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L’invidia

L’invidia è un sentimento di rancore ed ostilità nei confronti di qualcuno che possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Secondo Melanie Klein invidia e gratitudine sono sentimenti “primitivi” e strettamente in relazione, perché vengono sperimentati sin dalla nascita e sono fondamentali per lo sviluppo psicoaffettivo del bambino.

Secondo la Klein l’invidia si può definire come “un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode“. Inoltre l’impulso invidioso mira a portare via quel qualcosa o, se non fosse possibile, a danneggiarla. “L’invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre“.

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Sempre secondo la Klein la gratificazione che il bambino prova al seno della madre, provoca in lui sia sentimenti di invidia che di gratitudine. Se l’invidia non è eccessiva, potrà essere integrata nell’Io e prevarranno quindi i sentimenti di gratitudine. Le esperienze buone faranno in modo da “controllare” i sentimenti di invidia, che diminuiranno man mano.

Se invece prevalgono le esperienze cattive, i sentimenti di invidia prevarranno e saranno proiettati sull’ “oggetto ideale”, che sarà quindi attaccato. Questa condizione impedirà all’Io di uscire dall’ambivalenza e non vi sarà quindi la possibilità di avviare il processo di scissione tra l’oggetto ideale e quello persecutorio.

Ciò significa che l’oggetto ideale non potrà essere “usato” come oggetto identificatorio. L’impossibilità di trovare nell’oggetto ideale una identificazione riduce anche la speranza di trovare (in futuro) amore o aiuto e a causa della “distruzione” dell’oggetto, aumenteranno i sensi di colpa.

Un forte sentimento di invidia, impedisce una buona introiezione ed empatia e avvia a forme patologiche individuali e relazionali e non fa altro che aumentare la spirale dell’invidia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Narcisismo del potere e umorismo.

“L’arroganza è il prevedibile esito di un narcisismo incontrollato” . Il potere, il narcisismo, l’arroganza e l’umorismo come sono correlati? Buona lettura!

ilpensierononlineare

Il narcisismo è sicuramente una caratteristica della leadership molto importante e probabilmente necessaria a poter governare e prendere delle decisioni. Ci sono però delle derive fastidiose e potenzialmente pericolose nel narcisismo di un leader; L’arroganza è il prevedibile esito di un narcisismo incontrollato (Manfred F.R. Kets de Vries,1 995).

La metamorfosi di Narciso – Salvador Dalì

In una situazione in cui l’arroganza, prende il sopravvento ed “esonda” in maniera incontrollata, possiamo vedere definirsi quello che Freud definiva come un leader “che non ama altri che se stesso… autoritario, assolutamente narcisista, sicuro di sé e indipendente” (1921). In genere persone deputate a governare e leader politici inclini a questo tipo di caratteristiche sono portati a rifugiarsi in un mondo esclusivamente proprio, si creano una realtà personale, restando ancorati alle proprie idee. Sembrano testardi e poco propensi ad ascoltare i consigli degli altri e quindi, a prendere…

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Attesa

“Ogni vera attesa è, infatti, attraversata da un’incognita: non si sa mai cosa o chi si attende, non si sa mai come sarà il tempo della fine dell’attesa. L’attesa scompagina il già conosciuto, il già saputo, il già visto sospendendo ogni nostro ideale di padronanza”

Massimo Recalcati
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L’attesa prevede sempre un’incertezza, l’inconsapevolezza del tempo prossimo rende impazienti e allo stesso tempo inermi rispetto a ciò che deve venire e che non conosciamo del tutto. L’attesa prevede anche il gioco della fantasia, del desiderio, del brivido della previsione. L’idea fantasmatica del possibile e del probabile.

dott. Gennaro Rinaldi

Con-tatto fisico ed emotivo: l’opera di René Spitz.

Federico II di Svevia diede vita ad un esperimento che (vi avviso non è il massimo dal punto di vista etico), voleva essere la risposta ad un quesito sollevato dai linguisti dell’epoca: qual è la lingua umana originaria? l’egiziano? l’ebraico? il frigio?

Nella Cronaca, lo storico Salimbene de Adam, descrive proprio tale esperimento portato avanti dall’imperatore che -per serendipità- si potrebbe oggi dire, aveva “scoperto” una correlazione tanto cara agli psicoanalisti.

Procediamo con ordine.

Federico II decise di prendere un gruppo di neonati e di farli alimentare regolarmente ma in assoluto silenzio; i bambini dovevano infatti essere toccati il minimo indispensabile, giusto per essere puliti e cambiati. L’imperatore aveva dato disposizioni del fatto che i neonati dovessero ricevere solo il minimo delle cure igieniche, (senza che le nutrici aprissero mai bocca). Una manipolazione dei bambini – potremmo dire- priva di qualsiasi calore e contatto umano.

Federico II voleva – in sostanza- vedere quale lingua avrebbero per prima verbalizzato, quei bambini.

Di fatto però, l’imperatore dovette prendere atto del fatto che i bambini non avrebbero parlato né l’ebraico, né il frigio, né altra lingua poiché l’assenza di contatto caldo fisico e verbale, condusse tutti i bambini alla morte.

Questa storia richiama all’opera di René Spitz, uno psicoanalista viennese emigrato, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti.

Spitz grandissimo sostenitore dell’importanza dell’osservazione diretta del bambino nella sua interazione con la madre o altre figure parentali significative; decise di condurre per la prima volta uno studio sui bambini abbandonati in orfanotrofio, seguendo il metodo scientifico sperimentale.

Nello scritto Hospitalism e nel filmato Grief a peril in infancy il ricercatore osservò 91 bambini abbandonati sin dalla nascita in orfanotrofio. I bambini venivano nutriti regolarmente ma con scarsi contatti interpersonali; le nutrici infatti davano qualche carezza ai primi bambini che si trovavano nella grande camerata per poi ridurre le carezze stesse man mano che procedevano in avanti, con i letti, a causa del poco tempo a disposizione.

In sostanza gli ultimi bambini ricevevano le sole cure igieniche necessarie.

Dopo 3 mesi di carenza di contatti, i bambini svilupparono grave apatia, inespressività del volto, ritardo motorio e deterioramento della coordinazione oculare.

Ciò che Spitz notò era che nelle culle dei bambini, era presente come una sorta di avvallamento che li avvolgeva completamente. I piccoli entravano in uno spazio che Spitz paragonò al letargo un piccolo spazio incavato simile a una nicchia che, di fatto, diventò la tomba dei bambini..

Entro la fine del secondo anno di vita il 37% dei 91 bambini, pur essendo stati alimentati correttamente, morì.

Spitz notò che morirono sia i bambini che si trovavano in stato di denutrizione, sia quelli che erano stati cresciuti in assenza di contatti interpersonali; i sopravvissuti, inoltre, presentavano grandissime difficoltà dell’eloquio, difficoltà motorie e per la maggiore, questi bambini non erano nemmeno in grado di stare seduti autonomamente.

Le osservazioni pionieristiche condotte da Spitz negli anni ’40 furono riprese negli anni ‘90 e applicate con metodi sperimentali più aggiornati; gli autori dedicarono osservazioni longitudinali di oltre 20 anni per studiare la piaga dell’abbandono dei bambini (in questo caso bambini rumeni).

Lo studio è angosciante -me ne rendo conto- ma oltre a presentarsi come un cardine senza precedenti dell’osservazione sperimentale dei bambini istituzionalizzati (aprendo di fatto alle riflessioni e alle riforme attuate successivamente), si offre come spunto di riflessione per tutti quei genitori che vediamo, durante i corsi di accompagnamento alla genitorialità che stanno seguendo l’iter che terminerà con l’adozione…

Queste sono le osservazioni originali condotte da Spitz; il video è crudo e fino alla fine non ero del tutto convinta – in merito alla sua condivisione- perché non tutti hanno sempre accettato questo tipo di argomenti. Il mio è il punto di vista di una psicologa clinica che decide di condividere, ogni singolo post, con l’intento di spingere alla riflessione e soprattutto, con la finalità di promuovere il benessere psicologico della persona, del gruppo e della comunità (come mi è stato insegnato). Non c’è altra finalità.

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Le cure materne

La vita umana ha la necessità di incontrare le mani nude di una madre, “le mani che salvano dal precipizio dell’insensatezza” *.

“Le cure materne, diversamente da quello che accade in ogni ambito della nostra vita individuale e collettiva, non sono mai anonime, generiche, protocollari, standard; non si dirà mai abbastanza dell’importanza della cura materna che non è mai cura della vita in generale, ma sempre e solo cura di una vita particolare. “

Massimo Recalcati – Le mani della madre
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Il ruolo della madre è in continua evoluzione e rincorre i tempi della iper-modernità. Le cure materne sembrano quasi entrare in contrasto con la velocità “maniacale del (nostro) tempo“. Ma la cura materna, come dice Recalcati, non si misura con il numero delle ore dedicate ad i figli, ma piuttosto con la presenza della parola e del desiderio; “la presenza senza parola e senza desiderio può essere ben più deleteria di un’assenza che magari sa anche donare (poche) parole ma giuste” *. Quello che sembra essere insostituibile ed estremamente necessario, nel discorso della cura materna, è la testimonianza che può esistere “una cura che ami il particolare più particolare del soggetto” *.

“Solo se lo sguardo della madre non si concentra a senso unico sull’esistenza del figlio la maternità può realizzare appieno la sua funzione”

Massimo Recalcati – Le mani della madre

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

*il corsivo è di M. Recalcati

Angoscia secondo Freud.

Il termine angoscia è spesso assimilato al concetto di ansia. Questa distinzione è legata alle lingue di origine latina, invece in tedesco e in inglese esiste un’unica parola per intendere i due concetti (rispettivamente Angst e Anxiety).

In genere il termine angoscia viene utilizzato dalla Psicoanalisi (in questo articolo vi proporrò il punto di vista di Freud a riguardo), mentre in Psicologia viene utilizzato più spesso il termine “ansia”. Del resto in linea generale i due termini restano collegati e molto spesso si intende l’ “angoscia” come una situazione emotiva più “grave” dell’ansia. Infatti l’ansia può essere considerata come uno stato emotivo, psicologico e fisiologico tutto sommato non patologico, anzi, se ben gestita, molto utile al conseguimento di obiettivi personali, ad esempio. L’angoscia, invece, potremmo considerarla come un’espressione patologica (nevrotica o psicotica) dell’ansia.

L’angoscia è differente pure dalla paura, perché la paura si riferisce a qualcosa di determinato, invece l’angoscia rimanda a qualcosa di sconosciuto, di indefinito, che ancora deve avvenire. L’angoscia ha a che fare con la possibilità che qualcosa accada.

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Secondo Freud esiste una angoscia reale e una angoscia nevrotica

L’angoscia reale si può definire come la reazione alla percezione di un pericolo esterno, è collegata al riflesso della fuga e può essere considerata un’espressione della pulsione di autoconservazione.

Fondamentalmente, lo sviluppo dell’angoscia non è mai confacente allo scopo, se essa raggiunge uno sviluppo eccessivo diventa inappropriata, paralizzando anche la fuga. Da essa hanno origine prima l’azione motoria, poi ciò che percepiamo come stato di preparazione all’angoscia.

L’angoscia quindi si riferisce allo stato che prescinde dall’oggetto, la paura richiama l’attenzione proprio sull’oggetto. L’uomo si protegge dallo spavento con l’angoscia.

Con angoscia si intende lo stato soggettivo in cui ci si viene a trovare con la percezione dello sviluppo d’angoscia e chiamiamo questo stato affetto; esso comprende sia scariche motorie che sensazioni, esse sono di natura duplice, percezioni delle azioni motorie verificate e le sensazioni dirette di piacere e dispiacere: Ciò che tiene unito il tutto è la ripetizione di una determinata esperienza significativa, che risulta essere assai primordiale, qualcosa di insito nella specie.

Per quanto riguarda l’affetto d’angoscia, si pensa sia la ripetizione dell’atto della nascita, nel quale hanno luogo un misto di sentimenti spiacevoli, di impulsi di scarica e di sensazioni corporee, che è divenuto il prototipo dell’effetto prodotto da un pericolo mortale, che da allora da noi viene ripetuto come stato d’angoscia. Quel primo stato d’angoscia ebbe origine dalla separazione dalla madre.

L’angoscia nevrotica, trova un generale stato di ansietà, un angoscia liberamente fluttuante che è pronta ad agganciarsi ad ogni contenuto rappresentativo adatto. Questo stato può definirsi angoscia d’attesa. Le persone in questa situazione sono tormentate dall’angoscia di una possibilità terribile, sono iperansiosi e pessimisti; ciò si delinea nella nevrosi d’angoscia (nevrosi attuali).

Una seconda forma di angoscia, ma psichicamente legata, e connessa ad oggetti e situazioni, è l’angoscia delle fobie,; si possono distinguere tre gruppi di fobie.(collegata ad oggetti o animali, a situazioni, e per il terzo gruppo a situazioni a cui pare assolutamente inspiegabile un collegamento fobico).

Quelle del primo tipo hanno il significato di gravi malattie, le seconde appaiono piuttosto come stranezze, capricci. Si possono raggruppare queste fobie nell’isteria d’angoscia. Le fobie appartenenti al terzo gruppo indicano il fatto che non esiste il più che minimo accenno di pericolo incombente, quindi l’angoscia sembra ingiustificata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi