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L’oggetto transizionale – la coperta di Linus

Il termine “oggetto transizionale” è stato introdotto da Donald Winnicott e indica un oggetto come una copertina, un fazzoletto, un giocattolo, un peluche che un bambino (generalmente tra i quattro e i dodici/diciotto mesi) tiene con sé per addormentarsi, per calmarsi.. questi oggetti assumono quindi per i bambini un significato davvero speciale.

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta generalmente una fase di passaggio che aiuta il bambino nella percezione di un oggetto come separato dal soggetto (me); queste attività di manipolazione sono corredate da fantasie e sono definite da Winnicott come fenomeni transizionali . Diciamo che è quell’ “oggetto” che aiuta il bambino in quella fase in cui comincia a differenziare tra il me e il non-me, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Il suo utilizzo dopo l’infanzia, può ripresentarsi specialmente in occasione di regressioni e fasi depressive.

Peanuts – Linus e la sua copertina

Secondo Winnicott, l’oggetto transizionale appartiene a quel campo dell’esperienza personale dell’illusione, i cui contenuti sono a metà tra la realtà esterna e la realtà interna, ma non sono riconducibili a nessuna delle due. Quindi si riferiscono a quell’esperienza del bambino che si colloca nel luogo che lega e separa la realtà interna dalla realtà esterna e che in seguito diventerà una funzione permanente della psiche adulta. L’oggetto transizionale si può considerare come un oggetto che non fa più parte del corpo del bambino, ma non è ancora riconosciuto, da questi, come un oggetto della realtà esterna.

“Il punto essenziale dell’oggetto transizionale non é il suo valore simbolico”- “quanto il fatto che esso é reale: è un illusione ma é anche qualcosa di reale” 

Donald Winnicott

L’uso dell’oggetto transizionale rappresenta una fase importante per l’esperienza del bambino e per lo sviluppo della sua futura vita immaginativa (in età adulta).

Peanuts – fonte google

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino triste: Disturbi dell’infanzia, la storia di Bruno.

Photo by Kat Jayne on Pexels.com

In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (come sempre, nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perchè suo figlio, non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena che mentre parla, più volte rischia di strozzarsi con la propria saliva, oltre ad assumere un colore del viso rosso/violaceo) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottorè- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perchè poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere l’assegno; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perchè ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un pò, che ne so, perchè siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perchè ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco, dice e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perchè oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a casare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), che anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale, rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Pavor nocturnus: terrore notturno e bambini.

Oggi vi ripropongo un articolo, scritto in tempi non sospetti e che pare sia diventato molto attuale in questi mesi. Infatti sono molto aumentati i problemi legati al sonno nei bambini. Molto spesso il sonno può essere agitato e accompagnato da risvegli improvvisi a causa di brutti sogni o di quello che viene definito “terrore notturno”. Buona lettura..

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ilpensierononlineare

“Dottore il mio bambino nelle ultime settimane si sveglia improvvisamente di notte urlando e piangendo. È inconsolabile. Le prime volte ci siamo spaventati, perché non rispondeva e continuava a dimenarsi. Siamo distrutti. Ogni sera prima di andare a letto temiamo possa succedere ancora e non riusciamo più a chiudere occhio. In genere i risvegli sono tra le due e le tre di notte. Ne abbiamo parlato con lui, ma dice di non ricordare nulla e ci guarda stranito. Abbiamo provato a fare diverse visite, fortunatamente i medici non hanno riscontrato nessun problema e alla fine ci hanno consigliato di rivolgerci ad uno Psicologo. Cosa possiamo fare?!”

immagine google

Il fenomeno del terrore notturno è abbastanza comune
e colpisce generalmente i bambini in età prescolare (2 – 3 anni con un
incidenza tra il 10 e il 14%) e fino ad
un’età di 11 -12 anni dove c’è un incidenza sempre…

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Gelosie tra fratelli e sorelle.

La gelosia tra fratelli da bambini non è da considerarsi patologica, ma rappresenta un aspetto importante dello sviluppo. In chiave evolutiva questo sentimento è normale.

Spesso alcuni genitori mi chiedono perché il loro bambino litighi col fratellino e abbia un atteggiamento a volte aggressivo nei suoi confronti, ma con gli amici non si comporti allo stesso modo, anzi sembra essere un altro bambino (socievole, amichevole, per niente aggressivo). La risposta a questo quesito è molto semplice, gli amici non sono dei rivali con cui “competersi” l’affetto e le attenzioni dei genitori, mentre i fratelli e le sorelle lo sono.

I litigi, legati alla gelosia, possono avere dei risvolti positivi perché servono al bambino o alla bambina, ad imparare a difendersi, ad affermare la propria individualità, i propri diritti, ad imparare a risolvere e ad affrontare i conflitti. Insomma i fratelli, nelle loro interazioni di gioco, ma anche nei litigi imparano a reagire, a comprendere l’importanza dello scherzo.

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Diversamente quando la gelosia incalza troppo e la rivalità diventa esasperata e troppo frequente e “distruttiva”, bisogna fare attenzione. Perché il rischio è di arrivare ad escalation inutilmente violente. Può capitare questo quando un primogenito molto geloso, approfittando della sua posizione di superiorità (di età e fisica) può approfittare in maniera ripetitiva della “debolezza” del più piccolo e infierire sul suo senso di sicurezza e sulla sua autostima; di contro il più piccolo può avere reazioni vendicative in cui inventa storie e bugie per mettere nei guai il più grande. Bisogna in questi casi intervenire quanto prima per contenere questo comportamento, perché si può correre il rischio che diventi uno stile comportamentale acquisito, in futuro.

Il primo momento in cui si provano i primi sentimenti di gelosia, per un bambino si possono rintracciare proprio quando si concretizza fattivamente l’arrivo del fratellino o sorellina. Il bambino può inizialmente sentirsi entusiasta della novità e della possibilità di poter avere magari qualcuno con cui giocare, ma di contro comincia anche un po’ a preoccuparsi, perché in effetti non sa molto bene a cosa andrà in contro, cosa significa l’arrivo di un neonato è pur sempre un grande cambiamento. Poi mam mano quando scoprirà che le cose cominciano a cambiare in casa per lui e nel rapporto con i suoi genitori ed in particolare con la mamma, ecco che nasce la gelosia.

Si può prevenire in qualche modo il rischio di una escalation di gelosia distruttiva?

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La risposta è si. Prima di tutto bisogna partire da presupposto che è un sentimento che non si può eliminare e che (come detto in precedenza) può addirittura essere positivo. Bisogna solo fare attenzione ad alcune cose:

  • Evitare di creare una “bolla” attorno al più piccolo, l’iper-protezione non fa bene. Anche il più piccolo ha bisogno di capire che deve rispettare gli altri e che deve condividere come tutti gli altri le attenzioni dei genitori.
  • Si alle differenze evitando le preferenze. Riconoscere le differenze individuali e valorizzarle al meglio. I bambini, riescono a comprendere che ci sono momenti in cui l’altro fratello ha bisogno di più attenzione. Bisogna solo spiegarlo bene.
  • Valorizzare la cooperazione e l’altruismo. Sottolineare l’importanza della condivisione e della coesione familiare. La famiglia come una squadra.
  • Dedicare un po’ di tempo singolarmente ad ogni figlio. Un momento esclusivo per ogn’uno. Questo può ridurre molto la gelosia. In questo la cooperazione di entrambi i genitori è essenziale: mentre la mamma dedica del tempo al più piccolo, il papà potrà dedicare lo stesso tempo giocando con il primogenito, ad esempio.
  • Coinvolgere attivamente sin da subito il primogenito. Annunciandogli la venuta del fratellino/sorellina e preparandolo al cambiamento, ascoltandolo, rispondendo alle sue domande e rassicurandolo e infine rendendolo partecipe della sua importanza.
  • Fare in modo che tutti i fratelli e sorelle abbiano le loro possibilità di fare amicizia separatamente. Evitare di accollare al fratello o sorella più grande il fratello più piccolo quando, più grandi, devono uscire con gli amici. Se invece diventa una scelta loro, ben venga.

Infine, la cosa davvero più importante per evitare la gelosia distruttiva tra fratelli è sicuramente quella di aiutare i bambini ad essere consapevoli dei propri sentimenti, evitando di negarli o silenziarli.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

BES: Bisogni educativi speciali.. cosa sono?

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Spesso si sente parlare di bambini e/o ragazzi/e che mostrano difficoltà scolastiche senza però esprimere un chiaro disturbo intellettivo e/o handicap.

Le richieste di diagnosi di disabilità intellettiva sono in crescita e gli esperti si dividono tra insegnanti bisognosi di ascolto e supporto e genitori sempre più in crisi innanzi a figli poco propensi a dedicare ore allo studio.

Quelle che oggi desidero fare è cominciare a presentare i bisogni educativi speciali, evidenziando come siamo passati da una legislazione (ancora un pò indietro sull’argomento) ai possibili interventi (che vedremo in un secondo momento).

Buona Lettura.

Con il termine BES riferiamo a tutti quegli alunni che per una qualche ragione, presentano una richiesta di speciale attenzione. In termini prettamente psicodiagnostici questi ragazzi rientrano in cut-off o percentili (indici riferibili a specifici test utilizzati), che rappresentano una zona grigia; questi ragazzi pur mostrando difficoltà non vengono tutelati dalla legge 170 del 2010 analogamente all’intelligenza borderline (zona grigia della legge 104/92).

La direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 sui BES è entrata in vigore proprio per attirare l’attenzione degli insegnanti su questi bambini che non rientrano in una precisa categoria diagnostica. Un bambino – infatti- può non rientrare nei DSA, ma può ugualmente avere una prestazione al limite o inferiore rispetto alla media prevista per la classe frequentante.

Fino a circa 10 anni fa, ci si occupava dei bambini con conclamato handicap fisico o psichico attuando percorsi educativi o scuole speciali, tarando uno specifico percorso. Alcuni poi, si occupavano di difficoltà specifiche (specie di lettura) per questi bambini che avevano difficoltà settoriali di apprendimento (in assenza di altri disturbi fisici o handicap evidenti).

Queste difficoltà presero il nome generico di “Disturbi lacunari” e stavano ad indicare lacune nelle abilità di apprendimento oppure (a seconda del settore della lacuna stessa) dislessia, disgrafia e così via.

Qualcosa è cambiato dopo gli studi specifici condotti in ambito della psicologia dell’educazione indagando le Learning disabilities.

Questi studi hanno mostrato l’esistenza di profili ricorrenti di bambini con disturbi spesso limitati alla sfera scolastica. Le prime ricerche sulla learning disabilities che hanno preso il nome di Disturbi dell’Apprendimento, si sono concentrati su due punti fondamentali:

  1. criterio di discrepanza: i bambini forniscono prestazioni inferiori da quelle che ci si aspetterebbe da bambini di pari condizioni ed età
  2. Fattori di esclusione: possiamo sostenere l’esistenza di disturbo specifico di apprendimento dopo che abbiamo escluso che una data difficoltà (es nella lettura) non sia dovuta a particolare condizione medica (es deficit uditivo) o psicologica (es ritardo mentale) o sociale (es educazione fortemente inadeguata).

Le prime ricerche nel campo dei disturbi dell’apprendimento ponevano enfasi particolare sui fattori di esclusione, cosa evidenziata anche dal nome che fino al DSM IV veniva dato alle patologie “disturbi specifici dello sviluppo” ( il termine indica proprio l’esclusione di altre patologie).

Nel DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) viene riconfermato l’aggettivo “specifico” per 4 motivi:

  1. il disturbo non è attribuibile a disabilità intellettiva
  2. il disturbo non è attribuibile a fattori esterni come svantaggio economico, sociale, etc
  3. il disturbo non è attribuibile a problemi neurologici, uditivi, motori
  4. la difficoltà di apprendimento può essere limitata a una sola abilità o ambito scolastico (es leggere parole singole).

I disturbi specifici dell’apprendimento sono più frequenti tra i maschi che femmine e negli ultimi anni, tali disturbi, sono aumentati.

Per l’eziologia e le ipotesi di intervento, continueremo in un altro articolo la trattazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

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Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

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Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’infanzia e l’adolescenza

Oggi 20 novembre 2020 è la Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza.

Vorrei proporvi due riflessioni. Entrambe hanno a che fare con: i bambini, gli adolescenti, i legami, la speranza, la fiducia, i genitori e il futuro.

“ L’interiorizzazione da parte del bambino piccolo di legami positivi con le figure genitoriali gli permette di trasferire la fiducia e la speranza nelle relazioni future. Se invece queste relazioni non sono state soddisfacenti non sarà semplice conservare la fiducia nel legame e metterla in atto nelle relazioni future ”

(Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, 2002).
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“.. Insieme possiamo costruire una torre e nonostante si tolgano

pezzi a questa torre, insieme troviamo un modo per tenerla in piedi, ci

aiutiamo a vicenda per farlo, anche se dobbiamo trasgredire le regole.

Quella torre possiamo aggiustarla e ricostruirla e insieme troveremo sempre

un modo per farlo…”

“ Gennaro Rinaldi, “Il ragazzino disteso – Famiglie multiproblematiche – percorsi di cura in Coerenza Strategica “

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Riandli

I Vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’apprendimento.

Il gioco è essenziale per lo sviluppo intellettivo dei bambini. Attraverso il gioco e la fantasia i bambini hanno l’opportunità di conoscere il mondo che li circonda e quindi sarà più semplice per loro ricercare il loro posto nel mondo. Dedicare un tempo non strutturato al gioco libero, può contribuire a rendere i bambini più felici, creativi e socievoli.

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In alcuni studi è stato dimostrato che le situazioni “fantastiche” create dai bambini e per i bambini possono aiutare a potenziare l’apprendimento. Nel 2015 negli Stati Uniti hanno svolto uno studio su 154 bambini provenienti da scuole per l’infanzia (Dipartimento di Psicologia della Pennsylvania – Deena Weisberg). Il gruppo dei 154 bambini è stato diviso a metà; ad un gruppo sono stati letti dei libri realistici su argomenti reali e quotidiani (cucina, agricoltura..); ad un’altra metà sono stati letti dei libri di fantasia (con draghi e castelli). Durante la lettura sono state insegnate ai bambini parole nuove. Dopo ogni sessione di lettura è stata data la possibilità ai bambini di dedicarsi a giochi di finzione con oggetti e giocattoli, che rappresentavano alcuni elementi e personaggi incontrati nei libri. Alla fine è stato verificato l’apprendimento delle parole nuove. Il risultato è stato che entrambi i gruppi di bambini hanno imparato parole nuove, ma il gruppo che ha ascoltato le storie di fantasia aveva imparato più parole. Probabilmente nel vocabolario utilizzato per le storie di fantasia ci sono cose più interessanti, che hanno fatto si che l’attenzione dei bambini alle nuove parole fosse maggiore.

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Questo studio, insieme ad altri, rivelano  che la fantasia può contribuire positivamente all’apprendimento dei bambini. Inoltre un ambiente irrealistico (in cui avviene qualcosa o viene raccontato qualcosa) o una storia che si discosta dal reale e dalla routine, predispone i bambini a determinati tipi di pensieri e comportamenti, che faciliteranno l’attenzione. I bambini, infatti sanno che in una situazione “ordinaria” e conosciuta, sanno di non dover aspettarsi nulla. Mentre in una situazione straordinaria, sono predisposti ad aspettarsi qualcosa e fanno molta attenzione alla “novità” e all’eccezionalità di ciò che accadrà. Infatti saranno più coinvolti e preparati mentalmente ad apprendere. In tal senso, si potrebbe dire che gli scenari irrealistici aiutano i bambini a vedere le possibilità intrinseche della realtà. Infatti è probabile, in base ai risultati di questi studi che i bambini vadano a cercare gli eventi impossibili, non per usarli come guida diretta alla realtà, bensì per pensare a possibilità irrealistiche che possono, in contrasto con la realtà, aiutarli a modulare una visione della realtà e del mondo reale coerente con la loro futura personalità.

Le nuove scoperte indicano che per troppo tempo si è sottovalutato il potere della fantasia nei bambini. Infatti la capacità e l’abilità nel fantasticare sarebbe particolarmente utile in determinati contesti didattici. Ad esempio nello studio della Fisica ( ma anche di altre materie che tendono a discostarsi dalla visione statica e oggettiva della realtà per come la percepiamo, come ad esempio la filosofia, la psicologia) un pensiero fantasioso è indispensabile per sondare, studiare, analizzare situazioni complesse, come particelle invisibili, gravità, velocità.

Se gli elementi fantastici sono particolarmente utili per l’apprendimento, si potrebbero incoraggiare i bambini al gioco basato sulla fantasia. Stimolare i bambini a osservare gli aspetti impossibili di questi giochi e racconti, condurli a comprendere cosa può o non può accadere nella realtà potrebbe preparare il terreno all’apprendimento futuro.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi