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Pallone&Psiche – Napoli vittima di se stesso.

Tra auto – sabotaggio e comunicazione “superficiale”

(Puoi trovare questo articolo anche come “MASOCHISMO AZZURRO” in Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli)

Nonostante la giornata storica, 10 Maggio, per il calcio a Napoli. Trentacinque anni fa, nel 1987, il primo scudetto. C’è un pizzico di rammarico che serpeggia tra i tifosi. Tornando al presente infatti possiamo dire che quelle passate sono state giornate difficili per tutti i tifosi del Napoli.

Giornate avvelenate da una profonda delusione e da una rinnovata sensazione di sconforto e rabbia, legata a questo sentore di ennesimo “tradimento”.

Il tifoso mette, nella “relazione” con la propria squadra del cuore, un certo quantitativo di investimento “energetico” emotivo, che viene alimentato dalle risposte sul campo della squadra, dai comportamenti che la squadra ha, dalle dichiarazioni dei protagonisti, dall’impegno, dal rispetto..

Insomma quella tifoso/squadra è una relazione molto complessa.

Questa premessa per dire che non si può pretendere che i tifosi non abbiano reazioni emotive piatte. Il tifoso alimenta il suo amore per la maglia attraverso la passione, e la passione per definizione stessa è mossa da emozioni e sentimenti forti e turbolenti.

Quindi non si dica che la profonda delusione dei tifosi del Napoli sia “inspiegabile”, “insensata”, “immotivata”, “esagerata”..

Le parole sono sassi, come recitava una canzone di Samuele Bersani di qualche anno fa, e bisogna usarle bene, fare molta attenzione al loro peso, al loro significato. Quando si fanno certe dichiarazioni bisogna avere anche il coraggio di dire: “Ho sbagliato, scusatemi”.

I risultati devastanti di Empoli, e quelli in casa con Fiorentina e Roma, sono anche il risultato di parole mal dette (o maledette), e di una comunicazione apparentemente “malata”, da parte del nostro allenatore.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

La sensazione, anche derivata dalle dichiarazioni post goleada contro il Sassuolo, è che la nebbia della confusione di quelle gare abbia alimentato una faticosa arrampicata sugli specchi.

Più o meno il senso delle dichiarazioni del nostro allenatore, anche in risposta alla lucida analisi di Mertens del post Sassuolo è: “Io il mio l’ho fatto, ho portato la squadra in Champions. Ho voluto alzare l’asticella, guardando allo scudetto, solo perché eravamo vicini e i tifosi lo volevano, ma non è colpa mia se la squadra è più debole delle squadre che ci precedono. Poi è vero che abbiamo perso in casa contro le ultime in classifica e siamo usciti da tutte le competizioni in maniera pietosa, ma abbiamo fatto due/tre ottimi risultati fuori casa a Milano e a Bergamo, dove non si vinceva da tempo. Da me che volete? Poi Mertens che parla a fare, è colpa loro se abbiamo perso, e non è vero che siamo forti quanto gli altri..”.

Nel post Torino poi arriva la ciliegina sulla torta, una perla, oserei dire: “A voi interessa se il prossimo anno si vince lo scudetto o no. Non se i giocatori vengono ad allenarsi anche quando hanno il giorno libero. No, quello non vi interessa”. Come sempre si sbagliano modi e tempi. Probabilmente in un momento diverso questa dichiarazione sarebbe stata apprezzata, ma ora non ha senso, è assolutamente fuori luogo.. 

Guardando al trittico di partite “incriminate” invece, si può fare un’osservazione interessante di carattere psicologico. Il Napoli probabilmente, è stato vittima di quello che in Psicologia si chiama Auto-sabotaggio.

In genere ci sabotiamo quando proponiamo a noi stessi aspettative irrealistiche, mirando al perfezionismo, ma partendo dal presupposto (probabilmente errato) che non siamo in grado di fare delle cose o che non siamo abbastanza capaci di farle. Quindi ci auto sabotiamo per paura di fallire

Quindi volendo portare ad esempio ciò che è successo al Napoli, si potrebbe ipotizzare che se ad esempio Spalletti (ma questo vale anche per la piazza, giornalisti tifosi, ma anche presidente) parte dal presupposto (più o meno inconscio) che se non lo abbiamo fatto prima (vincere lo scudetto o competere per due tre competizioni contemporaneamente), non siamo in grado di farlo.

Quindi nel momento più bello, quando pare che siamo veramente in grado di poter raggiungere quell’obiettivo, ci auto-sabotiamo, per paura di fallire. Come ad esempio è successo con le scelte poco felici sulle formazioni mandate in campo nelle partite “incriminate”, sulle sostituzioni e sui moduli adottati.

Si mettono, così, in atto comportamenti specifici ossia: ci convinciamo che possiamo “vincere lo scudetto” solo se possiamo essere più forti di quelli sopra di noi o se possiamo avere dei giocatori “vincenti” ed esperti e poi mettiamo in atto strategie strane a favore del fallimento (come ad esempio levare un attaccante, mettere giocatori fuori ruolo, infortunati o poco in forma, rinunciare ad attaccare e a giocare o affidarsi ad un modulo completamente inadatto ai propri giocatori e palesemente con poca resa).

Probabilmente come Napoli ci sabotiamo perché preferiamo la certezza e la prevedibilità rispetto all’ignoto  e operiamo un auto-sabotaggio proprio perché pensiamo di non valere abbastanza per meritare lo scudetto.

Ci facciamo influenzare da false credenze magari legate a pregiudizi sociali e sportivi negandoci il successo

Se fosse questo il problema, allora la domanda è: siamo stati vittima del “pensiero sabotatore” della piazza, dei calciatori, dell’allenatore o del presidente? O della commistione di tutti questi?

Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta – Giusy Di Maio, Psicologa Clinica

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone&Psiche: Il leader di una squadra.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

In seguito alla bellissima diretta https://youtu.be/pTkFGPIciV8 e a tutte le suggestioni nate dal confronto con i nostri amici/tifosi, abbiamo deciso di offrire una lettura della figura del leader di una squadra. Il focus è, in questo caso, (per ovvie ragioni) sulla squadra del Napoli ma badate bene… Sono abbastanza sicura che chiunque sia appassionato di sport, possa trovare interessante la lettura offerta.

Il punto di partenza è la letteratura che ci consente la prospettiva offerta dalla psicologia del lavoro che indaga la figura del leader; il leader di una squadra è necessariamente il capitano? E’ l’allenatore? Oppure c’è qualcosa di più?

Grazie mille per il supporto e buona lettura.

Ma allora… il leader di una squadra chi è? E, cosa più importante, il Napoli ha o no ha un leader che sia vero attore/trascinatore (prima di tutto sognatore) di quello che in letteratura si chiama “destino comune” di un gruppo?

Proviamo a fare un pò il punto della situazione.

Abbiamo spesso detto che, in un’ottica psicologica, la squadra va intesa come un gruppo che coopera per procedere verso un destino comune (il nostro ha proprio quel nome lì, quello per i più impronunciabile). Quando parliamo di gruppo, quindi, è necessaria la presenza di un trascinatore che sia qualcosa di più del semplice capitano; serve qualcuno con rabbia, grinta e “cazzimma”; qualcuno che protegga come un padre e che sia al contempo “cazzaro” come uno zio (ammettiamolo, tutti abbiamo o abbiamo avuto uno zio carismatico e divertente).

Leader, etimologicamente, deriva da “to lead” (in inglese) e significa condurre oppure dal latino “cum ducere” (tirare insieme). Secondo gli psicologi Novara e Sarchielli (1996), un leader per assicurarsi la fiducia dei suoi seguaci (immaginiamo quindi, in questo caso, un calciatore X che riesca a suscitare nei suoi compagni di squadra una fiducia totale) debba avere:

  • potere: deve cioè assicurarsi adesione e compiacenza influenzando gli altri;
  • autorità: un potere che venga a lui attribuito da altri secondo delle regole definite;
  • controllo: si intende una modalità con cui ci si assicuri che ciò che viene prescritto o “detto” dal leader viene rispettato.

Come fa il leader ad assicurarsi questa fiducia nei suoi seguaci? Nel nostro caso: come fa il nostro calciatore X ad assicurarsi tale fiducia da parte dei suoi compagni? Utilizzando proprio la leadership ovvero un processo, una interazione che avvenga proprio tra il leader stesso (portatore delle sue caratteristiche personali, idee, competenze e motivazioni) ed i componenti del gruppo (parimenti portatori di caratteristiche personali, idee e motivazioni) a ciò però si deve aggiungere un terzo importantissimo elemento, ovvero la situazione (il luogo fisico in cui ci si trova).

Mi sembra quasi di sentire una voce sullo sfondo: “Eh Dottorè… tutto quello che volete ma io il  nesso col Napoli non ce lo vedo… Non dovevamo parlare di quello?”

E allora torniamo al nostro amato Napoli. In questi giorni (che non sono giorni né di calendario, né di settimana) ma giorni di mesi (che poi sono anni), di storia del Napoli, riflettevo.

Allo stato attuale delle cose abbiamo una società dalla storia complessa; una storia sofferta che non sempre ha visto l’unione e la cooperazione familiare che qui diventano le varie scissioni nel/del tifo, l’ammutinamento dei calciatori, gli arbitri che vanno spesso a sensazione (una sensazione che li porta spesso contro il Napoli) e un presidente che comunica quando non deve e non comunica quando deve; insomma… direi che la comunicazione resta una questione caldissima, in casa Napoli, e allora… c’è qualcuno capace di saper comunicare e/o implementare una “vision” (che nel nostro caso resta sempre il raggiungimento di quella parola che si pensa ma non si dice) in maniera tale da mantenere alta, altissima (nonostante tutto) la prestazione?

Guardo al nostro organico e vedo da un lato un capitano che leader (mi dispiace tanto dirlo) non è mai stato (tanto da voler recidere le proprie radici e andare fuori, lontano, dove molto probabilmente distante dallo stress di dover dimostrare alla sua città (e qui diviene quasi la proiezione di un papà a cui dimostrare di valere realmente qualcosa) troverà la sua dimensione di leader

Poi c’è la nostra colonna Kalidou Koulibaly a cui non puoi non voler bene. Animo gentile e sensibile , difensore della nostra città (eh sì, perché il Napoli non gioca come una squadra ma gioca come una città intera e, come tale, porta sulle sue gambe tutta la nostra storia). Oppure ancora abbiamo il giovanissimo Victor James Osimhen, dall’incredibile grinta; ricordo la prima partita in cui l’ho visto giocare e di botto mi venne fuori un “finalmente! Ci voleva uno così!”

Ma così come?

Uno che gode quando corre, che si diverte quando segna, che si incazza quando sbaglia e sbaglia perché vuole strafare. Un giovane che certo è grezzo ancora e a cui però auguro, quando inevitabilmente sarà più strutturato, di non perdere questa componente di godimento.

Allora Dottorè… abbiamo il leader? E’ lui?

Mmmm…” Ho un’opinione in merito, condivisibile o meno…

Credo che il leader sia qualcuno pronto a restare… attenzione… non parlo di restare a vita fisicamente; parlo di permanere nella memoria dei sentimenti del tifoso.

Il calcio è una cosa seria mica a caso… Il pallone è una cosa seria perché ha legame con quella cosa che la psicoanalisi francese chiama “massimo godimento”; si tratta di qualcosa di assimilabile all’orgasmo, al picco massimo di piacere che puoi provare.

Un leader è pertanto qualcuno che non è (stato) e non solo è ma sempre sarà; qualcuno che arriva e capisce dove sta la storia della città, l’importanza delle radici…

Certo, Diego è uno solo (e lui sì che sempre sarà) ma serve qualcuno che, come diceva Pino Daniele, capisca che  ‘sta terra è na’ pazzia (Sarà, dall’album “Ferry boat” del 1985) e che certe volte il tifoso (e con lui tutta la squadra) ha solo bisogno di qualcosa che rimane (supra).

Allora in questo vedo tanto Dries Mertens, un ragazzo che è arrivato già restando e lo ha fatto talmente tanto da chiamare il figlio “Ciro”, facendogli dono e lasciandogli in eredità il suo nome (ricordiamo che Dries è per tutti Ciro Mertens).

E’ così che si diventa, probabilmente, leader in un duplice processo che ci vuole prima figli e poi genitori del contesto in cui ci andiamo ad inserire e in questo… Mertens è stato più che concreto.

Benvenuto Ciro Mertens e tanti auguri a quel ragazzo ora padre di quel bambino che, metaforicamente e proiettivamente, è lui stesso (Ciro), che ora è al 100% figlio del Vesuvio, figlio di Napoli (e forse leader a tutti gli effetti).

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica, & Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone & Psiche – Quando l’allenatore fa la differenza..

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Vi prego non svegliatemi ora..

Il sogno più dolce, pare essere più vivido, colorato e pieno di luce.. l’urlo liberatorio all’ultimo minuto, poi quella luce negli occhi di Fabian, di Insigne, di Elmas, di Spalletti..

Quella corsa sotto la curva, l’esplosione di gioia mista a rivalsa e a rabbia, per dei risultati che non raccontavano la verità di motivazioni e obiettivi di una squadra vittima solo della sfortuna e dei blocchi mentali legati ad un’autostima decrescente.

Spalletti negli ultimi interventi ha usato parole dirette e precise, nei confronti dei propri ragazzi, del gruppo. Ha preso posizione in pubblico, proteggendo il gruppo dagli attacchi esterni. Ma, ancora più importante, ha lanciato un messaggio preciso alla sua squadra, che più o meno è stato questo: “ Voi avete grandissime risorse e potenzialità, siete più di quanto gli altri hanno visto. Io credo in voi e credo nell’obiettivo più grande. Sono qui con voi e non vi lascerò da soli. Siamo forti!”

Per allenare e motivare gli atleti, gli allenatori d’esperienza e con mentalità vincente, adottano un approccio che favorisce le relazioni e incita i singoli calciatori all’autonomia. Ciò che davvero conta è il tipo di rapporto che il mister costruisce con i propri calciatori

Spalletti allenatore del Napoli – immagine google

La filosofia dell’allenatore “sergente di ferro” ha miseramente fallito con la scorsa gestione tecnica. Anche le ultime ricerche in Psicologia dello Sport hanno confermato che l’approccio più “vincente” è basato suo uno stile di coaching basato su un rapporto diretto con i calciatori e sull’ascolto.

Nel professionismo ad alto livello funziona meglio attingere alle dinamiche psicologiche delle interazioni sociali e alle motivazioni personali.

Secondo la teoria dell’autodeterminazione di L. Deci e M. Ryan (1985), gran parte del nostro comportamento è guidato da motivazioni interiori e non da spinte esterne. Inoltre, in base a diverse ricerche effettuate i due autori hanno potuto identificare tre requisiti: competenza, relazione e autonomia, che portano all’autodeterminazione e sono essenziali per il benessere psicologico degli atleti.

In poche parole i giocatori migliorano la propria competenza costantemente grazie alle capacità e all’esperienza dell’allenatore. Se l’atleta ha la sensazione di non poter imparare qualcosa dal coach, la relazione tra lui e il coach non funziona.

Il lavoro dell’allenatore vincente passa anche dalla relazione, gran arte del suo lavoro, infatti, consiste nel sviluppare dei rapporti e nel potenziare le motivazioni intrinseche. Il segreto è concentrarsi sugli aspetti positivi del gruppo e sulla costruzione dei rapporti interni, il motto dovrà essere “cura della relazione”.

Un ottimo allenatore, rivolgendosi alla propria squadra, dice sempre qualcosa di positivo.

Le persone hanno bisogno di sapere che sei dalla loro parte, prima di accettare quello che hai da dire.

Infine, bisogna che l’allenatore sostenga l’autonomia dei propri giocatori. È importante che i giocatori si sentano sostenuti, autonomi e responsabilizzati nelle proprie scelte di campo, sempre con il supporto del proprio mister che li incoraggia, suggerisce e indica soluzioni possibili.

Insomma, il nuovo corso di Spalletti, assomiglia tanto ad un corso potenzialmente fruttuoso, nonostante le innumerevoli difficoltà che abbiamo vissuto.

Quindi pazienza.. mettiamoci passione e supportiamo la squadra!

 Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta – Giusy Di Maio, Psicologa Clinica

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

“Finisce bene quel che comincia male”

Pallone&Psiche: Tra Presenza e Assenza – il vuoto dagli spalti del desiderio.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Eccoci con il nostro appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi (https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Lo stadio è quasi vuoto. Bucato. Immagina: hai tutti I riflettori puntanti addosso, sudi.. cerchi di mantenere il ritmo del respiro costante… Il cuore fa “bum..bum..bum..” sei lì.. con un piede ancora fuori e uno quasi sul rettangolo verde che profuma di sfida.

Alzi lo sguardo, giri il volto e nulla (o quasi): gli spalti sono “bucati”.

Il pubblico è -quasi- assente.

Cosa sta succedendo?
Con il termine mancanza si indica qualcosa che non c’è, qualcosa di negativo; si indica al contempo qualcosa che -certo non c’è- ma potrebbe esserci. Questo spazio di mancanza, in termini psicologici, può essere colmato soltanto dal desiderio.

La mancanza permette -in sostanza- la nascita del desiderio.

Che c’entra quanto detto con il nostro rettangolo verde dei desideri, della sfida, dei sogni?

Il momento storico che stiamo vivendo è molto complesso; tale complessità affonda le sue radici in qualcosa che era presente già prima della pandemia. Lo stesso calo degli spettatori allo stadio, era materia già nota.

Le scuse (che poi mica sono tanto tali.. Mezzi di trasporto inefficienti/insufficienti vi dice niente?) per giustificare l’assenza dagli spalti del desiderio, si sono sempre sprecate.

A tutti sarà capitato di buttare qualche parola poco elegante quando era ammassato nella metropolitana per andare allo stadio, quando era in fila ai mille controllo ai tornelli, quando aveva la borsa tastata per scoprirne all’interno strani contenuti…

Però -siamo onesti- quando vedevamo quel verde brillante (che nessuna televisione ipertecnologica può rendere al 100%) del rettangolo, misto all’odore dello sport, le magliette dei calciatori, la cazzimma nello sguardo dell’atleta, il tifo di chi ti è vicino, ma quanto ci dimenticavamo di tutto il resto?

Sembra un po’ la descrizione che fanno le donne di certi parti: tanta sofferenza per arrivare a un momento di estremo godimento e gioia: la nascita.

Ed è qui, allora, che forse nasce un tifoso vero.

Nasce nel contatto, nella presenza e nella vicinanza alla sua squadra.

Nasce -forse- un tifoso nell’attestazione del suo desiderio, nel riprendersi quello spazio che si deve e che deve; uno spazio lì, a seguito della sua squadra di cui lui ha bisogno per sognare e di cui lei, la squadra, ha bisogno per lottare, per spingere, per esserci.

Perchè se come diceva lo psicoanalista francese Jacques Lacan, Il desiderio emerge in relazione al desiderio dell’Altro, il desiderio di quel riconoscimento che ci fa dire “io ci sono”, allora il tifoso e la squadra hanno bisogno di quel reciproco riconoscimento che li attesta come presenza in quel registro del reale (e non più dell’immaginario o del simbolico), dove si poteva solo -forse- immaginare.

I tifosi (e la squadra) hanno bisogno di presenza.

La presenza..

Si.. la presenza..

Esserci, significa diventare protagonisti dell’evento che si vive; significa prendersi la responsabilità della presenza e dell’essere in qualche modo attori attivi dell’evento che viviamo.

La presenza implica invece, in chi è attore agonista protagonista dello spettacolo sportivo, la responsabilità delle proprie azioni sportive.

Probabilmente è un retaggio antico, legato alle prime relazioni conosciute, quei legami affettivi con i nostri genitori, con la nostra famiglia d’origine.

Noi ricerchiamo sin dall’infanzia legami autentici e relazioni rassicuranti. Guardiamo ad essi come riferimenti e li utilizziamo per crescere. In tal senso l’aspetto cognitivo ed emotivo legato alle rassicurazioni, al senso di protezione, alla motivazione, all’autostima, al riconoscimento, alle gratificazioni è quello che più ricerchiamo negli altri; come facevamo da piccoli.

I tifosi con la loro presenza, rappresentano in qualche modo quei legami originari: rappresentano una sorta di famiglia adottiva allargata, che ama e vuole bene i suoi figli; che li supporta, che li coccola, che li incita, ma che allo stesso tempo può giudicarli e a volte punirli.

Allora perché i tifosi (famiglia adottiva dei calciatori) sembra si siano disamorati dei propri figli adottivi?

“L’assenza” di un genitore, nei riguardi dei propri figli,  è spesso legata a conflitti emozionali interiori, spesso profondi e complessi, così intensi e dolorosi che sovvertono quel sentimento d’amore per i propri “figli”, fino a farlo diventare indifferenza.

L’amore e la passione sono sentimenti forti e implicano un grande investimento energetico. Freud le chiamerebbe pulsioni di vita. Ma per investire sul proprio oggetto amore, bisogna necessariamente dare in pegno qualcosa di sé. 

“Chi ama diventa umile. Coloro che amano hanno, per così dire, dato in pegno una parte del loro narcisismo.”

(Sigmund Freud)

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica – Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone&Psiche: Fattori psico – emotivi e stress come spiegazione per gli infortuni muscolari: il caso di Insigne.

Napoli Sampdoria seconda giornata di ritorno, siamo a metà del primo tempo, Insigne è in possesso di palla pronto ad avviare una promettente azione d’attacco, ma mentre corre (neanche troppo velocemente), palla al piede, verso la porta avversaria, si ferma.

Uscirà pochi minuti dopo dal campo per un infortunio muscolare all’adduttore destro.

Cosa potrebbe essere successo? Potremmo ipotizzare che l’infortunio di Insigne sia legato anche a fattori psico-emotivi?

Probabilmente si.

Ovviamente, non possiamo averne la certezza, ma i tanti indizi situazionali, possono sicuramente portarci a pensare che l’infortunio (o gli infortuni) del capitano del Napoli abbiano anche una connotazione psicologica.

Del resto, basti pensare che Insigne era reduce da un precedente infortunio al polpaccio a dicembre e dalla successiva positività al covid. 

Noi (tifosi e non) siamo generalmente portati a pensare ai calciatori o in genere agli sportivi, come individui “decontestualizzati”. Difficilmente li pensiamo come individui inseriti in un contesto (familiare, sociale, relazionale); eppure (e mi dispiace sfatare questo mito) anche i calciatori sono umani e quindi passibili di influenze esterne e interne di natura psicologia, emotiva, cognitiva, sociale e culturale.

Insigne sta vivendo una fase della propria vita molto particolare, una fase critica, di passaggio. Un periodo che lo vede protagonista di scelte complesse, per se stesso, ma anche per la sua famiglia.

Lorenzo Insigne – infortunio Napoli – Sampdoria

A prescindere dal discorso economico, che ha la sua rilevanza e potrebbe apparentemente facilitare il “cambiamento”, la questione riguarda molto da vicino Lorenzo. Un giovane uomo di 31 anni con una famiglia, che sta decidendo di emigrare verso un mondo sconosciuto, sollecitato, consigliato, invogliato, motivato e/o costretto da eventi, persone, denaro, promesse..

 In questa situazione, di per sé stressante, mettiamoci anche l’aspetto legato alla sua immagine, a ciò che rappresenta:

capitano della sua squadra del cuore, dove è cresciuto calcisticamente;

punto di riferimento per i tifosi, con cui ha sempre avuto un rapporto complesso, caratterizzato da sentimenti di amore e odio;

tifoso della propria squadra;

cittadino della città che rappresenta.

Cosa centra tutta questa premessa con l’infortunio?

Nel calcio, i muscoli più colpiti da infortuni sono: i flessori del ginocchio, il quadricipite femorale, i muscoli del polpaccio e gli adduttori dell’anca.

L’infortunio sportivo muscolare, dal punto di vista della psicologia, rappresenta un evento multifattoriale e tutti gli elementi che ho citato in precedenza (legati all’infortunio di Insigne) possono considerarsi dei fattori di rischio (variabili psicosociali).

Il modello dello Stress – Infortunio di Andersen e Williams (1998)  , sostiene che esista una correlazione tra stress e infortuni sportivi.

Esistono infatti, in alcuni individui, caratteristiche particolari di personalità che non permettono una adeguata risposta agli eventi stressanti, che non vengono affrontati nella maniera opportuna. Questa risposta inadeguata può aumentare la possibilità di un infortunio di tipo muscolare.

Thompson e Morris, osservarono che il rischio aumenta quando nella vita dell’atleta sono presenti eventi stressanti. Inoltre, quando incombono la presenza degli “stressor” (ciò che può generare lo stress) i livelli di vigilanza e attenzione diminuiscono notevolmente.

In successivi studi è stato evidenziato che individui con sentimenti e umore frequentemente “posizionati”nell’area depressiva, malessere e apatia, riportavano infortuni più facilmente (Kolt & Kirkby, 1999).

Anche persone con ansia di tratto, ansia di stato e vulnerabilità allo stress, sono più vulnerabili agli infortuni (Williams & Andersen, 1998). Inoltre l’ansia legata alla competizione può avere sia un effetto diretto, sia indiretto sull’infortunio, in particolar modo quando c’è la presenza di umore negativo (Petrie, 2004).

Tornando al caso di Insigne, ad esempio, trovandosi in una condizione di stress duratura e persistente, probabilmente avrà avuto una risposta attentiva alterata (distrazione) durante le ultime gare, con conseguente aumento della tensione muscolare. Negli stati di stress è comune infatti una contrazione “anomala” di determinati gruppi muscolari, e ciò ovviamente può portare a diverse conseguenze sul piano fisico: affaticamento, riduzione della flessibilità muscolare che possono poi portare a distorsioni, strappi, stiramenti..

Infine la distrazione e la riduzione dell’attenzione determina inevitabilmente errori durante il match, peggioramento della performance e quindi anche il rischio di “incidenti” muscolari.

Insomma, se questa può essere una spiegazione plausibile a questi ultimi infortuni di Lorenzo, una domanda è lecita:

A queste condizioni quale contributo alla causa del Napoli potrebbe dare Insigne fino al termine della stagione?

Secondo Petrie, uno degli autori citati, il supporto sociale giocherebbe un ruolo di protezione nel rapporto con la rabbia e la depressione 

Quindi se resterà, come pare, in squadra fino al termine della stagione, bisogna supportarlo e “coccolarlo” affinché possa evitare “disattenzioni” e altri infortuni, e magari regalarci qualche gol, per aiutarci a vincere. 

Gennaro Rinaldi – Psicologo – Psicoterapeuta

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoliciucciomaglianapoli a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone&Psiche: Psicologia e Sport.

Siamo lieti di annunciarvi una nuova rubrica che partirà da oggi, sul nostro blog.

Da sempre tifosi del nostro Napoli e amanti dello sport abbiamo -negli anni- inseguito il progetto di poter parlare di Psicologia dello Sport, un settore ora (finalmente) in via di sviluppo anche in Italia; un settore che va molto oltre il lavoro dei coach motivazionali.

Le olimpiadi lo hanno mostrato chiaro e tondo: anche nel mondo dello sport, il supporto psicologico si presenta come un valido strumento di sostegno e supporto dell’atleta in difficoltà.

Che cosa accade allora da oggi?

Accade che nasce una bellissima collaborazione insieme a Giulio Ceraldi: Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli https://ciucciomaglianapoli.com/ che ha dato a noi Psy, la possibilità di riflettere -insieme- sull’aspetto psicologico del pianeta calcio andando ad indagare cosa accade dal punto di vista interpsichico e intrapsichico. Analizzeremo pertanto cosa accade sia dal punto di vista del calciatore stesso (analisi dei fattori di stress, ad esempio) che dal punto di vista delle dinamiche relazionali che vengono a crearsi tra atleta, società, mezzi di comunicazione e tifosi.

Dott.ri Giusy Di Maio, Gennaro Rinaldi.

Napoli sì, Napoli forse: Napoli no.

Dopo le sconfitte, si sa, siamo tutti più restii a mantenere quel certo aplomb di gallica memoria, ma la situazione in casa Napoli è ormai ben nota, pertanto non ci resta che metterci comodi e provare ad analizzare le cose che stanno scuotendo la casa azzurra.

Covid, cessioni, infortuni…. una serie di sfortune – verrebbe da dire – che si susseguono senza sosta; la questione si pone però se andiamo a prender coscienza del fatto che da tifosi sottovalutiamo, spesso, il peso che le numerose variabili (ad esempio quelle appena citate) possono avere sulla resa (a breve e lungo termine) della prestazione di un calciatore.

Un calciatore è – inoltre – membro di una squadra, il che apre ad un’altra questione ancora: ciò che faccio io può dipendere o inficiare quello che fanno tutti gli altri.

Un momento… un momento Dottoressa… Ora sono quasi confuso… Ma questi, due calci a un pallone devono dare e qua mi fate il discorso del sistema… delle variabili… ma a me che importa?

Il momento attuale del Napoli, della nostra squadra, è strutturalmente complesso poiché il punto forse più caldo è la cessione del nostro capitano Lorenzo Insigne.

Per anni le voci sono state insistenti “Insigne ha firmato con… Ufficiale! Insigne via!” e di converso anche nel cuore dei tifosi i sentimenti sono sempre stati contrastanti: siamo passati dal capitano amato, ammirato.. dallo scugnizzo “cresciuto” in cui tutti si riconoscevano al “calciatore dalle dubbie capacità” e questo.. per voler essere eleganti.

Cosa accade allora nella mente di una squadra quando il suo assetto interno ne viene, per un motivo qualsiasi, modificato?

Una squadra è una famiglia – un sistema – direttamente (o indirettamente) influenzata dalle proprie relazioni di provenienza.

Mi spiego:

Un calciatore che entra in una squadra entra in un sistema formato dalla trama di relazioni che si vengono a creare tra tutti i membri della squadra stessa (hai presente il famoso clima dello spogliatoio di cui tanto si parla?); a loro volta, però, i calciatori portano, all’interno di quelle relazioni della squadra, i rapporti che li accompagnano anche “fuori”. Per capire meglio questo punto, dobbiamo pensare a quando si dice che ciò che succede a “casa tua” non devi portarlo sul lavoro altrimenti se ne inficia la prestazione, hai presente, no? Bene… questa cosa è tecnicamente possibile ma di fatto quasi impossibile da svolgere.

Se un membro della famiglia di provenienza del calciatore stesso (per fare un esempio) mostra malessere in una data situazione, la performance calcistica (o sportiva in generale) dell’atleta ne sarà inficiata.
No Dottoressa.. qua sta diventando troppo complessa la questione: per me bisogna solo vincere qualcosa di concreto“.

Hai ragione anche tu… anche io sono tifosa e mi rendo conto che vincere conta se sei in gara, ma dammi un po’ di tempo, ancora…

Ogni persona è da considerare come un individuo immerso in una realtà bio-psico-sociale; si tratta pertanto di considerare una realtà che sia caratterizzata da fattori biologici, psicologici e sociali.

I fattori biologici sono i fattori biochimici, ad esempio; quelli psicologici sono legati alla personalità, al comportamento, all’umore e quelli sociali alla famiglia, alla cultura o fattori economici.

Un atleta che vive, per un qualsiasi motivo, un problema della sfera biologica, psicologica o sociale, per forza di cose avrà una performance minore rispetto ad un altro atleta.

Una squadra che perde il suo capitano e che perde per un periodo di tempo la sua punta (mi riferisco a Victor Osimhen), deve vivere da un lato l’elaborazione di un lutto a tutti gli effetti e dall’altro ha vissuto l’elaborazione di una situazione catastrofica laddove le condizioni erano invece favorevoli. (Questo sarà però argomento del nostro prossimo appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Psicologia e Sport. Motivazioni Olimpiche.

Si stanno svolgendo ormai da quattro giorni le Olimpiadi 2020 di Tokyo ed è molto interessante e appassionante guardare le varie gare dei numerosi sport. Ancora più appassionante è vedere gli atleti superare i propri limiti, sfidando il tempo, la gravità e le varie leggi della fisica.

Ma come fanno gli atleti a gestire tutta quella tensione e qual è la loro arma vincente per diventare grandi campioni?

In questa giornata di gare è abbastanza sconvolgente imbattersi in questa notizia: Ginnastica: Biles sostituita durante la finale (msn.com). La Biles è praticamente una fuoriclasse della ginnastica, più volte campionessa Olimpica. Quindi molto forte e molto esperta. Dopo la prova al volteggio, già in apparente difficoltà, ha abbandonato di sua spontanea volontà la gara e non ha voluto più continuare, facendosi sostituire per le altre prove.

Dopo non molto su uno dei suoi social appaiono le sue parole sull’accaduto: “Ho il peso del mondo sulle spalle. Non è stata una giornata facile o la mia migliore, ma l’ho superata. A volte mi sento davvero come se avessi il peso del mondo sulle spalle. So che lo spazzo via e faccio sembrare che la pressione non mi colpisca, ma dannazione a volte è difficile: le Olimpiadi non sono uno scherzo”.

© Fornito da Rai Sport – Simone Biles

Probabilmente la Biles (interpretando i momenti della gara e le sue successive parole) non è riuscita a gestire la tensione emotiva del momento storico ed è letteralmente crollata psicologicamente. Anche i campioni come lei, abituati a pressioni estreme e a palcoscenici importantissimi possono cedere.

Questo episodio ci fa comprendere quanto nello sport e per gli atleti la variabile mente sia determinante, per raggiungere obiettivi ambiziosi.

La gestione delle stress e delle difficoltà ha un peso specifico non indifferente nell’affrontare impegni sportivi di un certo livello, ma ad avere un ruolo ancor più determinante è la motivazione.

Per affrontare gare così importanti, come alle Olimpiadi, gli atleti devono necessariamente provare a superare i propri limiti o almeno portare le proprie capacità al limite. Per far questo sono necessari due fattori chiave: il primo consiste nella preparazione fisica che permetterà al corpo di essere in grado di produrre le migliori prestazioni possibili; il secondo fattore ha a che fare con la mente e riguarda la motivazione. A cosa serve avere un Ferrari potentissima senza avere anche la volontà e la possibilità di spingerla al massimo delle sue possibilità?

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Quindi potremmo dire che la chiave di tutto è: nella gestione dello sforzo fisico; delle difficoltà che possono succedersi durante una gara; dello stress legato alle aspettative (personali e altrui) e all’ansia del momento.

In alcuni esperimenti, in cui sono stati coinvolti degli atleti, si è potuto osservare che ad un livello equivalente di allenamento (in atleti esperti e di alto livello) è la motivazione spesso a fare tutta la differenza. La motivazione è infatti in grado di spingere più in avanti il limite dello sforzo personale, oltre il quale il cervello e quindi l’individuo interrompe il suo sforzo. La zona del cervello interessata a questa attività di “controllo” è l‘insula. Questa regione del cervello riceve dal midollo spinale alcune connessioni neuronali di natura propriocettiva (che informano il cervello sullo stato fisico dei muscoli) e nocicettiva (messaggi legati al dolore in situazioni di sforzo intenso).

La motivazione ha inoltre il merito di “far dare di più” nonostante le difficoltà fisiche e psichiche. Un atleta molto motivato sarà quasi indifferente al giudizio altrui, non si farà condizionare dai risultati e dalle vicende negative, resterà concentrato sul proprio obiettivo e mostrerà una determinazione elevatissima.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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