come criminali e sottoposti a pena detentiva.

La questione si fa complessa quando riferiamo a casi in cui il corpo della vittima non viene ritrovato oppure quando trattiamo di tutti quei casi che non vengono denunciati o (se) denunciati, vengono trattati con pochezza e superficialità.

La quotidianità è piena di casi in cui “lei se l’è cercata; sono ragazzi; l’uomo è uomo; non è una brava moglie non soddisfa il marito”.

La verità – studi alla mano- è che gli uomini non sono sadici nati ma quando le loro tendenze femminili, umilianti e paurose arrivano troppo vicino alla superficie, per non essere svelate e accettate vengono seppellite sotto atti sadici comprendenti stupro, mutilazione e così via.

“Altri dopo una giornata di lavoro o di disoccupazione frustrante e avvilente, tornano a casa semplicemente per riaffermare la loro virilità, picchiando le mogli, abusando fisicamente dei figli. Questi atti fin troppo ordinari sono, a mio parere, manifestazioni della strategia perversa e rientrano nella categoria sadismo sessuale, anche se non comportano il coito”. Louise J. Kaplan.

Tra i motivi delle perversioni, negli uomini, abbiamo la paura dei loro stessi desideri femminili oppure il terrore di dare via libera al pieno sfogo della distruttività provocata dal corpo femminile o qualsiasi corpo che rappresenti agli occhi del pervertito, la debolezza femminile.

Le perversioni sono un chiaro esempio di come le passioni erotiche cerchino di contenere gli impulsi di morte e distruttività.

Nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, abbiamo un chiaro esempio di come la distruttività sovrasti l’eccitamento. Per provocare l’eccitamento del protagonista, devono infatti aver luogo 15 operazioni, simultaneamente, su altrettante donne. Ciascuna di queste giovanissime ragazze era marchiata da un numero che designava l’ordine di ingresso nell’anfiteatro al cui interno avvenivano tutta una serie di torture.

Il sadismo di De Sade è definito “sadismo estetico” ovvero: pornografia.

Per quanto concerne la pornografia una sorta di “mito culturale” è che serva ad intensificare il desiderio erotico: “la verità è che la pornografia serve a contenere il sadismo esplicito”. Louise J. Kaplan.

E’ attualmente in voga un filone nell’ambito della cinematografia a luci rosse detto slasher o snuff (la traduzione dei termini, in italiano, è impropria essendo questo tipo di filmografia quasi inesistente – se non- inesistente. Si tratta di un iperrealismo dell’orrore e della violenza contro il corpo femminile fino a mostrarne la morte/uccisione).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.