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Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

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Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Linguaggio Egocentrico.

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Nell’ambito della psicologia dello sviluppo due figure di spicco hanno fornito degli impianti teorici piuttosto ampi, circa lo sviluppo – in questo caso- del linguaggio.

Se per Piaget lo sviluppo è un’attività individuale, per la psicologia russa (di cui il massimo esponente è Vigotskij), gli esseri umani sono inseriti all’interno di un tessuto- contesto sociale ed il comportamento umano non può essere compreso indipendentemente da questo contesto.

Vigotskij si interessò al linguaggio interessandosi alle potenzialità del linguaggio stesso e alla sua relazione con la mente.

All’inizio pensiero e linguaggio sono indipendenti, il linguaggio non è concettuale e prende il nome di bubbling (suoni prodotti alla presenza di certi oggetti).

Intorno ai due anni poi, pensiero e linguaggio incominciano a fondersi. I bambini imparano che gli oggetti hanno un nome e le parole diventano simboli. Intorno ai tre anni il linguaggio si scinde in linguaggio interpersonale, comunicativo verso gli altri e in linguaggio egocentrico (ovvero il dialogo udibile che il bambino porta avanti con se stesso).

Il bambino parla da solo ad alta voce con una modalità ininterrotta e usa tale linguaggio per guidare un pensiero per risolvere un problema (si tratta, in sostanza, di quei bambini che vediamo giocare e parlare da soli per ore intere).

Intorno ai sette/otto anni, il linguaggio egocentrico scompare per diventare linguaggio interiore.

Quando i bambini devono risolvere un problema, invece di rivolgersi agli altri, si rivolgono a se stessi: l’interpsichico diventa intrapsichico, la comunicazione interpersonale diviene intrapersonale.

Se per Piaget il linguaggio egocentrico indica una incapacità del bambino di far suo il punto di vista dell’altro (essendo quindi inutile al bambino), per Vigotskij tale linguaggio aiuta il bambino a dirigere le sue attività di soluzione dei problemi.

Per Vigotskij pensiero e lin guaggio hanno un inizio indipendente per poi fondersi parzialmente. Il linguaggio dà una notevole spinta alla cognizione e permette forme di pensiero che non sono possibili senza l’aiuto del linguaggio.

Pensiero e linguaggio non si sovrappongono mai completamente neanche negli adulti.

Nel linguaggio c’è sempre un sottotesto nascosto…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.