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Gli abiti che indossiamo

Può un abito che indossiamo influenzare la percezione degli altri su di noi in positivo o in negativo?

Sembrerebbe proprio di si. Sono stati condotti diversi studi sull’abbigliamento delle persone e la correlazione con il proprio status. In generale i risultati di questi studi evidenziano sempre un vantaggio per chi veste abiti eleganti o uniformi. Ad esempio, sarà più facile che le persone si spostino per far posto su una panchina ad uno sconosciuto ben vestito; così come saranno più predisposti ad aiutare (a raccogliere degli oggetti caduti) una persona vestita bene.

L’abito giusto e il colore giusto possono predisporre ad una valutazione positiva anche dei reclutatori o dei responsabili delle risorse umane durante un colloquio per un assunzione. Due psicologhe statunitensi, Mary Damhorst e A. Pinaire-Reed, hanno constatato, in un loro studio in cui chiedevano ad alcuni esaminatori di valutare sulla base di fotografie, un gruppo di candidati ad un impiego. Gli esaminatori donna giudicavano più favorevolmente le candidate vestite con toni chiari e colorati. Gli esaminatori uomini invece valutavano positivamente più facilmente le candidate che vestivano con colori scuri. Nel caso dei candidati uomini, ottenevano valutazioni migliori quelli che vestivano con colori scuri.

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Questi risultati hanno indotto i ricercatori a pensare che gli uomini e le donne attribuiscono un senso diverso ai colori. Secondo le autrici dello studio, le donne (esaminatrici) valorizzerebbero più degli colleghi uomini le qualità di indipendenza dei candidati. Per questo motivo, probabilmente, sarebbero più attirate da un abbigliamento meno conformista. Invece i colleghi uomini, che avevano probabilmente una visione diversa del lavoro, percepivano i colori scuri come simbolo di “potere” e sicurezza, quindi prediligevano i candidati vestiti di colore scuro.

Uno Psicologo inglese Aldert Vrij ha dimostrato nei suoi studi che in un processo, un imputato che indossa una camicia nera viene percepito dalla giuria, come più aggressivo e che imputati che vestono abiti scuri spesso vengono giudicati colpevoli. Sempre Vrij ha dimostrato che anche in ambito sportivo c’è una tendenza da parte degli arbitri di partite di hockey e calcio a mostrare più sanzioni di gioco a squadre che indossano completi neri, rispetto alle altre squadre con divise colorate o chiare.

Insomma sembra proprio che gli abiti riescano a condizionare i nostri giudizi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Non ti conosco, ma sei pericoloso perché diverso da me. Cos’è, e come agisce il pregiudizio.

Un vecchio post per un argomento di un’attualità disarmante. Buona lettura.

ilpensierononlineare

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Il pregiudizio è un atteggiamento negativo (preconcetto), su un gruppo e i suoi membri. Una persona può ad esempio provare antipatia per qualcun altro (senza conoscerlo) arrivando a modificare anche i propri pattern comportamentali, ovvero mettendo in pratica un atteggiamento discriminatorio. Parlare di pregiudizio non è semplice in quanto il concetto appare molto complesso; può infatti essere considerato “pregiudizio” , anche un atteggiamento condiscendente che serve invece – a ben vedere- a mantenere l’altro in posizione di svantaggio.

Il pregiudizio è spesso sostenuto da stereotipi (una credenza sugli attributi personali di una persona, o di un gruppo). Gli stereotipi sono sovra-generalizzati, imprecisi e soprattutto resistenti alle nuove informazioni; questo vuol dire che una volta che uno stereotipo si è insinuato, è molto difficile da scalfire. Dalle ricerche è emerso che:

  1. il pregiudizio è un atteggiamento negativo
  2. lo stereotipo è una valutazione negativa
  3. la discriminazione…

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Gruppo minoritario: Il razzismo in classe.

Immagine Personale.

Jane Elliott ex insegnante, attivista americana dichiaratamente antirazzista, condusse un interessantissimo esperimento in seguito alla morte di Martin Luther King. L’esperimento condotto nelle sue classi, servì per aiutare i suoi bambini a comprendere gli effetti del razzismo e del pregiudizio.

L’insegnante divise la sua classe in bambini con gli occhi chiari e bambini con gli occhi scuri, avendo cura di tenerli anche fisicamente (in due luoghi diversi dell’aula), separati.

Il primo giorno etichettò i bambini con gli occhi azzurri come “gruppo di livello superiore”, lasciano i bambini con gli occhi scuri nel “gruppo di minoranza”; gli studenti con gli occhi azzurri furono riempiti di elogi e furono forniti loro tutta una serie di privilegi, ai bambini con gli occhi scuri furono invece riservate punizioni e discriminazioni.

L’insegnante inoltre scoraggiava l’interazione, evidenziando alcuni studenti particolarmente (non) dotati che venivano presi come esempio negativo (in sostanza si scagliava contro qualche bambino dagli occhi scuri).

Il risultato fu che gli studenti “chiari” si comportavano meglio, avevano ottimi risultati accademici ma.. cominciavano a maltrattare gli studenti “scuri”.

Uno degli episodi più gravi avvenne nel momento in cui il gruppo dagli occhi scuri, denunciò gli abusi subiti in classe, rendendosi conto che però non avrebbero avuto il favore dell’autorità che invece era schierata con il gruppo dagli occhi chiari.

Ciò che accadde fu inoltre che una semplice caratteristica fisica come il colore degli occhi, divenne segno di discriminazione presentandosi come “criterio di inferiorità”.

“Sta zitto, occhi marroni!”.

Il giorno dopo l’insegnante invertì i ruoli, dando privilegi ai ragazzi scuri; anche in questo caso con i bambini scuri diventati gruppo maggioritario i risultati furono gli stessi (gli scuri iniziavano a maltrattare i chiari e avevano migliori risultati scolastici).

L’insegnante Jane Elliott notò come quei bambini che erano sempre stati gentili e cooperativi, si erano invece trasformati in bambini cattivi, superbi e “superiori”.

Le sue conclusioni furono che l’educazione detiene un peso troppo spesso non considerato in merito alle questioni razziali.

Personalmente concludo soltanto dicendo che il razzismo è stupido ed essere razzisti implica stupidità.

Ognuno faccia le sue scelte.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

PsicoMusica: Pregiudizio e Musica.

Con il termine pregiudizio si indica un giudizio preconcetto negativo di un gruppo e dei suoi singoli membri. Gordon Allport definiva in “La natura del pregiudizio”, il pregiudizio stesso come “un’antipatia basata su una generalizzazione sbagliata e inflessibile”.

Una persona prevenuta e che attua un comportamento o una decisione basata sul pregiudizio, può provare antipatia per chi è diverso da lei e comportarsi in modo discriminatorio credendo l’altro ignorante e pericoloso.

Il pregiudizio è complesso in quanto è possibile che anche un atteggiamento “positivo”, condiscendente, sia in realtà volto a mantenere l’altro in posizione di svantaggio e sia quindi intimamente connesso col pregiudizio.

Le valutazioni negative che contraddistinguono il pregiudizio sono spesso sostenute da credenze negative e sono chiamate stereotipi.

Avere stereotipi vuol dire fare generalizzazioni. Le generalizzazioni influenzano ogni aspetto della nostra vita: possiamo generalizzare sulle persone, sugli alimenti, sull’abbigliamento e sulla musica.

In ambito musicale molte riserve -recentemente- vedono coinvolta la musica napoletana classica (e non).

Si dice scala di seconda minore o di seconda napoletana, una scala musicale molto usata nel XVII secolo dalla Scuola Napoletana e tutt’ora in uso presso gli autori di canzoni dal gusto vagamente arabeggiante e mediterraneo, nonchè nell’ambito dell’improvvisazione jazz. Questa scala musicale si presenta in vari sottotipi e in alcuni di essi vi sono elementi tonali che risalgono all’epoca classica greca (VII secolo a.C.).

In sostanza, ciò che secondo alcuni è volgare, stridulo o troppo malinconico, ha origini storiche/culturali ben precise.

Il gioco/riflessione di stasera è provare ad andare oltre il pregiudizio. Propongo l’ascolto di un paio di pezzi. Il primo “Il canto delle lavandaie del Vomero” diventò da canto d’amore, canto di protesta contro la dominazione aragonese. Considerato tra i primi esempi (se non addirittura il primo) esempio di canzone popolare, nonchè l’origine della canzone napoletana tra il duecento e il quattrocento.

L’altro pezzo è invece una cover di due voci evocative e pulite; Voci di talento e anema. Nei pezzi è intuibile la componente classica del ritmo e della melodia.

Non mi dilungherò su molti aspetti della questione; sono sempre stata convinta (e credo proprio che ancora lo sarò), che l’unica cosa a salvarci – oggi più che mai- sia la cultura

Conoscere invece di giudicare fa pensare, immaginare, mettere in relazione, modificare o restare nello stesso modo.

Conoscere fa muovere.

Buon movimento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Informazione e fake news. C’è un modo per non cadere nella trappola della disinformazione?

In un epoca dove tutto ciò che succede passa da internet e dai social, siamo continuamente pervasi da innumerevoli informazioni, provenienti da diversi “mittenti” più o meno affidabili e conosciuti. Molte volte queste informazioni che (passivamente) riceviamo si rivelano essere false e inaffidabili. Perché facciamo fatica ad arginarle?

C’è un modo per poter imparare ad acquisire una buona autonomia mentale e maggior spirito critico ?

A volte se proviamo ad esercitare uno spirito critico e portiamo avanti un nostro pensiero senza un metodo si rischia di cadere facilmente nella credulità.

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Vi porterò un piccolo esempio; se siamo convinti di un probabile complotto, che riguarda un qualsiasi evento che ci colpisce molto emotivamente, saremo portati a concentrarci solo su uno – due elementi dell’evento, senza provare ad analizzare tutte le possibili spiegazioni di ciò che è successo. Il nostro sguardo e la nostra attenzione sarà solo per gli elementi che affermano la nostra idea e che quindi confermano l’idea che ci sia un complotto.

Ma anche chi accetta passivamente qualsiasi spiegazione  senza riflettere minimamente, non ha per nulla spirito critico, anzi risulta essere un vero e proprio “credulone”, perché per una sorta di “pigrizia” mentale eviterà di confrontare la stessa notizia con altre fonti.

Il dubbio e la curiosità invece sono fondamentali e possono essere la via verso uno sviluppo delle conoscenze e verso una buona autonomia mentale.

Ci sono almeno tre condizioni pregiudiziali, (legati a fattori temporali, spaziali, sociali e fisici) che limitano in maniera inconsapevole la nostra mente quando riceviamo delle informazioni.

I pregiudizi dimensionali: non ne siamo consapevoli, ma ci arrivano solo alcune informazioni, rispetto ad una esperienza che stiamo vivendo, che possono variare sia in base al nostro “punto d’osservazione”, sia all’ambiente sociale.

I pregiudizi culturali: spesso interpretiamo le informazioni condizionati da diversi stereotipi incastonati nella nostra cornice culturale.

I pregiudizi cognitivi: gli automatismi del nostro cervello nei ragionamenti a volte ci conducono inevitabilmente ad errori (ad esempio il bias dell’ottimismo ci conduce a sovrastimare le nostre competenze).

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In generale siamo sempre e comunque condizionati dal nostro background culturale, sociale e cognitivo quando dobbiamo interpretare delle informazioni, difficilmente potremmo essere obiettivi.

Questo sistema di rappresentazioni  “facilita” le interpretazioni del mondo in cui viviamo, ma il ricorso a metodi, automatismi e strategie mentali, nei ragionamenti, può indurci a commettere errori di valutazione. 

Ad esempio, esiste un errore molto comune, quello di confondere correlazione e causalità. Questo tipo di errore potrebbe ritrovarsi in questa situazione di vita quotidiana (a me non è mai capitato, ma potrebbe capitare..): trovarsi a fare due esami all’università nella stessa sessione e riuscire a prendere due 30 e notare che in entrambe le occasioni, a distanza magari di un mese, ci si renda conto di aver indossato la stessa camicia; in questo caso si avrebbe la tendenza a credere che questa casualità sia una coincidenza vincente e che quindi quella camicia porti sicuramente fortuna. Si andrebbe così a sperimentare una vera e propria credenza illusoria o superstizione

Un altro errore cognitivo è noto come bias di conferma: fa in modo che ci accordiamo in maniera più o meno sistematica alle informazioni che confermano una nostra opinione preesistente.  Altro bias molto comune è quello della sovrastima delle piccole probabilità (fenomeno legato ad esempio alla sovrastima di molte persone della pericolosità maggiore dell’aereo rispetto agli altri mezzi di trasporto) e una maggiore sensibilità ai costi che ai benefici (avversione alle perdite).

Insomma tutti questi “errori” di valutazione pare siano inevitabili.

https://ilpensierononlineare.com/2019/01/16/non-ci-riesco-self-serving-bias-e-errori-al-servizio-del-se/

Quindi come possiamo analizzare in maniera più critica una nuova informazione, evitando di esporci a tutti questi “errori”?

Innanzitutto bisogna valutare e chiederci se le informazioni che ci stanno arrivando possano essere in qualche modo distorte dalla nostra “posizione” nello spazio fisico e sociale ( i nostri amici e colleghi di social non hanno forse la tendenza a riferire solo certi tipi di informazione? Probabilmente abbiamo l’abitudine a leggere e a informarci esclusivamente da alcune fonti, legate alla nostra cultura e al nostro pensiero politico ). Bisogna quindi, in alcuni casi, mettere in discussione le nostre intuizioni (spesso falsate dagli errori e pregiudizi come detto prima). Dovremmo prenderci un po’ di tempo, sospendere il giudizio e magari analizzare in maniera più approfondita l’informazione che riceviamo. Col tempo questo modo di approcciarsi alla notizia diventerà un automatismo e ci permetterà di non emettere un giudizio e crearci un’idea con troppa leggerezza.

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In un mondo in cui la maggior parte delle informazioni è veicolata da internet e dai social, diventa davvero necessario che questo “allenamento” allo spirito critico e al dubbio e quindi all’approfondimento sia innanzitutto appreso nelle scuole.

La diffusione sempre più capillare del senso critico, del dubbio e del libero pensiero, può aiutare anche nella lotta al pregiudizio. Lo studio, l’apprendimento e l’esperienza e la conoscenza delle diversità, sono la chiave per la libertà di pensiero.  

“Finisce bene ciò che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Non ti conosco, ma sei pericoloso perché diverso da me. Cos’è, e come agisce il pregiudizio.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Il pregiudizio è un atteggiamento negativo (preconcetto), su un gruppo e i suoi membri. Una persona può ad esempio provare antipatia per qualcun altro (senza conoscerlo) arrivando a modificare anche i propri pattern comportamentali, ovvero mettendo in pratica un atteggiamento discriminatorio. Parlare di pregiudizio non è semplice in quanto il concetto appare molto complesso; può infatti essere considerato “pregiudizio” , anche un atteggiamento condiscendente che serve invece – a ben vedere- a mantenere l’altro in posizione di svantaggio.

Il pregiudizio è spesso sostenuto da stereotipi (una credenza sugli attributi personali di una persona, o di un gruppo). Gli stereotipi sono sovra-generalizzati, imprecisi e soprattutto resistenti alle nuove informazioni; questo vuol dire che una volta che uno stereotipo si è insinuato, è molto difficile da scalfire. Dalle ricerche è emerso che:

  1. il pregiudizio è un atteggiamento negativo
  2. lo stereotipo è una valutazione negativa
  3. la discriminazione è un comportamento negativo, non giustificato, verso un gruppo o i suoi membri.

Inoltre il comportamento discriminatorio ha spesso origine in atteggiamenti pregiudiziali. Il pregiudizio rappresenta per bene il sistema del doppio atteggiamento, in quanto si possono avere sia atteggiamenti espliciti (consapevoli) o impliciti (inconsci) verso lo stesso oggetto (così come mostrato dagli studi condotti somministrando il test di associazione implicita di Carpenter).

Si tratta di un test che misura le cognizioni implicite (ciò che le persone conoscono senza esserne consapevoli), compilato online da oltre 6 milioni di persone; il test consente pertanto proprio di verificare se le persone tendono a comportarsi come realmente pensano/dicono, oppure no, in quanto sappiamo che non sempre le persone esprimono il loro parere. Inoltre dalle ricerche emerge che spesso le persone non sono neanche del tutto consapevoli del loro parere.

Gli atteggiamenti espliciti possono cambiare con l’educazione, mentre quelli impliciti perdurano e possono cambiare con la formazione di nuove abitudini. Numerosi studi mostrano come le valutazioni stereotipate possono avvenire al di fuori della consapevolezza. In alcune prove del test di Carpenter vengono ad esempio mostrate rapidamente facce o parole che innescano automaticamente degli stereotipi verso alcuni gruppi etnici, di genere o di età. Senza che ne siano consapevoli, i partecipanti all’esperimento vengono influenzati nelle loro risposte dagli stereotipi che si attivano automaticamente.

E noi? Siamo consapevoli/vittime dei nostri pregiudizi? Vogliamo metterci alla prova? https://implicit.harvard.edu/implicit/italy/

Dott.ssa Giusy Di Maio.

TUTTI MI GIUDICANO: quando il giudizio degli altri ci influenza al punto tale da dirci “chi siamo”.

Sentirsi appellare come persone intelligenti, simpatiche e brillanti, comporta che inevitabilmente anche noi cominciamo a pensare le medesime cose. Nell’ambito della psicologia questo fenomeno è stato a lungo studiato, fino a rintracciare il suo effetto anche nel campo scolastico. Ciò che gli psicologi sociali hanno notato, è che ad esempio quando gli studenti si sentono minacciati da stereotipi negativi sulla loro capacità scolastica (ad esempio le studentesse a cui viene continuamente ripetuto di non essere brave in matematica o nelle materie scientifiche), questi potrebbero disidentificarsi con tali campi di studio e invece di lottare contro i pregiudizi, finire per dirigere la loro attenzione altrove.

Salvo specificazioni, fonte immagine “Google”.

Nella descrizione del sé riflesso, il sociologo Charles Cooley, ha proposto il concetto di rispecchiamento indicando con ciò che il modo con cui le persone pensano di essere percepite dagli altri, viene usato come una sorta di specchio per percepire se stessi (pertanto se dicono di me che sono simpatico, lo sarò per forza!). Il sociologo George Herbert Mead ha approfondito questa nozione evidenziando invece come non sia tanto importante come gli altri ci vedono, quanto come immaginiamo ci vedano (non è tanto importante che gli altri dicano che io sono simpatico, quanto che io penso che gli altri pensino che io sia simpatico).

Questi studi hanno poi approfondito un ulteriore concetto che è invece legato all’immagine sproporzionata del sé (autoenfatizzazione), che si ritrova maggiormente nelle culture occidentali. Shinobu Kitayama (1996) ha rilevato che i Giapponesi che visitano il Nord America, sono colpiti dalle parole di encomio scambiate tra amici. Quando infatti Kitayama e colleghi hanno chiesto alle persone americane, a quando risalissero gli ultimi complimenti ricevuti, la risposta era un giorno. In Giappone invece, dove i rapporti sociali tendono ad attribuire minor merito ai singoli, la risposta era di quattro giorni.

Per le persone appartenenti alla cultura occidentale, prevale l’individualismo (viene pertanto data priorità ai propri obiettivi a scapito di quelli del gruppo e la propria identità è definita maggiormente in termini di attributi personali piuttosto che di identificazioni di gruppo). Per le culture orientali invece, la definizione di “chi sono” passa maggiormente attraverso il proprio gruppo sociale di appartenenza; diviene pertanto importante ciò che la mia casta, famiglia o gruppo religioso di appartenenza dice di me.

Gli studi sulle differenze culturali, sono un potente antidoto contro il pregiudizio che spesso dilaga. Non possiamo pensare di applicare il nostro modo di pensare e agire (cultura occidentale) a tutte le culture esistenti, proprio perchè non si tratta di un modello univoco e infallibile. Quello che per un italiano può sembrare ovvio e banale, non necessariamente lo sarà per un indiano. Ciò che però bisogna rimarcare è che questa “differenza” non è insita nella persona stessa (diventa inutile scagliarsi contro il singolo) quanto in una intera cultura di provenienza.

Anche in questo caso conoscere (senza giudicare) le differenze, può aiutarci ad apprezzare maggiormente le diverse specificità.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’Immigrato allo specchio

Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, sia rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica” delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

“…l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno”.

( “L’Altro” Ryszard Kapuscinski  ).

Siamo portati ad allontanarci, come in una reazione difensiva, dalla possibilità di comprendere le ragioni e le sofferenze che sottendono gran parte delle migrazioni e dell’esperienza migratoria. La paura dello sconosciuto determina chiusure e fughe.

“Notiamo che il concetto di altro è sempre del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo.” … “ In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me ….” 

“L’Altro” Ryszard Kapuscinski

L’esperienza del migrante è complessa e dolorosa, è fatta di distacchi improvvisi, di pericolosi viaggi, di esperienze nuove e tragiche, di fame, sete, sfruttamento, di traumi e violenze. È segnata inoltre da diversi passaggi emotivamente molto dolorosi: la partenza con lo sradicamento dalla terra d’origine, il viaggio, l’arrivo in una terra nuova e il difficile inserimento nel nuovo contesto sociale.

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L’emigrazione inoltre coinvolge diversi aspetti psicologici ed emotivi. La paura della separazione, il senso di abbandono, la solitudine, l’incontro con lo sconosciuto, lo scontro con una nuova lingua. La sensazione di impotenza di fronte la possibilità di non poter comunicare è ciò che inizialmente angoscia di più. Lo stesso Freud durante il suo esilio a Londra provò sulla sua pelle questa esperienza dolorosa e in una sua lettera a Raymond de Saussure scrisse queste parole:
“Avete tralasciato un punto che l’emigrante avverte in modo particolarmente doloroso, è quello per così dire della perdita della lingua con la quale ha vissuto e pensato e che pur con tutti gli sforzi di immedesimazione non potrà mai sostituire con un’altra”. “ Ho realizzato, mediante una comprensione dolorosa, quanto i mezzi linguistici, che avevo facilmente a disposizione, mi mancano nell’Inglese…. “ (Sigmund Freud – lettera scritta in esilio a Londra a Raymond de Saussure).
Ciò che si osserva nelle persone che si apprestano ai primi colloqui è un senso di “solitudine” e di “vuoto comunicativo” ; perché comunicare attraverso la mediazione di un linguaggio non originario determina in parte la perdita del significato e la potenza del peso specifico delle parole e quindi della descrizione di aspetti emotivi e sensazioni del proprio vissuto. La sensazione di non essere compreso può tramutarsi facilmente, in una persona spaventata e sola, nella sensazione che l’altro non voglia comprendere e quindi può generare angosce, paranoie, tristezza e quindi il ritorno di pensieri legati ai propri vissuti di abbandono.

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Tutto ciò inevitabilmente può rispecchiarsi nell’altro che accoglie. Se lo straniero è portatore di sofferenze, traumi dolorosi, povertà, può generare in chi lo accoglie sensazioni di impotenza e fragilità che cozzano con la possibilità di incuriosirsi e comprendere la sofferenza dell’altro.
È più facile e veloce erigere muri e chiudere e proteggere i nostri confini piuttosto che lasciarsi andare alla curiosità e quindi aprirsi all’accoglienza, all’aiuto e all’integrazione.

Dott. Gennaro Rinaldi