Archivi tag: possesso

Il possesso.

C’è una parolina fatta di 8 lettere; 8 letterine che evocano un concetto che spesso mi perplime: possesso.

Senza scomodare troppo i tecnicismi – possesso – indica un potere di fatto su una cosa (che si manifesta in un’attività corrispondente a quella esercitata dai titolari di diritti reali sulla cosa stessa); tale attività non è sempre corrispondente all’esercizio di proprietà.

Si può avere possesso direttamente oppure tramite altra persona, che detiene la cosa stessa.

Da dove nasce la questione…

“Io posseggo questo; Ti posseggo; possiedo ciò”, sono tutte frasi o termini che sento con sempre più frequenza. L’idea di possedere, di prendere quasi senza chiedere il permesso, l’altro o una cosa, il sottolineare con aggressività l’atto di possedere pur senza avere i diritti della cosa stessa ma “come se” quei diritti fossero nostri, mi inquieta.

Possiedo, specie in ambito relazionale, divide e lacera.

Questo è mio, questo è tuo: questo è il mio possesso questo il tuo possesso.

Le relazioni in cui ciascuno rivendica il proprio possesso di una cosa o di una certa questione, mi fanno rabbrividire. Amo molto la pittura e i pennelli perché un insieme di setole compatte concorre nello stesso atto, l’atto fatto dall’imprimere una certa forza al pennello stesso, per generare un segno grafico.

Prova a fare un cerchio con un pennello… Poi mi dirai.

Possedere mi sa di abitare senza essere stati invitati; rimanda a qualcosa che insiste legando fino a soffocare.

“Io ti possiedo” quasi come tu stessi rinunciando alla tua essenza, quasi come io ti stia abitando senza che tu possa opporre resistenza o ne possa avere opinione.

Al possesso ho sempre preferito l’infinito.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Amore… Cosa?

Immagine Personale.

Dal punto di vista prettamente descrittivo e/o statistico, vi sono tutta una serie di fattori e caratteristiche del reo, che aumentano o sono indicative della possibilità di incorrere in reato.

Tra i fattori di rischio la cui presenza aumenta la possibilità di commettere uxoricidio, abbiamo: fatti o eventi accaduti nella vita del soggetto; tratti di personalità e circostanze in cui è avvenuto il fatto.

I fattori di rischio possono incidere in duplice modo ovvero: direttamente (incidendo sui pensieri omicidi e sulla possibilità di commetterli) e indirettamente (attraverso una diminuita capacità cognitiva e/o decisionale che porta l’autore a non riuscire ad inibire il pensiero distruttivo ed evitare di fare, invece, del male alla vittima).

Socialmente svantaggiato: gli uxoricidi analogamente ai maltrattanti e agli uomini che commettono altra tipologia di omicidi, sono spesso socialmente svantaggiati oppure hanno problemi economici o sono disoccupati.

Vittime di abuso infantile: l’omicida, similmente al maltrattante, può da piccolo aver subito o aver assistito ad abuso all’interno del contesto familiare di provenienza. Ciò che accade è una trasmissione transgenerazionale; una sorta di cultura della violenza che viene usata come unico mezzo “relazionale” all’interno della famiglia stessa.

Precedenti comportamenti violenti all’interno della relazione: é molto raro che vi siano casi di uxoricidio che non siano stati preceduti da minacce, aggressioni fisiche e/o sessuali. Questi uomini hanno alle spalle un bagaglio di relazioni fallite, andate male che avevano un alto tasso di conflittualità. Si tratta inoltre di soggetti che hanno forti idee preconcette e rigide circa i rapporti uomo-donna e i rispettivi ruoli da mantenere.

Proprietà: Quando all’interno di una relazione subentra tale parola “tu sei mia proprietà”, si sta facendo uso di gelosia, possessività e controllo esclusivo di una donna che non è più vista come tale, ma come possesso esclusivo. Sia i maltrattanti che gli uxoricidi, potrebbero attuare questo “diritto sul possesso” vietando ad esempio alla donna, di andare in palestra, di andare dal parrucchiere o anche di fare la spesa da sola.

Possesso di armi: detenere in casa un’arma aumenta la possibilità che l’assassino le usi durante le aggressioni. Merzagora-Betsos, Pleuteri (2005) hanno evidenziato che nei casi di omicidio-suicidio, quando sono gli uomini ad uccidere le donne, l’uso dell’arma da fuoco rappresenta oltre la metà dei modi utilizzati per commettere il crimine, inoltre nel 65% dei casi è anche il modo usato per commettere il suicidio.

Precedenti penali: gli autori di uxoricidio hanno precedenti penali che di solito riguardano violenza domestica o anche altri crimini come consumo o spaccio di sostanze stupefacenti. Un dato tuttavia legato all’Italia concerne il fatto che circa il 30% degli uxoricidi, non ha precedenti penali a carico o passati; tuttavia alcuni uxoricidi potrebbero essere stati maltrattati o essere stati già maltrattanti senza che vi siano denunce pregresse.

Disturbi di salute mentale, disturbi di personalità: gli uxoricidi sono spesso affetti da disturbi mentali o di personalità. Dalle ricerche condotte emerge che gli uomini che uccidono la propria partner, erano affetti da disturbo border di personalità, personalità passivo aggressiva o depressione maggiore.

Abuso di sostanze: le ricerche mostrano che nel 50% dei casi gli uxoricidi hanno problemi legati all’abuso di alcool, mentre nel 15% dei casi un passato da abuso di sostanze. Altro dato mostra come nel 20 e 50% dei casi, l’autore del crimine fosse sotto l’influenza di alcool nel momento in cui ha commesso il crimine.

Come abbiamo avuto modo di vedere insieme, andando a conoscere le caratteristiche del reo (che è bene ricordare si compenetrano alle caratteristiche presenti, dall’altro lato, nella vittima) difficilmente un uomo arriva ad essere maltrattante e/o violento senza che vi siano delle avvisaglie o caratteristiche pregresse. Dobbiamo pertanto provare a smettere di avere un atteggiamento compiacente e tollerante dinanzi a comportamenti che con l’amore non hanno nulla in comune.

Un uomo aggressivo non è innamorato: è “malato”.

Un uomo geloso e controllante non è innamorato: è “malato”.

Una donna compiacente non è innamorata: è “malata”.

Una donna che accetta la gelosia morbosa e un uomo altamente controllante, non innamorata: è “malata”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.