Archivi tag: psicoanalisi Klein

L’uso del Gioco in terapia infantile (Melanie Klein)

“Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze. Nel farlo si servono dello stesso linguaggio, della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni”

Melanie Klein

Melanie Klein fu tra le prime ad utilizzare il gioco e nel particolare l’uso dei giocattoli nelle terapie con i bambini. Fu però la prima a teorizzare che l’uso dei giocattoli nella terapia infantile può considerarsi esattamente l’analogo delle “associazioni libere” negli adulti.

Il gioco, quindi, secondo la Klein esprime un significato simbolico che può essere interpretato, esattamente come accade per la associazioni libere.

I processi mentali che accadono durante una seduta terapeutica infantile con i bambini sono praticamente gli stessi di quelli che avvengono negli adulti, con la sola differenza che mutano le modalità espressive.

I bambini mettono in scena i propri pensieri, proprio come avviene nel corso dell’esperienza onirica, dove le espressioni verbali vengono sostituite da rappresentazioni corrispondenti. Nel setting dell’analisi infantile accade proprio questo.

Photo by cottonbro on Pexels.com

Durante l’ora di analisi, secondo la Klein, bisogne tener conto del comportamento complessivo assunto dal bambino; si considera quindi il materiale prodotto attraverso la manipolazione dei giocattoli, la rappresentazione dei ruoli, i disegni spontanei, l’uso e il ritaglio della carta..

Infine secondo la Klein è molto importante il modo con il quale il bambino fa tutte queste cose, il perché passa da un gioco all’altro e gli strumenti scelti.

Tutto il “materiale” prodotto dal bambino durante la seduta verrà poi analizzato e proprio come avviene per i sogni, si rivelano i pensieri latenti e la loro carica affettiva.

Con il gioco, la realtà psichica acquista un’autonomia.

Si rendono “pensabili i desideri prima rimossi e le energie preposte alla censura vengono rimesse in circolo, rafforzando il debole Io infantile”.

Inoltre, non è necessario che il bambino rielabori in maniera consapevole le interpretazioni che gli verranno proposte. Queste interpretazioni arriveranno direttamente al suo inconscio.

A dimostrare che il “messaggio” è stato recepito e che vi è stata una modifica nell’ “economia psichica” ci sarà un’accresciuta produttività e una diminuzione dell’angoscia.

Insomma, per la Klein, durante la seduta con il bambino, nulla è casuale, ma è tutto determinato da motivazioni inconsce.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’invidia

L’invidia è un sentimento di rancore ed ostilità nei confronti di qualcuno che possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Secondo Melanie Klein invidia e gratitudine sono sentimenti “primitivi” e strettamente in relazione, perché vengono sperimentati sin dalla nascita e sono fondamentali per lo sviluppo psicoaffettivo del bambino.

Secondo la Klein l’invidia si può definire come “un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode“. Inoltre l’impulso invidioso mira a portare via quel qualcosa o, se non fosse possibile, a danneggiarla. “L’invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre“.

Photo by Polina Zimmerman on Pexels.com

Sempre secondo la Klein la gratificazione che il bambino prova al seno della madre, provoca in lui sia sentimenti di invidia che di gratitudine. Se l’invidia non è eccessiva, potrà essere integrata nell’Io e prevarranno quindi i sentimenti di gratitudine. Le esperienze buone faranno in modo da “controllare” i sentimenti di invidia, che diminuiranno man mano.

Se invece prevalgono le esperienze cattive, i sentimenti di invidia prevarranno e saranno proiettati sull’ “oggetto ideale”, che sarà quindi attaccato. Questa condizione impedirà all’Io di uscire dall’ambivalenza e non vi sarà quindi la possibilità di avviare il processo di scissione tra l’oggetto ideale e quello persecutorio.

Ciò significa che l’oggetto ideale non potrà essere “usato” come oggetto identificatorio. L’impossibilità di trovare nell’oggetto ideale una identificazione riduce anche la speranza di trovare (in futuro) amore o aiuto e a causa della “distruzione” dell’oggetto, aumenteranno i sensi di colpa.

Un forte sentimento di invidia, impedisce una buona introiezione ed empatia e avvia a forme patologiche individuali e relazionali e non fa altro che aumentare la spirale dell’invidia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi