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Divento il paziente.

Mi capita spesso di fare un gioco, nel mio studio. Il termine gioco non ha qui valenza chiaramente ludica, indica invece l’esercizio di un’azione che metto in atto.

Lascio il mio posto e mi siedo dall’altro lato della scrivania dove fino a poco prima, c’era il paziente.

Il cambio di prospettiva a cui mi abbandono, comprende anche l’assunzione della postura del paziente stesso; mi siedo e osservo, guardo quel che il paziente vede.

Guardare, non indica un’azione legata al puro atto estetico della cosa; guardare, vedere e sentire come (e non allo stesso identico modo del paziente, sostituendomi al suo stesso sentire), mi offre la possibilità si sintonizzarmi maggiormente con il vissuto emotivo, affettivo e cognitivo del paziente stesso.

Il lettore mi permetta qualche doverosa precisazione.

Il gioco cui mi riferisco, è qualcosa da non fare in assenza di un conduttore specifico (lo psicologo) o in solitudine (il materiale psichico è qualcosa con cui evitare il self service). So che l’uso self, dei contenuti psichici è spaventosamente dilagante. Ci si affida senza il minimo dubbio a molti di coloro che per passione dicono di maneggiare “la psiche”, ed io qui, porgo al lettore una domanda:

“Ti faresti operare al cuore da un soggetto che per estrema passione, legge di medicina magari anche da anni, ma che non ha la minima idea ma -soprattutto- competenza medica, di una sala operatoria e degli strumenti della sala operatoria stessa?”

Perché, allora, ci si affida a queste persone?

Le risposte sono molteplici ma non saranno trattate da chi scrive, in questa sede.

Voglio solo ricordare a chi legge, che tu sei la persona più importante. Tu sei, vuol dire la tua psiche che è molto più importante del tuo corpo, del tuo lavoro o della tua casa.

Abbi sempre rispetto di te stesso e, anche solo per toglierti un dubbio, affidati sempre ad un esperto e mai a chi, pretende di spiegare senza realmente sapere.

Tornando al cambio di prospettiva, oggi sarò per voi Federica.

Disclaimer:

Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.

Mi chiamo Federica e sono sotto peso, il mio corpo di vetro è talmente leggero e tagliente che mi sembra di poter tagliare la sedia; le mie anche sono trasparenti e sporgenti, sento che sto per disintegrarmi. Ho problemi di tiroide anche se i medici ancora non sanno bene di quale tipo e ho l’anemia.

Ho male ovunque, i miei muscoli sono aggrovigliati; intersezioni di mille incroci complessi che creano nodi duri, attraversano il mio corpo creando accumuli impossibili da sciogliere perché non si capisce a chi (o cosa) dare la precedenza.

Oggi mi sono vestita troppo pesante, questa felpa extralarge di lana mi fa sudare ma almeno così, visto che è molto corta, posso portare fuori i miei piccoli addominali (ok.. lo so.. sono ossa sporgenti, ma a me piace).

Non ho tolto le cuffiette così mentre la Doc parla, posso continuare a sentire i mille messaggi whatsapp che continuano ad arrivare senza sosta, lo sai.. oggi devi essere sempre connesso altrimenti non esisti e io… non voglio scomparire (Cazzate!! io voglio scomparire ed essere solo un ricordo evanescente, ecco perché non mangio!).

Ho cominciato da poco, da quando vengo qui dalla doc a scoprire le emozioni e sì a 19 anni ho cominciato ad abbracciare mamma, da quando ho capito che sta per morire.

Le emozioni mi fanno schifo! Sono spaventose e mangiano da dentro.

Odio sentirmi mangiare avidamente da qualcosa che io non controllo e non posso controllare allora ho deciso di non mangiare più le cose che vengono da fuori visto che quelle da dentro, mi sminuzzano velocemente.

Avevo un ragazzo però adesso sto con Lucia anche se mi piace sia Marco che Letizia.

Mi sento svenire, il mio cuore batte fortissimo: sudo, tremo sono rossa poi bianca cadaverica in viso.

Non respiro.

Aiuto, qualcuno mi sente?

Mi piace venire dalla doc, anche i miei amici dicono che sono rinata da quando vengo qui, perché finalmente sto usando queste emozioni spaventose.

Mi piacciono tantissimo le lenticchie con le carote, perché mamma non me le cucina mai?

Perché non mi fa mangiare come quando ero piccola?

Forse stasera un pezzettino di pane, lo mangio.

(Quando avrò la forza di rialzarmi dal mio svenimento).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il vuoto liquido.

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Quando “lavoriamo” con l’adolescente (e con l’adolescenza), dobbiamo tener in mente sempre un punto così piccolo da esser straordinariamente potente e rilevante, mi riferisco al fatto che l’adolescente ha necessità di proiettare sulla figura del terapeuta stesso il senso della perfezione e dell’onnipotenza.

Diviene quindi importante esser capaci di saper conservare questo tesoro che proviene dall’infantile, questo nucleo di onnipotenza buona, (un tempo collocato nella madre), cercando però di non confondersi con esso cedendo all’illusione di sentirsi “l’oggetto buono onnipotente salvifico”, ma bisogna sviluppare -insieme- quella capacità di costruire un oggetto che ridia speranza e fiducia.

Viviamo -lo dico spesso- in un tempo molto complesso dove le contraddizioni guidano la nostra esistenza privandola di consistenza; è il tempo delle incertezze, dei confini inesistenti, dei limiti varcati pur senza più un divieto (reale o immaginario) che lo impedisca.

I giovani non possono più sfidare l’autorità; non riescono più a capire i confini di ciò che (per loro) sarà “giusto o sbagliato”.

Viviamo, tuttavia, anche nel tempo dell’evoluzione tecnologica e scientifica che ci ha resi sempre più protesi tecnologiche; orpelli tenuti tra le nostre mani diventano sempre più le nostre stesse mani e i nostri stessi sentimenti.

Ed ecco un altro punto: i giovani sono alessitimici; non riescono più a comprendere le emozioni, non sanno dare un nome alle sensazioni che sentono e non sanno più cosa provano (se, provano…).

Questo malessere è evidente a noi clinici nella nostra pratica dove, la sofferenza psichica è elicitata sotto forma di sintomi narcisistici, depressivi e disturbi d’identità.

Freud (1929) evidenziava al centro del disagio della civiltà del suo tempo, un nesso tra l’inibizione della pulsione e la colpa inconscia; ciò invece che pare caratterizzare il malessere attuale avrebbe a che fare più con un eccesso di pulsionalità e con la scomparsa dei limiti che rendono labili i confini e rafforzano proprio le fantasie di onnipotenza: “io posso tutto!”:

La società dei consumi promuove l’illusione di una libertà individuale (illimitata), puntando a una ricerca -illimitata- del piacere che diviene il valore assoluto.

Ne deriva un crescente senso di vuoto interiore (perché il piacere costante e la libertà continua diviene, nell’ambito del vivere sociale, pura chimera), favorendo il persistere del fallimento “sono un fallito! sono inutile! sei un fallimento!” favorendo una sofferenza che passa per e attraverso il corpo che parla al posto del soggetto.

I pazienti che vediamo nei nostri studi hanno difficoltà a sentire e dire le proprie emozioni e mostrano una difficoltà ancora più spaventosa: sembrano (de)storificati; uomini, donne, ragazzi e ragazze, persino bambini incapaci di raccontare la propria storia personale.

Umani attori di una storia che non gli appartiene e, nella maggior parte dei casi, nemmeno lo sanno.

Si tratta di persone impoverite, incapaci di simbolizzare che sperimentano continuamente la drammatica esperienza del vuoto.

Perché mi piace il lavoro con gli adolescenti?

Perché l’adulto in divenire, l’adolescente, vive quell’assurda condizione punto di intersezione dei vari movimenti intrapsichici, interpersonali e intergenerazionali; è uno snodo della vita del soggetto che ben si sposa e riflette (stando e restando impastato) nel caotico vivere che è la nostra società liquida.

Società liquida per una identità liquida.

Essendo l’adolescenza il periodo per eccellenza dei cambiamenti fisici e identitari, dove i confini corporei e psichici sono tratteggiati, l’adolescente è maggiormente esposto a restare vittima dell’indistinzione identitaria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Comunicazione e sorriso.

Nasciamo predisposti alla comunicazione.

Il neonato è infatti fin da subito capace di rispondere agli stimoli ambientali tanto che egli non è uno spettatore passivo di quanto lo circonda quanto -piuttosto- il primo attore dell’ambiente in cui è calato. Il neonato riesce, infatti, a rispondere alle stimolazioni che vengono lui poste, attuando tutta una serie di segnali di risposta.

Il piccolo dell’uomo risponde (ad esempio girandosi) quando sente il richiamo della voce umana e ha a sua disposizione come strumenti atti alla comunicazione, il pianto e -poco dopo- il sorriso.

Distinguere in maniera troppo “semplicistica” in una dicotomica “comunicazione verbale VS comunicazione non verbale”, rischia di mettere sullo sfondo troppi elementi che concorrono all’atto/processo comunicativo stesso se prendiamo ad esempio, come riferimento, lo sviluppo che il bambino segue nel primo anno di vita.

Prima che il bambino acquisisca la competenza linguistica, possiede una competenza comunicativa che avviene attraverso canali e modalità non verbali tanto che possiamo sostenere che i sistemi di comunicazione preverbale costituiscono la base per l’acquisizione del linguaggio.

C’è un graduale passaggio tra comunicazione non verbale prelinguistica e linguaggio: le modalità non verbali utilizzate dal bambino per comunicare vengono gradualmente trasferite alla competenza linguistica.

“L’acquisizione della comunicazione intenzionale, insomma, precede la comparsa del linguaggio (Greenfield, Smith, 1976) e, verso la fine del primo anno di vita, il linguaggio non va a sostituire la precedente comunicazione gestuale quanto, piuttosto, realizza una espansione del repertorio comunicativo del bambino (Camaioni, 1996).

La comunicazione non verbale svolge pertanto innumerevoli funzioni tanto da poter essere considerata un “linguaggio di relazione”, mezzo principale per comunicare ed esprimere le emozioni; unitamente a ciò, la comunicazione non verbale ha un ruolo simbolico molto importante in quanto concorre ad elicitare (nella forma non verbale) atteggiamenti circa l’immagine di sé, del proprio corpo e partecipa alla presentazione di sé agli altri.

Altra caratteristica della comunicazione non verbale è la sua funzione metacomunicativa in quanto fornisce elementi per interpretare il significato delle espressioni verbali (è infatti meno sottoposta, rispetto al linguaggio, al controllo consapevole e lascia trapelare maggiormente i contenuti più profondi dell’esperienza umana).

La comunicazione non verbale regola inoltre l’interazione poiché permette la sincronizzazione dei turni e delle sequenze fornendo dei feedback.

E qui.. si situa lo straordinario potere del sorriso.

L’atto comunicativo è qualcosa di molto più complesso del semplice uso della parola; abbiamo infatti un linguaggio verbale e un linguaggio non verbale. All’interno del linguaggio non verbale il sorriso assume un ruolo spesso altamente sottovalutato. Il sorriso è il “nostro” primo atto comunicativo, basti pensare che il neonato comincia proprio a comunicare con l’altro, utilizzando il sorriso stesso. Attenzione però.. il sorriso non ha necessariamente una valenza solo positiva.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

La proposta di Carlo.

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Carlo è un bambino intelligente: intelligentissimo.

Avere 12 anni ed essere così intellettivamente vispo, attento, veloce e preciso può essere una condanna nel tempo presente. Una società che si basa sempre di più sulla velocità -certo- ma poco sull’accuratezza delle cose (fonti, idee, pensieri, basti pensare allo strabordante fenomeno della fake-news); o ancora una società che pare voglia abolire genesi e sostanza dei pensieri, può essere un luogo condanna per questi bambini.

Come fa un qualcosa che non ha contenuto (il tempo presente) a contenere?

Carlo giunge in consultazione portato dalla zia. La scuola non riesce a “tenere” il bambino attento, seduto e rispettoso delle regole…

Il profitto di Carlo è talmente alto che i professori hanno smesso di mettergli i voti; quando viene interrogato la professoressa esce dall’aula perché “è inutile che controlli. Tu già sai”; quando il ragazzino prova a sollevare domande o a difendere qualcuno in classe, partono le note.

Se infatti mancano i rinforzi positivi, le punizioni non mancano mai.

Carlo ha una collezione incredibile di rimproveri, note, richiami di ogni tipo; i tutori vanno un giorno sì (e anche l’altro) perché i professori “non ce la fanno”..

Ma Carlo li mette in una strana situazione mai successa: è un genio dal caratteraccio (almeno a detta loro).

Quando vedo Carlo per la prima volta, scopro un ragazzino completamente diverso da quello descritto sulla scheda anamnestica.

Mi colpiscono questi incredibili occhi verdi perché oltre a brillare intensamente, sono palesemente coscienti delle cose. E’ strano vedere un ragazzino (più bambino, in realtà) che ha degli occhi così tanto adulti; il messaggio sembra essere “ma che vi sfiancate a fare… tanto il mondo va così”.

“Oppositivo… è oppositivo.. ragazzo oppositivo.. aggressivo… violento.. oppositivo”

Mi aspettavo un antisociale -rido- e mi ritrovo un bambino genio.

Per nulla oppositivo, dotato di grande ironia (la qualità più bella), collaborativo e attivo anche nel setting. Carlo non mi fa ripetere nemmeno mezza volta una cosa che la fa (tenuto conto della situazione, nemmeno in maniera svogliata).

Ride molto si muove -vero- ma non in maniera convulsa.

Cosa chiediamo -allora- noi a Carlo?

Parlando della scuola emerge solo una cosa: “i professori mi annoiano”

Faccio un gioco con Carlo: è stato eletto ministro dell’Istruzione e spetta lui varare una nuova riforma scolastica. Cosa fa il Ministro Carlo?

“I professori devono ridere; non devono solo spiegare e assegnare compiti, spiegare e assegnare. Non devono solo punire ma devono essere più simpatici. Non devono fare paragoni tra gli studenti e non devono dire agli studenti che se vanno male a scuola non faranno mai niente nella vita. La scuola deve essere luogo di divertimento; ci deve piacere stare insieme e dobbiamo stare tutti bene, insieme. I professori sono obbligati alla risata e si devono pure vestire colorati!”

Il Ministro Carlo ha firmato la sua proposta di legge.

E’ la prima legge (per quanto concerne la scuola) sensata che vedo, nella mia vita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Crescita creativa: fidarsi e affidarsi.

La crescita è un processo piuttosto complesso che reca la sua complessità nell’etimologia stessa del termine.

Crescere deriva infatti dal latino e dalla stessa radice di “creare”: cresco, quindi creo.

Diventando più grande, sviluppo (si spera in meglio ovvero nella migliore delle loro possibilità), le mie qualità.

Crescendo, creo la versione migliore di me.

La crescita non è soltanto un processo legato all’accrescimento -ad esempio- delle parti del proprio corpo (altezza, peso, forma), ma indica un processo (creativo) che si situa al confine tra l’ambiente e l’organismo.

Tra me e l’ambiente (fisico) e il campo psicologico in cui sono immerso, si situa quel processo creativo che permette crescita, sviluppo e creazione del mio Io.

Crescere è un atto di fiducia; ci si fida e affida a sé stessi certo, ma anche (e soprattutto) al prossimo.

I genitori che chiedono una consultazione per i propri bambini, portandoli in studio come fossero pezzi di un puzzle da riunire/comporre, perdono la fiducia nei propri bambini.

Il disagio va riconosciuto e accolto ma va -per prima cosa- rispettato.

Troppi genitori pensano ai figli come “giocattoli rotti”, dimenticando che l’elicitazione di un disagio è una richiesta silenziosamente urlata che merita ora, dal genitore, fiducia.

Il genitore deve -ora- fidarsi e affidarsi; fidarsi del proprio bambino e del terapeuta; affidarsi al terapeuta.

Crescere è un atto di creazione costante e continuo, spesso discontinuo vero… ma è pur sempre un movimento che non si arresta con il raggiungimento dell’età adulta.

Se ci pensiamo bene anche il corpo non resta mai nella forma fisica raggiunta “ad una certa età”, ed ecco che anche le esperienze che quotidianamente viviamo, continuano ad avere influenza su di noi: sulla nostra psiche.

E allora più che ai puzzle (che non ho mai sopportato perché non trovo il piacere di far combaciare in forme e pezzi prestabiliti una figura prestabilita), ritorniamo alla possibilità di essere come i semi.

Piantiamo da qualche parte il nostro seme, la nostra essenza, che attecchirà in un terreno che avrà costantemente bisogno di cure, nutrimento e attenzione.

Crescere è il nostro atto creativo quindi -rivoluzionario- perché la creazione ha sempre con sé una piccola quota di rivoluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il bambino che non sorrideva: Disturbi dell’infanzia – la storia di Bruno.

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In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perché suo figlio non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena tanto da correre più volte il rischio di strozzarsi con la propria saliva) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottoressa- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perché poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere ogni minima informazione su quanto fatto in classe; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perché ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un po’, che ne so, perché siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perché ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco -dice- e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perché oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a causare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale: rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Psicologia e Sviluppo. Quanto incidono gli stili educativi familiari sulla personalità dei figli?

Le prime relazioni, specie quelle con i genitori, incidono in maniera significativa sulla nostra vita futura e sullo sviluppo della nostra personalità. In particolare le norme implicite ed esplicite trasmesse dai genitori, insieme allo stile familiare, diventano parte integrante dell’identità, delle abitudini, dei comportamenti, del modo di agire e di pensare della persona che sarà.

Ma qual è lo stile educativo migliore per i bambini?

Partiamo da quello per antonomasia più rigido e serioso: lo stile educativo autoritario.

Quello autoritario è caratteristico di quelle famiglie in cui ai “no” numerosi, si affiancano tante regole inflessibili, punizioni severe e a volte minacce di “botte”. In queste famiglie i figli sono poco o per nulla coinvolti nelle decisioni familiari. I genitori sono molto esigenti e si aspettano che i figli obbediscano senza possibilità di esporsi.

In genere i figli di famiglie autoritarie sono diffidenti nei confronti dei genitori e non hanno un dialogo vero, perché non gli è permesso. Considerano le punizioni ingiuste, non si confidano con i genitori, sono abituati a mentire e cercano sempre di allontanarsi da loro.

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Lo stile permissivo è all’esatto opposto dello stile autoritario. In genere le famiglie con stile permissivo non contraddicono i figli e cedono spesso alle richieste e ai capricci dei propri figli. I figli, in questo caso, non hanno grossi limiti, sono liberi di scegliere da soli, anche quando magari non hanno la capacità e la maturità per farlo. Questo comporta, purtroppo che spesso i figli si sentano, in situazioni complesse, un po’ in balia degli eventi, perché non supportati e aiutati. Insomma, si aspetta che i figli si educhino da soli.

I genitori permissivi sono, in effetti, tolleranti e incoraggianti, ma spesso diventano incoerenti. Ciò accade perché quando si sentono attaccati o devono affrontare situazioni troppo difficili e serie, il loro tentativo di riprendere il controllo e esercitare la disciplina diventa inefficace e appaiono deboli; oppure possono diventare improvvisamente, intolleranti e autoritari.

Un eccesso di stile permissivo rischia di sfociare nella trascuratezza.

Lo stile trascurante è quello che adottano i genitori distaccati e non coinvolti, che tendono a distanziarsi “emotivamente” dai propri figli e mostrano così uno scarso interesse nei loro confronti. Questi genitori lasciano fare ai figli ciò che vogliono, non li sostengono e non forniscono, ai propri figli, quasi nessuno strumento per la comprensione del mondo e le regole. Risultano assenti dalla vita dei propri figli e quando sono costretti ad interagire con loro, si infastidiscono e risultano ostili.

I figli di questi genitori in genere vivono continuamente un distacco, un abbandono. Rischiano così di crescere inesperti, immaturi, con la sensazione di non valere abbastanza e con un forte sentimento di rivalsa. La loro fortuna potrebbe essere quella di incontrare e vivere, nel loro ambiente di vita, con altre figure di riferimento importanti e ben disposte nei loro confronti.

Esistono poi i genitori con uno stile iperprotettivo ed ansioso. Questi non sono distaccati e neppure demotivanti, ma si sovrappongono continuamente alle scelte e alle iniziative dei propri figli. Nonostante abbiano una buona capacità di stabilire un legame significativo con i propri figli e siano molto consapevoli dell’importanza dell’educazione dei propri figli, risultano di contro essere veramente troppo preoccupati.

Questa iper-preoccupazione porta a una costruzione di una “bolla” protettiva attorno ai propri figli che non permette a questi di poter sbagliare, mettersi in situazioni potenzialmente pericolose, andare incontro ad insuccessi. Questo purtroppo non concede ai figli di provare a raggiungere l’autonomia personale, che è necessaria per imparare dalle proprie esperienze e rafforzarsi.

In questa situazione i figli possono ribellarsi improvvisamente, oppure (come spesso accade) adeguarsi e adagiarsi delegando anche decisioni molto personali ai genitori. Rischieranno di diventare adulti incapaci di gestirsi da soli, incapaci di prendere decisioni e abituati ad essere serviti ad ogni loro comando e desiderio.

Infine c’è lo stile autorevole, che pare essere il migliore. Questo stile educativo ci fornisce una chiara lettura di come un deciso equilibrio tra le varie componenti sia fondamentale per fornire un messaggio educativo chiaro e coerente ai propri figli. In questo caso infatti i genitori esigeranno rispetto e forniranno regole di comportamento coerenti con l’età e le caratteristiche individuali dei propri figli.

I genitori, inoltre, saranno desiderosi di riconoscere i bisogni dei propri figli e solleciteranno la propria opinione. Faranno in modo di condividere momenti con loro, ma non saranno invadenti. Li aiuteranno, ma non si sostituiranno alle attività che i figli possono tranquillamente svolgere da soli. Forniranno feedback coerenti e attenti. A differenza del genitore permissivo, il genitore autorevole saprà dire “no”, quando necessario, in coerenza con i valori che vuole trasmettere ai propri figli.

Infine, il genitore autorevole promuoverà l’autonomia del proprio figlio mettendo a freno le proprie ansie eccessive e sa che certi errori e dolori aiutano a crescere.

I figli dei genitori autorevoli, risultano in media i più capaci, i più fiduciosi nelle proprie possibilità e socialmente i più responsabili e maturi. In genere, risultano da adolescenti i meno inclini ad assumere sostanze e a farne abuso e anche meno aggressivi e quindi meno inclini a ricorrere alla violenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Di padre in padre: trasmissione transgenerazionale.

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Disclaimer:

Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi).

Un giovane uomo giunge in consultazione perché finalmente -dice- può chiedere aiuto e può provare a darsi delle risposte. Il ragazzo vive (come racconterà), una condizione di disagio che affonda radici fin nell’infanzia; racconta di un clima familiare freddo, distaccato e ostile (riferirà di diversi episodi in cui il padre, con atteggiamento da padrone pretendeva dal figlio risultati eccellenti in ogni campo della vita; tuttavia questi risultati non erano mai quelli sperati, motivo per cui la tanto cercata approvazione paterna, non arrivava mai).

“Oggi sono un uomo, giovane certo, ma pur sempre un uomo. Ho innanzi la possibilità di cambiare vita ma mi sembra di scappare. Ho la possibilità di andare via, lontano, di volare da un’altra parte ma non so per quale motivo la sera hanno preso a tormentarmi fantasmi.. Vedo me stesso da piccolo e vedo mio padre così crudele e cattivo. Mi sento perso. Sogno sempre me da piccolo chiuso in uno stanzino che piano piano restringe le mura fino a schiacciarmi; quando sento che sono diventato niente mi sveglio e ho come la percezione di guardarmi dall’alto”.

(Compirò adesso un salto diacronico dei colloqui al fine di presentare al lettore il focus dei colloqui stessi).

Il giorno stabilito arriva in consultazione il ragazzo con suo padre.

La presenza fisica dell’uomo è ingombrante; non si tratta tanto della stazza fisica che lui porta con un certo charme, quanto ciò che appare come ingombrante e pesante, è l’eloquio dell’uomo stesso; le descrizioni che fornisce di suo figlio; l’atteggiamento di superiorità che mostra verso il ragazzo; l’assoluta non considerazione dei sentimenti del giovane mi restituiscono un tale appiattimento da farmi sentire schiacciata (proprio come il ragazzo nel sogno).

L’uomo restituisce una descrizione della famiglia come assolutamente priva di problemi; l’uomo è inoltre convinto di parlare (da sempre) con il figlio “siamo una famiglia in cui si dialoga, Dottoressa… Non so come sia possibile che si sentano certi fatti sulle famiglie.. Figli che scappano e che non si trovano.. Madri che se ne vanno. Noi siamo una famiglia sana.. Per questo non capisco sto ragazzo che problemi possa avere. Certo è sempre stato taciturno è possibile che io lo abbia definito un senza palle ma voglio dire.. Ha presente io come sono cresciuto? Che si aspetta da me… che io gli dica sei bravo?”

Nel mentre l’uomo dice queste parole si ferma e in un lasso temporale talmente labile da non saperne rendere idea, forma o quantità, l’uomo si tira giù la mascherina e piange.

La storia dell’uomo è complessa. Figlio di contadini scarsamente scolarizzati era sempre stato amante della scrittura e dell’espressione artistica. La famiglia non comprendeva la possibilità di avere un figlio con un animo così artistico e gentile; un figlio senza palle, senza sostanza e senza peso; un figlio di cui vergognarsi perché l’uomo per essere uomo deve avere i calli sulle mani, poca voglia di fare poesia e tanta di essere riconosciuto nel mondo, di farsi una posizione di valore.

La possibilità diviene quindi, ora, quella di lavorare e approdare a una trasformazione di quegli aspetti psichici inconsci trasmessi dai propri genitori che, proprio perché difficilmente pensabili, si rendono visibili nella forma di sintomi nei figli. La potenzialità trasformativa del processo che in questo modo si avvia, consente di alleviare nei genitori e nel figlio la sofferenza psichica che l’incapsulamento, frutto del gioco di proiezioni incrociate, ha prodotto.

L’umo altro non fa che agire (sul figlio) quello che suo padre ha, in precedenza, fatto con lui stesso; di converso il figlio fa quello che suo padre ha (in passato) fatto con suo nonno.

Padre e figlio lottano per ricevere il tanto desiderato riconoscimento paterno.

Lavorare in un’ottica che valuti le dinamiche della trasmissione transgenerazionale, vuol dire considerare e attuare uno spostamento dalla prospettiva data dalla sola dimensione intrapsichica allo studio dei rapporti tra l’intrapsichico e l’interpersonale.

Il trans-generazionale rende ragione del processo inconscio attraverso il quale un individuo entra in contatto con un’esperienza del suo passato familiare da lui non vissuta ed estranea alla sua coscienza; una sorta di eredità inconsapevole di eventi traumatici rifiutati o negati da coloro che li hanno vissuti, che si sedimentano progressivamente nella psiche dei discendenti. 

Il giovane uomo si trova pertanto, suo malgrado, ad agire il non elaborato paterno; quel non elaborato che Kaes ricorda, va considerato durante l’analisi ad esempio dei bambini o adolescenti, quel non elaborato fatto dalle fantasie inconsce genitoriali e dagli elementi transgenerazionali stessi.

Il padre ha trasmesso al proprio figlio, il fantasma (con annesse immagini di fantasia) di un padre cattivo, fagocitante e castrante; un padre che non dirà mai “bravo!”; questo padre è lo stesso che appare in sogno al giovane, sotto forma di fantasma (la dissociazione che lui avverte quando è sul punto di risvegliarsi dall’incubo in cui è schiacciato e si vede come un fantasma che vola) sembrerebbe proprio essere il corrispettivo di una identificazione attuata nei confronti del paterno (e quindi con suo nonno).

“Dottoressa io non voglio un domani dover dire a mio figlio che è senza palle e debole. Voglio dire a mio figlio che già il solo essere qui, è un atto di forza e coraggio!”

L’infantile resta dentro di noi -per sempre- come risorsa e destino; più lo scopriamo, comprendiamo, accettiamo e riconnettiamo rendendolo un tassello nell’unicum personale della nostra storia, integrandolo e accettandolo (anche quando non piacevole), più molti aspetti di noi stessi ci risulteranno meno estranei o incombenti; solo in questo modo la crescita e la salute mentale sono possibili.

(Anche quando tuo padre non ti dice che vali.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio