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Bambini e paura. Come aiutarli?

Dietro le paure dei bambini c’è quasi sempre una spiegazione legata alle tappe dello sviluppo. Buona parte delle paure infantili possono essere superate spontaneamente, ma se un bambino ha una paura che dura da molto tempo che gli pregiudica anche le attività quotidiane e influisce anche nei rapporti con gli altri, allora sarà molto utile provare ad aiutarlo.

Ecco alcuni consigli per i genitori:

  • Evitate di rassicurare il bambino eccessivamente, avreste l’effetto contrario. L’iperprotezione non favorisce la formazione del coraggio.
  • Evitate di parlare troppo spesso davanti al bambino di paure e fobie, alimentereste la sua paura. Meglio farlo senza il bambino davanti.
  • Approcciatevi alla paura del bambino e alle sue richieste di aiuto e consolazione in modo calmo e sicuro. In modo che il bambino non venga confuso ancor di più con la vostra ansia.
  • Provate ad affrontare la paura del bambino, insieme con lui. Ad esempio, se il bambino ha paura dei cani provate ad avvicinarvi con lui lentamente ad un cane. Step dopo step e lentamente si abituerà e comincerà a gestire la leggera ansia che caratterizzerà quei momenti. (se il bambino non vuole farlo non bisogna insistere).
  • Date l’esempio. Siate voi per primi ad avvicinarvi agli stimoli ansiosi che alimentano la paura del bambino (accarezzate il cane). I bambini osservano e ripensano a ciò che hanno visto e pian piano assimileranno quello che hanno visto e li ha colpiti.
  • Potete aiutare il bambino a rilassarsi (decontrarre i muscoli, ascoltare musica tranquilla) e quando e tranquillo chiedergli di immaginarsi mentre fa qualcosa per superare la paura.
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Le paure dei bambini possono sembrare molto resistenti e a volte lo sono, ma tante volte risultano essere facili da superare con un buon supporto dei genitori.

Non bisogna forzarli e non bisogna aspettarsi che la paura vada via subito. I bambini hanno bisogno di tempo e comprensione.

Ovviamente se questi consigli non sono sufficienti, il consiglio è di rivolgervi quanto prima ad uno Psicologo o Psicoterapeuta. Il sostegno psicologico ai bambini e la consulenza psicologica per i genitori in questi casi è molto utile ed efficace.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo? E quanto è importante la relazione con i genitori nelle prime fasi dello sviluppo?
Buona lettura!

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Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del…

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Con-tatto fisico ed emotivo: l’opera di René Spitz.

Federico II di Svevia diede vita ad un esperimento che (vi avviso non è il massimo dal punto di vista etico), voleva essere la risposta ad un quesito sollevato dai linguisti dell’epoca: qual è la lingua umana originaria? l’egiziano? l’ebraico? il frigio?

Nella Cronaca, lo storico Salimbene de Adam, descrive proprio tale esperimento portato avanti dall’imperatore che -per serendipità- si potrebbe oggi dire, aveva “scoperto” una correlazione tanto cara agli psicoanalisti.

Procediamo con ordine.

Federico II decise di prendere un gruppo di neonati e di farli alimentare regolarmente ma in assoluto silenzio; i bambini dovevano infatti essere toccati il minimo indispensabile, giusto per essere puliti e cambiati. L’imperatore aveva dato disposizioni del fatto che i neonati dovessero ricevere solo il minimo delle cure igieniche, (senza che le nutrici aprissero mai bocca). Una manipolazione dei bambini – potremmo dire- priva di qualsiasi calore e contatto umano.

Federico II voleva – in sostanza- vedere quale lingua avrebbero per prima verbalizzato, quei bambini.

Di fatto però, l’imperatore dovette prendere atto del fatto che i bambini non avrebbero parlato né l’ebraico, né il frigio, né altra lingua poiché l’assenza di contatto caldo fisico e verbale, condusse tutti i bambini alla morte.

Questa storia richiama all’opera di René Spitz, uno psicoanalista viennese emigrato, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti.

Spitz grandissimo sostenitore dell’importanza dell’osservazione diretta del bambino nella sua interazione con la madre o altre figure parentali significative; decise di condurre per la prima volta uno studio sui bambini abbandonati in orfanotrofio, seguendo il metodo scientifico sperimentale.

Nello scritto Hospitalism e nel filmato Grief a peril in infancy il ricercatore osservò 91 bambini abbandonati sin dalla nascita in orfanotrofio. I bambini venivano nutriti regolarmente ma con scarsi contatti interpersonali; le nutrici infatti davano qualche carezza ai primi bambini che si trovavano nella grande camerata per poi ridurre le carezze stesse man mano che procedevano in avanti, con i letti, a causa del poco tempo a disposizione.

In sostanza gli ultimi bambini ricevevano le sole cure igieniche necessarie.

Dopo 3 mesi di carenza di contatti, i bambini svilupparono grave apatia, inespressività del volto, ritardo motorio e deterioramento della coordinazione oculare.

Ciò che Spitz notò era che nelle culle dei bambini, era presente come una sorta di avvallamento che li avvolgeva completamente. I piccoli entravano in uno spazio che Spitz paragonò al letargo un piccolo spazio incavato simile a una nicchia che, di fatto, diventò la tomba dei bambini..

Entro la fine del secondo anno di vita il 37% dei 91 bambini, pur essendo stati alimentati correttamente, morì.

Spitz notò che morirono sia i bambini che si trovavano in stato di denutrizione, sia quelli che erano stati cresciuti in assenza di contatti interpersonali; i sopravvissuti, inoltre, presentavano grandissime difficoltà dell’eloquio, difficoltà motorie e per la maggiore, questi bambini non erano nemmeno in grado di stare seduti autonomamente.

Le osservazioni pionieristiche condotte da Spitz negli anni ’40 furono riprese negli anni ‘90 e applicate con metodi sperimentali più aggiornati; gli autori dedicarono osservazioni longitudinali di oltre 20 anni per studiare la piaga dell’abbandono dei bambini (in questo caso bambini rumeni).

Lo studio è angosciante -me ne rendo conto- ma oltre a presentarsi come un cardine senza precedenti dell’osservazione sperimentale dei bambini istituzionalizzati (aprendo di fatto alle riflessioni e alle riforme attuate successivamente), si offre come spunto di riflessione per tutti quei genitori che vediamo, durante i corsi di accompagnamento alla genitorialità che stanno seguendo l’iter che terminerà con l’adozione…

Queste sono le osservazioni originali condotte da Spitz; il video è crudo e fino alla fine non ero del tutto convinta – in merito alla sua condivisione- perché non tutti hanno sempre accettato questo tipo di argomenti. Il mio è il punto di vista di una psicologa clinica che decide di condividere, ogni singolo post, con l’intento di spingere alla riflessione e soprattutto, con la finalità di promuovere il benessere psicologico della persona, del gruppo e della comunità (come mi è stato insegnato). Non c’è altra finalità.

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

L’oggetto transizionale – la coperta di Linus

Il termine “oggetto transizionale” è stato introdotto da Donald Winnicott e indica un oggetto come una copertina, un fazzoletto, un giocattolo, un peluche che un bambino (generalmente tra i quattro e i dodici/diciotto mesi) tiene con sé per addormentarsi, per calmarsi.. questi oggetti assumono quindi per i bambini un significato davvero speciale.

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta generalmente una fase di passaggio che aiuta il bambino nella percezione di un oggetto come separato dal soggetto (me); queste attività di manipolazione sono corredate da fantasie e sono definite da Winnicott come fenomeni transizionali . Diciamo che è quell’ “oggetto” che aiuta il bambino in quella fase in cui comincia a differenziare tra il me e il non-me, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Il suo utilizzo dopo l’infanzia, può ripresentarsi specialmente in occasione di regressioni e fasi depressive.

Peanuts – Linus e la sua copertina

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale appartiene a quel campo dell’esperienza personale dell’illusione, i cui contenuti sono a metà tra la realtà esterna e la realtà interna, ma non sono riconducibili a nessuna delle due. Quindi si riferiscono a quell’esperienza del bambino che si colloca nel luogo che lega e separa la realtà interna dalla realtà esterna e che in seguito diventerà una funzione permanente della psiche adulta. L’oggetto transizionale si può considerare come un oggetto che non fa più parte del corpo del bambino, ma non è ancora riconosciuto, da questi, come un oggetto della realtà esterna.

“Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non é il suo valore simbolico”- “quanto il fatto che esso é reale: è un illusione ma é anche qualcosa di reale” 

Donald Winnicott

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta una fase importante per l’esperienza del bambino e per lo sviluppo della sua futura vita immaginativa (in età adulta).

Peanuts – fonte google

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino triste: Disturbi dell’infanzia, la storia di Bruno.

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In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (come sempre, nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perchè suo figlio, non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena che mentre parla, più volte rischia di strozzarsi con la propria saliva, oltre ad assumere un colore del viso rosso/violaceo) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottorè- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perchè poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere l’assegno; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perchè ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un pò, che ne so, perchè siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perchè ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco, dice e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perchè oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a casare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), che anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale, rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Pavor nocturnus: terrore notturno e bambini.

Oggi vi ripropongo un articolo, scritto in tempi non sospetti e che pare sia diventato molto attuale in questi mesi. Infatti sono molto aumentati i problemi legati al sonno nei bambini. Molto spesso il sonno può essere agitato e accompagnato da risvegli improvvisi a causa di brutti sogni o di quello che viene definito “terrore notturno”. Buona lettura..

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ilpensierononlineare

“Dottore il mio bambino nelle ultime settimane si sveglia improvvisamente di notte urlando e piangendo. È inconsolabile. Le prime volte ci siamo spaventati, perché non rispondeva e continuava a dimenarsi. Siamo distrutti. Ogni sera prima di andare a letto temiamo possa succedere ancora e non riusciamo più a chiudere occhio. In genere i risvegli sono tra le due e le tre di notte. Ne abbiamo parlato con lui, ma dice di non ricordare nulla e ci guarda stranito. Abbiamo provato a fare diverse visite, fortunatamente i medici non hanno riscontrato nessun problema e alla fine ci hanno consigliato di rivolgerci ad uno Psicologo. Cosa possiamo fare?!”

immagine google

Il fenomeno del terrore notturno è abbastanza comune
e colpisce generalmente i bambini in età prescolare (2 – 3 anni con un
incidenza tra il 10 e il 14%) e fino ad
un’età di 11 -12 anni dove c’è un incidenza sempre…

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Gelosie tra fratelli e sorelle.

La gelosia tra fratelli da bambini non è da considerarsi patologica, ma rappresenta un aspetto importante dello sviluppo. In chiave evolutiva questo sentimento è normale.

Spesso alcuni genitori mi chiedono perché il loro bambino litighi col fratellino e abbia un atteggiamento a volte aggressivo nei suoi confronti, ma con gli amici non si comporti allo stesso modo, anzi sembra essere un altro bambino (socievole, amichevole, per niente aggressivo). La risposta a questo quesito è molto semplice, gli amici non sono dei rivali con cui “competersi” l’affetto e le attenzioni dei genitori, mentre i fratelli e le sorelle lo sono.

I litigi, legati alla gelosia, possono avere dei risvolti positivi perché servono al bambino o alla bambina, ad imparare a difendersi, ad affermare la propria individualità, i propri diritti, ad imparare a risolvere e ad affrontare i conflitti. Insomma i fratelli, nelle loro interazioni di gioco, ma anche nei litigi imparano a reagire, a comprendere l’importanza dello scherzo.

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Diversamente quando la gelosia incalza troppo e la rivalità diventa esasperata e troppo frequente e “distruttiva”, bisogna fare attenzione. Perché il rischio è di arrivare ad escalation inutilmente violente. Può capitare questo quando un primogenito molto geloso, approfittando della sua posizione di superiorità (di età e fisica) può approfittare in maniera ripetitiva della “debolezza” del più piccolo e infierire sul suo senso di sicurezza e sulla sua autostima; di contro il più piccolo può avere reazioni vendicative in cui inventa storie e bugie per mettere nei guai il più grande. Bisogna in questi casi intervenire quanto prima per contenere questo comportamento, perché si può correre il rischio che diventi uno stile comportamentale acquisito, in futuro.

Il primo momento in cui si provano i primi sentimenti di gelosia, per un bambino si possono rintracciare proprio quando si concretizza fattivamente l’arrivo del fratellino o sorellina. Il bambino può inizialmente sentirsi entusiasta della novità e della possibilità di poter avere magari qualcuno con cui giocare, ma di contro comincia anche un po’ a preoccuparsi, perché in effetti non sa molto bene a cosa andrà in contro, cosa significa l’arrivo di un neonato è pur sempre un grande cambiamento. Poi mam mano quando scoprirà che le cose cominciano a cambiare in casa per lui e nel rapporto con i suoi genitori ed in particolare con la mamma, ecco che nasce la gelosia.

Si può prevenire in qualche modo il rischio di una escalation di gelosia distruttiva?

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La risposta è si. Prima di tutto bisogna partire da presupposto che è un sentimento che non si può eliminare e che (come detto in precedenza) può addirittura essere positivo. Bisogna solo fare attenzione ad alcune cose:

  • Evitare di creare una “bolla” attorno al più piccolo, l’iper-protezione non fa bene. Anche il più piccolo ha bisogno di capire che deve rispettare gli altri e che deve condividere come tutti gli altri le attenzioni dei genitori.
  • Si alle differenze evitando le preferenze. Riconoscere le differenze individuali e valorizzarle al meglio. I bambini, riescono a comprendere che ci sono momenti in cui l’altro fratello ha bisogno di più attenzione. Bisogna solo spiegarlo bene.
  • Valorizzare la cooperazione e l’altruismo. Sottolineare l’importanza della condivisione e della coesione familiare. La famiglia come una squadra.
  • Dedicare un po’ di tempo singolarmente ad ogni figlio. Un momento esclusivo per ogn’uno. Questo può ridurre molto la gelosia. In questo la cooperazione di entrambi i genitori è essenziale: mentre la mamma dedica del tempo al più piccolo, il papà potrà dedicare lo stesso tempo giocando con il primogenito, ad esempio.
  • Coinvolgere attivamente sin da subito il primogenito. Annunciandogli la venuta del fratellino/sorellina e preparandolo al cambiamento, ascoltandolo, rispondendo alle sue domande e rassicurandolo e infine rendendolo partecipe della sua importanza.
  • Fare in modo che tutti i fratelli e sorelle abbiano le loro possibilità di fare amicizia separatamente. Evitare di accollare al fratello o sorella più grande il fratello più piccolo quando, più grandi, devono uscire con gli amici. Se invece diventa una scelta loro, ben venga.

Infine, la cosa davvero più importante per evitare la gelosia distruttiva tra fratelli è sicuramente quella di aiutare i bambini ad essere consapevoli dei propri sentimenti, evitando di negarli o silenziarli.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

BES: Bisogni educativi speciali.. cosa sono?

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Spesso si sente parlare di bambini e/o ragazzi/e che mostrano difficoltà scolastiche senza però esprimere un chiaro disturbo intellettivo e/o handicap.

Le richieste di diagnosi di disabilità intellettiva sono in crescita e gli esperti si dividono tra insegnanti bisognosi di ascolto e supporto e genitori sempre più in crisi innanzi a figli poco propensi a dedicare ore allo studio.

Quelle che oggi desidero fare è cominciare a presentare i bisogni educativi speciali, evidenziando come siamo passati da una legislazione (ancora un pò indietro sull’argomento) ai possibili interventi (che vedremo in un secondo momento).

Buona Lettura.

Con il termine BES riferiamo a tutti quegli alunni che per una qualche ragione, presentano una richiesta di speciale attenzione. In termini prettamente psicodiagnostici questi ragazzi rientrano in cut-off o percentili (indici riferibili a specifici test utilizzati), che rappresentano una zona grigia; questi ragazzi pur mostrando difficoltà non vengono tutelati dalla legge 170 del 2010 analogamente all’intelligenza borderline (zona grigia della legge 104/92).

La direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 sui BES è entrata in vigore proprio per attirare l’attenzione degli insegnanti su questi bambini che non rientrano in una precisa categoria diagnostica. Un bambino – infatti- può non rientrare nei DSA, ma può ugualmente avere una prestazione al limite o inferiore rispetto alla media prevista per la classe frequentante.

Fino a circa 10 anni fa, ci si occupava dei bambini con conclamato handicap fisico o psichico attuando percorsi educativi o scuole speciali, tarando uno specifico percorso. Alcuni poi, si occupavano di difficoltà specifiche (specie di lettura) per questi bambini che avevano difficoltà settoriali di apprendimento (in assenza di altri disturbi fisici o handicap evidenti).

Queste difficoltà presero il nome generico di “Disturbi lacunari” e stavano ad indicare lacune nelle abilità di apprendimento oppure (a seconda del settore della lacuna stessa) dislessia, disgrafia e così via.

Qualcosa è cambiato dopo gli studi specifici condotti in ambito della psicologia dell’educazione indagando le Learning disabilities.

Questi studi hanno mostrato l’esistenza di profili ricorrenti di bambini con disturbi spesso limitati alla sfera scolastica. Le prime ricerche sulla learning disabilities che hanno preso il nome di Disturbi dell’Apprendimento, si sono concentrati su due punti fondamentali:

  1. criterio di discrepanza: i bambini forniscono prestazioni inferiori da quelle che ci si aspetterebbe da bambini di pari condizioni ed età
  2. Fattori di esclusione: possiamo sostenere l’esistenza di disturbo specifico di apprendimento dopo che abbiamo escluso che una data difficoltà (es nella lettura) non sia dovuta a particolare condizione medica (es deficit uditivo) o psicologica (es ritardo mentale) o sociale (es educazione fortemente inadeguata).

Le prime ricerche nel campo dei disturbi dell’apprendimento ponevano enfasi particolare sui fattori di esclusione, cosa evidenziata anche dal nome che fino al DSM IV veniva dato alle patologie “disturbi specifici dello sviluppo” ( il termine indica proprio l’esclusione di altre patologie).

Nel DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) viene riconfermato l’aggettivo “specifico” per 4 motivi:

  1. il disturbo non è attribuibile a disabilità intellettiva
  2. il disturbo non è attribuibile a fattori esterni come svantaggio economico, sociale, etc
  3. il disturbo non è attribuibile a problemi neurologici, uditivi, motori
  4. la difficoltà di apprendimento può essere limitata a una sola abilità o ambito scolastico (es leggere parole singole).

I disturbi specifici dell’apprendimento sono più frequenti tra i maschi che femmine e negli ultimi anni, tali disturbi, sono aumentati.

Per l’eziologia e le ipotesi di intervento, continueremo in un altro articolo la trattazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.