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Ti lascio il mio spettro: Ghosting.

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Dal 2000 il temine ghosting è diventato sempre più frequente. Dobbiamo tuttavia aspettare il 2010 e l’aumento esponenziale delle piattaforme (e del loro uso) social, per sentire con maggior forza e presenza, utilizzare questo termine.

Cosa e chi sono, allora, questi fantasmi?

La pratica del Ghosting comporta l’improvvisa interruzione (senza motivo) di tutti i contatti che una persona, aveva con un’altra. Si tratta di una sparizione improvvisa e immotivata che un partner, amico o conoscente, può attuare, lasciando l’altro preda di dubbi, incertezze e dolore (come vedremo, infatti, il processo di dolore che la separazione e il lutto sotteso al fenomeno di sparizione, comporta, non è diverso da quello di una comune perdita).

Chi è allora che fa Ghosting e perchè?

Il fenomeno in questione è piuttosto recente; essendo vittima della moda del momento, è ancora sotto osservazione e oggetto di indagine. Quel che è certo, è che la vittima – colui che inconsapevolmente viene abbandonato- soffre.

Per Lacan la trattazione sul fantasma parte dal riferimento del rapporto costitutivo per la soggettività umana rispetto alla propria mancanza a essere. Il fantasma diviene la messa in scena; compiendo una grande compressione teorica, possiamo dire che il fantasma consente una relazione tra i tre registri dell’esperienza (reale, immaginario e simbolico), attuando anche una funzione protettiva.

Il fantasma -infatti- protegge sia dall’orrore del reale, ma anche contro tutti gli effetti della sua divisione (conseguenza della castrazione simbolica).

Laplanche e Pontalis (1967) sosterranno che il fantasma è definibile come “uno scenario immaginario in cui è presente il soggetto e che raffigura, in modo più o meno deformato dai processi difensivi, l’appagamento di un desiderio… inconscio”.

Il fantasma apre ad una concettualizzazione psicoanalitica piuttosto complessa; la fusione fantasmatica, ad esempio, di un tempo mitico in cui si viveva all’ombra del rapporto fusionale con la madre che tuttavia porta con sé il fantasma di frammentazione, smembramento, ovvero l’angoscia del corpo in frammenti.

Il termine ghosting è certamente indicativo e in quanto “estero” fornisce una chiave di lettura forse più “divertente” rispetto al semplice italiano “sparizione”.

Possiamo provare a fare una riflessione insieme.

Colui/colei che pratica ghosting è probabilmente una persona incapace di vivere il contraccolpo del proprio desiderio, avendo terrore di ri-sperimentare l’originaria angoscia di frammentazione. Incapaci, in sostanza, di vivere il confronto (adulto) di una relazione che chiede e domanda; di un partner (o amico, conoscente) che chiede – seppur in maniera implicita- attenzioni, amore, uno scatto nel rapporto, decidono di rendersi evanescenti e scappare.

Rendersi trasparenti, coperti come da un velo, velo che si decide a piacimento di alzare o abbassare (di solito queste persone fanno sporadiche apparizioni) rende la convinzione/illusione di trovare ancora lì quella persona complice di questo “non” esserci.

Il Ghosting fa male; il ghosting provoca dolore (psichico e fisico); il ghosting ha radici psicologiche ben profonde.

L’incapacità di saper portare avanti e vivere un rapporto “adulto”, ha probabilmente radici in stili di attaccamento (riferisco al rapporto col caregiver durante l’infanzia) deficitari. Un contenimento non (o mal) avvenuto, un’incapacità di dare nome al proprio dolore o al proprio vissuto, scarsa capacità empatica.. potrebbero essere alcune delle cause che possono portare alcune persone a compiere questi atti di sparizione.

Sparire è un atto di violenza.

Se decidi all’improvviso di tagliare i ponti senza dare anche la minima spiegazione, non ti stai proteggendo dalla sofferenza; ti stai solo barricando nel dolore del non detto (e il non detto uccide; non ha niente di bello come invece qualche influencer di turno sta provando a dire).

Il non detto crea un alone di dubbi, incertezze, sensi di colpa.. Crea e deposita nella mente delle persone lo stesso velo di sparizione che colui che ha attuato il ghosting, ha indossato; l’unica differenza è che chi ha attuato il ghosting lo ha scelto, la vittima: no.

Ci si ritrova, pertanto, soli in balìa del nulla, dell’attesa e del non senso.

Ci si sperimenta soli, piccoli e vuoti. Si ripensa ai momenti belli cercando in questi la minima sfumatura che possa giustificare un atto così doloroso che chi (diceva) di amarti, ha messo in atto.

Sparendo l’altro ha portato via un pò di me.

Il processo che porta a superare questo tipo di perdita è lungo, simile ma non assimilabile tout court al superamento di un lutto. Nel lutto, infatti, superi la perdita di un corpo (una perdita che si attesta sul reale); nel ghosting devi partire con l’elaborazione di un lutto “di un’idea”; di una immagine; di un fantasma.

Bisogna concedere a sé stessi il giusto tempo per soffrire del dolore, vivere dell’assenza e nell’assenza senza dimenticare che il fantasma in questione è stata una persona che per un certo periodo ha vissuto al nostro fianco.

Quando però qualcuno decide di abbandonare senza una spiegazione e crede nelle proprie difese (che non vengono abbassate nemmeno dinanzi a quello che dovrebbe essere un sentimento), val la pena chiedersi se ha ancora senso stare male per chi, per noi, non ha avuto il minimo tatto.

L’amore non è un atto dovuto.

L’amore è amore, energia, sentimento e passione.

Si tratta di due universi che entrano in contatto generando energia sempre viva, che si modifica, vive momenti di rallentamento o picchi improvvisi di velocità ma non è mai distruttiva.

La pulsione che genera e tiene viva una coppia può solo essere energia vitale.

I fantasmi appartengono al regno dei morti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un Figlio.

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento le mie possibilità e io che non mi sento donna perchè.. una che non è mamma, che donna è?”

Il colloquio in questione è avvenuto una mattina di quelle fredde e gelide; quelle mattine in cui l’inverno ti ricorda che esiste e il freddo sembra insinuarsi in ogni poro della tua pelle.. facendoti percepire la fragilità del tuo corpo perso com’è nell’intorpidimento generale.

Gaia (del nome della signora resta solo l’iniziale, per il resto di gaio ci sarà ben poco), racconta del suo matrimonio vuoto, con un partner che lavora nelle forze dell’ordine sempre rigido, chiuso e mai capace di dare un nome all’emozione provata. Racconta di esser stata fidanzata per tanti anni nella speranza di poter dar vita al “suo” progetto (dimenticando, come vedremo che la progettualità in una coppia non può mai essere univoca), ovvero avere cinque bambini.

Secondo Piera Aulagnier l’Io è legato ad una storia e a una preistoria, la storia di ciò che precede e anticipa la sua definizione e che ne fa qualcosa di più di un’istanza intrapsichica. La domanda pertanto diviene: cosa precede ogni singolo Io?

Richiamando a Freud, la risposta risiede nell’amore, i progetti e il desiderio dei genitori (qui il discorso si interseca con la teoria del narcisismo, complessificandosi).

La Aulagnier compie un passo in avanti andando ad evidenziare il ruolo svolto da tutti quegli investimenti libidici che precedono la venuta al mondo dell’infans. Secondo la Aulagnier infatti prima della venuta al mondo del bambino sarà importante tener conto della:

relazione di ciascun genitore con “l’idea” del figlio, ovvero la relazione del genitore con il figlio come oggetto (o non oggetto) di un desiderio

relazione data dalla natura dei reciproci investimenti (o mancati investimenti) libidici che ciascun membro della coppia genitoriale ha compiuto sull’altro.

Questa trama di investimenti inconsci determina una dinamica intersoggettiva che è ciò che precede sia la venuta al mondo dell’infans che la costituzione dell’insieme di funzioni che indichiamo proprio con il pronome Io.

Ciò che questo breve accenno teorico vuol sottolineare è come senza che vi sia stata una prima idea di bambino, il bambino stesso non può esserci. L’altro (che in questo caso è la coppia genitoriale) comporta l’unione di due individualità che non sono in realtà solo due; ciascun genitore porta infatti con sè un insieme di storie dette, sussurrate; storie nascoste o raccontate a metà; storie frammentate, ricordate o censurate; le storie di tutti i componenti della famiglia d’origine.

Queste storie che precedono la reale venuta al mondo del bambino, lo storicizzano e gli offrono uno spazi (desiderio) in cui l’Io può avvenire, consentendo l’arrivo del bambino stesso.

Quando Gaia ci dice che il marito durante gli anni di fidanzamento evitava il discorso, ci dice che lo spazio del desiderio era in realtà vuoto (per metà); ci dice che quello spazio era pieno di un desiderio univoco; ci dice che quello spazio comprendeva un altro non pronto ad accogliere un desiderio ed una eventuale nascita.

Gaia ha scoperto di essere incinta qualche mese dopo i primi incontri.

Il marito ha vissuto la notizia della gravidanza, come un tradimento; è stato in quel momento che Gaia ha capito che la genitorialità non si impone e che se una cosa non viene prima pensata e immaginata, se una cosa non viene prima mentalmente accolta, non può poi essere metabolizzata, integrata e vissuta.

Gaia si è resa conto che l’esser donna non passa attraverso la maternità e che un uomo non è necessariamente un padre; Gaia ha inoltre capito che un bambino, per essere sereno, non ha bisogno di due genitori imposti ma anche di uno solo che sia però padrone del proprio desiderio.

Attualmente Gaia ha ripreso gli studi universitari e vive la propria femminilità e maternità – da sola- con molta leggerezza e sicurezza. Ha lasciato il suo (ex) marito e procede per la sua strada sicura del fatto che se desidero, allora sono.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La fine di una relazione.

Immagine Personale.

Dottoressa Buongiorno. Ho incontrato questa donna: è la persona giusta nel momento sbagliato. Sono sposato da 11 anni con la fidanzata della vita; la donna che è sempre stata al mio fianco ma qualcosa non va. Non so spiegare il motivo del mio malessere, il mio sconforto, il mio dolore, i miei pensieri. Sono qui perchè ho bisogno di verbalizzare questa sofferenza che mi porto dietro. Sono legato a mia moglie, non so più se la amo sono onesto. Ho incontrato “lei” all’improvviso.. è stato impatto puro, un boom improvviso.. na botta di quelle che non scordi. Avevo dimenticato il piacere di desiderare di sapere qualcosa di qualcuno; il piacere di leggere un messaggio al mattino, l’attesa.. la speranza.. la curiosità di conoscere un mondo intero. E’ bella, bellissima.. ma non è neanche quello il discorso (che comunque io ne sia attratto non lo nascondo) è proprio che lei è un mondo intero.. un fascino che io subisco a cui non so dire no. Mia moglie ha una storia complessa e difficile, le ho chiesto di venire con me in terapia per capire tante cose di noi. Anche lei ha un lavoro importante come il mio, siamo sempre più estranei ed io ho bisogno di capire che fine ho fatto prima io, come uomo… Non so più chi sono. Se penso al nostro matrimonio esce fuori sempre e solo lei, i suoi problemi, i suoi disagi.. la depressione.. Io mi sento perso. Non so più – a momenti- nemmeno perchè mi sono sposato e questa cosa mi fa stare male. Non dovevamo amarci per sempre?

F., chiede un incontro per capire come muoversi in seguito ai suoi problemi coniugali. Di solito è la donna a fare richiesta per i primi incontri di consultazione per cui quando la richiesta arriva da un uomo, l’interesse clinico è sempre un pò più alto.

F., un affascinante uomo di 46 anni, arriva presso lo studio presentandosi in anticipo rispetto all’ora stabilita. Il presentarsi con largo anticipo – nonostante le normative vigenti che impediscono di sostare negli ambienti- già fa comprendere l’enorme desiderio di F., di avere un confronto il prima possibile. Appare pacato ma dentro di sé, qualcosa si muove senza sosta.

F., entra e si siede. Non mostra movimenti “nervosi”, ma sembra molto tranquillo e a suo agio; dà in sostanza la sensazione di sapere dove si trovi e cosa si aspetta da questa situazione.

E’ venuto da solo, anche se spera di convincere la moglie a venire prossimamente (cosa che accadrà, ma non prima della quarta seduta) per dirsi in un terreno libero dal pregiudizio; uno spazio neutro in cui tutti possono dire tutto senza urlare a vuoto o piangere per notti intere; uno spazio in cui ognuno può abbandonare le proprie maschere ed essere l’attore protagonista della propria vita: non più solo una comparsa.

F. racconta dell’incontro improvviso con questa ragazza, incontro della donna perfetta per lui, una perfezione che lo spaventa e al contempo lo tiene vivo.

Nel racconto della propria storia coniugale emerge un piccolo particolare, è come se la storia che F, racconta, non sia la sua.. c’è una sorta di separazione tra ciò che viene detto e ciò che lui prova. Quando la moglie raggiungerà il marito in terapia, l’idea di partenza sarà sempre più chiara: i due non hanno una storia comune.

La coppia è sposata da 11 anni e fidanzata da sempre; condividono una vita intera fin da ragazzini, hanno fatto esperienze.. eppure i racconti sono vuoti.

Una coppia senza storia.

Quando capitano coppie incapaci di raccontarsi, incapaci di dirsi nonostante tutti gli anni trascorsi insieme il dubbio sul reale motivo della condivisione del tempo che è stato insieme, emerge con forza e prepotenza rischiando di distruggere come una potente onda tutto quel che c’è intorno. Molte coppie per paura decidono di bloccare la falla ormai aperta usando un qualsiasi materiale a disposizione e accontentandosi di aver riparato quella falla (seppur in modo balordo), si stampano un sorrisone e vanno via.

Altre coppie si distruggono, decidendo di diventare macerie in cui però, poi, uno diventa pala per l’altro e con questa pala, a turno, ci si aiuta sfruttando quel mucchietto di macerie che sarà riconvertito in sabbia, cemento per nuovi mattoni con cui costruire un nuovo e saldo edificio.

Ci sono poi le coppie che si dicono addio; quelle in cui non c’è materiale, pala, colla o altro che possa aiutare a tenere insieme un edificio che non è mai esistito, se non nella fantasia di uno dei due (o entrambi).

Cos’è che tiene insieme le coppie, allora.. o meglio.. cosa potrebbe tenere insieme una coppia (no, non è una domanda a cui pretendo di dare una risposta, ma un riflessione che spesso facciamo in studio, tra colleghi dopo che abbiamo visto una coppia e ultimamente, ne vediamo sempre più…).

Cos’è la storia di una coppia? Chiedere ad una coppia di raccontare la sua storia, è qualcosa di troppo romantico/romanzato? Possibile, ma l’amore porta ab origine il marchio del romanzo… il romanzo di quella che “dovrebbe” essere la storia della coppia e -pertanto – la storia familiare dei partecipanti in gioco (famiglia d’origine e futura famiglia costruita sulla base di tutta una serie di narrazioni che si incroceranno, lungo il cammino).

Come in ogni storia ci sono gli antagonisti, i protagonisti, le difficoltà, le stagioni, le peripezie e le varie pozioni da poter utilizzare. C’è il coraggio, il cavaliere (nero o bianco), il principe o una principessa che si riscoprono poi non così affini come la narrazione vuole.

C’è la resilienza, il comprendere che la storia che -non- abbiamo scritto ci modifica, ci fa resistere e trasformare diventando linfa per una nuova pianta che ha gettato una piccola talea altrove, pronta a germogliare in una nuova primavera.

C’è la speranza, la sorpresa di scoprirsi diversi, di capire che la storia che stavamo scrivendo ha un lieto fine che però, non ci appartiene.

C’è la delusione per rendersi conto che si stava combattendo da soli, come Don Chisciotte e che i mulini a vento erano solo sfide personali.. e come il cavaliere furioso, occorre dirigerci sulla luna per recuperare il senno.

C’è lo sconforto. C’è la paura.

C’è una piccola luce in lontananza: luce di speranza e passione. Luce che puoi decidere di spegnere definitivamente o di rimpinguare gettando legna inizialmente un pò a caso, per vedere che succede poi in maniera sempre più forte e vigorosa.

Ci saranno incendi. Vampate di calore incessante e forte.

Sarà tempo per riprendere la propria storia integrando tutti i nuovi personaggi e lasciando quelli vecchi in un altro capitolo; un capitolo di cui avremo compreso la morale e che sarà chiuso.

Sarà tempo per il tempo, quello nostro, quello personale.. quello in cui non ci sarà più spazio per la persona giusta al momento sbagliato.. ma sarà il tempo per la persona e il momento giusto.

Sarà tempo per me e per te.

Sarà tempo per noi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Relazioni.

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Quando conosciamo una persona che per un qualsivoglia motivo avvertiamo come noi affine, desideriamo che diventi importante per e nella nostra vita. Si tratta di entrare in-relazione; una relazione in cui si è accettati e conosciuti per quel che si è; una relazione in cui calano i costumi d’uso abituale richiesti dalla quotidianità e senti “casa”, calore, comprensione.

Una relazione profonda è anche quella (come sostengono Holmes e Rempel, 1989) in cui la fiducia rimuove l’ansia e ci si sente liberi di aprirsi senza paura di perdere l’affetto dell’altro.

Dal punto di vista scientifico, la psicologia sociale ha studiato i processi attraverso cui si giunge alla costruzione di una relazione significativa.

Inizialmente le argomentazioni saranno più semplici e meno profonde, per crescere gradatamente e contemporaneamente al senso di fiducia sperimentato da entrambe le parti (teoria della penetrazione sociale: lo sviluppo delle relazioni attraversa alcune fasi che fanno approfondire sempre più la relazione).

Gli esperti hanno studiato cause ed effetti della self-disclosure (svelamento di sè). Quand’è ad esempio che siamo più propensi a rivelare informazioni circa ciò che ci piace di più, ciò che non ci piace oppure ciò di cui abbiamo vergogna?

Riveliamo di più a chi si è aperto con noi. Questa reciprocità è importante soprattutto all’inizio della conoscenza; conoscenza che così facendo diventerà più initima.

E’ una sorta di gioco in cui ad un segreto, rispondo con un altro.. Se tu mi dici una cosa molto intima, io te ne dirò una mia perchè mi sento sicuro, compreso e contenuto. Quando la relazione diventa più profonda, la reciprocità sarà meno evidente lasciando il posto alla responsività.

Le persona infatti desiderano maggiormente essere amate e apprezzate piuttosto che ricevere in cambio, lo stesso tipo di confidenza.

Quando parliamo con un partner o amico procediamo un pò come una danza; punta, piede a martello, gamba tesa, movimento del corpo, passo passo un pò alla volta ci avviciniamo al “corpo” dell’altro fino a fondere i due “movimenti”.

Secondo alcuni studi condotti, i matrimoni più felici sono quelli in cui i coniugi utilizzano un linguaggio speciale; un linguaggio condiviso e comprensibili solo ai due coniugi. Più questo linguaggio è usato, più sono felici (Bell, Buerkel- Rothfuss e Gore, 1987).

Si tratta di due sè che si connettono; che si aprono. Due sè fusi e mai confusi, simili e diversamente uguali. Clinker.. due sostanze che si amalgamano senza fondere, diretti a diventare cemento.

Fidarsi e affidarsi correndo anche il rischio di inseguire un’ immagine nell’acqua che forse alla fine, era solo il nostro riflesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

Immagine Personale.

E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa ben descrivere un conoscente qualunque.

Analogamente alcuni giorni dopo aver discusso con qualcuno, siamo più portati a ricordare cosa quella persona ha detto di noi piuttosto che le motivazioni che lei ha avanzato durante la nostra discussione.

Ciò che gli psicologi hanno evidenziato, è che i ricordi si formano intorno all’interesse principale: se stessi.

Ciò che l’effetto autoreferenziale fa, è evidenziare un fatto basilare della nostra esistenza ovvero che il senso del nostro sé è il centro del nostro mondo. Siccome si tende a considerare se stessi come i principali attori dell’opera che è la vita, si tende a sentirsi costantemente come sotto i riflettori con il risultato che spesso si sovrastima il modo con cui qualcuno ci nota o l’interesse che abbiamo realmente destato nell’altro.

Altro aspetto dell’effetto autoreferenziale è legato al fatto che tendiamo a paragonare i comportamenti degli altri, ai nostri, dimenticando di contestualizzare l’operato dell’altro o di tener conto del suo vissuto e del suo modo di pensare e/o sentire e agire.

Il concetto di sé include sia gli schemi di sé incentrati su chi si è qui ed ora, ma anche chi si potrebbe diventare: i sé possibili.

Hazel Markus e colleghi (1989) notarono che i sé possibili includono le concezioni di sé che si sognano .”il sé ricco, il sé magro, quello amato e innamorato”, e ciò che temiamo di diventare “il sè non realizzato nel lavoro e nello studio, il sé non amato, il sé insoddisfatto”.

Questi sé possibili si offrono come una motivazione che alimenta la visione della vita a cui si aspira.

P.S- per quando concerne i litigi di coppia, si potrebbe provare a sostenere che forse non ci si ricorda di alcune informazioni base, perchè l’altro non le avverte come realmente congruenti con il proprio senso di sé. Si potrebbe allora provare a fare in modo che entrambi vedano determinate informazioni come maggiormente vicine al proprio sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio