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Possibili ipotesi di intervento con l’adolescente violento.

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L’adolescenza si presenta come un momento nella vita del soggetto in cui il processo di soggettivazione tocca – per certi versi- il punto massimo; è quindi in questa fase della vita che avviene ciò che possiamo indicare, citando Meltzer (1981), “rifondazione del mondo”.

Proprio la caratteristica intrinseca nella fase adolescenziale stessa (non essere adulto né più un bambino), rende piuttosto complesso pensare e attuare una possibile ipotesi di intervento. Unitamente a ciò, accade inoltre che maggiormente le richieste di “aiuto” non siano poste direttamente dall’adolescente in questione, quanto piuttosto da un adulto (il genitore, un nonno, la scuola o il tribunale). Ciò tuttavia non vuol dire che l’adolescente non senta o avverta una qualche forma di disagio, ma anzi:

“L’adolescente avverte in pieno la tensione trasformativa in atto nella sua personalità, e di conseguenza percepisce e soffre dentro di sé la compresenza conflittuale di due componenti antitetiche mescolate: tante nuove scoperte ed esigenze adulte, confusivamente frammiste ai residui delle istanze e dei bisogni infantili (..) Comprendere appieno questa realtà particolare è premessa indispensabile non solo per lo studio psicodinamico dell’adolescenza, ma anche e soprattutto per la scelta di una strategia psicoterapeutica che permetta di entrare in contatto con l’adolescente in crisi, superandone le forti resistenze difensive”. Longo M., 1997.

Una volta ricevuta la richiesta (sia essa stata effettuata dall’adulto o direttamente dall’adolescente), il clinico si appresta ad accogliere il ragazzino o la ragazzina. In realtà, già nel corso della prima telefonata o del primo contatto, così come Carla Candelori (2013) evidenzia, occorre fare una rapida valutazione del caso, in quanto anche se quasi sempre la richiesta viene effettuata dai genitori, può accadere che la domanda venga fatta da parte degli adolescenti stessi, soprattutto se più grandi oppure tardo adolescenti.

Se la richiesta però è giunta da parte dei genitori, sarebbe d’uopo cercare nel corso dell’iniziale telefonata, farsi un’idea della situazione, per decidere se eventualmente incontrare loro prima del colloquio con la figlia/o.

Dare o meno uno spazio di ascolto (precedente) ai genitori, è scelta del clinico; tuttavia dare questo spazio è una opportunità che successivamente tenderà a non essere ripetuta (salvo l’emergere di problematiche piuttosto gravi) per evitare di alimentare le fantasie dell’adolescente in merito alla violazione della segretezza.

E’ infatti possibile che l’adolescente si formi la fantasia di un clinico complice dei genitori (e ricordiamo, ancora una volta, che il nostro adolescente oscilla tra bisogno/desiderio di dipendenza e indipendenza). Per tale motivo, uno dei possibili interventi che attualmente viene utilizzato, consiste nel lavoro di gruppo e questo perché:

“il legame intersoggettivo cura. Uno dei principali contributi della psicoanalisi è stato capire che il gruppo mobilita processi psichici e delle dimensioni della soggettività che non mobilitano, o non allo stesso modo né con la stessa intensità, i dispositivi cosiddetti individuali”. Kaes, 1999).

Abbiamo cominciato a conoscere un po’ più da vicino il lavoro con l’adolescente. L’argomento sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Cosa sta succedendo a mia figlia?

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una mamma di una ragazzina di 13 anni e di un bambino di 6 anni. La sua primogenita è figlia del suo primo compagno. Adesso lei convive felicemente con il padre del secondogenito, ma qualcosa in sua figlia sta cambiando e il cambiamento probabilmente è legato al legame della ragazzina con suo padre, oramai quasi del tutto assente. Ecco la sua lettera:

“Buongiorno, sono una mamma di una ragazza di 13 anni e di un bimbo di 6. Il mio secondo genito è arrivato dal mio attuale compagno, mentre il papà della mia bimba ci ha lasciate quando lei era ancora neonata (aveva 5 mesi). Non è mai stato presente nella sua vita è sempre stato fin ad oggi un padre completamente assente. Ad oggi i loro incontri, che nei primi tempi avvenivano un paio di volte al mese, si sono ridotti a massimo 3 volte l’anno e durante questi incontri le aspettative di mia figlia vengono puntualmente tradite. Quando mia figlia era più piccola era molto semplice (almeno in apparenza) gestire questa essenza. Poi sia io che il papà insieme al nonno (mio padre) facevamo di tutto per non farle mancare nulla. Infatti sembrava andasse tutto bene: giocava, si divertiva, aveva una sacco di amiche. Ma oggi la situazione è totalmente cambiata. Vedo mia figlia trascorrere dei momenti in cui soffre della mancanza del padre e più volte stesso lei mi ha fatta partecipe della sua sofferenza. Mi ha chiesta tante volte perché il padre non la chiamasse e non la cercasse più spesso. Le ho spiegato che non è assolutamente colpa sua! Le ho detto che alcuni adulti a volte scelgono di voler vivere liberi, come se fossero giovani, senza il peso delle responsabilità degli adulti. Ma il problema che più mi affligge in questo periodo, è che la osservo mentre interagisce e parla con le amiche, (anche in questo periodo di vacanze al mare) e noto che tende ad isolarsi. Non ride mai con loro, parla pochissimo, sembra che non si emozioni. Questa cosa mi fa paura perché vedo che poi si sente esclusa e non cerca la spensieratezza delle altre amiche. Non so come aiutarla. Provo a spronarla a lasciarsi andare ma è passiva, bloccata, apatica.
Vedo che si sente non all’altezza delle sue amiche, come se cercasse sempre qualcosa che le manca. Non ha problemi a scuola e studia danza da quando aveva sei anni. Sia a scuola che a danza è bravissima e non mi ha mai dato problemi.”

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Cerchi di guardare con gli occhi di sua figlia. Lei da madre ha compreso che c’è qualcosa che non va e sta provando ad aiutare sua figlia. Però noi adulti cadiamo spesso in un errore ingenuo e bonario, ma umano, che è quello di ridurre il nostro giudizio su ciò che accade ai bambini e ai ragazzi, alla nostra “visione adulta” delle cose. Lei più volte ha scritto “vedo..”, quindi probabilmente le sue sensazioni seppur giuste, non colgono appieno il punto di vista di sua figlia. Spesso capita di “proiettare” le nostre preoccupazioni e le nostre paure, senza che ce ne accorgiamo. Provi a vedere al di là delle sue paure, spinga lo sguardo più in là; è certa che sua figlia si senta esclusa dalle amiche, che non si senta alla loro altezza? Quanto è sicura che le sue amiche siano spensierate e felici? E che lei non si sia confidata con qualche amica?

Sua figlia sta vivendo una fase della vita “critica”. Si trova tra la fine di un ciclo (essere bambini) e all’inizio di un nuovo ciclo (adolescenza) in cui l’aspetto forse più importante riguarda principalmente il “definirsi”. Se volessimo fare un paragone, scomodando l’arte scultorea, sua figlia si ritrova a dover cominciare a dare una forma definitiva ad un pezzo di marmo che fino a questo momento della sua vita ha ancora forme indefinite. Come ogni buon artista sua figlia in questo momento ha bisogno di modelli riconoscibili e ben definiti da cui trarre l’ispirazione giusta per finire la sua scultura.

Probabilmente in questo momento della sua vita lei sente l’esigenza di attingere alle proprie origini (la ricerca del padre) e a quella storia che ha caratterizzato la sua e la vostra vita. Se volessimo metterci nei suoi panni, comprendere le ragioni e le motivazioni dell’allontanamento del padre potrebbero essere fondamentali per dare un senso alla sensazione di perdita e di mancanza che lei ha.

Potrebbe essere un occasione dare a lei e darvi, come famiglia, l’opportunità di affrontare insieme le vostre preoccupazioni e attingere positivamente alle vostre risorse per superare questa impasse.

Una terapia familiare affiancata ad incontri individuali dedicati a sua figlia potrebbero essere una soluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Dott. mio figlio è cambiato.. e questa cosa mi spaventa”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una madre di due ragazzi adolescenti. Ecco la sua lettera:

“Salve, sono madre di due ragazzi di 16 e 13 anni. Vi scrivo per mio figlio di 16 anni. Sono abbastanza preoccupata per il suo comportamento, strano e inusuale per il suo carattere. Lui è sempre stato un ragazzo socievole, allegro, vivace. Facevamo fatica (io e mio marito) a tenergli testa. Invece adesso, sono ormai alcuni mesi che non esce di casa ( ha fatto una gran fatica a finire l’anno scolastico in presenza, con tantissime assenze), resta nella sua camera buttato sul letto a guardare video sullo smartphone o sul portatile. Pare abbia perso la maggior parte dei contatti con i suoi amici di sempre. A volte lo sento giocare alla play e parlare con alcuni suoi amici di gioco. Dice che si annoia e che gli va di stare solo. Spesso mangia in camera e non esce per ore intere. Di notte non dorme e vaga per casa, di giorno dorme fino al pomeriggio. Non gli abbiamo mai fatto mancare niente e non ha mai avuto nessun problema. Non so che fare. Non riesco a capire cos’abbia. Non lo riconosco più e questa cosa mi spaventa. Grazie mille.”

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Salve. Non c’è ragazzo o ragazza, dell’età di suo figlio che non provi ad esplicitare in maniera più o meno “rumorosa” il suo diritto ad essere disperato, depresso, arrabbiato, infelice e inquieto. Essere genitori di un adolescente è complicatissimo, ma essere adolescenti è a dir poco un’esperienza “sconvolgente” e tormentata. Ovviamente non conosco abbastanza bene suo figlio e non posso essere esaustivo riguardo il suo malessere. Mi pare però abbastanza chiaro guardando alla descrizione che stia vivendo una fase piuttosto complicata della sua vita. La struttura psichica di un ragazzo di 16 anni è ancora in piena fase evolutiva e quindi in continua trasformazione. Quindi spesso gli aspetti apparentemente patologici o preoccupanti sono transitori. Possono invece destare preoccupazione nel momento in cui ci sono cambiamenti abbastanza radicali dello stile di vita e del comportamento; inoltre i sentimenti di tristezza , noia, apatia possono diventare preoccupanti quando restano invariati e costanti per molto tempo, senza alternarsi periodicamente a situazioni emotive di equilibrio o di polo opposto.

Nel caso di suo figlio, come lei descrive, ci sono state delle vere e proprie rotture con quello che era il suo usuale percorso evolutivo e di sviluppo. Suo figlio ha allontanato gli amici di sempre, non ne ha altri e ha scarso interesse a relazionarsi e a ricercare relazioni affettive (a differenza di qualche mese fa); inoltre tende ad isolarsi per giorni interi rimanendo chiuso in casa, evitando così i contatti con gli altri e il mondo fuori la propria stanza ( luogo sicuro); ha invertito il proprio ritmo circadiano, vivendo nelle ore notturne; ha cominciato a disinteressarsi della scuola, dei compagni di scuola. Queste premesse evidentemente possono preludere a situazioni di disagio psichico più complesse e profonde come: depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, ansia sociale, isolamento sociale, hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”).

Spesso noi adulti consideriamo gli adolescenti come esseri strani, lunatici, misteriosi, incomprensibili. Parliamo troppo spesso di loro, ma parliamo troppo poco di loro, ascoltandoli realmente. Bisogna fare un passo indietro e provare a ritornare con la memoria a quando anche noi eravamo adolescenti, solo in quel momento possiamo forse avremo l’opportunità di cogliere l’intensità emotiva del loro “stare nel mondo”.

Fatta questa premessa le consiglio di considerare per suo figlio (ovviamente dopo averne parlato insieme della necessità) l’inizio di un percorso psicoterapeutico e se possibile parallelamente a questo percorso, una psicoterapia familiare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ribellione e Adolescenza

“Ogni atto di ribellione esprime nostalgia per l’innocenza e una richiesta all’essenza dell’essere.”

Albert Camus
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Un atto di ribellione è movimento, è azione. Un agito che inconsciamente diminuisce una tensione interna, una costrizione intollerabile. Per dirla alla Fenichel, questo agito comporta “una scarica parziale degli impulsi tenuti a freno”. Con la ribellione avviene una scarica di quegli impulsi, attraverso un agito (trasgredire le regole, ad esempio), che erano in qualche modo rimossi e “compressi”.

La ribellione è una delle caratteristiche dell’adolescenza. Fa parte dello sviluppo psichico ed emotivo dell’adolescente e ne scolpisce la personalità; è uno degli ingredienti essenziali per la formazione dell’individuo maturo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Preadolescenza. L’importanza di “appartenere” per “separarsi”.

Stasera vorrei riproporvi un articolo molto interessante che approfondisce un periodo dello sviluppo dei ragazzi, che è al confine tra l’infanzia e l’adolescenza. Buona lettura!

ilpensierononlineare

C’è un periodo compreso tra l’infanzia e l’adolescenza in cui si manifestano dei comportamenti e dei cambiamenti nei propri figli che spesso colgono di sorpresa i genitori e sono la causa di fraintendimenti e litigi che poco hanno a che vedere con il periodo del “ciclo di vita familiare” precedente, che tutto sommato era abbastanza tranquillo.

In genere i genitori, in questo periodo hanno difficoltà a prevedere i comportamenti dei propri figli, “non li riescono più a controllare” e temono che il figlio possa allontanarsi da loro irrimediabilmente e con conseguenze drammatiche. Almeno questa pare sia la percezione di buona parte dei genitori, rispetto a ciò che sta avvenendo. Quella della preadolescenza è il preludio ad una fase critica, caratterizzata da forti contraddizioni.

Potremmo far rientrare questo periodo ad un’età che va dagli 11-12 ai 13-14 anni, ovviamente è una stima pressoché…

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Una chiave per l’adolescenza… una chiave di lettura

Avete mai provato ad “entrare” nella testa di un adolescente? No?
Allora vi presto io la “chiave” giusta.. mi raccomando però, non forzate troppo o rischierete di rompere la serratura.
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Vorrei legarmi alla tematica esposta nel precedente articolo, cavalcare l’ “onda della metafora” e magari scendere un po’ più in profondità e provare a perlustrare, per quanto sia possibile, il mondo “oscuro” e inesplorato dei giovani adolescenti. La “chiave” della porta di ingresso potremmo trovarla nella forma di alcune paure che condizionano la vita dei ragazzi di oggi. Pertanto oltre alla paura del cambiamento che sta avvenendo dentro e fuori di sé, essi sembra siano spaventati dalla solitudine e il restare soli in un mondo iperconnesso spaventa molto.
– Se resto solo in un mondo in cui sembra così semplice comunicare e dove l’essere più o meno popolari ha il suo peso nelle relazioni con i coetanei, allora non sarò in grado di contare agli occhi degli altri –
In un mondo in cui le relazioni reali sembrano passare inevitabilmente dalle relazioni virtuali e viceversa, la…

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