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Cercami, non farti cercare.

“Pensare che non l’ho, sentire che l’ho perduta.
Sentire la notte immensa, più immensa senza di lei”.

Pablo Neruda.

Sarà capitato anche a voi di sentire o di sapere che – in seguito alla pandemia- qualche coppia, si sia detta “addio”.

Negli ultimi mesi, c’è stato un boom di richieste di incontri di consultazione*.

La maggior parte delle richieste contiene al suo interno domande, incertezze e disagi legati alla fine di una qualche relazione; il tema spesso concerne la scomparsa di una qualche persona, l’abbandono..

Mi colpì profondamente un ragazzo che si presentò al colloquio con tanto di anello comprato per chiedere “la mano” della ragazza.

“Volevo solo qualcuno disposto a restare e a non scappare..

Qualcuno su cui contare e che stesse lì senza necessariamente il bisogno di sapere..

Qualcuno che – almeno per una volta- cercasse invece di esser sempre cercato”.

C.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

*La consultazione può essere – molto brevemente- definita come uno scambio relazionale che avviene tra un professionista e una persona in difficoltà che chiede una consulenza. Non è una psicoterapia breve (non ci saranno pertanto poche mosse strategiche da mettere in atto per risolvere il problema), né tanto meno si tratta dell’incipit di una lunga psicoterapia.

La consultazione psicologica è l’esperienza all’interno della quale si va a valutare una domanda di aiuto, contenendo al suo interno anche il destino della stessa. E’ un intervento di sostegno in termini di chiarificazione, di durata relativamente breve (dai 3 ai 5 incontri) regolata da un contratto tra terapeuta e consultante attraverso cui vengono definiti obiettivi, durata e frequenza degli incontri.

Cosa vuoi dirmi?

“Ma il guaio è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente , le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Luigi Pirandello

Durante l’osservazione di un colloquio (più di uno in realtà, ma questo in particolare, si presentò come spunto di riflessione piuttosto approfondita), osservai una coppia intenta ad aggredirsi in maniera anche piuttosto forte perché entrambi sostenevano di non riuscire a comunicare

“Tu sei aggressivo con le parole”.. “E tu con i fatti, strega!”..

Sembrava impossibile giungere a un accordo verbale e i due continuavano a usare lo spazio altro che veniva loro offerto, per dirsi le peggiori cose senza però di fatto analizzare come, continuavano a dirsi quel qualcosa.

Sembrava che i due stessero utilizzando due lingue, completamente diverse, accomunate soltanto dall’insulto..

Ad un certo punto “l’illuminazione” di uno dei due, fu che “è inutile prestare attenzione alle parole, tanto sono senza senso e vuote.. Le parole sono parole e là restano se uno non fa i fatti.. mille parole restano nell’aria e basta”.

Le parole recano con sé un compito assai arduo.. fanno in effetti una fatica immensa nel riuscire ad affermarsi.. Spesso lottano per avere una vita propria; una vita che di fatto non gli spetta. Le parole significano qualcosa e rimandano.. rimandano ai vissuti, al dolore, alla gioia, allo sgomento, alla storia..

Rimandano al proprio mondo interno.

Diventano – le parole- significanti di un significato non sempre chiaro e lineare (quasi mai direi); un significato che essendo sempre altro, apre ad una difficoltà non indifferente

cosa vuoi tu – ora- da me?

C’è poi il lavoro con le parole.. un lavoro difficile che rischia di rendere le parole stesse senza anima.. vuote.. sterili e fredde, ma: sono davvero le parole ad essere così o chi le usa?

Il quesito mi arrivò bruscamente sul volto, in maniera spiazzante e senza nemmeno chiedere il permesso (come le parole stesse, fanno), lasciandomi il viso bagnato, infreddolito e perplesso dopo l’improvvisa onda emotiva cui la coppia, ci aveva esposto.

Il brano (come gli altri del disco) è legato a una posizione specifica dell’isola di Ouessant, dove l’autore vive.Tiersen spiega, “Ouessant è più di una semplice casa – è una parte di me. L’idea era di fare una mappa dell’isola e, per riflesso, una mappa di quello che sono io. (..)..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Disfunzioni sessuali.

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R. ha cominciato da qualche tempo una terapia di coppia, insieme a sua moglie, a causa della sua (recente, rispetto agli anni di matrimonio) difficoltà nel raggiungere l’erezione. Dai racconti della coppia emerge che la prima difficoltà era emersa una sera che i due erano in vacanza; lì per lì la “colpa” era stata data all’alcool e al fatto che R., fosse un po’ brillo. In realtà da quella sera in poi, tra i due è stato praticamente impossibile vivere l’intimità in maniera attiva, piena e soddisfacente.

Le disfunzioni sessuali sono disturbi caratterizzati da anomalie nei fattori chiave del funzionamento sessuale e possono rendere difficile e/o impossibile provare piacere nei rapporti sessuali.

Le disfunzioni sessuali creano in genere molto disagio e spesso provocano frustrazione, senso di colpa, perdita di autostima e problemi interpersonali; è inoltre frequente che nelle coppie si parta con accuse reciproche “tu non sei eccitante; tu ti trascuri; è colpa tua se..”, al fine di rimandare e non affrontare precocemente, il disagio.

La risposta sessuale dell’essere umano può essere descritta come un ciclo di quattro fasi: desiderio, eccitazione, orgasmo e risoluzione.

Le disfunzioni sessuali riguardano una o più delle prime tre fasi; la risoluzione consiste semplicemente nella situazione di rilassamento e nella riduzione dell’eccitazione successiva all’orgasmo. Una disfunzione sessuale può continuare a persistere per tutta la vita o può essere talvolta preceduta da un funzionamento sessuale normale.

In certi casi, la disfunzione è presente in tutte le situazioni sessuali; in altri è connessa a situazioni particolari (APA, 2000).

Disturbi del desiderio sessuale.

La fase del desiderio del ciclo di risposta sessuale consiste di un impulso a praticare attività sessuale, accompagnato dalla presenza di attrazione sessuale per altri e, per molti, di fantasie sessuali. Due sono le possibili disfunzioni della fase del desiderio: disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile e disturbo dell’interesse/eccitazione sessuale femminile (questo disturbo riguarda in realtà sia la fase del desiderio che quella dell’eccitazione e viene trattato dal DSM-5 come un disturbo a sé stante poiché, secondo diverse ricerche, nella donna il desiderio e l’eccitazione tendono a sovrapporsi al punto che molte donne trovano difficile esprimere le differenze tra le sensazioni di desiderio ed eccitazione, APA,2000).

Coloro che soffrono di disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile non hanno interesse nel sesso e hanno infatti una vita sessuale ridotta. Ciononostante quando questi soggetti hanno un rapporto sessuale, la loro risposta fisica può essere normale fino a giungere al piacere. A differenza di ciò che culturalmente siamo portati a pensare “ogni volta che un uomo ha la possibilità di avere un rapporto sessuale, lo avrà”, circa il 17% degli uomini soffre del disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile e nell’ultimo decennio è largamente aumentato il numero di coloro che si rivolge a un terapeuta esperto.

Parimenti, le donne affette da disturbo dell’interesse/eccitazione sessuale femminile non si interessano al sesso e hanno una vita sessuale ridotta. A ciò si aggiunge uno scarso eccitamento durante i rapporti sessuali; queste donne non sono eccitate dai segnali erotici e hanno una scarsa sensibilità genitale durante l’attività sessuale (APA, 2013); ne soffre il 33% delle donne.

Questo disturbo non viene diagnosticato a quei soggetti che pur provando un normale interesse sessuale, per scelta di vita decidono di non avere un’attività sessuale.

La spinta sessuale di un individuo è determinato da una combinazione di fattori biologici, psicologici e socioculturali e uno qualsiasi di essi può determinare il calo del desiderio.

Nella maggior parte dei casi il calo del desiderio sessuale dipende in primo luogo da fattori socioculturali e psicologici, tuttavia vi è spesso al compresenza di fattori biologici.

Circa le cause psicologiche abbiamo ansia, depressione, rabbia; spesso coloro che vivono un disturbo della sfera della sessualità hanno pensieri (magari di natura inconscia) che li spingono a vedere il sesso come qualcosa di immorale, pericoloso, sporco; molti altri hanno paura di perdere il controllo e cercano di reprimere il proprio desiderio o per paura di una possibile gravidanza o per paura di scoprire/scoprirsi sotto una nuova veste che non avevano considerato.

L’argomento è vasto; bisogna considerare che un grande fattore legato allo sviluppo di questi disturbi, è spesso nel tipo di educazione subita durante la propria vita; uno stile genitoriale freddo, distaccato, così come crescere in un ambiente rigido (molto religioso, inteso come qualsiasi tipo di religione), non aperto al confronto, dialogo e soprattutto poco propenso a favorire una crescita/ scoperta del corpo, può a lungo andare avere forti ripercussioni sulla scelta del partner, e sul modo in cui la persona vivrà la propria sessualità.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La scelta del Partner: Psicologia della coppia.

Una coppia è come un sistema aperto, molto più complesso della somma individuale dei due singoli individui, ma piuttosto l’incontro e l’integrazione di due “storie”.

La coppia è un sistema composto da tre elementi: io, tu, noi. In questi tre elementi ci sono le aspettative di un partner e quelle dell’altro e il modello “idealizzato” di coppia che entrambi hanno interirizzato dalle proprie “esperienze familiari”.

La formazione di una coppia avviene nel momento in cui due persone si scelgono e si innamorano. La bellezza dell’incontro di due persone che si innamorano è nel rituale di corteggiamento che fa da cornice alla coppia che prende forma e si comincia a prendere forma in una personale identità.

“La fusionalità è patologica laddove esprime non l’armonia comunicativa e reciprocamente fertile di due mondi interni, ma piuttosto la netta esplicitazione di una concreta necessità di uso dell’altro”.

(Neri)
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La scelta del partner è strettamente interconnessa con la storia personale e familiare di ogni individuo. Infatti la scelta del partner avviene per somiglianza (scelta complementare) o per differenza (scelta per contrasto) del genitore del sesso opposto.

Nella scelta complementare entrambe i partner si ritroveranno a scegliere un partner simile per tanti aspetti al proprio genitore di sesso opposto. Nella scelta per contrasto, invece, ci sarà una scelta in cui i partner faranno un investimento sui propri partner in apparente contrasto con i propri modelli genitoriali.

Diks dice a tal proposito che spesso le tensioni tra i coniugi o i partner nascono proprio dalla delusione nel constatare che l’altro membro della coppia interpreti il proprio ruolo nella coppia , proprio come faceva il genitore che veniva considerato come frustrante. Una somiglianza che nella fase del corteggiamento veniva spesso negata.

Come è stata la vostra scelta del partner? Per somiglianza o per differenza?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ti lascio il mio spettro: Ghosting.

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Dal 2000 il temine ghosting è diventato sempre più frequente. Dobbiamo tuttavia aspettare il 2010 e l’aumento esponenziale delle piattaforme (e del loro uso) social, per sentire con maggior forza e presenza, utilizzare questo termine.

Cosa e chi sono, allora, questi fantasmi?

La pratica del Ghosting comporta l’improvvisa interruzione (senza motivo) di tutti i contatti che una persona, aveva con un’altra. Si tratta di una sparizione improvvisa e immotivata che un partner, amico o conoscente, può attuare, lasciando l’altro preda di dubbi, incertezze e dolore (come vedremo, infatti, il processo di dolore che la separazione e il lutto sotteso al fenomeno di sparizione, comporta, non è diverso da quello di una comune perdita).

Chi è allora che fa Ghosting e perchè?

Il fenomeno in questione è piuttosto recente; essendo vittima della moda del momento, è ancora sotto osservazione e oggetto di indagine. Quel che è certo, è che la vittima – colui che inconsapevolmente viene abbandonato- soffre.

Per Lacan la trattazione sul fantasma parte dal riferimento del rapporto costitutivo per la soggettività umana rispetto alla propria mancanza a essere. Il fantasma diviene la messa in scena; compiendo una grande compressione teorica, possiamo dire che il fantasma consente una relazione tra i tre registri dell’esperienza (reale, immaginario e simbolico), attuando anche una funzione protettiva.

Il fantasma -infatti- protegge sia dall’orrore del reale, ma anche contro tutti gli effetti della sua divisione (conseguenza della castrazione simbolica).

Laplanche e Pontalis (1967) sosterranno che il fantasma è definibile come “uno scenario immaginario in cui è presente il soggetto e che raffigura, in modo più o meno deformato dai processi difensivi, l’appagamento di un desiderio… inconscio”.

Il fantasma apre ad una concettualizzazione psicoanalitica piuttosto complessa; la fusione fantasmatica, ad esempio, di un tempo mitico in cui si viveva all’ombra del rapporto fusionale con la madre che tuttavia porta con sé il fantasma di frammentazione, smembramento, ovvero l’angoscia del corpo in frammenti.

Il termine ghosting è certamente indicativo e in quanto “estero” fornisce una chiave di lettura forse più “divertente” rispetto al semplice italiano “sparizione”.

Possiamo provare a fare una riflessione insieme.

Colui/colei che pratica ghosting è probabilmente una persona incapace di vivere il contraccolpo del proprio desiderio, avendo terrore di ri-sperimentare l’originaria angoscia di frammentazione. Incapaci, in sostanza, di vivere il confronto (adulto) di una relazione che chiede e domanda; di un partner (o amico, conoscente) che chiede – seppur in maniera implicita- attenzioni, amore, uno scatto nel rapporto, decidono di rendersi evanescenti e scappare.

Rendersi trasparenti, coperti come da un velo, velo che si decide a piacimento di alzare o abbassare (di solito queste persone fanno sporadiche apparizioni) rende la convinzione/illusione di trovare ancora lì quella persona complice di questo “non” esserci.

Il Ghosting fa male; il ghosting provoca dolore (psichico e fisico); il ghosting ha radici psicologiche ben profonde.

L’incapacità di saper portare avanti e vivere un rapporto “adulto”, ha probabilmente radici in stili di attaccamento (riferisco al rapporto col caregiver durante l’infanzia) deficitari. Un contenimento non (o mal) avvenuto, un’incapacità di dare nome al proprio dolore o al proprio vissuto, scarsa capacità empatica.. potrebbero essere alcune delle cause che possono portare alcune persone a compiere questi atti di sparizione.

Sparire è un atto di violenza.

Se decidi all’improvviso di tagliare i ponti senza dare anche la minima spiegazione, non ti stai proteggendo dalla sofferenza; ti stai solo barricando nel dolore del non detto (e il non detto uccide; non ha niente di bello come invece qualche influencer di turno sta provando a dire).

Il non detto crea un alone di dubbi, incertezze, sensi di colpa.. Crea e deposita nella mente delle persone lo stesso velo di sparizione che colui che ha attuato il ghosting, ha indossato; l’unica differenza è che chi ha attuato il ghosting lo ha scelto, la vittima: no.

Ci si ritrova, pertanto, soli in balìa del nulla, dell’attesa e del non senso.

Ci si sperimenta soli, piccoli e vuoti. Si ripensa ai momenti belli cercando in questi la minima sfumatura che possa giustificare un atto così doloroso che chi (diceva) di amarti, ha messo in atto.

Sparendo l’altro ha portato via un pò di me.

Il processo che porta a superare questo tipo di perdita è lungo, simile ma non assimilabile tout court al superamento di un lutto. Nel lutto, infatti, superi la perdita di un corpo (una perdita che si attesta sul reale); nel ghosting devi partire con l’elaborazione di un lutto “di un’idea”; di una immagine; di un fantasma.

Bisogna concedere a sé stessi il giusto tempo per soffrire del dolore, vivere dell’assenza e nell’assenza senza dimenticare che il fantasma in questione è stata una persona che per un certo periodo ha vissuto al nostro fianco.

Quando però qualcuno decide di abbandonare senza una spiegazione e crede nelle proprie difese (che non vengono abbassate nemmeno dinanzi a quello che dovrebbe essere un sentimento), val la pena chiedersi se ha ancora senso stare male per chi, per noi, non ha avuto il minimo tatto.

L’amore non è un atto dovuto.

L’amore è amore, energia, sentimento e passione.

Si tratta di due universi che entrano in contatto generando energia sempre viva, che si modifica, vive momenti di rallentamento o picchi improvvisi di velocità ma non è mai distruttiva.

La pulsione che genera e tiene viva una coppia può solo essere energia vitale.

I fantasmi appartengono al regno dei morti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un Figlio.

Immagine Personale.

“Ho sempre immaginato la mia famiglia come numerosa; tanti bambini che mi giravano intorno mentre io ero intenta a fare le faccende domestiche. Non ho problemi a dire che – nonostante mamma e papà mi hanno sempre permesso di studiare, e nonostante le capacità per poter andare all’università- per me, fare una famiglia era più importante.

L’idea di essere una super mamma divisa tra i bambini.. pannolini, pappe.. incontri a scuola, Dottorè a me piace.. quello che non sapevo è che l’idea non corrisponde a ciò che mio marito aveva in mente.

Da ragazzi.. durante il lungo fidanzamento lui evitava sempre l’argomento figli.. “eh.. po’ vediamo”, diceva.. poi i giorni so diventati mesi e i mesi anni.. e io sto qua.. tutta sola in casa dalla mattina alla sera vedendo le mie sorelle mamme soddisfatte e serene, i miei genitori che mi accusano di aver buttato al vento le mie possibilità e io che non mi sento donna perchè.. una che non è mamma, che donna è?”

Il colloquio in questione è avvenuto una mattina di quelle fredde e gelide; quelle mattine in cui l’inverno ti ricorda che esiste e il freddo sembra insinuarsi in ogni poro della tua pelle.. facendoti percepire la fragilità del tuo corpo perso com’è nell’intorpidimento generale.

Gaia (del nome della signora resta solo l’iniziale, per il resto di gaio ci sarà ben poco), racconta del suo matrimonio vuoto, con un partner che lavora nelle forze dell’ordine sempre rigido, chiuso e mai capace di dare un nome all’emozione provata. Racconta di esser stata fidanzata per tanti anni nella speranza di poter dar vita al “suo” progetto (dimenticando, come vedremo che la progettualità in una coppia non può mai essere univoca), ovvero avere cinque bambini.

Secondo Piera Aulagnier l’Io è legato ad una storia e a una preistoria, la storia di ciò che precede e anticipa la sua definizione e che ne fa qualcosa di più di un’istanza intrapsichica. La domanda pertanto diviene: cosa precede ogni singolo Io?

Richiamando a Freud, la risposta risiede nell’amore, i progetti e il desiderio dei genitori (qui il discorso si interseca con la teoria del narcisismo, complessificandosi).

La Aulagnier compie un passo in avanti andando ad evidenziare il ruolo svolto da tutti quegli investimenti libidici che precedono la venuta al mondo dell’infans. Secondo la Aulagnier infatti prima della venuta al mondo del bambino sarà importante tener conto della:

relazione di ciascun genitore con “l’idea” del figlio, ovvero la relazione del genitore con il figlio come oggetto (o non oggetto) di un desiderio

relazione data dalla natura dei reciproci investimenti (o mancati investimenti) libidici che ciascun membro della coppia genitoriale ha compiuto sull’altro.

Questa trama di investimenti inconsci determina una dinamica intersoggettiva che è ciò che precede sia la venuta al mondo dell’infans che la costituzione dell’insieme di funzioni che indichiamo proprio con il pronome Io.

Ciò che questo breve accenno teorico vuol sottolineare è come senza che vi sia stata una prima idea di bambino, il bambino stesso non può esserci. L’altro (che in questo caso è la coppia genitoriale) comporta l’unione di due individualità che non sono in realtà solo due; ciascun genitore porta infatti con sè un insieme di storie dette, sussurrate; storie nascoste o raccontate a metà; storie frammentate, ricordate o censurate; le storie di tutti i componenti della famiglia d’origine.

Queste storie che precedono la reale venuta al mondo del bambino, lo storicizzano e gli offrono uno spazi (desiderio) in cui l’Io può avvenire, consentendo l’arrivo del bambino stesso.

Quando Gaia ci dice che il marito durante gli anni di fidanzamento evitava il discorso, ci dice che lo spazio del desiderio era in realtà vuoto (per metà); ci dice che quello spazio era pieno di un desiderio univoco; ci dice che quello spazio comprendeva un altro non pronto ad accogliere un desiderio ed una eventuale nascita.

Gaia ha scoperto di essere incinta qualche mese dopo i primi incontri.

Il marito ha vissuto la notizia della gravidanza, come un tradimento; è stato in quel momento che Gaia ha capito che la genitorialità non si impone e che se una cosa non viene prima pensata e immaginata, se una cosa non viene prima mentalmente accolta, non può poi essere metabolizzata, integrata e vissuta.

Gaia si è resa conto che l’esser donna non passa attraverso la maternità e che un uomo non è necessariamente un padre; Gaia ha inoltre capito che un bambino, per essere sereno, non ha bisogno di due genitori imposti ma anche di uno solo che sia però padrone del proprio desiderio.

Attualmente Gaia ha ripreso gli studi universitari e vive la propria femminilità e maternità – da sola- con molta leggerezza e sicurezza. Ha lasciato il suo (ex) marito e procede per la sua strada sicura del fatto che se desidero, allora sono.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La fine di una relazione.

Immagine Personale.

Dottoressa Buongiorno. Ho incontrato questa donna: è la persona giusta nel momento sbagliato. Sono sposato da 11 anni con la fidanzata della vita; la donna che è sempre stata al mio fianco ma qualcosa non va. Non so spiegare il motivo del mio malessere, il mio sconforto, il mio dolore, i miei pensieri. Sono qui perchè ho bisogno di verbalizzare questa sofferenza che mi porto dietro. Sono legato a mia moglie, non so più se la amo sono onesto. Ho incontrato “lei” all’improvviso.. è stato impatto puro, un boom improvviso.. na botta di quelle che non scordi. Avevo dimenticato il piacere di desiderare di sapere qualcosa di qualcuno; il piacere di leggere un messaggio al mattino, l’attesa.. la speranza.. la curiosità di conoscere un mondo intero. E’ bella, bellissima.. ma non è neanche quello il discorso (che comunque io ne sia attratto non lo nascondo) è proprio che lei è un mondo intero.. un fascino che io subisco a cui non so dire no. Mia moglie ha una storia complessa e difficile, le ho chiesto di venire con me in terapia per capire tante cose di noi. Anche lei ha un lavoro importante come il mio, siamo sempre più estranei ed io ho bisogno di capire che fine ho fatto prima io, come uomo… Non so più chi sono. Se penso al nostro matrimonio esce fuori sempre e solo lei, i suoi problemi, i suoi disagi.. la depressione.. Io mi sento perso. Non so più – a momenti- nemmeno perchè mi sono sposato e questa cosa mi fa stare male. Non dovevamo amarci per sempre?

F., chiede un incontro per capire come muoversi in seguito ai suoi problemi coniugali. Di solito è la donna a fare richiesta per i primi incontri di consultazione per cui quando la richiesta arriva da un uomo, l’interesse clinico è sempre un pò più alto.

F., un affascinante uomo di 46 anni, arriva presso lo studio presentandosi in anticipo rispetto all’ora stabilita. Il presentarsi con largo anticipo – nonostante le normative vigenti che impediscono di sostare negli ambienti- già fa comprendere l’enorme desiderio di F., di avere un confronto il prima possibile. Appare pacato ma dentro di sé, qualcosa si muove senza sosta.

F., entra e si siede. Non mostra movimenti “nervosi”, ma sembra molto tranquillo e a suo agio; dà in sostanza la sensazione di sapere dove si trovi e cosa si aspetta da questa situazione.

E’ venuto da solo, anche se spera di convincere la moglie a venire prossimamente (cosa che accadrà, ma non prima della quarta seduta) per dirsi in un terreno libero dal pregiudizio; uno spazio neutro in cui tutti possono dire tutto senza urlare a vuoto o piangere per notti intere; uno spazio in cui ognuno può abbandonare le proprie maschere ed essere l’attore protagonista della propria vita: non più solo una comparsa.

F. racconta dell’incontro improvviso con questa ragazza, incontro della donna perfetta per lui, una perfezione che lo spaventa e al contempo lo tiene vivo.

Nel racconto della propria storia coniugale emerge un piccolo particolare, è come se la storia che F, racconta, non sia la sua.. c’è una sorta di separazione tra ciò che viene detto e ciò che lui prova. Quando la moglie raggiungerà il marito in terapia, l’idea di partenza sarà sempre più chiara: i due non hanno una storia comune.

La coppia è sposata da 11 anni e fidanzata da sempre; condividono una vita intera fin da ragazzini, hanno fatto esperienze.. eppure i racconti sono vuoti.

Una coppia senza storia.

Quando capitano coppie incapaci di raccontarsi, incapaci di dirsi nonostante tutti gli anni trascorsi insieme il dubbio sul reale motivo della condivisione del tempo che è stato insieme, emerge con forza e prepotenza rischiando di distruggere come una potente onda tutto quel che c’è intorno. Molte coppie per paura decidono di bloccare la falla ormai aperta usando un qualsiasi materiale a disposizione e accontentandosi di aver riparato quella falla (seppur in modo balordo), si stampano un sorrisone e vanno via.

Altre coppie si distruggono, decidendo di diventare macerie in cui però, poi, uno diventa pala per l’altro e con questa pala, a turno, ci si aiuta sfruttando quel mucchietto di macerie che sarà riconvertito in sabbia, cemento per nuovi mattoni con cui costruire un nuovo e saldo edificio.

Ci sono poi le coppie che si dicono addio; quelle in cui non c’è materiale, pala, colla o altro che possa aiutare a tenere insieme un edificio che non è mai esistito, se non nella fantasia di uno dei due (o entrambi).

Cos’è che tiene insieme le coppie, allora.. o meglio.. cosa potrebbe tenere insieme una coppia (no, non è una domanda a cui pretendo di dare una risposta, ma un riflessione che spesso facciamo in studio, tra colleghi dopo che abbiamo visto una coppia e ultimamente, ne vediamo sempre più…).

Cos’è la storia di una coppia? Chiedere ad una coppia di raccontare la sua storia, è qualcosa di troppo romantico/romanzato? Possibile, ma l’amore porta ab origine il marchio del romanzo… il romanzo di quella che “dovrebbe” essere la storia della coppia e -pertanto – la storia familiare dei partecipanti in gioco (famiglia d’origine e futura famiglia costruita sulla base di tutta una serie di narrazioni che si incroceranno, lungo il cammino).

Come in ogni storia ci sono gli antagonisti, i protagonisti, le difficoltà, le stagioni, le peripezie e le varie pozioni da poter utilizzare. C’è il coraggio, il cavaliere (nero o bianco), il principe o una principessa che si riscoprono poi non così affini come la narrazione vuole.

C’è la resilienza, il comprendere che la storia che -non- abbiamo scritto ci modifica, ci fa resistere e trasformare diventando linfa per una nuova pianta che ha gettato una piccola talea altrove, pronta a germogliare in una nuova primavera.

C’è la speranza, la sorpresa di scoprirsi diversi, di capire che la storia che stavamo scrivendo ha un lieto fine che però, non ci appartiene.

C’è la delusione per rendersi conto che si stava combattendo da soli, come Don Chisciotte e che i mulini a vento erano solo sfide personali.. e come il cavaliere furioso, occorre dirigerci sulla luna per recuperare il senno.

C’è lo sconforto. C’è la paura.

C’è una piccola luce in lontananza: luce di speranza e passione. Luce che puoi decidere di spegnere definitivamente o di rimpinguare gettando legna inizialmente un pò a caso, per vedere che succede poi in maniera sempre più forte e vigorosa.

Ci saranno incendi. Vampate di calore incessante e forte.

Sarà tempo per riprendere la propria storia integrando tutti i nuovi personaggi e lasciando quelli vecchi in un altro capitolo; un capitolo di cui avremo compreso la morale e che sarà chiuso.

Sarà tempo per il tempo, quello nostro, quello personale.. quello in cui non ci sarà più spazio per la persona giusta al momento sbagliato.. ma sarà il tempo per la persona e il momento giusto.

Sarà tempo per me e per te.

Sarà tempo per noi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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