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Pillole di Psicologia: Gustose Tentazioni..

 “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”.

Oscar Wilde

Uno dei principali problemi che possono avere le persone “costrette” ad un regime alimentare restrittivo (una dieta), è che se si cade in tentazione, dopo giorni e settimane di rigide privazioni, si è più inclini all’abbuffata. Diversi studi hanno infatti dimostrato che le persone che sono convinte di aver in qualche modo infranto le regole rigide della propria dieta (cedendo ad una tentazione), saranno più inclini a perdere l’autocontrollo e quindi abbandonarsi ad una scorpacciata (“tanto ormai ho già ceduto con quel dolce; oggi è andata così, tanto vale godermi il resto delle pietanze”).

Alcuni regimi alimentari prevedono la completa abolizione di alcuni alimenti e cibi che consideriamo tra i nostri preferiti. Nel momento in cui vi rinunciamo la nostra mente svilupperà un desiderio profondo nei confronti di quegli alimenti, fino a sognarli di notte. La preoccupazione per il cibo è l’inevitabile conseguenza di ogni dieta.

Questo fenomeno è detto “effetto rimbalzo” e si può verificare ogni volta che, sopprimendo un pensiero, ne incrementiamo automaticamente la ricomparsa, anche se indesiderata.

Quindi ciò fa pensare che tutti i tipi di proibizioni rigide, non hanno un effetto realmente positivo sul corretto mantenimento di un regime alimentare sano, ma paradossalmente fanno da effetto boomerang. Non appena l’alimento viene proibito il desiderio nei suoi confronti aumenta moltissimo. Chi usa la strategia delle restrizioni per perdere peso finisce per consumare quantità maggiori di cibi proibiti.

Quindi pare necessario un equilibrio, concentrarsi su ciò che piace del proprio corpo, mettendosi obiettivi realistici e non pretendere cambiamenti troppo repentini. Introdurre cambiamenti costanti, semplici e graduali, senza rinunciare e abolire intere categorie di alimenti preferiti è il modo migliore per favorire una perdita di peso duratura (è escluso da questo discorso ovviamente chi ha patologie o intolleranze alimentari, tali da dover per forza eliminare alcuni alimenti).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Night eating Syndrome (Sindrome da Alimentazione Notturna)

La Sindrome da Alimentazione Notturna è stata descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard.

Questa sindrome è ormai riconosciuta come un Disturbo del Comportamento Alimentare ed è inserita nel DSM IV (come disturbo alimentare non altrimenti specificato) e più recentemente nel DSM V (nella categoria “Other Specified Feeding or Eating Disorder”).

Nello specifico questo disturbo è caratterizzato da una perdita del controllo sul cibo durante le ore notturne (iperfagia serale) e un alimentazione quasi nulla durante le ore diurne. Che significa generalmente, scarso appetito durante il giorno e anoressia mattutina. In genere la quantità di cibo consumata di sera e di notte è tra il 25% e il 50% dell’introito energetico giornaliero.

Questo Sindrome può essere associata anche a disturbi del sonno. Infatti, chi ne soffre, si sveglia durante le ore notturne per consumare grandi quantità di cibo calorico (snack, patatine, gelato..). Spesso vengono consumati cibi ricchi di carboidrati e dolci. Vengono quindi consumati per lo più cibi di conforto e ipercalorici.

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Le persone con questo disturbo hanno spesso problemi di sovrappeso o di obesità. Le loro abbuffate notturne sono caratterizzate da vissuti di tensione, stress, ansia, paura e sensi di colpa, quando finiscono di mangiare. Descrivono inoltre un grande senso di inadeguatezza, sconforto, angoscia, disgusto per se stessi e rimorso per il loro comportamento. Provano vergogna a riferire dei propri problemi e tendono a nascondere il cibo che consumano, agli altri.

Questo disturbo del comportamento alimentare è speso collegato con disturbi legati allo stress e alla depressione, ma anche a immagine di sé negativa, perfezionismo e preoccupazione per il proprio peso e per la propria forma. Il cibo è come se venisse usato come “automedicazione”; una sorta di “ristoro” emotivo dopo giornate passate a rimuginare su pensieri negativi o vissuti d’ansia, stress e depressione.

Secondo il National Istitute of Mental Health questo problema tocca circa l’ 1,5% della popolazione, senza differenza di genere e circa il 6/16% dei soggetti obesi.

Come per altri disturbi alimentari, un trattamento efficace per la Sindrome d’Alimentazione Notturna richiede in genere un approccio multidisciplinare.

In genere si inizia informando i pazienti sulla loro situazione, poi lavorando sulla consapevolezza e sugli aspetti emozionali e psicologici, si può procedere attraverso una sorta di rieducazione ai modelli alimentari corretti. Questo lavoro necessita ovviamente di un approccio multidisciplinare con lo Psicoterapeuta e il Nutrizionista (o Dietologo). A questi interventi può essere molto utile affiancare anche una “riabilitazione fisica”, attraverso l’introduzione di esercizio fisico. Ovviamente nei casi in cui vi è una comorbidità con altri disturbi psichiatrici può essere necessaria anche una terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Emozioni e cibo

Possono le nostre emozioni condizionare le nostre scelte alimentari? In che modo possono spingerci a mangiare meglio, di più o di meno? Lo stato d’animo che abbiamo in un determinato momento (arrabbiati, sereni, allegri, tristi, ansiosi, positivi) può condizionarci e orientare le nostre preferenze alimentari?

Le nostre emozioni e gli stati d’animo, uniti ad una modalità comportamentale orientata alla ricerca del soddisfacimento immediato hanno inevitabilmente una conseguenza diretta, che riguarda l’assunzione di cibo e che può incidere anche sul nostro peso.

Quello che viene definito da M.P. Gardner come “mangiare emotivo” è una modalità di comportamento piuttosto frequente nelle persone e che, a lungo termine, può portare al sovrappeso e all’obesità.

Secondo l’ipotesi di Gardner, in diverse situazioni, le persone con problemi di obesità, possono essere condizionate nella scelta del cibo da mangiare, sia dal tono dell’umore che da una percezione del tempo “particolare”, che induce le persone a soddisfare il bisogno subito. Questo modo “irruento” di soddisfare il bisogno e lo stimolo della fame (legato al tono dell’umore), non permette alle persone di percepire lucidamente al momento i “danni” (a lungo termine) del cibo di conforto (confort food), ma solamente i benefici derivati dall’assunzione di quel cibo in quel momento.

Praticamente, queste persone non penseranno al fatto che mangiare cibi con moltissime calorie (ma saporiti) per compensare stati emotivi negativi, a lungo andare farà prendere loro molti chili, con la probabilità di poterli far ammalare in futuro. Penseranno, invece, al piacere immediato, e alla sensazione di sollievo che quei cibi possono dargli nell’immediato.

Numerose ricerche nell’ambito della psicologia del comportamento e della prevenzione dell’obesità negli adulti e bambini hanno accertato che:

  1. Essere di buonumore spinge a guardare al futuro, desiderare di vivere in salute e scegliere, di conseguenza, cibi sani e nutrienti.
  2. Vivere uno stato d’animo negativo spinge a prediligere un’immediata soddisfazione del bisogno di gestire, nel concreto, il cattivo umore, attraverso il consumo di cibi “comfort”.
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Insomma, oggi è sempre più indicato un approccio integrato con l’Esperto in Nutrizione e lo Psicologo per rendere efficace e risolutivo un percorso personale  di rieducazione alimentare e supporto psicologico. Inoltre, in alcuni casi, è necessario intraprendere anche un percorso di Psicoterapia per affrontare aspetti del proprio vissuto personale che possono assumere un “peso specifico” nella propria storia di obesità e nel vissuto emozionale correlato.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi