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Pelle: Io.

Il bambino viene al mondo in uno stato di “Hilflosigkeit- impotenza”; l’infans in sostanza non ha ancora un Io completo (ha infatti bisogno del sostegno umano), ma ha un Io-corporeo.

Secondo Didier Anzieu, il bambino attraverso l’Io corporeo riesce ad andare oltre la sua dipendenza dall’ambiente di cura. Per l’autore l’Io corporeo è un Io pelle; per comprendere meglio la questione dobbiamo ritornare per un momento a Freud.

Freud parla di processi primari, intendendo con ciò una modalità di funzionamento mentale che viene prima del pensiero; perché il pensiero abbia luogo, l’Io deve essere adattato alla realtà. Senza un Io adattato alla realtà il bambino può infatti dare un solo senso al mondo (che è quello che viene esperito attraverso il suo corpo).

Anzieu sostiene che molte delle funzioni del corpo nella fase pre-Io vengono riprodotte su e attraverso la pelle.

Riferendo alle funzioni quali quelle di contenimento -ad esempio- Anzieu mostra come la pelle funzioni da Io surrogato perché la pelle svolge i compiti vitali che L’Io alla fine eseguirà.

La pelle del bambino può, quindi, essere vista come una sorta di modello corporeo per come si costruirà l’Io a tutti gli effetti.

Secondo Anzieu, l’Io-pelle è “un’immagine mentale di cui l’Io del bambino si avvale durante le prime fasi del suo sviluppo per rappresentarsi come un Io contenente contenuti psichici, sulla base della sua esperienza della superficie del corpo”.

Come manipoliamo il bambino? come lo curiamo, laviamo come lo accarezziamo?

Tutta la gestualità che concorre alle cure offerte al bambino saranno di fondamentale importanza per far comprendere al bambino stesso i confini del suo (e l’altrui) corpo; le cure parentali indicheranno pian piano al bambino come contenersi e contenere.

La pelle diviene quel filtro omeostatico che lascia passare solo alcuni elementi, precursore delle funzioni che spetteranno poi all’Io.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Tanti auguri a me”: J. Lord.

Qualche tempo fa avevo anticipato che a breve – in un tempo non meglio definito- avrei presentato al lettore J. Lord.

Il motivo che mi spinge ad indagare, con voi, il vissuto e ciò che circonda il ragazzo, sarà ben chiaro man mano che (sempre a discrezione del lettore), si procederà nella lettura.

Sangue Africano cuore Napoletano: chi è J. Lord?

La biografia di Lord Johnson è caotica e confusa, quasi a voler mettere subito in chiaro una cosa “sono una seconda generazione, figlio di neri che cresce in una terra non sua. Avete presente la ferita narcisistica a cui sono esposto?”.

Vero è che le parole appena citate non sono un virgolettato diretto dell’artista ma a ben vedere, il suo vissuto così si palesa all’ascoltatore: confuso.

Il ragazzo -nemmeno diciottenne- è di origini Ghanesi ma cresce a Casoria (in seguito all’adozione da parte di una coppia. Anna il nome della madre adottiva, spesso citata anche nei brani). Il legame con la famiglia di origine non è ben chiaro, lui stesso dirà nell’intervista di aver vissuto la strana condizione di stare con il padre biologico nel mentre era stato allontanato da casa sua (a Casoria) poichè il padre adottivo stava morendo.

Figlio, d’improvviso, di un padre non del tutto tuo mentre tuo padre (seppur adottivo), sta morendo.

Ancora una volta, la confusione la fa da padrone.

Proviamo a fare il centro della questione.

Il ragazzo comincia a scrivere musica a 13 anni mentre tra i banchi di scuola, sentita la noia, insieme al suo amico compone rime “così”.. senza senso.. per puro piacere (quasi a rimarcare il concetto tanto caro a Lacan, di jouissance/godimento) e anche se provoca fastidio alla classe continua a rappare.

J Lord identifica (a domanda dell’intervistatore fatta) la libertà nella famiglia “l’unica cosa che mi dispiace è non saper parlare la mia lingua (riferito al Ghanese)” un chiaro messaggio, una cesura forte sentita; un taglio netto con le proprie origini pur dicendo “ho sempre portato dentro di me un pezzo del Ghana: me stesso”.

J Lord riempie lo spazio in maniera sincera e diretta. Non si atteggia a grande uomo né porge uno sguardo aggressivo; sembra più grande..( nonostante dall’eloquio si percepisca talvolta la giovane età) ma appare molto centrato rispetto a ciò che lui accade.

J Lord riconosce l’importanza dello studio; ha conosciuto la micro-criminalità, ha visto un amico in ospedale sopravvivere per miracolo e nei suoi occhi ha letto “vi prego aiutatemi”.

Il ragazzo ha compreso il territorio da cui proviene e a 16 anni scrive e urla, rappando “svegliati, studia.. fa qualcosa di importante per la tua vita invece di perdere tempo in mezzo alla strada senza fare niente”.

“Non vorrei avere una 38 ma una penna; le parole possono fare più male di una pistola”.

A 16 anni J Lord ha capito di dover contare solo su se stesso, rendendosi conto che solo lui può essere parte attiva della propria vita; una vita che non può essere abbandonata e non può essere preda del caos identitario che talvolta vive.

L’accezione “seconda generazione”, nella sua sterilità, indica come “la qualità dell’essere immigrato, permanga attraverso le generazioni, e venga mantenuta attraverso la discendenza, anche quando si tratta a tutti gli effetti di bambini nati nel paese di accoglienza”1.

Un ragazzo figlio di immigrati, che cresce lontano dalla terra di origine, cresce allontanato dal sistema simbolico che dovrebbe indicargli “lui chi è”. I genitori infatti, quando si trovano inseriti nel proprio ambiente di origine riescono a rispondere alla domanda del bambino “io chi sono”; ma quando tutto il sistema famiglia è tirato via dal proprio humus vitale, la situazione si modifica.

Finché la madre resta nel proprio sistema culturale può, infatti, svolgere la propria funzione di portaparola (Cfr., V. De Micco, Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori, p, 37); funzione resa invece complessa allorché la stessa madre si sente lontana e straniera a se stessa, quando ella si sente spogliata del proprio sistema simbolico, e sente di “non poter affiliare il proprio stesso bambino al suo lignaggio ovvero sia alla catena delle proprie appartenenze simboliche, di assegnarlo al posto di proprio discendente” 1 . Ne deriva quindi che il mondo perde la propria “ovvietà”, diventando oscuro e sconosciuto; un mondo dove anche la più semplice delle azioni quotidiane, risulta enigmatica e dove il “colore della pelle rende questi bambini contemporaneamente più nudi e più opachi degli altri, insieme sovraesposti e invisibili”2. Per il bambino è difatti “impensabile che il suo genitore, supporto nella sua prima infanzia dei suoi ideali, dei suoi investimenti, delle sue proiezioni, sia alle prese con dei conflitti intrapsichici”3, conflitti che se non adeguatamente supportati, creeranno una “falla transgenerazionale”, che terminerà nel non riconoscimento da parte dei genitori dei propri figli, che diventeranno estranei ai loro occhi, figli “né di questo, né dell’altro paese” (J. Lord racconta ad esempio di quando il padre biologico non voleva che il figlio ritornasse in Italia. In sostanza Lord non era riconosciuto dal proprio paese di origine ma, nemmeno dal paese di adozione).

Non a caso J Lord dice una frase bellissima “devo lasciare qualcosa con ciò che scrivo, altrimenti non ce la faccio” quasi a voler rimarcare quell’ Io ci sono, un Io che trova difficoltà nel far attecchire le proprie radici.

Il ragazzo parla per sé ma parla per tutta la sua famiglia una crew.. una squadra immensa che vede tutti i suoi fans “Voglio lasciare qualcosa per esserci ed essere qualcuno”.

Il ragazzo ha tanto da dire e lo fa usando un linguaggio nato per essere “sporchi e cattivi”, il rap.

Rime, slang, flow.. J Lord riporta in Italia qualcosa che mancava da un bel po’, uno stile tutto americano, il classico hip hop con influenze R&B il tutto servito su un flow che sa di rap old school, ma il ragazzo di Old non ha proprio niente.

Erre moscia e occhi con la cazzimma; Pelle scura, ritmo deciso che affonda il prorio beat, il battito in una lingua che di per sé è sonora e accattivante, la lingua napoletana.

La strada Lord la conosce, la vive, la canta e la rappresenta.

Sangue Africano, cuore Napoletano e beat Americano: Tanti auguri guagliò, “la strada è giusta, non è più quella sbagliata”.

Ci vediamo in giro, fratè!.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1 Cfr., V. De Micco, Dal Trauma alla Memoria. Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti, in “Funzione gamma. Tecniche di ricerca e psicologia di gruppo”, rivista telematica scientifica dell’Università “La Sapienza” Roma, numero monografico su “Gruppo e migrazioni”, marzo

2011, http://www.funzionegamma.edu

2 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 42, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

3 Micheline Enriquez, “Delirio in eredità”, p. 115, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

1 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 32, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

L’adolescente cattivo.

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Un po’ del mio campo di indagine preferito..

Buona Lettura.

Dal crollo dei garanti metapsicologici e matasociali, all'adolescente violento.

"Il mondo moderno e più ancora il mondo ipermoderno ci confrontano con un insieme di sconvolgimenti acuti che colpiscono la base narcisistica del nostro essere, nella misura in cui il contratto intersoggettivo ed intergenerazionale è sconvolto o addirittura distrutto; si tratta di quel contratto che ci assicura, attraverso l’investimento collettivo e gruppale, il nostro posto in un insieme, e che ci obbliga a investire a nostra volta la collettività ed il gruppo per assicurarne la conservazione" (Kaës,2013).

Ciò che appare  in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Ricorrere all'accezione "individui" piuttosto che "soggetti", risiede nel desiderio espresso da  Kaës stesso, di voler sottolineare come in difficoltà vi sia proprio il processo di soggettivazione. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo. L'autore evidenzia alcune caratteristiche in particolare che paiono strettamente implicate nel deficit del processo di simbolizzazione:
  1. La cultura del controllo: ha come obiettivo l’integrazione perfetta di tutti gli elementi della società in una unità immaginaria (…). Questo tipo di cultura produce una violenza regolata quando funziona e una violenza incontrollata quando si disgrega.
La ricerca di una integrazione perfetta tra le parti, sembrerebbe poter esporre il soggetto (probabilmente poco integrato, in quanto l'insieme intorno al bambino non ha preceduto narcisisticamente l'infans), a profondo disagio e incertezza. Sarà quindi la cultura a produrre e utilizzare la violenza incontrollata, quando il "controllo" stesso, non funziona.
  1. La cultura dell’illimitato e dei limiti estremi: essa caratterizza l’affinità della nostra cultura con l’onnipotenza, ma anche con il traumatico (…). Essa è allo stesso tempo una cultura del pericolo, ma anche dell’impresa trascendente. Superare i limiti e drogarsi di lavoro, o di droga. Essa ha per fondamento il rifiuto della castrazione simbolica e il trionfo del godimento senza limiti al servizio di un ideale feticizzato.
Strettamente connessa con l'onnipotenza e la sua continua ricerca. Lacan (1938), sostiene che il fantasma di castrazione, non è la minaccia di una evirazione compiuta, ma l'ultimo di una serie di scenari fantasmatici, al cui centro c'è il corpo. Il padre reale, quindi, con la sua presenza attua quella funzione simbolica che è l'interdizione dell'incesto (no al godimento). Ma cosa succede se tutto ciò, avviene in una società dove "il declino della figura paterna come principio di autorità e di legge interiore, dà i suoi segnali più allarmanti. La delinquenza minorile, come forma estrema di ribellione, è sempre esistita. Ma mai come oggi appare priva non solo di movente ma anche di sensi di colpa: il  comportamento antisociale [...] si perde nel magma indistinto, in quanto non è ancora intervenuta  la legge del padre a stabilire in nuovo ordine e un nuovo equilibrio" (Vegetti Finzi, 2013)1

1I casi di cronaca evidenziano, ormai quotidianamente, il crescere delle condotte violente. Il 4 gennaio 2019 a Livorno, un ragazzo disabile è stato picchiato nei corridoi della scuola, da tre bulli. Il 12 febbraio 2019, a Bolzano, una ragazza di 15 anni viene picchiata da una coetanea, nel bagno della scuola . L’11 settembre 2018, a Trentola Ducenta un ragazzo disabile è stato aggredito in strada da una baby-gang del luogo, in quanto colpevole di aver raccontato di precedenti aggressioni subite; alle minacce e alle botte è seguita l’uccisione del cane del ragazzo. L’elenco- purtroppo- potrebbe lungamente essere aggiornato.

  • La cultura dell’urgenza: (…) La cultura dell’urgenza e dell’immediatezza ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Il rapporto con il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui e ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo . Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poiché la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza.
Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: "Io ci sono, adesso". La spasmodica ricerca dell'essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l'uso del tempo corto su quello lungo.1
  • Una cultura di malinconia: Essa caratterizza il fondo di lutto interminabile e inelaborato delle catastrofi del secolo scorso. Un lutto planetario: le morti di Dio e dell’Uomo, i genocidi, la “fine” della storia. La post-modernità ha accentuato gli aspetti persecutori e maniacali di questa perdita dei garanti métafisici, métasociali e métapsichici.
  • L’assenza del garante: Una delle manifestazioni, se non una delle cause del malessere ordinario, è la progressiva cancellazione del soggetto, l’assenza del garante che risponda ai nostri interrogativi su ciò che siamo e diveniamo. È la paura, l’insicurezza, l’angoscia muta e la violenza (…)2.

1Un esempio sono le “Instagram Stories”, una possibilità offerta dall’applicazione Instagram (applicazione strettamente legata all’immagine, in quanto basata solo sulla condivisione di foto e immagini),con cui è possibile condividere un momento della propria giornata (un breve filmato), che resta visibile solo per 24 ore, dopo di che la storia si cancella. Altro esempio sono gli “stati whatsapp” che seguono la stessa logica delle stories, analogamente infatti, anche questi stati vengono automaticamente cancellati dopo le 24 ore.

2Ibidem.,

Da: “Malessere e distruttività in adolescenza. Malaise and destructiveness in adolescence”, pp.,11,12,13, Giusy Di Maio, 2019.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un Figlio.

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento le mie possibilità e io che non mi sento donna perchè.. una che non è mamma, che donna è?”

Il colloquio in questione è avvenuto una mattina di quelle fredde e gelide; quelle mattine in cui l’inverno ti ricorda che esiste e il freddo sembra insinuarsi in ogni poro della tua pelle.. facendoti percepire la fragilità del tuo corpo perso com’è nell’intorpidimento generale.

Gaia (del nome della signora resta solo l’iniziale, per il resto di gaio ci sarà ben poco), racconta del suo matrimonio vuoto, con un partner che lavora nelle forze dell’ordine sempre rigido, chiuso e mai capace di dare un nome all’emozione provata. Racconta di esser stata fidanzata per tanti anni nella speranza di poter dar vita al “suo” progetto (dimenticando, come vedremo che la progettualità in una coppia non può mai essere univoca), ovvero avere cinque bambini.

Secondo Piera Aulagnier l’Io è legato ad una storia e a una preistoria, la storia di ciò che precede e anticipa la sua definizione e che ne fa qualcosa di più di un’istanza intrapsichica. La domanda pertanto diviene: cosa precede ogni singolo Io?

Richiamando a Freud, la risposta risiede nell’amore, i progetti e il desiderio dei genitori (qui il discorso si interseca con la teoria del narcisismo, complessificandosi).

La Aulagnier compie un passo in avanti andando ad evidenziare il ruolo svolto da tutti quegli investimenti libidici che precedono la venuta al mondo dell’infans. Secondo la Aulagnier infatti prima della venuta al mondo del bambino sarà importante tener conto della:

relazione di ciascun genitore con “l’idea” del figlio, ovvero la relazione del genitore con il figlio come oggetto (o non oggetto) di un desiderio

relazione data dalla natura dei reciproci investimenti (o mancati investimenti) libidici che ciascun membro della coppia genitoriale ha compiuto sull’altro.

Questa trama di investimenti inconsci determina una dinamica intersoggettiva che è ciò che precede sia la venuta al mondo dell’infans che la costituzione dell’insieme di funzioni che indichiamo proprio con il pronome Io.

Ciò che questo breve accenno teorico vuol sottolineare è come senza che vi sia stata una prima idea di bambino, il bambino stesso non può esserci. L’altro (che in questo caso è la coppia genitoriale) comporta l’unione di due individualità che non sono in realtà solo due; ciascun genitore porta infatti con sè un insieme di storie dette, sussurrate; storie nascoste o raccontate a metà; storie frammentate, ricordate o censurate; le storie di tutti i componenti della famiglia d’origine.

Queste storie che precedono la reale venuta al mondo del bambino, lo storicizzano e gli offrono uno spazi (desiderio) in cui l’Io può avvenire, consentendo l’arrivo del bambino stesso.

Quando Gaia ci dice che il marito durante gli anni di fidanzamento evitava il discorso, ci dice che lo spazio del desiderio era in realtà vuoto (per metà); ci dice che quello spazio era pieno di un desiderio univoco; ci dice che quello spazio comprendeva un altro non pronto ad accogliere un desiderio ed una eventuale nascita.

Gaia ha scoperto di essere incinta qualche mese dopo i primi incontri.

Il marito ha vissuto la notizia della gravidanza, come un tradimento; è stato in quel momento che Gaia ha capito che la genitorialità non si impone e che se una cosa non viene prima pensata e immaginata, se una cosa non viene prima mentalmente accolta, non può poi essere metabolizzata, integrata e vissuta.

Gaia si è resa conto che l’esser donna non passa attraverso la maternità e che un uomo non è necessariamente un padre; Gaia ha inoltre capito che un bambino, per essere sereno, non ha bisogno di due genitori imposti ma anche di uno solo che sia però padrone del proprio desiderio.

Attualmente Gaia ha ripreso gli studi universitari e vive la propria femminilità e maternità – da sola- con molta leggerezza e sicurezza. Ha lasciato il suo (ex) marito e procede per la sua strada sicura del fatto che se desidero, allora sono.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La morte dell’Umano. Giorno della memoria.

Come è potuto succedere? Cosa ha spinto l’umanità a varcare la soglia dell’impensabile?

Il giorno della memoria, come ogni anno, potrebbe essere considerato, la rappresentazione riattualizzata di un trauma collettivo globale; il palesarsi di un aspetto terrorizzante della natura umana, che si ripresenta ciclicamente nella millenaria storia dell’umanità e che con la scoperta dell’orrore dei campi di concentramento e dello sterminio di milioni di persone ci ha resi consci della possibilità dell’impossibilità.

Immagine Personale – Flakturme – Torri contraeree Naziste – Vienna

Perché è successo ciò che è successo e come è possibile che riaccada ciclicamente?

Nei regimi totalitari in generale e in questo caso in quelli nazi-fascisti quanto più impellente era il bisogno di dare un senso alle paure primarie che si facevano minacciose, tanto più impellente era il bisogno di individuare dei capri espiatori sui quali convogliare tutti gli effetti e le conseguenze della sofferenza collettiva. Accadeva così che “distruggendone il fantasma, anche la paura sarebbe stata debellata”, così facendo, a livello psicologico nella gente si creava un senso di soddisfazione e sollievo temporaneo, che dava una illusione di vittoria. Nel caso del regime nazista c’era bisogno di legittimare le proprie ragioni, le proprie idee di espansione. Bisognava individuare, un motivo, un nemico comune, qualcosa che giustificasse quello che stava succedendo.

Prima di tutto agire e giocare sulla paura e demonizzare un “presunto nemico”, poi deumanizzarlo per aver la libertà di cancellarlo. Deumanizzare significa negare l’umanità dell’Altro creando un asimmetria ad hoc, che giustifichi le differenze tra chi gode delle “qualità” caratteristiche prototipiche dell’umano e chi no. Deumanizzare significa avere una idea ben precisa delle qualità umane che andranno poi negate.

Lo sterminio degli ebrei e di tutti gli altri gruppi umani vittime è sorretto da una ideologia folle che appiattisce completamente le “sembianze umane” degli uomini, definendoli come bestie o oggetti. La deumanizzazione può esprimersi in modi espliciti o sottili. A livello esplicito si attuano strategie che negano apertamente l’umanità di gruppi interi di persone, allo scopo di giustificare, sfruttamenti, deportazioni e violenze; a livello sottile invece si agisce specialmente sul quotidiano erodendo pian piano l’umanità delle persone (esempi sono le leggi emanate anche in Italia che impedivano l’ingresso nei negozi agli ebrei o addirittura nelle scuole).

Considerare l’altro come un oggetto rinvia all’universo della mercificazione, all’uso strumentale del corpo, all’azzeramento dell’anima.”

Chiara Volpato

Insomma deumanizzare serve a pensare l’altro come un essere umano incompleto, un animale, un oggetto. Questo “pensare” l’altro in questo modo, permette di giustificare quelle azioni inaccettabili, che in un contesto normale verrebbero sicuramente condannate. Degradare e deumanizzare l’altro apre le porte a quello che è poi diventato uno sterminio di massa, attraverso l’uso “giustificato” e “negato” di azioni di violente, massacri, omicidi e torture.

Immagine Personale – Monumento Olocausto – Berlino

“Fra gli esseri viventi l’uomo è il più pauroso e il più terribile a un tempo: trema davanti a se stesso e ai pericoli immaginari creati dalla sua mente: inventa e perfeziona i mezzi per far paura, per creare, regolare e manovrare la fisica della forza. Ma appunto perché ha paura e sa far paura, crede facilmente di potersi mettere al riparo, facendo paura. E più ha paura, più vuole provocare paura” .

(Guglielmo Ferrero)

Le dittature attraverso l’utilizzo mirato della paura in generale e della paura dell’altro e attraverso il passaggio dalla deumanizzazione si rende possibile l’idea di un progetto terrificante di annientamento di un popolo.

Coloro che hanno ottenuto il potere (dittatori, tiranni o pseudo leader), hanno la possibilità di strumentalizzare la paura dei sudditi per rafforzarsi. Se un leader tiranno, con mire espansionistiche vuole scatenare una guerra, descriverà il nemico come un mostro, dando così un volto preciso ai timori e alle ansie del popolo. I timori e le ansie possono anche essere di natura diversa, questo non sarà un problema, verranno convogliati ugualmente verso quell’unico obiettivo. Ma la paura è una emozione invasiva e facilmente contagiosa. Infatti la paura degli altri può rafforzare il potere attraverso la sensazione di sentirsi forti e uniti per combattere un nemico comune, ma proprio per le sue proprietà “invasive” la paura può diventare un boomerang. “Se i soggetti hanno paura del potere a cui sono sottoposti, il potere ha paura dei soggetti a cui comanda” (G. Ferrero), il potere dei dittatori e dei tiranni, vive nel continuo timore, vive nella paranoia e affoga nel sospetto. Il potere sopravvive grazie alla paura, ma vive immerso nel terrore e nella diffidenza.

“Se il potere non rispetta i principi che lo legittimano esso anziché eliminare la paura, la rafforza e la moltiplica”.

Anna Oliverio Ferraris

Ciò che rende umano l’uomo è secondo Fedidà la possibilità di comunicare (attraverso il volto, le modalità espressive, la parola, i gesti).

Distruggere, demolire un uomo significa che le apparenze che consentivano il riconoscimento sono disfatte[…]. La demolizione di un uomo è rendere impossibile il far esistere l’umanità al suo livello essenziale, che è quello dell’apparenza”

Pierre Fedidà

La speranza è che non succeda più..

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Per approfondire vi consiglio una lettura, una testimonianza in prima persona del vissuto deumanizzante. Primo Levi – “Se questo è un Uomo” https://amzn.to/39l0Imd

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Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni sparse tra Lacan e Chopin.

Nella visione Lacaniana desiderio e godimento non possono coesistere nel soggetto in quanto o si desidera o si gode.

Il desiderio è sempre desiderio dell’Altro (alterità) in quanto sorge dal divieto – in particolare- dall’interdizione paterna al godimento di natura incestuosa, con e della madre. L’effetto dell’Edipo e l’abolizione del godimento incestuoso instaurano la legge del desiderio.

L’umano, entrando nel linguaggio perde il suo essere cosa ed entrando nel registro del simbolico, arriva a costituire il desiderio come domanda rivolta all’Altro.

Il godimento tende a cercare la scarica nell’immediato, è infatti funzione dell’ES; secondo Lacan il godimento “inizia come solletico e finisce come incendio”, ecco perchè siamo portati a legare sempre il godimento a qualcosa.

L’unica strada in cui godimento e desiderio si alleano, è l’amore.

Il desiderio arriva, bussa, prova e il godimento acconsente. Il desiderio però, per poter chiedere al godimento deve passare attraverso la nostra rinuncia al godimento stesso (paradosso); rinuncia che porterà all’incontro con l’amore vero.

Con l’amore il godimento non è mai perduto del tutto; l’amore sa essere uno. Il godimento che può invece essere di tanti e potenzialmente insensato e senza limiti può portare a perdere per sempre il desiderio e dunque l’amore.

L’arte e nello specifico ancor di più, la musica, è sempre stata amore puro e fluido: godimento senza fine. Il mio godimento innanzi alla musica ha consentito al desiderio di procedere, di farmi studiare pianoforte.. di abbandonarmi alle note del canto.. di piangere e provare i brividi innanzi ad una composizione.

Nell’amore per la musica vivo il mio paradosso: godo sapendo di perdere il mio godimento ogni volta che una composizione termina ma, rimpinguando il desiderio di ascoltare, di emozionarmi e conoscere, vivo ogni giorno l’amore per le sette note. Senza limiti. Senza freni.

Senza fine.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quale tempo sono?

Immagine Personale “Le stagioni hanno un tempo o un tempo hanno le stagioni?”

Ieri sotto un pensiero sparso è comparso un commento che ho letto stamattina. Uno dei motivi che mi sta facendo apprezzare questa piattaforma, questo mondo (non so bene come definirlo essendo io completamente fuori dalla logica dei social e affini, ammetto infatti di non esser iscritta a social alcuno), è che al di là del senso di reciprocità che ci fa rendere il favore di “un mi piace”, vi sia proprio la voglia di condividere pensieri in libertà. Pensieri che tanto dicono di noi e del nostro mondo interno.

Mentre bevevo il caffè ho iniziato a sorridere e pensare. Riflettevo su come ormai ogni cosa che venga detta, scritta o impressa in immagini, venga letta sulla base della pandemia che stiamo affrontando. Dall’informazione che ci bombarda su dati (confusi e confusivi), a tutto ciò che concerne la nostra quotidianità, ormai sembra che ogni cosa sia -direttamente o velatamente- legata al covid.

Cosa sta succedendo? La clinica che è in me.. ha cominciato a pensare.

Lo psicoanalista Renè Kaes nel 2013 ci ha fornito un’ampia trattazione su quelle che paiono essere le nuove forme di malessere contemporaneo. Nel fare ciò l’autore ha compiuto innanzitutto una differenziazione terminologica andando ad ampliare il concetto – già utilizzato da Freud nel 1929- di “disagio”. Freud infatti utilizzò il termine disagio “Il disagio della civiltà, 1929”, compatibilmente con il quadro sociale in cui egli si trovava calato (ascesa del nazismo, fascismo e antisemitismo). Ciò che al tempo di Freud era assente, erano invece le stragi che oggi conosciamo per opera dei movimenti terroristici ma soprattutto quelle forme di violenza agite ad esempio online (cyberbullismo) o quotidianamente nei diversi luoghi di vita (pensiamo alle nostre aule scolastiche oppure alle piazze delle nostre città).

Kaes compie pertanto un’ampia analisi dell’attuale contesto socioculturale (mantenendo una prospettiva analitica) e arriva a rintracciare tutta una serie di punti che andrebbero a supportare la sua tesi.

Nel mio approfondimento non mi dilungherò nello specifico sulla trattazione di Renè Kaes quanto piuttosto mi interessa prendere un punto del suo pensiero, che reputo fondamentale per esprimere un (personale) pensiero che mi sta molto a cuore.

Kaes sostiene che attualmente vi sia “la cultura dell’urgenza” e dell’immediatezza che ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Accade pertanto che il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui ed ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo. Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poichè la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza. Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: “Io ci sono, adesso” (questa metafora non è di Kaes, ma di chi scrive). La spasmodica ricerca dell’essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l’uso del tempo corto su quello lungo.

Quanto appena esposto è frutto di un personale lavoro di ricerca; a tal proposito proposi un’analisi di ciò che sono le varie “stories” presenti sulle piattaforme online. Ciò che mi affascinò all’epoca, era il fatto che le instagram stories o gli stati whatsapp, con cui è possibile condividere immagini o video, restano visibili per sole 24 ore tempo oltre cui queste si cancellano. A mio avviso si presentavano come una (possibile) giusta spiegazione “dell’Io ci sono, adesso” e della masticazione e dell’ingoio quasi bulimica, che ormai compiamo del nostro tempo.

Ciò che sto avendo modo di constatare, concerne l’incapacità che pare essere crescente (e generatrice di disagio psichico), di pensare e pensarsi in un tempo; l’incapacità di immaginare e immaginarsi calati in una realtà che sia attuale ma che affondi le proprie radici in un tempo passato, e che invii pseudopodi (terminologia usata da Freud in merito, però, all’Io che viene descritto come un organismo ameboide dotato di pseudopodi), in un tempo futuro.

L’essere umano non è un punto bianco su uno sfondo nero. Nessuno nasce acontestualizzato ma siamo tutti il derivato delle interazioni della cultura di provenienza; una cultura che parte dal proprio lignaggio (che ci indicherà una via di partenza su chi siamo) , e che continua/continuerà con la ricerca di chi vorremo/vorremmo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.